Mostra del cinema di Venezia 2022

Il Totoleone di Film Tv

PEDRO ARMOCIDA
Vorrei che vincesse Bardo di Alejandro G. Iñárritu
Vincerà Gli orsi non esistono di Jafar Panahi
Se vince mi trasferisco su un altro pianeta: The Son di Florian Zeller

EDDIE BERTOZZI

Vorrei vincesse Saint Omer di Alice Diop
Vincerà Saint Omer di Alice Diop
Se vince mi mi trasferisco su un altro pianeta: TÁR di Todd Field

PIER MARIA BOCCHI

Vorrei vincesse Blonde di Andrew Dominik
Vincerà Gli orsi non esistono di Jafar Panahi
Se vince mi trasferisco su un altro pianeta: Beyond the Wall di Vahid Jalilvand

MARIUCCIA CIOTTA

Vorrei vincesse Bones and All di Luca Guadagnino
Vincerà Bones and All di Luca Guadagnino
Se vince mi trasferisco su un altro pianeta: Blonde di Andrew Dominik

ADRIANO DE GRANDIS

Vorrei vincesse Gli orsi non esistono di Jafar Panahi
Vincerà Gli orsi non esistono di Jafar Panahi
Se vince mi trasferisco su un altro pianeta: Chiara di Susanna Nicchiarelli

FIABA DI MARTINO

Vorrei vincesse Bones and All di Luca Guadagnino
Vincerà All the Beauty and the Bloodshed di Laura Poitras
Se vince mi trasferisco su un altro pianeta: The Son di Florian Zeller

SIMONE EMILIANI

Vorrei vincesse Bones and All di Luca Guadagnino
Vincerà Gli orsi non esistono di Jafar Panahi
Se vince mi trasferisco su un altro pianeta: The Son di Florian Zeller

ILARIA FEOLE

Vorrei vincesse Saint Omer di Alice Diop
Vincerà Gli orsi non esistono di Jafar Panahi
Se vince mi trasferisco su un altro pianeta: Beyond the Wall di Vahid Jalilvand

ROBERTO MANASSERO

Vorrei vincesse Gli orsi non esistono di Jafar Panahi
Vincerà Monica di Andrea Pallaoro
Se vince mi trasferisco su un altro pianeta: Bardo di Alejandro G. Iñárritu

PIETRO MASCIULLO

Vorrei vincesse Saint Omer di Alice Diop
Vincerà Gli orsi non esistono di Jafar Panahi
Se vince mi trasferisco su un altro pianeta: Bardo di Alejandro G. Iñárritu

GIONA A. NAZZARO

Vorrei vincesse Bones and All di Luca Guadagnino
Vincerà Saint Omer di Alice Diop

LUCA PACILIO

Vorrei vincesse Athena di Romain Gavras
Vincerà Gli orsi non esistono di Jafar Panahi
Se vince mi trasferisco su un altro pianeta: Bardo di Alejandro G. Iñárritu

EMANUELE SACCHI

Vorrei vincesse TÁR di Todd Field
Vincerà Gli orsi non esistono di Jafar Panahi
Se vince mi trasferisco su un altro pianeta: Bardo di Alejandro G. Iñárritu

GIULIO SANGIORGIO

Vorrei vincesse Blonde di Andrew Dominik
Vincerà Gli orsi non esistono di Jafar Panahi
Se vince mi trasferisco su un altro pianeta: Bardo di Alejandro G. Iñárritu

ROBERTO SILVESTRI

Vorrei vincesse Bones and All di Luca Guadagnino
Vincerà Gli spiriti dell’isola di Martin McDonagh
Se vince mi trasferisco su un altro pianeta: I figli degli altri di Rebecca Zlotowski

CARLO VALERI

Vorrei vincesse Gli orsi non esistono di Jafar Panahi
Vincerà Gli orsi non esistono di Jafar Panahi
Se vince mi trasferisco su un altro pianeta: Bardo di Alejandro G. Iñárritu


I 400 colpi - Tutti i voti di Film Tv

Le recensioni dei film in concorso

31 agosto

Greta Gerwig
Greta Gerwig

White Noise

di Noah Baumbach

Eccolo il film impossibile del “minimalista” Noah Baumbach, che adatta il capolavoro letterario di Don DeLillo con budget sforato, riprese turbolente, postproduzione elaborata. Gli anni ’80 raccontati e concettualizzati nel libro mettono a dura prova la plasmabilità del dispositivo filmico. E quindi Baumbach flirta con le ambizioni, l’iperrealismo e il senso dello spettacolo persino dei kolossal neo-hollywoodiani di fine anni ’70 inizio ‘80 (Cimino, Altman, Coppola/Wenders). Ci sono la parodia della borghesia americana e del mondo accademico, l’apocalisse imminente di una tempesta tossica, il delirio paranoide della coppia. Ma dietro a tutto la paura della morte e l’ipnosi del capitalismo. Baumbach prova a chiudere il cerchio ma, per fortuna, non ci riesce. E quindi ne viene fuori un film pieno di “differenze”, quasi un work in progress di tanti film in uno. Perfetto tanto per essere epidermicamente stroncato, quanto per sopravvivere a se stesso e rimanere sedimentato da qualche parte, nel tempo.


