Alla domanda della figlia, Emmanuèle (Sophie Marceau), sul perché in passato sia rimasta con il padre malgrado quel che le ha fatto passare, la madre, Claude (Charlotte Rampling), affetta dal Parkinson e da una grave depressione, risponde semplice, chiara, banale: «Ma perché l’amavo. Stupidina». Ozon non è Pialat. Ozon è semplice, chiaro, banale. Tuttavia la sua banalità è una forma di fede: la fede che i sentimenti, più spesso di quanto vogliamo ammettere, non abbiano bisogno di trucchi. Non abbiano bisogno di nascondersi, di sottrarsi all’evidenza, di violare l’educazione sociale. Anche quando si tratta di morte.

Sophie Marceau, Géraldine Pailhas
Sophie Marceau, Géraldine Pailhas

Perciò alla richiesta ostinata di André (André Dussollier) di farla finita, lui padre di Emmanuèle e Pascale (Géraldine Pailhas), marito separato di Claude, omosessuale, e colpito da ictus, non servono altri accorgimenti che la sua semplice, chiara, banale tautologia. Io voglio perché sono, e perché - appunto - voglio. Per questo motivo È andato tutto bene è assertivo fin dal titolo, che è una frase semplice, chiara, banale, è andato tutto bene, non poteva andare altrimenti, no? Non scambiamolo per un film sull’eutanasia. Non facciamone un testo da dibattito; non inventiamo interrogativi, dubbi, se, ma. Non c’è niente di controverso o di problematico, nel film. Neppure la morte, precisamente.

Ozon non è Bergman. Tuttavia si tratta di un’evidenza apodittica che ha radici profonde nella contemporaneità, e non semplicemente, banalmente, in quanto regola universale. Ciò che André chiede e pretende, con caparbietà che confina con l’egoismo capriccioso, è per Ozon ragione e giustezza sufficienti per mettere in scena oggi (che non vuol dire semplicemente, banalmente, raccontare, riflettere, svolgere) una separazione dallo stato delle cose e una disomogeneità in quanto scelta dell’io più deciso. Fino all’ultimo respiro (letterale). Perché all’io, dal momento in cui la società non c’entra più, non si può dire di no.

Sophie Marceau, Géraldine Pailhas, Hanna Schygulla
Sophie Marceau, Géraldine Pailhas, Hanna Schygulla

Lo ripete più volte, Emmanuèle, «a mio padre non si può dire di no», lei che da bambina lo voleva vedere morto, almeno a parole, e che adesso, da adulta, si ritrova ad amarlo e ad assecondarlo con tutta se stessa, contro l’insolenza, la buona creanza, contro la legge. Allora la velata ironia, che sembra fare di È andato tutto bene un I figli della violenza rovesciato (non è casuale se il film di Buñuel è esplicitamente citato da André), è tutt’altra cosa dal mezzo utile a elaborare un “tema” troppo grosso, troppo importante: per Ozon è una sensibilità semplice, chiara, banale, come lo sono la commozione, la complicità tra sorelle, l’aiuto e l’esserci nella coppia, il desiderio di morire. Sì, dunque, non poteva che andare tutto bene, in un film che confida così tanto nella persona da rendere ogni scelta di casting un valore totale (che splendore il ruolo di Éric Caravaca; che splendore aver chiamato Jacques Nolot per quella parte lì, e non dico di più). In fondo non c’è altro di veramente indiscutibile, nella vita: la persona. Talvolta è così anche nel cinema: non potrebbe essere diversamente, non potrebbe andare diversamente.

Autore

Pier Maria Bocchi

Pier Maria Bocchi guarda cinema da quando aveva 5 anni. E forse anche prima.

Il film

locandina È andato tutto bene

È andato tutto bene

Drammatico - Francia 2021 - durata 113’

Titolo originale: Tout s'est bien passé

Regia: François Ozon

Con Sophie Marceau, André Dussollier, Géraldine Pailhas, Charlotte Rampling, Eric Caravaca, Hanna Schygulla

Al cinema: Uscita in Italia il 13/01/2022