Una delle cose che preferisco al mondo sono le persone preparate, brillanti, professionali e intellettualmente capaci che però non si sentono per forza migliori degli altri. Non i finti umili, ma i veri razionali. La mia passione, insomma, sono i cialtroni eccellenti. Quelli o quelle che ne sanno più di te, ma non te lo faranno mai pesare perché oltre a essere persone colte e con le sinapsi scattanti, sono anche e soprattutto esseri umani carini; i maestri o le maestre che tutto quel cervello grosso e ben funzionante che si ritrovano lo usano per mettersi costantemente in dubbio perché dai, non puoi essere davvero così intelligente e allo stesso tempo far finta di non sapere che sentirti stocazzo e al di sopra degli altri è una bugia a stelle e strisce così novecentesca che lo smartphone mi si è appena trasformato in fax.

Jacqueline Novak è un fulmine globulare a ciel sereno che esordisce nel mondo degli speciali di stand-up con un botto clamoroso, portando su Netflix uno spettacolo rodatissimo, Get on Your Knees, presentato per la prima volta al pubblico teatrale nel 2018 all’Edinburgh Festival Fringe, la più grande manifestazione del mondo dedicata alle arti performative. Dopo aver portato lo spettacolo a Los Angeles, è stata notata dai colleghi Mike Birbiglia e Natasha Lyonne che hanno deciso di produrre un ciclo di sei settimane in cui il monologo è stato ospitato in un piccolo teatro di Off-Broadway. Dopo un successo clamoroso più che meritato, Get on Your Knees è stato trasferito in un teatro (sempre Off-Broadway) più grande, è stato notato dalla stampa specializzata – il New York Times l’ha inserito nella propria lista dei migliori spettacoli teatrali del 2019, sia di commedia sia tout court – e dopo un tour internazionale ritardato dalla pandemia è finalmente diventato anche uno speciale registrato a imperitura memoria.

Jacqueline Novak entra in prolessi sulle note di Like a Prayer e rompe il ghiaccio paragonando l’horror vacui della camminata che separa le quinte dal microfono al centro del palco come il viaggio che si fa dal volto del partner e lungo il torso per arrivare nella zona in cui si svolgono i pompini. Un incipit grandioso che chiarisce immediatamente una cosa ben precisa: Get on Your Knees non è il nostro solito spettacolo di stand-up. È un monologo teatrale umoristico di stampo letterario, un testo che funzionerebbe a meraviglia anche su carta, ricercato nel lessico e nella costruzione dei periodi e delle battute, performato a ritmo serrato e con un irresistibile atteggiamento sardonico. Non è assolutamente un caso che il lavoro di Novak sia stato ammirato e sostenuto da Birbiglia, visto che i due comici condividono molti tratti – compresa la lunghezza, peculiare per la stand-up, dei loro spettacoli (Get on Your Knees supera i 90 minuti di durata e li vale tutti).

Novak passa immediatamente e senza (apparente) soluzione di continuità dalla fellatio e dalla pecorina come posizione sessuale più matura e patriottica – entrambi i pionieri abbandonano le velleità adolescenziali di guardarsi fissi negli occhi durante l’atto per osservare insieme l’orizzonte – al suo modo di stare sul palco come una palla di energia che non sta ferma un attimo perché è fin troppo cosciente del proprio corpo materico, che non vede l’ora di abbandonare per diventare un fantasma e infestare una vecchia casa. Disfarsi della carne, di tutti i suoi bisogni orribili fondamentalmente causati dall’eterosessualità. Essere una donna eterosessuale oggi è patentemente un’umiliazione, dice Novak.

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Get on Your Knees

Ed è tutto un problema di pene. O di cazzo? La parola pene non viene usata nell’intimità non perché sia un termine medico, ma per la tenerezza intrinseca che emana. È come il lieve battito di un cuore. “Quando chiamo un pene “cazzo” non lo sto definendo per come lo vedo. Gli sto un po’ dicendo quello che lui vuole sentire. Mi sto preoccupando dei sentimenti del pene. Sto coccolando il suo piccolo ego. Il pene è sensibile, è la primadonna per eccellenza”. A esso si possono ascrivere tutti i crudi stereotipi che di solito sono legati all’isteria femminile. E Novak lo asseconda come farebbe con un nipotino o con il figlio di un’amica, quando entrano in cucina indossando una maschera da mostro mentre gli adulti stanno parlando, e tu devi bloccarti un attimo per far finta di esserti spaventato.

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Get on Your Knees

“Sono una fan del pene, nel senso che continuo a cercarlo con infallibile regolarità. Sono un topo di sagrestia in cerca di briciole di ostie il lunedì mattina, annusando in giro sperando in un assaggio del divino”. Novak è una cornucopia di invenzioni retoriche e argomentative. Se la stand-up è, da molti, considerata il punto più basso e triviale della teatralità, Novak la innalza inserendola in una struttura drammaturgica alta e umoristicamente intellettuale, in cui una piccola danza performativa contemporanea viene utilizzata per imitare un pene che si risveglia, che viene riempito dall’effimero afflato romantico e poetico dell’ispirazione che lo ha spinto a risvegliarsi. Ed è così che il lungo bit sui suoi primi tentativi di praticare sesso orale diventa un ipotetico racconto di Nabokov mentre Novak imita l’atto davanti a un pubblico in delirio. È la trascendenza dell’ego che l’ha convinta a darci dentro con quel pisello. E quando le sue sicurezze a proposito della poesia della fellatio come messaggio d’amore crollano, racconta di come ha reagito vagando per il campus innevato del college come la Éponine de I Miserabili.

C’è spazio anche per descrivere la bellezza della vulva, chiaramente, paragonata esteticamente a un fiore, come fanno in tanti, ma che per Novak somiglia più a una rosa caduta dal mazzo, calpestata e nascosta in una crepa verticale di un muro. La sua vulva, dice Novak, è bellissima; al pari di una bandiera sbrindellata, con i suoi bordi sfilacciati che raccontano l’incontro tra ideali e realtà. Novak ribalta costantemente, e senza il bisogno di didascalie, gli stereotipi del maschile-femminile con una grandissima capacità di generare immagini efficaci, poetico-realistiche, illuminanti ed esilaranti. Una sequela di metafore ironiche, ma anche taglienti, uno sguardo diverso e allo stesso tempo aulico e in grado di non prendersi mai sul serio. “Quando fai sentire i denti mentre fai un pompino è la prova che quella è una bocca e non un altro orifizio. I denti nel pompino sono la sabbia che irrita l’ostrica per produrre la perla, sono il sale marino nel caramello”.

Autore

Nicola Cupperi

Scrive per FilmTv perché gliel'ha consigliato il dottore. Nel tempo libero fa la scenografia mobile. Il suo spirito guida è un orso grigio con le fattezze di Takeshi Kitano.