Carlo Valeri, voto: 7


Cate Blanchett
Cate Blanchett

TÁR

di Todd Field

Come ogni donna giunta all’eccellenza in campi a forte maggioranza maschile, Lydia Tar se l’è dovuta sudare il doppio, la posizione di direttrice d’orchestra della filarmonica di Berlino: ma ora che è là in cima, riverita come una divinità nel settore, del potere si bea e abusa. Come farebbe un uomo. Manipola, prevarica, tradisce e plagia, prende per sé ciò che vuole, si crede intoccabile. Finché le crepe non si allargano. Pensato appositamente per la monumentale, mostruosa (in più sensi) prova di Cate Blanchett (che dirige realmente l’orchestra, come se fosse cresciuta a pane e Mahler), il film di Field è un’opera spietata che ribalta con intelligenza gli automatismi del politicamente corretto, affidando ruoli chiave alle magnifiche comprimarie Noémie Merlant e Nina Hoss. Un film sulla musica, senza colonna sonora; un film sulla retorica contemporanea del successo, e sulla voragine sottostante.


Ilaria Feole, voto: 8

1° settembre

Alejandro G. Iñárritu
Alejandro G. Iñárritu

Bardo (o falsa crónica de unas cuantas verdades)

di Alejandro González Iñárritu

Autore del determinismo, della struttura ineluttabile per definire il mondo e dimostrare le tesi (Babel), Iñárritu vince l’Oscar con un film (a tesi) sull’incerto, ovvero Birdman, operetta in pianosequenza (che è la figura retorica del vero) sì, ma farlocco, per dar forma allo scacco del reale al tempo del digitale, la perdita del confine tra autentico e inautentico. Bardo, che per i buddisti è lo stato intermedio tra vita e morte, esaspera questi temi, sospeso tra Storia e (auto)biografia, Messico e Usa, impegno sociale e onanismo assolutorio, summa poetica e autocritica ipocrita. Ne esce uno stucchevole 8 1/2, rivelatorio dell’assurda carta bianca Netflix sul cinema d’autore e dell’essenza di un regista interessante finché riduce il cinema al movimento e al dispositivo (l’iperrealismo di Revenant e Carne y Arena) ma greve (e intellettualmente ridicolo) quando si mette a rifletterci sopra.


Giulio Sangiorgio, voto: 3



2 settembre

scena
scena

Athena

di Romain Gavras

«Una poesia oscura, violenta, intransigente, priva di alibi, magnificamente “scritta”. In linea con quelle poesie che, in tutte le lingue, a un certo punto, hanno turbato, per poi finire in tribunale». Queste parole non sono mie, ma di Chris Marker. Le scrisse in difesa del moto censorio verso Stress, videoclip di Gavras girato per i Justice. Athena è un ritorno a quei clip, all’esordio Notre jour viendra, al film-figlio del sodale Ladj Ly, I miserabili: e dunque l’estasi della guerriglia urbana, l’epica dello scontro socio-culturale. La concessione, agli emarginati e ai marginali, alle loro rivolte, di un respiro inedito, global, contemporaneo e contraddittorio, lontano dal facile miserabilismo e dunque percepito come ambiguo moralmente: le forme presunte fuori luogo dello spettacolo, della lirica del long take e del ralenti, della coreografia dei corpi e della mdp, della commedia (Il mondo è tuo), e ora della tragedia. Certo non è poesia, oggi: è prosa. Bene così.


Giulio Sangiorgio, voto: 8

Nathalie Boutefeu
Nathalie Boutefeu

Un couple

di Frederick Wiseman

Una voce. Un testo. Un’attrice (Nathalie Boutefeu). Un titolo che dice tutto, annunciando un due, anche se è mosso soltanto da un uno. Una riflessione sugli elementi primari della messa in scena. Una commozione forte nel guardare, come in un’aurora ultima, l’aria, i fiori, l’acqua, un paesaggio coperto da una nube passeggera. Le parole della moglie di Tolstoj, Sofia, ci ricordano che il mondo continua a essere ferito, ma l’opera di Jean-Marie Straub non c’entra niente, perché non monterebbe mai in questo testo, in questo cinema. Frederick Wiseman - americano - monta come John Ford (quello dei film irlandesi) e trova qui, in questo ritorno alla fiction dopo Seraphita’s Diary, in questo film che restituisce il controcampo alla moglie scomparsa, la sua classicità più essenziale. Come un ritorno alle origini. Un esercizio di stile, un cinema povero e puro, lungo il giusto e fatto di poco, che dice però tantissimo dello sguardo magistrale che lo mette in scena.


