Festival di Cannes 2022

Il TotoPalma di Film Tv

 


Eddie Bertozzi

Vorrei: Nostalgia

Vincerà: Boy from Heaven 

 

Pietro Bianchi

Vorrei: Leila’s Brothers

Vincerà: Leila’s Brothers 

 

Pier Maria Bocchi

Vorrei: Leila’s Brothers

Vincerà: Leila’s Brothers

 

Adriano De Grandis

Vorrei: Armaggedon Time

Vincerà: Leila’s Brothers 

 

Simone Emiliani

Vorrei: Armageddon Time

Vincerà: Leila’s Brothers

 

Ilaria Feole

Vorrei: Decision to Leave

Vincerà: Leila’s Brothers

 

Marco Grosoli

Vorrei: Nostalgia

Vincerà: Close

 

Roberto Manassero

Vorrei: Pacification

Vincerà: Leila’s Brothers

 

Giona A. Nazzaro

Vorrei: Nostalgia 

Vincerà: Triangle of Sadness

 

Luca Pacilio

Vorrei: Decision to Leave

Vincerà: Close

 

Emanuele Sacchi

Vorrei: Decision to Leave

Vincerà: Tchaikovsky’s Wife

 

Giulio Sangiorgio 

Vorrei: Pacifiction

Vincerà: Leila’s Brothers

 

Aldo Spiniello

Vorrei: Armageddon Time

Vincerà: Un petit frère

 

 

Le recensioni dei film in concorso

18 maggio

scena
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Tchaikovsky’s Wife

di Kirill Serebrennikov

Antonina sposa la leggenda Ciaikovskij: matrimonio di copertura, ché al musicista piacciono i ragazzi. Uno sguardo sulla condizione della donna russa ottocentesca, ma la storia è più complicata, con un personaggio che se rivendica diritti sacrosanti, manifesta nei confronti del marito un’ossessione che dilaga nell’idolatria. Serebrennikov, sembrando assecondare il biopic dimostrativo, lo smentisce con lo slancio registico - abbigliando l’atmosfera di toni lividissimi, solo scaldati dal lucore ambrato delle candele - e una messa in scena sontuosa che alterna a momenti di pathos insostenibile (la firma del divorzio), squarci visionari che si conficcano nelle pupille (il pianoforte come una bara, il potente finale in cui Antonina danza la sua passione torturante come in un clip di Florence). 


Luca Pacilio, voto: 8




Alessandro Borghi, Luca Marinelli
Alessandro Borghi, Luca Marinelli

Le otto montagne

di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch

L’amicizia decennale di Bruno e Pietro, il conflitto tra la città e l’alta montagna, il difficile rapporto con il padre e l’elaborazione simbolica del lutto della sua morte, e poi i problemi del diventare adulti, la costruzione della propria identità, il rapporto con la sessualità e tutti gli ingredienti di cui c’è bisogno per un buon romanzo di formazione. C’è tanto dentro Le otto montagne di Paolo Cognetti, forse pure troppo per metterlo tutto in un solo film. Nonostante questo la coppia di registi fiamminghi Van Groeningen/Vandermeersch ci prova lo stesso estendendo il film oltre le due ore e mezzo con una mano registica che però non sempre ha la grazia e lo stile che forse questi temi richiederebbero, a partire dai contrappunti emotivi della colonna sonora e da un uso dei dialetti privo di alcuna logica. È promettente e intensa la prima parte con i protagonisti bambini, ma l’assolo di Marinelli e Borghi della seconda disperde molte delle potenzialità del romanzo. 


