Una palla da demolizione: l’Upper West Side è teatro di una lotta tra bande presto polverizzate dalla gentrificazione, dall’imminente costruzione del Lincoln Center. Il pianosequenza iniziale è sguardo rassegnato su una mutazione urbana che racconta l’America di ieri, che divide i poveri come quella odierna: muri, inferriate, reti metalliche.

Spielberg non rifà il capolavoro di Robert Wise e Jerome Robbins, rilegge piuttosto il libretto di Arthur Laurents, pareggiando impeto politico e idillio amoroso: per questo dipinge una New York percepibile, rompendo le geometrie del film del 1961, la sua linearità quasi astratta, con una macchina da presa meno contemplativa e più classicamente partecipe del gesto coreografico di Robbins, rielaborato - con quella lucidità postmoderna che illumina sempre il suo lavoro - da Justin Peck: quadri nitidissimi, movimenti essenziali, performance iperatletica ad assecondare il sincopato incrocio di ritmi delle musiche di Leonard Bernstein.

Cuore della storia è ancora il sofferto oscillare tra sempre e mai, con vittoria scontata del secondo (è la tragedia d’amore per eccellenza, del resto). Siempre e nunca : ché lo script di Tony Kushner porta a galla il bilinguismo, mentre tinge di violenza verista il conflitto razziale, di perfidia la repressione poliziesca, di rabbia dissennata la paura (trumpiana?) dell’altro. E spalanca al furore della danza e alla recita drammatica ambienti altri rispetto alla prima versione: la palestra, la stazione di polizia, la morgue persino.

Quella di Spielberg è attualizzazione gentile e incisiva a un tempo, che trascina nel caos della strada finanche il momento topico di America (applausi), segnando col brio il doloroso iato tra il sogno del migrante e la realtà dell’emigrato. Che mette a fuoco l’amicizia conflittuale tra Riff e Tony - l’ombra di una vecchia ruggine amorosa (Graziella) -, la vendetta di Chino - che avrebbe occhi solo per Maria, se la bromance con Bernardo non tingesse di ambiguità la sua reazione - e le rivendicazioni di genere di Anybodys, tomboy che a un occhio profano potrebbe sembrare invenzione inclusiva di oggi, testimoniando, di contro, la modernità del dramma di ieri.

Nel giovane cast senza divi, intanto, vince la rivelazione Rachel Zegler nel ruolo di Maria, mentre Ansel Elgort è un Tony sicuro, limpido nelle sue arie tenorili. Rita Moreno, invece, testimonia commossa il cinetotem precedente: vedova del mentore Doc, è sua sostituta, nell’unico ruolo vagamente genitoriale di un’opera abitata da una gioventù perduta, freudianamente dedicata dal regista al padre.

West Side Story è film di virtuosismo fertile, giocato visivamente su contrasti chiaroscurali, una luce che fende gli ambienti (e un’orgia di flare, bagliori di realtà) e mille ombre che si allungano e s’intersecano minacciose (la mischia, i magnifici titoli di coda), in cui la gioia del movimento non stempera l’asprezza della critica. Grande spettacolo anche in questo impervio coniugare grazia e potenza.

Autore

Luca Pacilio

Posseduto dalla diabolica Torino, vicedirettore della rivista cinematografica online Gli Spietati, per Film TV cura la sua malattia (la videomusica) e (dunque) la rubrica Videostar, dedicata agli autori e ai protagonisti del video musicale contemporaneo. Amando perdere, e non seguendo il calcio, coltiva le enciclopedie fallimentari di Peter Greenaway.

Il film

locandina West Side Story

West Side Story

Musicale - USA 2021 - durata 156’

Titolo originale: West Side Story

Regia: Steven Spielberg

Con Ansel Elgort, Rachel Zegler, Ricky Alvarez, Ariana DeBose, Mike Faist, Brian d'Arcy James

Al cinema: Uscita in Italia il 23/12/2021

in streaming: su Chili