Giona A. Nazzaro, voto: 7

Timothée Chalamet, Taylor Russell
Timothée Chalamet, Taylor Russell

Bones and All

di Luca Guadagnino

Si attraversa il Midwest, la grande periferia  impoverita a bordo di pick-up scassati, ai margini del nulla. Ai tempi di Reagan. Lee (Timothée Chalamet) e Maren (Taylor Russell) condividono padre e madre alcolizzati, tossici, assenti, mostri mutanti dell’ingiustizia sociale che da mangiati si fanno divoratori di carne umana. Eredità di rabbia estrema subita dai teenager in cerca di morsi più radicali, ossa e tutto il resto, per annientare i dominatori. Guadagnino avvolge nell’ombra e nel sangue l’America arida, i diner e i motel, primo esercizio da critico e amante di Hollywood. E si ricorda di Il buio si avvicina di Kathryn Bigelow, i vampiri adolescenti innamorati che, insieme a Lee e a Maren, violano la regola di Paul Schrader in Il bacio della pantera: «Solo uccidendo un umano si può riacquistare una forma umana».  Loro, gli angeli caduti dentro un’allucinazione infernale, divorano solo i “cattivi”. Il Leone d’oro si avvicina.


Mariuccia Ciotta, voto: 10



3 settembre

scena
scena

All the Beauty and the Bloodshed

di Laura Poitras

L’unico doc in gara, di Laura Poitras (Oscar per Citizenfour, su Snowden), scodella centinaia di magnifiche istantanee, quasi i “selfie” della generazione no future, ma gloriosa e gaudiosa, del Lower East Side newyorkese. È infatti il biopic della post-fotografa “punk” Nan Goldin, protagonista, dall’interno del movimento LGBT+, della scena artistica antisistemica, dagli anni 80 dello sterminio per AIDS fino alle battaglie di oggi contro la Purdue Pharma e la famiglia Suckler, responsabile dello spaccio (legale) di antidolorifici oppioidi assuefanti come l’OxyContin che hanno ucciso almeno 400 mila persone (anche Prince e Heath Ledger), ma si pavoneggiano da sublimi mecenati dell’Arte. Goldin ha ottenuto le prime vittorie proprio su questo terreno, ottenendo la cancellazione del nome (e dei soldi) Suckler da musei come Metropolitan, Louvre e Tate Gallery, dopo clamorosi happening di protesta. 


Roberto Silvestri, voto: 9

 

scena
scena

Monica

di Andrea Pallaoro

Di Monica conosciamo il nome, il corpo, sfiorato dalla macchina da presa ma costretto dai confini del 4:3, e la solitudine. Ha un cuore spezzato, una macchina vintage rosso fiammante, una famiglia in cui è da tempo estranea e un passato che si compone poco a poco grazie alle domande di chi la circonda, più che alle sue laconiche risposte. Quello di Pallaoro è, come già Hannah, un ritratto femminile e anche un puzzle narrativo, cucito sulla prova misurata e magnetica di Trace Lysette (già ottima in Transparent) e segnato da cifre estetiche un poco compiaciute; il formato, la ricercatezza delle inquadrature, la composizione teatrale dei dialoghi sottraggono autenticità a un personaggio prismatico e sfuggente, uno dei non pochi ritratti transgender di questa Mostra (con L’immensità, Le favolose, Casa Susanna). Curiosi i prelievi dolaniani in colonna sonora: Moderat e Dragostea din tei


Ilaria Feole, voto: 6

Ricardo Darín
Ricardo Darín

Argentina, 1985

di Santiago Mitre

A 39 anni dalla fine della dittatura dei colonnelli e a 37 dalla sentenza del tribunale civile che condannò i membri della giunta, l’Argentina può dire d’aver fatto i conti con il suo passato. E dunque questo film, che quel processo lo ricostruisce, si permette di scherzarci anche un po’ sopra, accostando le testimonianze ricostruite dei sopravvissuti alle torture, il materiale d’archivio delle sedute in tribunale, le canzoni pop anni 80, la storia familiare del pm e quella dei suoi aiutanti, passando dal privato al collettivo di un Paese pronto a voltare pagina, senza dimenticare. Mitre e il cosceneggiatore Marian Llinas sono talmente bravi a scrivere che fanno dimenticare lo stile da racconto popolare, inevitabilmente televisivo e retorico, in realtà perfetto per la destinazione finale del film, prima produzione argentina targata Amazon.


Roberto Manassero, voto: 8

 

4 settembre

Virginie Efira
Virginie Efira

I figli degli altri

di Rebecca Zlotowski

Quarantenne senza figli, Rachel si innamora di Ali e instaura un rapporto profondo con la figlia di lui. Rebecca Zlotowski sperimenta su una trama sentimentale, con toni che sfiorano la commedia romantica (i momenti di tenerezza, le dissolvenze, le musiche che sottolineano con leggerezza l’idillio nascente), lasciando che l’intimo dramma della protagonista, la sua ricerca di una maternità, emerga come motivo malinconico in un intorno narrativo complesso e ben definito. Un lavoro sfumato che, proprio per questo, rende palesi, di contro, talune rigidità del racconto - schematismi e svolte brutali che denudano un teorema - che finiscono per inficiarne palesemente l’equilibrio. Peccato, perché Virginie Efira è perfetta, riuscendo a dare credibilità e sostanza all’intricato tormento di un personaggio costantemente in scena. 