Pietro Bianchi, voto: 4


 

19 maggio

scena
scena

EO

di Jerzy Skolimowski

Sballottato da una parte all’altra d’Europa, un asino onomatopeicamente battezzato “I-o” ci mostra un pianeta selvaggio, dove i confini tra umanità e animalità sono irrintracciabili. Ceduto, rubato, venduto da un circo a un gruppo di chiassosi tifosi a un rampollo scapestrato e quant’altro, come il suo antenato Balthazar “I-o” sente che sobbarcandosi il peso del mondo si accede a un’inarrestabile levità spirituale. Il villaggio del film di Robert Bresson del 1966 è ora globale, ancora più brutale, e l’ascesi lascia il posto a una sensualissima euforia cinematografica. Anche nel peggiore dei mondi possibili, facendosi passivi si viene travolti dalla Grazia, che Skolimowski restituisce vorticando grandangoli, vividi contrasti cromatici, ipnotiche discontinuità di montaggio. Un saggio di cinema puro di incredibile, illuminato dinamismo: bellezza è movimento e movimento è bellezza.


Marco Grosoli, voto: 8



Anthony Hopkins
Anthony Hopkins

Armageddon Time

di James Gray

Queens, 1980. Il preadolescente Paul, nipote di ebrei ucraini emigrati negli Usa  (C’era una volta a New York: Little Odessa), frequenta poco diligentemente la scuola pubblica. Lo sorprendono, spinello-munito, con il compagno nero abitualmente discriminato dal professore: per garantirgli un futuro, il nonno, che sa cosa è il pregiudizio etnico, lo iscrive alla privata, fondata su successo e su classismo da Fred Trump. Nel reflusso d’Amarcord del cinema d’autore di oggi (da PTA a Sorrentino, da Linklater a Branagh), Gray gira un coming of age maturo, non banalmente nostalgico o autoassolutorio, ma piano, nitido, dolce, impietoso, fuori tempo, come sempre capace di dare forma, calibrando antropologia ed empatia con misura miracolosa, alle pressioni sociali delle radici e del tempo che cambia, alle morali e alle contingenze che strutturano struggono e separano i suoi personaggi. Amarlo o non amarlo è un discrimine: di un’idea di cinema e di mondo.


Giulio Sangiorgio, voto: 9



20 maggio

scena
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Boys from Heaven

di Tarik Saleh

Figlio di pescivendolo vince la borsa di studio: ma quando l’Imam della prestigiosa Università della capitale (Il Cairo) muore, il ragazzo – Adam: nomen omen – è travolto da una rete di corruzione, ricatti e immoralità che lo cambia nel profondo. Ricordate il “nocciolo” di Il maratoneta? Non pensiate sia così distante, anche “geograficamente”. Come già dimostrato con Omicidio al Cairo, Tarik Saleh (di padre egiziano ma di origini svedesi) mira alla scansione, alla composizione e alla suspense in forma hollywoodiana, morale compresa. Niente di male, quando a cadere per davvero, sbriciolata, è ogni pia illusione di imparzialità. Tipico cinema globalizzato (a partire dai capitali investiti), ma è ingiusto e sciocco non crederci. E poi non sorprendetevi se vincerà (qualcosa).


Pier Maria Bocchi, voto: 7


21 maggio

Marin Grigore, Macrina Barladeanu
Marin Grigore, Macrina Barladeanu

R.M.N.

di Cristian Mungiu

Il vero protagonista dell’ultimo film di Cristian Mungiu è il paese della Transilvania in cui si ambienta (che non esiste ed è la somma di tre villaggi limitrofi): un centro ai bordi della foresta, circondato da una miniera dismessa, abitato da comunità rumene, ungheresi e tedesche, senza opportunità di lavoro, a parte quelle offerte da un panificio industriale che assume manodopera al minimo salariale e dunque trova solo immigrati dall’Asia. I rumeni, invece, lavorano in Germania, dove sono loro gli stranieri, «gli zingari». Come suggerisce la sigla, R.M.N. è la «risonanza magnetica» della società rumena, trasformata in una polveriera dalle spinte della società globale. Il film è stratificato, complesso, ha almeno una scena da antologia (l’assemblea cittadina), ma dà anche l’impressione di squilibrato. Sarà inevitabile (e necessario) tornarci sopra.


