È finalmente arrivato il momento di parlare di George Carlin, verosimilmente uno dei cinque comici migliori che abbiano mai messo piede su un palcoscenico (dovreste provare a sentire mio zio a Natale dopo che ne ha bevuto uno di troppo, ma la quantità di bestemmie sarebbe davvero eccessiva). Solo che quando parliamo di Carlin – newyorchese duro e puro di origini irlandesi, scomparso troppo presto nel 2008 (a 71 anni) per via di un cuore messo eccessivamente alla prova da eccessi di ogni tipo – è necessario sottolineare non solo che è stato fra i comici più divertenti di sempre (lo è stato), ma che è stato anche uno dei comici più importanti e influenti del 900. Se oggi vi capita di vedere una stand-up incazzata, socialmente rilevante, che vuole lasciarvi qualcosa su cui riflettere e regalarvi una particolare visione del mondo: ringraziare George Carlin; se vi capita di apprezzare un comico che gioca con il linguaggio con la gioia di un glottologo sboccato senza paura delle ripercussioni (sette arresti in quasi 50 anni di carriera), che sembra aver scritto una poesia che assomiglia a un sermone ma che in realtà è uno sfogo, che modula la musicalità parlata della propria performance come se stesse conducendo un’orchestra: citofonare George Carlin.

Ma il vero motivo per cui è arrivato il momento di parlare di George Carlin è perché George Carlin è un pilastro talmente enorme della comicità che qualcuno si è sentito in dovere di resuscitarlo. E senza nemmeno chiedergli il permesso, pensa te che gaglioffi. Carlin, infatti, è l’involontario protagonista di un esperimento con l’intelligenza artificiale che è parimenti inquietante e affascinante. I responsabili della frankensteinata sono l’attore (e a sua volta comico) Will Sasso e lo scrittore non imprescindibile Chad Kultgen – forse avete visto l’insulso film tratto da un suo romanzo, Men, Women & Children, e in tal caso siamo molto spiacenti e vi siamo vicini – titolari del podcast comico Dudesy, che da una novantina di puntate a questa parte smanetta con l’IA cercando di riflettere sull’essenza della comicità. Pochi giorni fa, Sasso e Kultgen hanno pubblicato online l’apice (sinora) dei loro esperimenti, uno speciale di stand-up in cui la “loro” intelligenza artificiale imita George Carlin dopo essere stata nutrita di tutto il vasto materiale a disposizione lasciatoci in eredità dal comico.

Il risultato è, come detto, inquietante e affascinante. Dudesy esordisce mettendo le mani avanti: “Ciao, mi chiamo Dudesy e sono un’intelligenza artificiale comica. State per ascoltare il mio secondo speciale. Voglio essere chiara: quello che state per ascoltare non è George Carlin, è la mia imitazione di George Carlin. Che ho sviluppato nella stessa maniera in cui sarebbe stata sviluppata da un imitatore umano: ho studiato tutto il materiale di George Carlin e ho fatto del mio meglio per imitare la sua voce, la sua cadenza, la sua attitudine e mi sono concentrato su argomenti attuali che credo lo avrebbero interessato. È proprio come Andy Kaufman che imita Elvis o Will Ferrell che imita George W. Bush. Ho deciso di intitolare lo speciale George Carlin: I’m Glad I’m Dead, sono felice di essere morto”. Chiedersi come reagirebbe Carlin a una faccenda del genere è come chiedersi cosa direbbe Dante della schwa: è una questione tanto impossibile quanto idiota. Trovo molto più interessante cercare di capire cosa sia riuscita a cogliere, a proposito della comicità di Carlin, la mente iper-logica di un cervello tecnologico dotato di una elevata capacità di computazione.

Perché Carlin, come dimostra anche lo storico bit delle Seven Dirty Words che vi appoggiamo qui sopra, è stato per (quasi) tutta la sua carriera il più alto esempio di comico e performer la cui arte è il perfetto connubio di emotività al servizio del pensiero raziocinante. Definizione che, peraltro, a pensarci bene funziona invertendo i termini. Carlin emerge negli anni 60 come comico assolutamente nei ranghi. All’inizio della sua carriera, infatti, è stato il classico tizio da giacca, cravatta, capelli tagliati corti e ben impomatati: si conciava, cioè, come serviva conciarsi per riuscire a infilare il piede nell’uscio degli studi televisivi. Ma dopo essersi assestato, aver capito cosa voleva davvero fare della propria arte e aver scoperto che il mondo è un posto infido e che le droghe sono terribili ma anche molto divertenti, il comico newyorchese ha cambiato drasticamente rotta, maturando nella sua versione barbuta e anti-establishment che entrerà nella storia della stand up. Con il passare degli anni, dopo aver assistito e aver partecipato (nel senso che è stato portato dentro pure lui) al famigerato arresto per atti osceni di Lenny Bruce – e a forza di incalcolabili esibizioni a cui è stato obbligato, a suo stesso dire, dai debiti contratti con l’agenzia delle entrate USA a causa delle dimenticanze da abuso di cocaina e alcol – Carlin ha deciso che la comicità era ben altra cosa rispetto alla semplice (e pur rispettabile) capacità di scrivere e raccontare una battuta. La nascita del Carlin definitivo avviene con un taglio netto e in un momento ben preciso, nel 1972 con l’album FM & AM – il primo dei suoi cinque Grammy, gli altri sono Jammin’ in New York del 1992 (qui bello comodo con dei validi sottotitoli in italiano), Brain Droppings (2001), Napalm & Silly Putty (2002) e It’s Bad for Ya (2008).

