Là fuori nell’etere ci sono un sacco di spettacoli di stand-up in qualsiasi lingua e modalità. Addirittura ce ne sono alcuni che non vengono registrati da Netflix. Al che, prima di proseguire, pare d’uopo porsi la questione: gli spettacoli di stand-up che non diventano speciali sono come gli alberi in mezzo alla foresta? Se non sono su Netflix, fanno lo stesso rumore? Credo di sì, d’altronde la maggior parte dei locali che ospita la stand-up ha un sistema di amplificazione. Ci sono un sacco di spettacoli là fuori nell’etere, dunque, ma pochi di loro sono come quello nuovo di Mike Birbiglia (disponibile su Netflix) che si intitola The Old Man and the Pool e, al contrario dei monologhi firmati dalla stragrande maggioranza dei colleghi, quando lo vedi hai la netta sensazione di assistere a un testo di letteratura umoristica che viene se non declamato quanto meno recitato, con tanto di movimenti studiati sul palco e scenografia minimale (ma sfruttata in più occasioni) che aggiunge un elemento in più alla classica coppia sgabello/tazza per bere o far finta di bere. Non ci sono le canzoni, gli intermezzi coreografati o la regia studiata degli speciali di Bo Burnham. Solo una storia, con un capo e una coda, scritta come se fosse un intimo racconto umoristico e recitata appoggiando le battute e rinforzandone il senso letterale, non stravolgendolo con un atteggiamento opposto. Sto dicendo: se avessimo davanti a noi il testo di The Old Man and the Pool, a leggerlo ci farebbe ridere quasi – sottolineo più volte quasi – quanto a vederlo messo in scena da Birbiglia. Non dico che sembra di vedere Woody Allen negli anni 60 – augurare oggi a qualcuno la carriera di Woody Allen potrebbe essere interpretato come un messaggio ambiguo – ma sembra di vedere Woody Allen negli anni 60.

Mike Birbiglia è uno di quegli italo-americani alla lontana che storpia autonomamente la pronunzia del proprio cognome e invita anche gli altri a farlo. Non Scorsese, ma Scorsesi; non Birbiglia, ma Birbighlia. Vi possano bloccare ai cancelli del vostro paradiso per almeno qualche minuto di puro terrore perché San Pietro dice che in lista non vede nessun “Birbighlia”. Non è un accidente che la comicità di Birbiglia sia di stampo così teatrale e letterario. Mike ha mosso i primi passi nel genere come autore dietro le quinte e come membro di gruppi d’improvvisazione, evolvendosi con la collaborazione a The Moth – collettivo newyorchese fluido e non profit dedicato all’arte della narrazione tout court – e sublimando la propria arte da monologhista con due spettacoli teatrali off Broadway, Sleepwalk with Me e My Girlfriend’s Boyfriend, che hanno ottenuto grande successo di pubblico e critica. Il primo, storia dei problemi di Birbiglia con il sonnambulismo, è poi diventato anche il suo omonimo esordio al cinema come regista e sceneggiatore, presentato in concorso al Sundance Film Festival nel 2012.

Il 44enne Birbiglia parla di quello che è e di quello che sarà, ponendo le grandi domande della vita: chi siamo? Dove andiamo? Perché c’è tutto quel cloro nelle piscine pubbliche? Parla del tempo che passa (del suo tempo che passa) e lo fa raccontando una storia ben precisa, quella di una serie di visite dal medico di base e dalla cardiologa – lui che viene da una famiglia di maschi, suo papà e suo nonno, che a 56 anni precisi hanno avuto un infarto – che rappresentano la scusa per ricordare il passato e provare a pucciare un alluce per testare le acque del futuro. Il suo rapporto con lo sport in adolescenza. Il trauma della piscina pubblica quando era bambino (“L’unica cosa più brutta di vedere 100 vagine insieme è vedere 100 peni. Ad altezza occhi”). Il rientro a casa dalla moglie e dalla figlia dopo la visita con la dottoressa del cuore (“Avere una figlia o un figlio di tre anni è come partecipare a un rave in pasticceria”). I tentativi di rimettersi in forma con il nuoto, garantendosi qualche anno di vita in più rispetto al padre e al nonno. Flashback e flashforward che fanno avanti e indietro sulla linea temporale del racconto, inframezzati anche da battute secche che non starebbero per niente male in qualche antologia di aforismi (“Una battuta, senza il contesto appropriato, le sfumature, la cadenza e i tempi comici giusti, spesso diventa un’affermazione di pura pazzia”).

Birbiglia conclude il suo racconto – degno di un ingranaggio alla Nolan per quanto riguarda gli incastri della fabula nel continuum spaziotemporale – con un meta-bit che conferma quanto visto fino a quel momento, portando il concetto di spettacolo ibrido fra teatro e stand-up ancora più in là: Birbiglia mette in scena un’interazione con il pubblico – spingendolo per un attimo a essere il comico di se stesso – in una maniera che è chiaramente sceneggiata nei dettagli, ma non risulta artata. Per poi concludere lo spettacolo – storia di un comico che riflette sulla propria mortalità – ricreando per gli spettatori il momento più vicino alla morte che gli sia capitato. Un monologo sorprendente, lungo (un’ora e un quarto) ma senza mai perdere tensione, perfettamente calibrato sul tono sarcastico e forbito (ma senza tracotanza) di Birbiglia, sorprendente e colmo di riflessioni oneste e piene di grazia. La grazia quella reale però, mica quella dei santi; quella delle persone fallaci che si mangiano una pizza taglia famiglia da sole, che per convincersi a fare attività fisica con costanza devono aspettare la prima diagnosi memento mori e che non sono d’accordo con il maestro, che a Beethoven e a Sinatra preferiva l’insalata, a Vivaldi l’uva passa che gli dà più calorie.

Autore

Nicola Cupperi

Scrive per FilmTv perché gliel'ha consigliato il dottore. Nel tempo libero fa la scenografia mobile. Il suo spirito guida è un orso grigio con le fattezze di Takeshi Kitano.