Roberto Manassero, voto: 7




Marion Cotillard
Marion Cotillard

Frère et soeur

di Arnaud Desplechin

Dopo l’inganno di Tromperie - il palco, il romanzo, il narcisismo - ecco Frère et soeur: la famiglia, il laccio, la pressione del sangue. Come in un dittico dei minimi termini. Loro, Poupaud e Cotillard, si odiano, semplicemente. Sono quest’odio. Desplechin non rivela il perché, o meglio lo tace, perché è un tabù, un che di indicibile. Che rifrange ovunque, nei personaggi di contorno, negli eventi che sono sempre sintomi di quel che sta sotto. Perché in superficie, per far rumore sopra il silenzio, c’è un teatro di scene sempre e soltanto madri (di quei figli), di slanci pateticamente o grevemente romanzeschi (un’apertura da western privilegiato, un finale con colonialismo benefico, un remix incestuoso di Eva contro Eva, un’ipotesi La sera della prima): e la greve esasperazione del tutto (senza Amalric e senza commedia) è, esattamente, la misura lancinante di quel non voler dire, di quell’amore e dolore inesprimibile. Un film radicale, respingente. Bellissimo.


Giulio Sangiorgio, voto: 8

 

scena
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Triangle of Sadness

di Ruben Östlund

Ormai il cinema di Ruben Östlund è sufficientemente chiaro: descrizione, definizione, precipitazione, dénouement. Questo il passo. Il resto è casualità apparente, grottesco ghiacciato, caos. Non ne esce lui, Östlund. Non ne escono i film. Mai. Neppure questo: che prende le mosse da una coppia, lui modello lei modella, per finire su uno yacht e poi su un’isola. Moventi: denaro, classismo, lusso, tutto evidenziato, tutto in mostra. Tutto dimostrativo. Perché del cinema del regista svedese è manifesta anche la morale. Che funge da deus ex machina, cartina al tornasole, sguardo. Sempre un po’ troppo. Sempre un po’ più del necessario. Una cifra, non c’è dubbio. Ma se era originale e sconcertante ai tempi di Play, già da Forza maggiore svelava la maniera di sé. Comunque la scena della cena con il mare mosso fa ridere. Chi si accontenta.


Pier Maria Bocchi, voto: 6

 

22 maggio

Sofiane Bennacer, Nadia Tereszkiewicz
Sofiane Bennacer, Nadia Tereszkiewicz

Les Amandiers

di Valeria Bruni Tedeschi

Anni 80. Stella è ammessa alla scuola di Patrice Chéreau al teatro Amandiers di Nanterre: con i compagni vive la sua vocazione, incontra l’amore e un grande dolore. Bruni Tedeschi riflette ancora sull’essere attrice, stavolta andando alle radici, a mostrare le origini di una passione e una tendenza all’autoriflessione. Chéreau ne è la radice e più che nel ritratto affidato a Louis Garrel, lo si ritrova nello stile survoltato del film: l’irruenza, l’instabilità, l’energia del maestro innervano l’affresco instabile di una gioventù che vive sulla sua pelle le paure e le ferite di quegli anni. Ma se nell’esagitazione vive lo spirito di un gruppo di lavoro (e un metodo), le si demanda troppo, lo sguardo talvolta rimanendo in superficie. Valeria non appare, ma forse non c’è mai stata così tanto.


Luca Pacilio, voto: 6



23 maggio

scena
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Holy Spider

di Ali Abbasi

Dopo un regista svedese da padre egiziano (Tarik Saleh), ecco un regista iraniano naturalizzato danese: entrambi si cimentano con il “genere” ed entrambi svolgono temi politici, specie nel rapporto tra Potere e religione. In una delle città sante persiane, un serial killer sta adescando ed eliminando le prostitute che gravitano nell’area centrale della città. Una giornalista cerca di scoprire chi sia, non senza rischiare la vita, trovando intralci continui. Potendosi permettere di raccontare il suo Paese nei suoi lati oscuri e brutali (in Giordania), e concedendosi perfino qualche istante hard nelle scene di sesso, Ali Abbasi (Border) esibisce una violenza quasi voyeuristica (compresa quella dello Stato), carica il racconto con l’enfasi del thriller e firma probabilmente il finale (metalinguistico) più agghiacciante visto a Cannes.


