Siete fan di Dave Chappelle, Chris Rock, Eddie Murphy o persino Kevin Hart? Ma anche solo se vi garbano Louis C.K., Jim Jefferies, Bill Burr e praticamente qualsiasi altro comico che ha cominciato a esibirsi dopo gli anni 80. Sapete dove ognuno di questi qua ha preso una buona fetta di ispirazione per la propria arte comica? Venite con me nel magico mondo di Bill Cosby. Scherzavo, Bill Cosby è off limits – anche se purtroppo saremo costretti a farlo rispuntare in queste righe almeno un’altra volta contro la nostra volontà, il recidivo. Questa settimana, approfittando del fatto che su Netflix sia di agile reperimento uno dei suoi spettacoli più belli (Live in Concert, 1978), parliamo finalmente di Richard Pryor, possibilmente il miglior comico (il più influente sugli altri comici) a salire su un palco. Basti pensare che ci si potrebbe fare un pezzo ancora più lungo e tedioso del solito solo citando quello che i colleghi hanno detto di lui, in vita e postumo, nel benissimo e nel malissimo.

Purtroppo, di tutte le cose belle e giuste che altri comici hanno sottolineato a proposito di Richard Pryor – magari facendo notare dettagli mistici da addetti ai lavori che a noi sfuggirebbero, come Seinfeld che chiama Pryor “il Picasso del nostro mestiere” o Robin Williams che dice “Stare sul palco con lui è come suonare jazz con Coltrane” – , la più corretta l’ha detta quello che correggeva con la droga i drinks delle ragazzes. Bill Cosby, infatti, ha avuto modo di sentenziare che “Richard Pryor ha tracciato il confine tra commedia e tragedia nel modo più sottile possibile”. E ci ha preso in pieno. Il racconto della sua vita spericolata, della sua infanzia travagliata e delle conseguenze tragicomiche che entrambe hanno avuto sul suo lavoro e sulla sua vita privata e pubblica occupa, direttamente o indirettamente, forse il 75% del repertorio di Pryor. A parte il picco raggiunto in Live On Sunset Strip – il suo monologo successivo (1982) in cui dettaglia l’incidente in cui prese fuoco fumando crack – anche Live in Concert è pieno di esempi del genere. A partire da quello, straziante ed esilarante, sulle sue due scimmiette. O quando parla del primo infarto che ha avuto (a 36 anni) – si risveglia in ambulanza circondato da bianchi e pensa “Che situazione di merda. Sono morto e sono finito nel paradiso sbagliato. Ora devo sorbirmi musica lounge per il resto dell’eternità”.

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Live in Concert

O ancora quando racconta della morte del padre, scomparso a 57 anni mentre stava facendo sesso con una diciottenne: “Lei è ancora turbata. Mi ha detto di sentirsi in colpa per avere ucciso mio padre, allora io le ho fatto: Signora, di cosa sta parlando? È morto mentre era dentro la sua fica. Si chiama riciclare”. O, infine, quando spalanca un baratro inedito – specialmente agli albori della cultura popolare anni 80, fra le più muscolari e patriarcali di sempre – sulle insicurezze sessuali del genere maschile, a volte costretto a nascondersi dietro la maschera del macho man perché sente che non gli è concesso dimostrare debolezza e fragilità. “Io faccio l’amore per tre minuti. Faccio tre minuti di scopata seria e dopo ho bisogno di otto ore di sonno. E di una tazza di cereali”.