Luca Pacilio, voto: 6

 


scena
scena

L’immensità

di Emanuele Crialese

Ad Adriana il suo nome va stretto, lo indossa di malavoglia come i vestiti “da femmina”: appena può sguscia fuori di casa e dalla sua identità anagrafica per essere se stesso, ovvero Andrea, con la complicità un po’ intimorita dei fratellini che ammirano, senza del tutto comprendere, l’extraterrestre che divide la cameretta con loro. Se il padre è un vuoto con la severità intorno (che sfocia nella violenza, fisica ed emotiva), un femminile ingombrante in casa è incarnato dalla madre spagnola, bellissima e disperata, che Adriana/Andrea (Adri, per tutti) vede come un’icona da adorare e proteggere, talmente perfetta da fondersi con le dive che - siamo negli anni 70 - illuminano il piccolo schermo, da Raffaella Carrà a Patty Pravo. Primedonne che irrompono nel film in momenti musicali interpretati con generosità da Penélope Cruz, chiamata, tra parrucche platinate e mascara colato, a innestare nel film un po’ di maldestro almodovarismo, naïf come lo sguardo di Adri, il cui punto di vista preadolescenziale solo in parte può giustificare il fiato corto e l’impaccio di tante sequenze. Progetto personalissimo per Crialese, di dichiarata ispirazione autobiografica, il ritorno al cinema del regista a 11 anni di distanza da Terraferma è un mélo e un romanzo di formazione dal passo incertissimo, in cui l’urgenza del racconto si traduce - per paradosso, o forse per eccesso di coinvolgimento - in un mix di registri e di suggestioni inseguite e poi fatte cadere, dove le immagini altrui (quelle di Almodóvar, quelle dei varietà riprodotti in versione pauperistica) saturano lo schermo senza mai dare al film e ai personaggi il meritato respiro.


Ilaria Feole, voto: 4

 

Brendan Fraser
Brendan Fraser

The Whale

di Darren Aronofsky

Charlie vuole morire. Incapace di superare un lutto, severamente obeso, attende solo che il suo corpo ceda. Ma la vita bussa alla sua porta: l’amica infermiera, un giovane predicatore, la figlia arrabbiata, la ex moglie. Adattando l’omonimo testo teatrale e mantenendone rigorosamente l’impianto, Aronofsky firma il suo film più addomesticato e commovente, sguardo pungente e disilluso sulle illusioni relazionali (“people are amazing” dice Charlie, cercando di convincersene) che non rinuncia ai motivi fondanti del suo cinema, dalla visione del corpo mostruoso all’elemento religioso. Soprattutto, riapplica con successo il teorema di The Wrestler: come già Mickey Rourke prima di lui, Brendan Fraser, divo dimenticato e piagato da drammi (fisici e) personali, torna alla ribalta e sbalordisce con una performance titanica.


Eddie Bertozzi, voto: 7



5 settembre

Kerry Condon
Kerry Condon

Gli spiriti dell’isola - The Banshees of Inisherin

di Martin McDonagh

21 anni dopo Il tenente di Inishmore, ecco la chiusura (inedita) della Trilogia delle Isole Aran. Non uno spettacolo teatrale, ma un film. Succede solo da McDonagh: cioè Irlanda rurale, valli verdi e scogliere, comunità piccole, legami oppressivi a riempire una solitudine troppo facile, la guerra civile sullo sfondo, oltre il mare, sulla terraferma. Il ramo drammaturgico è Beckett-Pinter-Mamet-Tarantino, l’isola un set, il filtro sul reale tra l’allegoria e il postmoderno, la storia quella di una coppia d’amici che si rompe: uno (Brendan Gleeson) vuole la Storia, l’altro (Colin Farrell) s’accontenta d’essere gentile, qui, ora. La scrittura si concede al pulp, al parodico (Bergman compreso), al sensazionale, ma dentro un disegno di misura precisa, capace di rendere ogni cosa meravigliosamente sciocca e densissima, allargando il campo da quel teatro alla storia d’Irlanda, le vicende di quei corpi-fumetto alla dialettica tra filosofie sul sopravvivere al mondo.


Giulio Sangiorgio, voto: 8

 