Adriano De Grandis, voto: 7



Kristen Stewart, Viggo Mortensen
Kristen Stewart, Viggo Mortensen

Crimes of the Future

di David Cronenberg

Per capire l’ultimo Cronenberg non serve tornare all’omonimo film del ‘70, ma guardare al presente: alla messa in mercato, come non-fungible token, dei 56 secondi di The Death of David Cronenberg e, soprattutto, dei calcoli renali (oh, yes) dell’autore. Recap: in Cosmopolis la finanza, in Maps to the Stars cinema e social, qui il mercato dell’arte. Gli interessano, oggi, i sistemi di produzione di senso, valore, reputazione. I dietro le quinte. La negoziazione. Le parole, soprattutto. Le linee della morale. La costruzione dell’aura. La dialettica del tardocapitalismo. Le retoriche che risuonano, vuote, automatiche, asettiche (patetica autofagia da «summa poetica d’autore» compresa). I corpi sono solo la materia prima. I fatti emergono - rari, improvvisi, difficili da associare a una causa - a rompere la patina. È il film di un grande moralista. Frontale. Europeo. Teatrale. Una cosa tra The Square e Un film parlato, nel museo di eXistenZ. Una paraboletta nera. Grottesca, alienata, rassegnata.


Giulio Sangiorgio, voto: 8

 


24 maggio

Joely Mbundu, Pablo Schils
Joely Mbundu, Pablo Schils

Tori et Lokita

di Luc e Jean-Pierre Dardenne

Il nuovo film dei Dardenne è come sempre costruito attorno a una trama che prosegue per tappe, per progressivi passaggi dei personaggi. L’ennesima fiaba, insomma, che nella sua crudezza ed efficacia replica l’efficiente crudeltà del mondo. Tori et Lokita è fatto come il titolo dei suoi due protagonisti, e niente di più: un bambino e una ragazza dell’Africa subsahariana, entrambi arrivati in Europa su un barcone, ospitati a Bruxelles in un centro d’accoglienza e decisi a farsi passare per fratello e sorella. Sopravvivono vendendo droga, maneggiando soldi, spostandosi continuamente, prima insieme, poi separati, fino al finale definitivo. Niente morale, niente emozione, solo due vite prese in un meccanismo spietato alla cui origine, bressonianamente, c’è il denaro. A tutto questo Tori e Lokita oppongono il loro legame, arbitrario, fortissimo, cancellato.


Roberto Manassero, voto: 8



scena
scena

Decision to Leave

di Park Chan-wook

Ci sono un detective che non dorme mai, una femme fatale che visse due volte, un uomo morto ai piedi di una montagna, nel primo film di Park Chan-wook dai tempi di Mademoiselle (2016). Un seducente, stilosissimo gioco di menzogne, rivelazioni e false piste che rielabora il noir con ironia e un’idea di messa in scena vorticosa, dove ogni tassello del genere - l’investigatore insonne, la vedova ambigua, il ricatto, la prova schiacciante - viene ribaltato e messo in crisi con gusto della vertigine postmoderna. Un thriller follemente romantico che, nelle pieghe tortuose di una trama ludicamente imprevedibile, edifica il duplice labirinto dell’investigazione e dell’innamoramento, strade parallele in cui i personaggi si smarriscono e dove un interrogatorio può diventare il più tenero degli appuntamenti. Con uno dei finali più belli e memorabili visti di recente: per chi scrive, uno dei migliori film in Concorso.


