Esiste un universo parallelo in cui, nella seconda metà degli anni 70, Kubrick ha realizzato il suo desiderio di adattare per il grande schermo Doppio sogno (novella di Arthur Schnitzler da cui ha poi tratto Eyes Wide Shut) seguendo il suo primo istinto e scegliendo un protagonista maschile che avesse “la resilienza di un comico”. Un comico come Steve Martin, per esempio, che nella nostra triste (si fa per dire, suvvia) realtà in cui quell’idea non è mai andata in porto, è stato davvero ospite di Kubrick a Londra per discutere del progetto. Che poi non si è realizzato per un ripensamento del regista; e alla fine, come sempre nella vita, ha vinto Scientology.

Lavorare con Kubrick sarebbe certamente stata la ciliegina sulla torta di una carriera, quella di Martin, che sul grande schermo l’ha comunque visto collaborare in film buffi (ma anche meno buffi) con gente del calibro di Carl Reiner, Frank Oz, John Hughes, John Landis, Lawrence Kasdan, Nora Ephron, David Mamet, Joe Dante, Herbert Ross, Ron Howard, Nancy Meyers e Ang Lee. Sarebbe stata una ciliegina ancora più dolce della comunque validissima marasca rappresentata da Only Murders in the Building: il recente, delizioso esordio nella serialità televisiva di Martin (come interprete, ideatore e produttore), esempio perfetto di quello che succede quando un professionista di rara intelligenza è in grado di (ri)mettersi in gioco affidandosi alle persone giuste, prendendosi la corretta fetta della ribalta (esattamente un terzo, condividendo il resto del palco con l’amico di lunga data Martin Short e la sorprendente Selena Gomez) senza rimanere fossilizzato sulla gloria d’antan.

Resta da capire una faccenda neanche troppo secondaria: come mai Steve Martin, che fra la critica anglofona è addirittura ritenuto uno dei migliori attori a non avere mai ricevuto una nomination agli Oscar, dalle nostre parti non ha la stessa eccellente considerazione di cui gode in patria? La risposta è semplice: a noi è stata preclusa, per ovvie barriere linguistiche e meno ovvie barriere culturali, tutta quella parte della carriera di Martin, fatta di stand-up comedy e sketch show, esclusivamente dedicata alla comicità nella sua forma più pura, meno contestualizzata e imprigionata da esigenze narrative. Certo, abbiamo goduto dell’ombra di quella brillante scemenza nonsense che lo ha reso famoso negli anni 70, quando riempiva teatri da migliaia di posti e vendeva milioni di dischi con le registrazioni dei suoi spettacoli.

Abbiamo, in parte, abbracciato il culto de I tre amigos e di Bowfinger, la stranezza de La piccola bottega degli orrori, la tenerezza della sua chimica con John Candy in Un biglietto in due. Ma non ci è mai passato per l’anticamera del cervello di ritenere Martin uno dei migliori attori a non avere mai ricevuto una nomination agli Oscar. Ci manca un tassello fondamentale, tutta quella parte di inizio carriera che Martin ha speso smantellando e ridefinendo la comicità stand-up.

Influenzato dagli studi universitari in filosofia, il giovane Steve Martin inizia a riflettere sulla commedia da un punto di vista logico, ragionando sulla potenza comica dei non-sequitur, del nonsense e della manipolazione del climax di una battuta. Scrive, nella sua biografia: “Mi chiedevo: cosa succederebbe se una battuta non avesse un climax? Se non venissero forniti chiari indicatori di risata? Cosa succederebbe se creassi una tensione senza dissiparla? Se fossi diretto verso un climax, ma poi consegnassi un finale anticlimatico? Cosa se ne fa il pubblico di tutta quella tensione insoluta?”. Probabilmente non è il primo a ragionare con questa profondità sui formalismi dell’umorismo – dall’altra parte dell’oceano cominciano già a farsi notare i Monty Python – ma è sicuramente fra i migliori a screziare una forma classica di intrattenimento con una versione quasi parodistica dello stesso.

Martin sapeva fornire al grande pubblico quel gigioneggiare populista per cui pagava il biglietto, per poi stenderlo con tangenti filosofiche,


momenti insensati


e faccende al limite del cattivo gusto, come i palloncini “a forma” di malattia venerea


e il finto numero di giocoleria con i gattini – talmente celebre da venire ripetuto anche in uno dei suoi primi film, Lo straccione.


Nel passaggio al grande schermo, la complessità e la stratificazione della comicità di Martin viene per forza di cose diluita, sommersa da un impianto cinematografico che più che esaltarlo tende (la maggior parte delle volte) a irreggimentarlo. Eppure, nonostante tutto, a 76 anni suonati è comunque riuscito a regalarci una perla come Only Murders in the Building. Avercene.

Autore

Nicola Cupperi

Scrive per Film Tv perché gliel'ha consigliato il dottore. Nel tempo libero fa la scenografia mobile. Il suo spirito guida è un orso grigio con le fattezze di Takeshi Kitano.

La serie tv

locandina Only Murders in the Building

Only Murders in the Building

Giallo - USA 2021 - durata 32’

Titolo originale: Only Murders in the Building

Con John Hoffman, Steve Martin, Martin Short, Selena Gomez, Aaron Dominguez

in streaming: su Disneyplus