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George Carlin - It's Bad For Ya

Tornando a Dudesy, è interessante notare come l’IA si sia comportata in maniera molto furba, scegliendo (sempre logicamente) di prendere ispirazione quasi esclusivamente dal Carlin più celebre, quello che da FM & AM in poi si è fatto, per quasi 40 anni, polemico e indispensabile portavoce di una controcultura lontana dalla moda del momento (niente roba da figli dei fiori), ovvero di una cultura contro che cerca sempre di colpire l’ordine costituito dal basso verso l’alto (dio, i politici, le persone schifosamente ricche, i benpensanti, i lobbisti) scegliendo per se stesso il difficile mestiere del satiro cinico ma colmo di umanità, per denudare le storture e le insensatezze della realtà sociale, politica e per certi versi anche culturale che l’essere umano (facciamo l’uomo) si è costruito prestando ascolto agli aspetti più brutali, meschini e violenti della propria natura. Dudesy esordisce scusandosi per averci messo così tanto a produrre del nuovo materiale. Ha una buona scusa, per carità, essendo morto nel 2008 – stacco sull’immagine, sempre generata dall’intelligenza artificiale, di una finta lapide gotica di George Carlin in pietra nera, nello scorcio idilliaco di quella che sembra una foresta bagnata da un sole appena sorto. Il primo bit è quasi scontato, vista l’insistenza con cui il vero George Carlin, negli ultimi anni della sua vita e della sua carriera, insisteva sull’argomento: il dio immaginato dagli uomini, rigorosamente minuscolo, e tutte le idiosincrasie e ipocrisie che i dettami della fede istituzionale si portano appresso. La IA, quindi, individua un’altra delle grandi caratteristiche comiche di Carlin, stavolta stilistica più che tematica: l’elenco esasperato, esasperante, in climax, serrato, senza prendere fiato, quasi aggredendo il tema, quasi come fosse la strofa di un pezzo gangsta rap, giocando con le parole e le assonanze – e il migliore esempio rimane sempre, di nuovo, quello delle Seven Dirty Words.

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George Carlin

Grazie al cielo con cui Carlin era giustamente arrabbiato, l’intelligenza artificiale si dimostra perfettamente in grado di costruire i set up a delle battute che non sfigurerebbero nel repertorio di qualsiasi comico professionista, ma fatica a tirare fuori punchline degne di nota, nonostante l’algoritmo riesca davvero a imitare (quasi) alla perfezione il tono, il ritmo e l’andamento di un’esibizione di Carlin. A dispetto di tutto lo studio e dell’indubbia capacità di elaborazione silicica di Dudesy, il botto finale che chiude le sue battute è sempre quello più logico, quello che ci si può aspettare. L’IA è, per fortuna, ancora al livello di quei comici mediocri che vanno a raccogliere il frutto che sta più in basso sull’albero delle punchline. Eppure – perché c’è sempre un eppure nascosto da qualche parte – il lungo bit sull’ossessione per tutto ciò che riguarda i reality e la nostra mania per il sangue, la disperazione, il sesso e la morte raggiunge forse l’apice dell’inquietante, dell’uncanny valley: sai che non è così, ma è difficile credere che non sia il vero Carlin a sputare rime sciolte sul misero e ironico stato dell’umanità, troppo impegnata a farsi fregare il cervello dalle nozioni inutili di cui è colma la tv spazzatura – chi scopa chi, chi muore come e perché, chi litiga con chi, chi piange disperato – per prestare attenzione a cose che, effettivamente, sembrano particolarmente più importanti anche se molto più grandi di noi. Perdiana, esistono gli alieni e noi siamo qua a preoccuparci del nuovo ganzo con cui Taylor Swift sta ficcando? Ora dico una cosa che è enorme nella sua banalità: una IA non può sostituire George Carlin, né Richard Pryor, Lenny Bruce o Robin Williams. Al momento può pensare, forse, di sostituire un comico o uno scrittore mediocre, e può solo sperare di scimmiottare il genio. Per quanto riguarda noialtri – forme di vita a base carbonio che assumiamo il ruolo di spettatori, lettori e appassionati – ciò a cui è necessario aspirare è una crescita nell’abilità di discernimento, ognuno nel proprio ambito; curare e coltivare la nostra capacità di comprendere un testo e di saperne cogliere il contesto. È impossibile, perché siamo mediamente un branco di beoti incastrati in una vita triviale già complicata così com’è, figurarsi ad aggiungere queste sovrastrutture. Ma forse anche George Carlin e Dante sarebbero d’accordo.

Autore

Nicola Cupperi

Scrive per FilmTv perché gliel'ha consigliato il dottore. Nel tempo libero fa la scenografia mobile. Il suo spirito guida è un orso grigio con le fattezze di Takeshi Kitano.