Ilaria Feole, voto: 8


Pierfrancesco Favino
Pierfrancesco Favino

Nostalgia

di Mario Martone

E se il senso dell’ultimo film di Mario Martone stesse tutto lì, nel significato del titolo e nei versi posti in esergo? Nostalgia, ovvero “dolore del ritorno”, seguito dal cartello con incise le parole di Pier Paolo Pasolini che recitano: «La conoscenza è nella nostalgia. Chi non si è perso non possiede». Un uomo arriva a Napoli; si muove disambientato per i suoi vicoli; parla un italiano incerto, l’inflessione ci fa immaginare che venga di là dal mare (un’impressione accentuata dall’attore che lo interpreta, Pierfrancesco Favino, mai del tutto guarito dalle stigmate dello straniero perduto nel buio della notte del monologo di Bernard-Marie Koltès La notte poco prima della foresta). Quando però si decide ad andare a suonare a una porta scopriamo che non si tratta di un forestiero, ma di un figlio che rincasa dopo una lunghissima assenza per ritrovare la propria madre “sepolta” nei bassi del rione Sanità, un posto che sa, come scrive Ermanno Rea nell’omonimo romanzo, «come da nessun’altra parte di ventre materno, primogenitura, principio di un lunghissimo passato mai passato, silenzio e tumulto di un fuoco che continua a covare sotto la cenere». L’uomo si chiama Felice Lasco, è stato via quarant’anni, arriva dal Cairo dopo essere passato per Beirut e l’Africa, e ora torna nella sua Napoli amata e disamata, la Napoli più cruda e ferina, la kasbah della metropoli, labirintica, costruita su grotte, anfratti, androni oscuri, catacombe, strapiombi di tufo, in cui la primordialità selvaggia si accompagna a una dolcezza dolente. Non è qui soltanto per ritrovare la madre prima che muoia. Come Odisseo, Felice torna per espiare una colpa lontana, una colpa che lo lega visceralmente a Oreste Spasiano: l’amico fraterno, il piccolo delinquente che ora è diventato un boss della camorra che controlla bande criminali di taglieggiatori, ricettatori e prostitute, talmente temuto da non venire nemmeno chiamato per nome, ma evocato con l’appellativo di Malommo. Felice torna perché deve riprendere se stesso e riscattarsi. Il cinema di Martone da Napoli non se n’è quasi mai andato e il rapporto con la città, di film in film, affiora a vari gradi d’intensità; in Nostalgia tocca temperature d’incandescenza pari a quelle raggiunte con Il sindaco del rione Sanità. Al di là del fatto di svolgersi nello stesso luogo, come il progetto del 2019 anche questo è un film profondamente politico, perché, pur senza negarla, non cede al fascino della Napoli nera, oscura, sommersa e sanguinosa, ma, proprio all’interno di questa, ci mostra anche l’altra Napoli, quella basata sulla fraternità, una fraternità meticcia e panmediterranea, che ha voglia e necessità di ricominciare, nonostante i laceranti dolori. Un gesto che torna nel ritratto di Malommo: Martone, infatti, a differenza di Rea, spoglia il personaggio di ogni spessore tragico facendone una figura banale, disillusa e squallida. I versi di Pasolini citati in apertura proseguono così: «In questo mondo colpevole il più colpevole son io, inaridito dall’amarezza». È una colpa che a Martone ancora non si può imputare.


Matteo Marelli, voto: 8




25 maggio

Taraneh Alidoosti
Taraneh Alidoosti

Leila’s Brothers

di Saeed Roustaee

Sono affari di famiglia. A Teheran. Dove per quattro fratelli e il padre malato di cuore le illusioni della “ribalta” e del successo si scontrano con il pragmatismo di Leila, loro sorella, sua figlia. Mentre tradizionalismo, patriarcato, maschilismo, grettezza e viltà subiscono i contraccolpi di un domani che corre troppo in fretta. Al quinto lungometraggio l’iraniano Saeed Roustaee svela qualità magistrali in precedenza soltanto accennate. Soap titanica, una tragedia da camera dall’incedere epico, con brani attoriali da Palma d’oro, una lunga scena centrale di matrimonio e di festa e la generosità stilistica della trasparenza. Qualcuno ha citato Il padrino, e non è una provocazione. Dura tanto, 165 minuti, ma ne vorresti ancora. Anche perché ti ritrovi più volte con le lacrime agli occhi. Il film più compiuto di tutto il concorso. E, probabilmente, il più bello.