Per Pryor, il confine tra commedia e tragedia è così sfumato perché la sua vita non ha niente a che fare con la banalità e la noia. Pryor viene da un’altra epoca, che a noi sembra quasi letteraria/cinematografica da tanto pare romanzata, e la sua biografia sembra scritta da James Baldwin & Charles Dickens feat. The Notorious B.I.G. Il comico originario della zona di Chicago è nato nel 1940 ed è stato cresciuto dalla nonna maîtresse – donna imponente e violenta che lo picchiava spesso ma soprattutto volentieri – nel bordello che gestiva, dove la madre alcolizzata lavorava come prostituta e dove il padre, ex pugile riciclatosi come trafficone e magnaccia, bazzicava per lavoro, per piacere e per cortesia vada a trovarsi una fatica che non preveda lo sfruttamento di una donna. Pryor ha subito abusi sessuali all’età di sette anni, è stato espulso da scuola quando ne aveva 14, è entrato nella massoneria dell’Illinois non molto tempo dopo e appena maggiorenne e finito a svernare nell’esercito – l’unico stipendio sicuro, senza domande né curriculum richiesti, in un paese così lontano dal Vaticano – venendo cacciato nel giro di due anni dopo aver passato del tempo in una prigione militare per aver accoltellato, insieme ad altri commilitoni, un collega particolarmente razzista. Nel 1963, Pryor si trasferisce a New York, presumibilmente inizia a drogarsi come una locomotiva, ma anche a esibirsi regolarmente nei club insieme a gente tipo Bob Dylan e Woody Allen. Per dire di quanto fossero altri tempi e di quanto Pryor fosse baciato dalle divinità pagane e sboccate della comicità: in una delle sue primissime serate sul palco, ha aperto un’esibizione di Nina Simone. Che se non è anche lei una divinità, poco ci manca.

La sua carriera decolla abbastanza in fretta ed è una parabola artistica seminale e multimediale. Pryor fa stand-up, è protagonista di sketch show, recita al cinema – a un certo punto, all’apice della carriera nell’83, la sua figura è talmente enorme da richiamare un ingaggio milionario per apparire in Superman III –, presenta in tv (due volte gli Oscar), produce gli album dei suoi speciali, vince Emmy, Grammy e anche il primo Mark Twain Prize for American Humor. Diventa il più eminente e il più influente, forse anche il primo, tra i comici neri ad avere un pubblico perfettamente eterogeneo, fatto anche (se non soprattutto) di bianchi, entusiasti di poter pagare qualcuno di così carismatico e divertente per essere presi brutalmente per il culo ed essere portati a scuola sul punto di vista di una persona afroamericana in un paese che sa rendere la vita piuttosto complicata a chi non somiglia a uno appena sceso dalla Mayflower. Ogni bit che Pryor ha scritto o improvvisato riguardo alla questione razziale e alla differenza sociale tra etnie negli Stati Uniti – ce n’è anche per cinesi e messicani (“Non c’è gusto a prendere per il culo voi messicani, che potete passare per bianchi e un paese ce l’avete”) – è oro puro che mette insieme esperienza, osservazione umoristica, cultura, insulto bonario, insulto non bonario e tanta consapevolezza. In Live in Concert, il momento dedicato ai bianchi americani bigotti che smadonnano e cercano di essere volgari, dando solo l’impressione di essere grossi bambini viziati capricciosi, è esilarante.

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Live in Concert

Sul palco della stand-up, Pryor è un maestro. Di tempi, di spazi e soprattutto di prosopopea. Riesce a dare una voce a tutto e a tutti: persone di ogni tipo, animali di ogni specie e quasi ogni organo del corpo umano, maschile e femminile. Mentre performa il suo speciale, l’infartuato Pryor salta, corre, si accuccia, rotola, orgasma, fa finta di tirare di boxe e di andare ko, di inseguire un cervo in un bosco, di nuotare e affogare in piscina mentre i suoi figli ridono pensando sia uno sketch, di prendere cinghiate dalla nonna, di avere un impossibile coito acrobatico: a fine spettacolo è sudato come se avesse appena partorito con soddisfazione, fatica, dolore e amore l’ennesimo monologo incredibile, pieno di intime verità umane – appartenenti a Pryor, non incise nelle tavole della legge – che rimangono intatte nella loro potenza (umoristica e tragica) anche a 40 anni di distanza.

Autore

Nicola Cupperi

Scrive per FilmTv perché gliel'ha consigliato il dottore. Nel tempo libero fa la scenografia mobile. Il suo spirito guida è un orso grigio con le fattezze di Takeshi Kitano.