scena
scena

Love Life

di Koji Fukada

Classe 1980, nove lunghi all’attivo (tra cui la serie, condensata per il cinema, The Real Thing), e quattro corti (dal ga-anime La granadière, ovvero 70 dipinti a ricostruire un Balzac, fino alla satira The Yalta Conference Online), Fukada è oggi uno dei maggiori autori giapponesi: dedicategli una retrospettiva. Prime opere dai titoli francesi, a omaggiare Rohmer, ma non si tratta di un ri-scrittore maniacale à la Hong Sang-soo, di un uber-autore: quella che attraversa il suo cinema è una cinefilia diffusa, presente ma non ossessiva, poliedrica sino a farsi sfuggente, tanto che nel corso del tempo s’è sposata con Hitchcock e Ozu, con i secondo grado De Palma e Yamada, e del maestro francese riporta soprattutto la misura dei toni, l’ovatta elegante ad appiattire i rumori, lo sguardo calmo da osservatore morale di comportamenti umani e impietose strutture del fato. Love Life, non il suo migliore (grandi momenti, non grande film) ma il primo a essere distribuito in Italia (il merito è di Teodora), mette come sempre in scena una famiglia della classe media e un imprevisto: un decesso, che porta con sé, per la protagonista e il marito, anche l’incontro con un uomo dal passato, un Teorema da un paese straniero, dai margini, da un mondo che comunica in maniera differente, ma in fondo perpetua lo stesso fare patriarcale. A raccontarne la trama, un mélo incredibile: ma la misura di Fukada lo trattiene in un ritratto sensibile (e, infine, la presa di parola, pardon: di silenzio) di donna alle prese con un lutto, con il violento soffocamento psicologico dei lacci famigliare, con l’enigma stupido del maschio.


Giulio Sangiorgio, voto: 7


6 settembre

Tilda Swinton
Tilda Swinton

The Eternal Daughter

di Joanna Hogg

Non c’è mistero in questo racconto gotico di Joanna Hogg, appendice al lavoro che la regista inglese ha avviato sui propri ricordi e sul proprio cinema con The Souveniruno e due. Lo svelamento della natura fantasmatica del racconto – e dunque lo svelamento del genere – avviene immediatamente, con pochi stacchi di montaggio e con le atmosfere nebulose della campagna inglese (racchiuse dalla pellicola e opposte alla luce scintillante del digitale di Men, operazione analoga ma assai meno raffinata) che portano una figlia cinquantenne, di mestiere regista, e la madre anziana (Tilda Swinton, uno e due) in un albergo un tempo dimora della loro famiglia. L’elaborazione del lutto avviene ancora una volta attraverso la finzione, in uno spazio escluso dalla realtà, unica cornice - ideale e insieme spaventosa - in cui iscrivere il dolore di un’esistenza.


Roberto Manassero, voto: 8


Luigi Lo Cascio
Luigi Lo Cascio

Il signore delle formiche

di Gianni Amelio

Nel 1968, Aldo Braibanti, poeta, drammaturgo, docente, schivo e innovatore, amico di Pasolini, Piergiorgio Bellocchio, Carmelo Bene, Sylvano Bussotti, fu condannato a nove anni di carcere (ridotti poi a due per i suoi meriti partigiani), dopo un processo durato quattro anni. Imputazione: plagio, cioè “sottomissione morale e fisica di una persona più giovane”. Si scriveva plagio ma si leggeva omosessualità (reato assente dal nostro codice penale). Il “correo” era un ventiduenne di buona famiglia che aveva scelto la propria maniera di vivere, lavorare, studiare e amare, in netto contrasto con il perbenismo ai limiti della superstizione dei piccolo-borghesi di una regione peraltro “illuminata” come l’Emilia Romagna, che pensavano di risolvere le “malattie” dei propri figli (si trattasse di comunismo o di omosessualità) mandandoli da Padre Pio. Fu un processo politico-morale, esemplare di un’arretratezza di cuore e di spirito dalla quale forse facciamo fatica a liberarci anche oggi. Gianni Amelio proprio questo cerca di spiegarci con il suo accorato, doloroso, lucidissimo Il signore delle formiche, storia di un mirmecologo (studioso delle formiche) intelligentissimo, mite anche se talvolta iroso, maestro di recitazione e di cultura in un casale della campagna piacentina, che tenta di aprire la testa ai giovani e che di uno di questi s’innamora, riamato. Attraverso una costruzione narrativa non lineare che, partendo dallo sguardo del giornalista dell’”Unità” incaricato di seguire il processo da una direzione di partito che maneggia il caso come una malaugurata patata bollente, ci porta indietro a Castell’Arquato e ai primi incontri tra Aldo ed Ettore, e poi avanti, alla fuga romana, alla clinica nella quale i genitori rinchiusero Ettore lasciando che fosse sottoposto a elettroshock, e ancora  a pranzi domenicali agghiaccianti, a madri dolenti e mostruose oppure dolenti e meravigliose, al dileggio ironico a mezza voce che si trasforma in insulto becero vergato sui muri. E ci porta, soprattutto, nell’aula del processo. Dopo poco più di un’ora di magistrale cinema classico, fatto di campi e controcampi, di carrelli e zoomate che isolano i personaggi in paesaggi dechirichiani analoghi a quelli notturni di Così ridevano, ecco che il film si ferma con intensità solenne e accusatoria sui primi piani dei testimoni del processo: a macchina fissa, monologhi di volta in volta maldestramente ignoranti (la madre di Ettore), volgarmente prezzolati (un “ragazzo di vita” padano), appassionatamente partecipi (Ettore). La lunga testimonianza del giovane “plagiato”, che dichiarando il suo amore per Braibanti lo condanna al carcere, mette anche in risalto il talento del giovane Leonardo Maltese, che affianca Luigi Lo Cascio e Elio Germano (il giornalista). Un film dove il classicismo dello stile (ormai puro e levigato) sfida l’assoluta contemporaneità dell’assunto: sotto la tolleranza dispiegata non ci siamo liberati del sospetto, dell’ignoranza, del dileggio. E nel finale, in quella campagna dove un giradischi suona musica verdiana, non può non stringersi il cuore per i fiori appassiti e sprecati.