Pier Maria Bocchi, voto: 10


Margaret Qualley, Joe Alwyn
Margaret Qualley, Joe Alwyn

Stars at Noon

di Claire Denis

L’inferno è il Nicaragua senza vie d’uscita che porta addosso i segni della pandemia. Sono ancora i corpi del cinema di Claire Denis a perlustrare il territorio, dopo il Camerun di Chocolat e un luogo imprecisato dell’Africa francofona di White Material. Da Isabelle Huppert a Margaret Qualley, la cineasta francese, attraverso il romanzo omonimo di Denis Johnson, si affida a un corpo per accentuare un soffocamento prima di tutto sensoriale attraverso la vicenda di una giornalista americana alla quale è stato ritirato il passaporto, un misterioso uomo d’affari inglese e un agente della CIA. Stars at Noon scarnifica l’intrigo della spy story, alza forzatamente la temperatura emotiva e sensuale, eppure gira a vuoto. Restano i detriti sparsi di un intellettualismo che spegne la materia (del cinema), dove del cuore di tenebra di Boorman (Il sarto di Panama e Oltre Rangoon) non si sente neanche un battito.


Simone Emiliani, voto: 4



26 maggio

scena
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Broker

di Hirokazu Kore-eda

Koreeda gira in Corea del sud, ma non cambia di segno il suo cinema: anzi, Broker è una summa dei suoi temi prediletti – la famiglia improvvisata, l’affetto fra adulti e bambini, l’identità che viene dal rapporto con gli altri e non dal sangue, i vari punti di vista che rifrangono l’idea di giustizia – utilizzati per costruire un road movie dall’animo gentile, a partire da un reato che mette in crisi le abituali coordinate con cui giudichiamo le persone. Rispetto ad Affari di famiglia e Ritratto di famiglia con tempesta, qui manca la tensione morale che dà profondità alle sue immagini impaginate in maniera classica. Resta però la dolcezza di un racconto che si srotola senza conflitti e trova nei singoli gesti (una mano su un volto, una pacca affettuosa a un neonato, un atto di pietà verso un criminale) la sua bellezza.


Roberto Manassero, voto: 7


scena
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Close

di Lukas Dhont

Dopo Girl, drammatico coming of age sotto pressione sociale di un adolescente che vorrebbe esser donna, il fiammingo Lukas Dhont presenta in Concorso il secondo film: è promosso, certo, ma il suo è un titolo che resta indissolubilmente Un Certain Regard (ovvero una categoria industriale, prima che una sezione). Quindi, eccoli, i temi e i temini al giusto posto, la scrittura con quel tanto d’ellissi e non detti utili a comunicare sensibilità, la formula base del cinema di un genere troppo diffuso, il d’essai festivaliero. La trama: due preadolescenti, amici strettissimi, uno particolarmente dolce e depresso. L’occhio dell’intorno che giudica ed etichetta il loro rapporto. I genitori, amorevoli come nel primo film e raramente nel mondo. Un dramma, una ferita, il tentativo di superarla. Il risultato? Scrittura artificiosa ma in sottrazione, occhi lucidi, critica sociale e buoni sentimenti, probabili premi, distributori che se lo contendono. Amen.


Giulio Sangiorgio, voto: 6



Benoît Magimel
Benoît Magimel

Pacifiction

di Albert Serra

Iniziamo dalla fine. E se Albert Serra fosse il più “geniale” pensatore audiovisuale in attività? Pacifiction (e il calembour del titolo da solo vale un Palma) è prima di tutto una feroce e sardonica riflessione sull’eredità coloniale francese (e per estensione del Colonialismo tout court). Benoit Magimel incarna un funzionario francese, un corpaccione bonario alla Depardieu con una febbre degna dello Stanislas Merhar di La folie Almayer della Ackerman. Serra crea un complotto rivettiano in piena luce accumulando dettagli apparentemente insignificanti. Il mondo si svuota e il senso diventa inafferrabile. Epoure tutto è evidente e visibile. Abbacinante. Dopo il tutto pieno di La liberté il tutto vuoto di una pacificazione fittizia nel Pacifico della fine del mondo Occidentale. Un film dell’orrore che sembra inseguire le melodie ineffabili di Martin Denny. Con un sospiro, non con un boato (anche se il boato è dietro l’angolo dell’inquadratura).


