Scusate, clickbait: a dispetto del titolo Armageddon, infatti, non c’è fine del mondo nell’ultimo stand-up di Ricky Gervais, disponibile su Netflix. Oddio, ce n’è un po’; ma è giusto una spolverata. Un assaggino. Gervais è da sempre troppo impegnato nella missione di educare, anche sommergendo di ridicolo, le persone e gli atteggiamenti che ritiene stupidi per permettersi una cappella del genere: a voler essere filologici, in effetti, l’Armageddon non è la fine del mondo come la intendeva Michael Bay. Da un po’ più di secoli – ben prima che Bruce Willis si sacrificasse per noi – a detta dell’Apocalisse di Giovanni, Armageddon è il luogo in cui i re malvagi della Terra, scherani di Satana, si daranno appuntamento nel giorno campale in cui muoveranno guerra contro Dio. Che poi questo infausto ritrovo e la successiva battaglia provocheranno sostanzialmente la fine del mondo possiamo anche immaginarlo, abbiamo visto tutti Il signore degli anelli. Ma Armageddon non è la fine del mondo in sé, bensì il luogo da cui scaturirà la fine del mondo. E Gervais, che intravede ironicamente l’Armageddon in quel luogo della società da cui scaturiscono le frange più battagliere e intolleranti della cultura woke, continua la sua personale battaglia contro una posizione estremista che ritiene stupida e pericolosa. Forse fin troppo fedele a se stesso, si ripete nei temi e si irrigidisce nei modi, firmando uno spettacolo di tecnica indiscutibile, ma che sembra la brutta copia stizzita di altri suoi monologhi.

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Armageddon

Armageddon è uno spettacolo in cui Gervais si mette su un doppio piedistallo: quello del palco, come qualsiasi altro collega, ma anche quello della cattedra da cui insegna – con parole via via sempre più semplici fino al finale in cui si toglie la maschera e parla senza scherzare – la sua idea logica di comicità. Lo fa perché il personaggio che porta sul palco della stand-up, la sua persona comica, è sempre stato quello del bastardello sfacciato sbruffone smargiasso arrogante che è meglio di noi in tutto e per tutto: è più ricco, è più bravo, è più consapevole, è più razionale, è più preparato, è più logico, è (stato) più bello. Che piaccia o no questa idea di maschera – ci sono parametri prossemici e non che stemperano la tracotanza del personaggio, tra cui la pacatezza, la capacità di essere autoironico e il sorriso aperto – Gervais è sempre stato così. Con Armageddon, però, raggiunge quasi il parossismo, spendendo gran parte del monologo nel tentativo di umiliare a livello retorico le persone che lo hanno criticato in passato per le sue battute, considerate retrive, dirette dall’alto verso il basso e oltre il cattivo gusto.

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Armageddon

Lungi dall’essere un sessantenne del partito “Non si può più dire niente, fra un po’ ci toglieranno anche i cantieri da fissare intensamente”, Gervais porta la discussione verso un piano diverso: non è vero che non si può più dire niente, si può dire tutto quello che si vuole ed è giusto prendersi le responsabilità per quello che si afferma, ne possiamo discutere all’infinito; ma la verità è che c’è qualcuno di fanatico – lui li definisce “prepotenti puritani e autoritari” – che pretende di imboccare negli altri le parole che ritiene giuste senza possibilità di dissenso. Se non annunci di essere antifascista pubblicamente, didascalicamente e senza che nessuno te l’abbia chiesto, dice Gervais, sui social potresti essere additato come fascista. “Le parole cambiano. La parola ‘fascista’ tradizionalmente indicava un membro di un regime autoritario di estrema destra che utilizza militarismo e violenza per sopprimere i diritti individuali. Oggi la parola ‘fascista’ può significare che qualcuno ha messo like a un tweet di Joe Rogan”.

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Suona molto più incarognito del solito, Gervais, quando dice battute come: “Io ho vissuto i migliori 60 anni e la migliore mezza età che il progresso umano sia riuscito a ottenere. Ma la nostra stupidità ci ha portati sul precipizio. Fra 40 anni, un ventenne di oggi passerà i suoi 60 anni chiuso in casa con una mascherina addosso a piangere. Come fanno adesso per le mie battute”. Più che nella grande tradizione del roast – l’insistita presa in giro anche volgare e cattiva ma sempre bonaria – qua sembra proprio di addentrarsi in qualcosa di personale e sentito, soprattutto quando il tono scavalla la goliardia e diventa greve, quasi vendicativo. Un odio che stona con il pensiero logico-razionale solitamente sfoggiato da Gervais. Certo, c’è un’idea di fondo – uno dei cavalli di battaglia del comico inglese – che rende coerente l’intero monologo, ovvero che l’umanità conti davvero poco dal punto di vista dell’universo o anche solo da quello della Terra. Se ci estinguessimo domani, il pianeta ci digerirebbe a fatica, ma entro qualche tempo sarebbe come nuovo; se non ci fossero più le api, invece, la Terra diventerebbe un unico deserto in poco tempo. Dunque, dice Gervais, il genere umano continua a essere solo una specie di scimmia narcisista e delicata, che si offende per delle parole.

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“Sono solo battute. Nella vita non uso la parola con la R, sto solo recitando un ruolo. ‘Sembravi molto convincente’. Sì, è perché sono bravo. Non vai da Sir Anthony Hopkins a dirgli ‘Ho visto Il silenzio degli innocenti: sei davvero un cannibale?’. Pensa se non fossi così bravo a fare battute, se si capisse subito che sto solo scherzando. Sarebbe da ritardati”. Lungo tutto il monologo, Gervais lascia nelle annotazioni meta-testuali per ribadire anche ai più duri di comprendonio come funziona, secondo lui, la comciità. Più avanti si ripete con il bit sulla coppia africana, Jeff e Tracy, che ha un figlio malato di AIDS e per tirarsi su decide di guardare lo speciale di Gervais su Netflix. Tracy rimane basita e quasi offesa dal fatto che stiano ridendo di loro. Jeff le ricorda che sono una coppia immaginaria con un figlio immaginario e chiunque si senta offeso da una battuta è un fottuto coglione. “Perlomeno non ha imitato il nostro accento” dice Jeff e Tracy risponde “Sì, ma solo perché la sua compagna lo ha pregato di non farlo”. Lo spettacolo si conclude con un appello, avulso dal personaggio, a non giudicare il senso dell’umorismo altrui e a non aver paura di ridere delle cose che ci fanno ridere, anche se (a livello letterale) sono inaccettabili. La comicità è così. È una forma d’arte che distorce il mondo sotto la lente dell’umorismo e aiuta a mettere in prospettiva, a esorcizzare, a superare un trauma o anche solo a notare un punto di vista diverso. Può persino aiutare ad accettare con discreta pace che uno dei migliori comici degli ultimi 20 anni cominci fisiologicamente ad arrugginire e a parlarsi addosso: a 60 anni Bill Cosby era messo molto peggio.

Autore

Nicola Cupperi

Scrive per FilmTv perché gliel'ha consigliato il dottore. Nel tempo libero fa la scenografia mobile. Il suo spirito guida è un orso grigio con le fattezze di Takeshi Kitano.