Emanuela Martini, voto: 9


7 settembre

Guslagie Malanga
Guslagie Malanga

Saint Omer

di Alice Diop

Al tribunale di Saint Omer, la senegalese Laurence Coly è alla sbarra con l’accusa di aver ucciso la figlia di quindici mesi. Ad assistere al processo c’è Rama, giovane intellettuale anch’essa incinta. Parole, deposizioni, ipotesi. Il teatro della giustizia e l’influenza del preconcetto culturale. Il nostro giudizio e le nostre rassicuranti opinioni, non solo quelle strettamente legate al caso, vengono messe sempre più in discussione. L’opera prima di finzione di Alice Diop, già apprezzata documentarista, impressiona per la profondità dello sguardo registico e il controllo consapevolissimo della messa in scena. Ma è ciò che si cela dietro al rigore la vera sorpresa: una riflessione sul mistero della maternità, un’ambiguità complessa e feconda, che monta e muta, mette a disagio e stimola, sconcerta chiedendo costantemente un riposizionamento dello sguardo e del pensiero.


Eddie Bertozzi, voto: 8


Hugh Jackman
Hugh Jackman

The Son

di Florian Zeller

Da cosa nasce la malinconia di Nicolas? La madre non sa più cosa fare mentre il diciassettenne chiede di vivere col padre e la sua nuova famiglia. Zeller  -  e Christopher Hampton che adatta la (sopravvalutata) pièce del regista - riambienta Le fils a New York e mette in scena il dramma di un’adolescenza spezzata (una depressione nata dal trauma del divorzio genitoriale), un’ineffabile inadeguatezza alla vita che centrifuga il karma di famiglia convertendolo in sofferenza fuori controllo. Ma a differenza di The Father, in cui il drammaturgo trovava, attraverso il cinema, un modo alternativo ed efficace di rendere l’esperienza sensoriale del protagonista, in questo caso la resa oggettiva della quotidianità dei personaggi, diversamente imbrigliati nei meccanismi della loro convivenza, si traduce in ovvia, meccanica successione di sipari ben recitati.


Luca Pacilio, voto: 5


8 settembre

scena
scena

Beyond the Wall

di Vahid Jalilvand

Scappando da una manifestazione di protesta, una donna entra in casa di un mezzo cieco. Alcune cose non vengono spiegate (le lettere ricevute dal protagonista); altre ricevono una spiegazione a posteriori, diversa da quella desunta precedentemente. I piani del racconto si complicano. E se alcune scene fossero solo frutto dell’immaginazione del protagonista? ...e se invece Beyond the Wall, a dispetto delle apparenze arzigogolate, fosse un congegno di sceneggiatura facile facile, che si appoggia su giusto qualche trucchetto di sceneggiatura ben gestito? Molto probabile; d’altro canto, la trappola è efficace per davvero, perché sorretta da solide doti registiche: nelle scene da camera come in quelle (difficilissime da girare) di massa; nella puntigliosa direzione degli attori come nel bilanciamento di ritmi e toni.


Marco Grosoli, voto: 6


Ana de Armas
Ana de Armas

Blonde

di Andrew Dominik

Se le dicono «sei una stella» lei risponde «sono solo una bionda». Che è un colore non suo, una tinta, una farsa. Marilyn è un’immagine. Delle immagini è figlia, e in queste si perde. Il padre è una foto. La madre è malata, le dice che è causa di fallimento, di tutti i what if che ha perduto e s’è sempre sognata. Blonde è un film dell’orrore. Come Spencer o Joker. Una malattia, un’agonia: la ricerca di un sé nell’eccesso dei se, nel troppo di immagini. Lo smarrimento nel desiderio dell’altro, negli sguardi del prossimo. L’ammattimento per trovare l’origine, o soltanto una fuga. Un cul-de-sac. Marylin non figlia: riproduce solo figure di sé. Dominik - regista, manierista e superiore, di un film che porta i segni del travaglio produttivo - propone un sublime lirismo che esalta ed estenua, spossa e scuote questo secondo grado perenne, questa patina opaca e impenetrabile, sbagliata e allucinata, questa fiera delle illusioni pubblicitaria, barocca, di consapevole pessimo gusto.