Giona A. Nazzaro, voto: 9


27 maggio

scena
scena

Un petit frère

di Léonor Serraille

La vita di una donna emigrata in Francia dalla Costa d’Avorio e dei suoi due figli: un ritratto famigliare in tre capitoli, ciascuno dei quali dedicato a uno dei personaggi, e un’epopea intima che si estende lungo i decenni a partire dagli anni 80. Vincitrice nel 2017 della Caméra d’or con Montparnasse - Femminile singolare, Léonor Serraille approda al Concorso del 75° Festival di Cannes con la sua opera seconda, abbandonando gli spunti di commedia per abbracciare gli stilemi più classici del dramma sociale, all’interno del quale fatica però a ritrovare la libertà espressiva del suo celebrato esordio. Illuminato dalla performance di Annabelle Lengronne, a Un petit frère rimane il merito di raccontare il destino di una famiglia di immigrati scansando finalmente miserabilismi e triti cliché narrativi, focalizzandosi piuttosto sull’umanità universale dei sentimenti. 


Eddie Bertozzi, voto: 6



Michelle Williams
Michelle Williams

Showing Up

di Kelly Reichardt

Un’artista sta lavorando alla mostra che, potenzialmente, potrebbe svoltarle la carriera, ma attorno a lei si agita un caos calmo composto di piccoli drammi personali, fastidi professionali, personaggi bizzarri. Saprà trarne ispirazione. Kelly Reichardt segna il suo ritorno nel Concorso principale del Festival di Cannes con un’opera minore, un film dal respiro leggero che ripropone con misura alcuni degli elementi formali e tematici che hanno fatto della regista una fra le voci più celebrate dell’autorialità americana indipendente. Showing Up è un film in cui l’osservazione dei dettagli sa essere delicata fino a rasentare l’evanescenza e che nel suo passo lento, nel volto costantemente perso di una Michelle Williams dimessa, sembra abbandonarsi infine a una certa pigrizia (la metafora del piccione con le ali tarpate), faticando a trovare una reale sostanza.


Eddie Bertozzi, voto: 5

Autore

AA.VV.

(a cura della redazione di Film Tv)

I film in concorso

Tchaikovsky's Wife

Biografico - Russia, Francia, Svezia 2022 - durata 143’

Titolo originale: Tchaikovsky's Wife

Regia: Kirill Serebrennikov

Con Odin Lund Biron, Ekaterina Ermishina, Nikita Elenev, Philipp Avdeev

locandina Le otto montagne

Le otto montagne

Drammatico - Italia, Belgio, Francia, Regno Unito 2022 - durata 147’

Regia: Felix Van Groeningen, Charlotte Vandermeersch

Con Alessandro Borghi, Luca Marinelli, Filippo Timi, Elena Lietti

locandina EO

EO

Drammatico - Polonia 2022 - durata 126’

Titolo originale: Hi-Han

Regia: Jerzy Skolimowski

Con Lorenzo Zurzolo, Mateusz Kosciukiewicz, Isabelle Huppert, Sandra Drzymalska, Tomasz Organek

Armageddon Time

Drammatico - Brasile, USA 2021 - durata 114’

Titolo originale: Armageddon Time

Regia: James Gray

Con Oscar Isaac, Anne Hathaway, Cate Blanchett, Robert De Niro, Donald Sutherland

locandina Boy from Heaven

Boy from Heaven

Thriller - Svezia, Francia, Finlandia, Danimarca 2022 - durata 126’

Titolo originale: Walad min al janna

Regia: Tarik Saleh

Con Tawfeek Barhom, Fares Fares, Mehdi Dehbi, Mohammad Bakri, Makram Khoury, Sherwan Haji

locandina R.M.N.

R.M.N.

Drammatico - Ungheria, Romania 2022 - durata 125’

Titolo originale: R.M.N.

