Non è tanto che è uscito il nuovo speciale di Bill Burr. Sarebbe più corretto scrivere che il precursore della stand-up su Netflix è tornato sugli schermi che ha contribuito a sdoganare – Burr è stato il primo comico di rilievo a tentare, nel 2012, la strada Netflix (in alternativa ai canali ufficiali della stand-up in tv, Comedy Central e HBO) facendo da cavia a un metodo che poi avrebbe reso ricchi e felici molti colleghi. E oltretutto si ripresenta con una doppietta davvero ragguardevole: da una parte Friends Who Kill, un’antologia di comici notevoli (Jimmy Carr, Michelle Wolf, Jeff Ross, Ian Edwards, Dave Attell, Steph Tolev) che si conclude con Ronny Chieng che canta (bene) Katy Perry; dall’altra il vero e proprio speciale in solitaria, Live at Red Rocks, la solita lunga sfuriata di Burr – da anni il comico più incazzato del mondo – che va dallo strano parallelismo fra Coco Chanel e Sean Connery, al sogno di una versione degli Hunger Games mista a Squid Game in cui fanatici vax e no-vax lottano all’ultimo vaccino, planando inevitabilmente su uno degli argomenti preferiti dal comico americano, gli estrogeni.

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Bill Burr

Burr è il comico che è riuscito nell’impresa di prendere le battute fuori tempo massimo che rientrano nella macro categoria “uomo contro donna” e ad aggiornarle ai nostri tempi e ai nostri modi. È così che nasce la scellerata alleanza tra maschio eterosessuale e donne lesbiche immaginata in Live at Red Rocks; che non è tanto una lotta comune contro la femminilità, quanto un ritrovo di quelli che in un rapporto sono succubi della metà più volitiva. La fissazione per le idiosincrasie femminili – pareggiata, peraltro, da uno sguardo altrettanto impietoso sui più stupidi esempi di testosterone in azione – è solo uno dei tanti leitmotiv che rendono la comicità di Burr una delle più riconoscibili in giro. Non solo leitmotiv tematici.

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Bill Burr

Nei suoi monologhi si possono sempre ammirare alcune eccellenze tecniche. Innanzitutto il Crowd Work  – “lavorarsi il pubblico”, ovvero l’interazione diretta con gli spettatori –, ma anche l’utilizzo del microfono e della modulazione della voce, e la maneggevolezza con cui brandisce uno speciale strutturato su sequenze molto lunghe. Molto più lunghe della prassi inseguita dalla maggior parte dei comici. Sembra quasi che Burr scelga di essere fieramente anacronistico anche in questo, nello sfidare una soglia dell’attenzione sempre più bassa – la comicità su TikTok è molto bella, ma non aiuta troppo per quanto riguarda il deficit di attenzione. Il fatto è che Burr è uno di quei comici che più ha perfezionato la naturalezza del suo monologo, anche grazie alla sua abilità nell’improvvisazione: quando si esibisce non sembra mai quello che effettivamente è, un set provato e riprovato, scolpito e scalpellato una battuta alla volta davanti a decine di pubblici diversi, aggiungendo togliendo cambiando spostando e arrivando finalmente al testo finale; sembra invece di ascoltare qualcuno che va a braccio, come un amico particolarmente ispirato con cui ti sei trovato a bere una (dieci, cento) birre, e a cui fai una domanda su un argomento che sai benissimo triggerarlo, per poi goderti l’esilarante intemerata di un’ora e passa su tutte le ipocrisie del mondo e su tutte le lamentele dell’universo. A Bill Burr è andata bene di non essere nato in Veneto, in Toscana o in Friuli: non sarebbe mai diventato così famoso con tutte quelle bestemmie.

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Bill Burr

Però come si affronta un comico così arrabbiato? E lui stesso, come fa a disinnescare tutta la rabbia che tira fuori? Burr risolve il doppio inghippo – di non perdere per strada il pubblico e di non andare completamente fuori di testa – parlando spesso e volentieri (e non con grande affetto) di se stesso e di tutte le tare famigliari e psicologiche vissute, di tutto il grumo sommerso e represso figlio della sua età formativa e dello spaziotempo in cui si è svolta (la periferia della periferia di Boston, tra gli anni ‘70 e ‘80, quell’allegro ambientino che è stato terreno fertile per la gente di The Town e The Departed), e lo fa con quella che sembra una sincerità disarmante. O forse è tecnica da comico stand-up. O più probabilmente sono entrambe.

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Bill Burr

Infine Burr rimane anche il più testardo fra gli strenui difensori degli stereotipi usati bene. È una china molto scivolosa, quella degli stereotipi usati bene. Dice il dizionario, giustamente, che in psicologia lo stereotipo è qualsiasi opinione rigidamente precostituita, cioè non acquisita sulla base di un’esperienza diretta e che prescinde dalla valutazione dei singoli casi. In pratica si tratta di generalizzare bypassando l’osservazione dell’individualità, procedendo al giudizio nonostante le informazioni limitate. Detta così, il ragionamento per stereotipi sembra il male incarnato. In realtà è una risposta normale del nostro sistema cognitivo, sempre oberato di stimoli e disposto a trovare modi anche goffi per risparmiare RAM e far girare il sistema cervello il più agilmente possibile. Quello che dice Burr, in pratica, è che gli stereotipi non sono invenzioni malvagie; sono realtà generalizzate. Ragionare per stereotipi non è sbagliato in sé, è un modo per fare economia delle nostre limitate risorse cognitive. Burr gioca con questo concetto, senza scordarsi di inserire nella battuta il momento in cui emerge l’individualità della situazione (o della persona) precedentemente stereotipata, che fa crollare il pregiudizio (o lo conferma) creando diversi strati di comicità. A molti non piacerà, per via di un’antipatia a pelle perfettamente comprensibile – sono in tanti, nel 2022, a non aver voglia di sentire urlare per un’ora e mezza un uomo bianco sboccato e incazzato con il mondo. Ma Burr rimane uno dei più grandi artisti della comicità contemporanea, il George Carlin che quest’epoca si merita: con riferimenti culturali meno nobili, e ancora più arrabbiato con l’universo e soprattutto con gli esseri umani, con le loro ipocrisie e le loro incongruenze.

Autore

Nicola Cupperi

Scrive per FilmTv perché gliel'ha consigliato il dottore. Nel tempo libero fa la scenografia mobile. Il suo spirito guida è un orso grigio con le fattezze di Takeshi Kitano.