Giulio Sangiorgio, voto: 8


9 settembre

scena
scena

Gli orsi non esistono

di Jafar Panahi

Giunto in un villaggio di confine per seguire a distanza le riprese di un nuovo film, Panahi deve fare i conti con una storia d’amore che alimenta i rancori dei residenti, e al tempo con un altro rapporto di coppia tormentato sul set. Confine come libertà ma anche costrizione, confine tra realtà e finzione a volte confuse nella stessa inquadratura, un villaggio (Paese) che non vuole un regista scomodo e un regista scomodo che mette in discussione le tradizioni e le superstizioni dei suoi abitanti: entità disconnesse come sullo schermo. Al di là del valore politico di un regista incarcerato, un film che ragiona profondamente sul dispositivo e descrive al tempo stesso un Paese prigioniero delle sue ostilità. Nel buio che fa paura, forse gli orsi davvero non esistono, ma gli uomini, contrabbandieri e no, invece sì.


Adriano De Grandis, voto: 8


Margherita Mazzucco, Andrea Carpenzano
Margherita Mazzucco, Andrea Carpenzano

Chiara

di Susanna Nicchiarelli

Dopo Nico, 1988 e Miss Marx, Susanna Nicchiarelli prosegue a raccontare biografie di donne nelle quali si riconosce e delle quali ammira lo spirito rivoluzionario. Con Chiara d’Assisi, però, l’impressione è che non sappia maneggiare una materia che s’intestardisce a trattare, alzando le ambizioni intellettuali e scegliendo di contro uno stile più piano e rigoroso, anche nelle scene da musical. La santa francescana diventa in maniera scontata una pioniera dello spirito comunitario, una donna che vuole testimoniare la parola di Dio e stare fra la gente, scontrandosi con il maschilismo della sua epoca. Francesco compreso. Al di là però dell’inutile aggiornamento di un pensiero religioso che non avrebbe alcun bisogno di essere rivisto, il film manca completamente di mistero, di quella santità che al cinema deve stare nelle immagini, prima ancora che nei personaggi.


Roberto Manassero, voto: 4


Roschdy Zem, Sami Bouajila
Roschdy Zem, Sami Bouajila

Les Miens

di Roschdy Zem

Due fratelli in difficoltà con il mondo e fra di loro. Moussa, da sempre gentile e premuroso, cambia improvvisamente a seguito di un trauma cranico e comincia a dire solo quello che davvero pensa. Ryad invece è un presentatore televisivo di successo, il suo contrario, egoista e in crisi con la moglie. Fra di loro la sorella che tenta di tenere unite le fila, mentre un coro di figli e nipoti animano e agitano le acque. Spaccato di famiglia franco-magrebina messa a nudo, finalmente borghese, nucleo di affetti esploso, teatro di nevrosi e conflitti, ma anche rifugio ultimo di un amore, quello fraterno. Sostenuto con convinzione da un cast di ottimi attori (Sami Bouajila, Maiwenn, Rachid Bouchareb e lo stesso Roschdy Zem, qui anche regista), Les Miens non manca di intensità, ma si incaglia sovente nel cliché del film francese troppo urlato, non sempre in piena brillantezza.


Eddie Bertozzi, voto: 6

Autore

AA.VV.

(a cura della redazione di Film Tv)

I film in concorso

locandina Rumore bianco

Rumore bianco

Giallo - USA 2022 - durata 135’

Titolo originale: White Noise

Regia: Noah Baumbach

Con Adam Driver, Jodie Turner-Smith, Raffey Cassidy, Don Cheadle, Alessandro Nivola, André 3000

locandina TÁR

TÁR

Musicale - USA 2022 - durata 158’

Titolo originale: TÁR

Regia: Todd Field

Con Cate Blanchett, Mark Strong, Sydney Lemmon, Julian Glover, Nina Hoss, Noémie Merlant

Al cinema: Uscita in Italia il 03/11/2022

locandina Bardo, False Chronicle of Handful of Truths

Bardo, False Chronicle of Handful of Truths

Commedia - Messico 2022 - durata 174’

Titolo originale: Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades

Regia: Alejandro González Iñárritu

Con Daniel Gimenez Cacho, Grantham Coleman, Omar Leyva, Grace Shen, Griselda Siciliani, Misha Arias De La Cantolla

locandina Athena

Athena

Drammatico - Francia 2021 - durata 97’

Titolo originale: RG03

Regia: Romain Gavras

Con Dali Benssalah, Anthony Bajon, Karim Lasmi, Ouassini Embarek, Radostina Rogliano, Sami Slimane

in streaming: su Netflix

Un couple

Drammatico - Francia, USA 2022 - durata 63’

Titolo originale: Un couple

Regia: Frederick Wiseman

Con Nathalie Boutefeu

locandina Bones & All

Bones & All

Drammatico - Italia, USA 2021 - durata 130’

Titolo originale: Bones & All

Regia: Luca Guadagnino

Con Timothée Chalamet, Taylor Russell, Chloë Sevigny, Michael Stuhlbarg, David Gordon Green, Mark Rylance

Al cinema: Uscita in Italia il 23/11/2022

All the Beauty and the Bloodshed

Documentario - USA 2022 - durata 113’

Titolo originale: All the Beauty and the Bloodshed

Regia: Laura Poitras

locandina Monica

Monica

Drammatico - USA 2022 - durata 113’