Regia: Cristian Mungiu

Con Marin Grigore, Judith State, Macrina Barladeanu, Orsolya Moldován, Rácz Endre, József Bíró

locandina Brother and Sister

Brother and Sister

Drammatico - Francia 2022 - durata 108’

Titolo originale: Frère et soeur

Regia: Arnaud Desplechin

Con Melvil Poupaud, Marion Cotillard

Triangle of Sadness

Thriller - Svezia 2021 - durata 149’

Titolo originale: Triangle of Sadness

Regia: Ruben Östlund

Con Woody Harrelson, Harris Dickinson, Charlbi Dean, Zlatko Buric, Oliver Ford Davies, Iris Berben

Les Amandiers

Storico - Francia, Italia 2022 - durata 126’

Titolo originale: Les Amandiers

Regia: Valeria Bruni Tedeschi

Con Sofiane Bennacer, Clara Bretheau, Baptiste Carrion-Weiss, Alexia Chardard, Louis Garrel, Léna Garrel

locandina Holy Spider

Holy Spider

Thriller - Svezia, Danimarca, Germania, Francia 2022 - durata 117’

Titolo originale: Holy Spider

Regia: Ali Abbasi

Con Zar Amir-Ebrahimi, Arash Ashtiani, Mehdi Bajestani, Forouzan Jamshidnejad, Sina Parvaneh, Nima Akbarpour

locandina Crimes of the Future

Crimes of the Future

Fantascienza - Canada, Grecia, Francia 2022 - durata 107’

Titolo originale: Crimes of the Future

Regia: David Cronenberg

Con Kristen Stewart, Viggo Mortensen, Léa Seydoux, Scott Speedman, Tanaya Beatty, Lihi Kornowski

Al cinema: Uscita in Italia il 30/11/-0001

Tori and Lokita

Drammatico - Belgio, Francia 2022 - durata 88’

Titolo originale: Tori et Lokita

Regia: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne

Con Pablo Schils, Joely Mbundu

locandina Decision to Leave

Decision to Leave

Giallo - Corea del Sud 2021 - durata 138’

Titolo originale: Decision to Leave

Regia: Chan-wook Park

Con Tang Wei, Go Kyung-pyo, Park Hae-Il, Lee Jung-Hyun, Yong-woo Park

locandina Nostalgia

Nostalgia

Drammatico - Italia 2022 - durata 117’

Regia: Mario Martone

Con Pierfrancesco Favino, Tommaso Ragno, Francesco Di Leva, Sofia Essaïdi, Artem, Salvatore Striano

Al cinema: Uscita in Italia il 25/05/2022

Leila's Brothers

Drammatico - Iran 2022 - durata 165’

Titolo originale: Leila's Brothers

Regia: Saeed Roustayi

Con Taraneh Alidoosti, Saeed Poursamimi, Navid Mohammadzadeh, Payman Maadi, Mohammad Ali Mohammadi, Farhad Aslani

locandina Broker

Broker

Drammatico - Corea del Sud, Giappone 2022 - durata 129’

Titolo originale: Broker

Regia: Hirokazu Koreeda

Con Bae Doona, Kang-ho Song, Ji-eun Lee, Dong-won Gang

locandina Close

Close

Drammatico - Belgio, Olanda, Francia 2022 - durata 105’

Titolo originale: Close

Regia: Lukas Dhont

Con Léa Drucker, Emilie Dequenne, Kevin Janssens, Igor van Dessel, Marc Weiss, Eden Dambrine

Pacifiction

Drammatico - Spagna, Francia, Germania, Portogallo 2022 - durata 165’

Titolo originale: Tourment sur les îles

Regia: Albert Serra

Con Benoît Magimel, Sergi López

Stars at Noon

Drammatico - USA 2022 - durata 135’

Titolo originale: Stars at Noon

Regia: Claire Denis

Con Margaret Qualley, Joe Alwyn, Danny Ramirez, Nick Romano

Un petit frère

Drammatico - Francia 2022 - durata 116’

Titolo originale: Un petit frère

Regia: Léonor Serraille

Con Stéphane Bak, Ahmed Sylla, Annabelle Lengronne

Showing Up

Drammatico - USA 2022 - durata 125’

Titolo originale: Showing Up

Regia: Kelly Reichardt

Con Michelle Williams, Hong Chau, Maryann Plunkett, John Magaro, André 3000, Judd Hirsch