Titolo originale: Monica

Regia: Andrea Pallaoro

Con Patricia Clarkson, Adriana Barraza, Emily Browning, Trace Lysette, Joshua Close

locandina Argentina, 1985

Argentina, 1985

Drammatico - Argentina, USA 2022 - durata 140’

Titolo originale: Argentina, 1985

Regia: Santiago Mitre

Con Ricardo Darín, Peter Lanzani, Carlos Portaluppi, Norman Briski, Alejo Garcia Pintos, Alejandra Flechner

locandina I figli degli altri

I figli degli altri

Drammatico - Francia 2022 - durata 103’

Titolo originale: Les enfants des autres

Regia: Rebecca Zlotowski

Con Virginie Efira, Roschdy Zem, Chiara Mastroianni, Antonia Buresi, Yamée Couture, Victor Lefebvre

Al cinema: Uscita in Italia il 22/09/2022

locandina L'immensità

L'immensità

Drammatico - Italia, Francia 2022 - durata 97’

Regia: Emanuele Crialese

Con Penélope Cruz, Vincenzo Amato, Filippo Pucillo, Aurora Quattrocchi, Giuseppe Pattavina, Alvia Reale

Al cinema: Uscita in Italia il 15/09/2022

The Whale

Commedia - USA 2022 - durata 117’

Titolo originale: The Whale

Regia: Darren Aronofsky

Con Sadie Sink, Brendan Fraser, Samantha Morton, Ty Simpkins, Hong Chau, Huck Milner

locandina Gli spiriti dell'isola - The Banshees of Inisherin

Gli spiriti dell'isola - The Banshees of Inisherin

Drammatico - Irlanda, USA, Regno Unito 2022 - durata 114’

Titolo originale: The Banshees of Inisherin

Regia: Martin McDonagh

Con Barry Keoghan, Colin Farrell, Kerry Condon, Brendan Gleeson, Pat Shortt, Gary Lydon

Al cinema: Uscita in Italia il 02/02/2023

locandina Love Life

Love Life

Drammatico - Giappone, Francia 2022 - durata 123’

Titolo originale: Love Life

Regia: Koji Fukada

Con Fumino Kimura, Kento Nagayama, Atom Sunada

Al cinema: Uscita in Italia il 09/09/2022

The Eternal Daughter

Drammatico - USA 2022 - durata 96’

Titolo originale: The Eternal Daughter

Regia: Joanna Hogg

Con Tilda Swinton, Joseph Mydell, Carly-Sophia Davies, Alfie Sankey-Green, Zinnia Davies-Cooke

locandina Il signore delle formiche

Il signore delle formiche

Biografico - Italia 2022 - durata 134’

Regia: Gianni Amelio

Con Luigi Lo Cascio, Elio Germano, Sara Serraiocco, Leonardo Maltese, Anna Maria Antonacci, Rita Bosello

Al cinema: Uscita in Italia il 08/09/2022

Saint Omer

Drammatico - Francia 2022 - durata 122’

Titolo originale: Saint-Omer

Regia: Alice Diop

Con Kayije Kagame, Guslagie Malanga, Fatih Sahin, Berkay Akinci, Atillahan Karagedik, Salih Sigirci

The Son

Drammatico - USA, Francia, Regno Unito 2022 - durata 123’

Titolo originale: The Son

Regia: Florian Zeller

Con Hugh Jackman, Vanessa Kirby, Laura Dern, Anthony Hopkins, William Hope, Julia Westcott-Hutton

locandina Beyond the Wall

Beyond the Wall

Drammatico - Iran 2022 - durata 126’

Titolo originale: Shab, Dakheli, Divar.

Regia: Vahid Jalilvand

Con Navid Mohammadzadeh, Dayana Habibi, Amir Aghaee, Saeed Dakh, Danial Kheirikhah, Alireza Kamali

locandina Blonde

Blonde

Biografico - USA 2022 - durata 166’

Titolo originale: Blonde

Regia: Andrew Dominik

Con Ana de Armas, Adrien Brody, Bobby Cannavale, Rebecca Wisocky, Julianne Nicholson, Scoot McNairy

Al cinema: Uscita in Italia il 30/11/-0001

in streaming: su Netflix

locandina Gli orsi non esistono

Gli orsi non esistono

Drammatico - Iran 2022 - durata 106’

Titolo originale: No Bears

Regia: Jafar Panahi

Con Mina Kavani, Naser Hashemi, Vahid Mobasheri, Bakhtiyar Panjeei, Mina Khosrovani

Al cinema: Uscita in Italia il 06/10/2022

locandina Chiara

Chiara

Biografico - Italia, Belgio 2022 - durata 106’

Regia: Susanna Nicchiarelli

Con Margherita Mazzucco, Andrea Carpenzano, Luigi Lo Cascio, Carlotta Natoli, Paola Tiziana Cruciani, Paolo Briguglia

locandina Our Ties

Our Ties

Drammatico - Francia 2022 - durata 85’

Titolo originale: Les miens

Regia: Roschdy Zem

Con Sami Bouajila, Maïwenn, Roschdy Zem, Meriem Serbah, Rachid Bouchareb, Abel Jafri