L’appuntamento di questa settimana con la rubrica Funny People è dedicato a tre fra le mie attività preferite: farmi una manciata di ghignate nonostante sia davanti al computer a lavorare, essere estremamente polemico con la consapevolezza di avere tutta la ragione del mondo e frantumare in mille pezzi i luoghi comuni, specialmente quelli più inutili e meno divertenti. A rendere possibile questo tre per uno - degno del miglior discount di periferia che vende roba scaduta, tanto i poveri non avranno mai la gana o i soldi per fare causa – è il secondo speciale stand up di Beth Stelling, If You Didn’t Want Me Then, da poco uscito su Netflix.

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Beth Stelling: If You Didn't Want Me Then

Stelling è una comica da battaglia che i più attenti di voi potrebbero aver sbirciato nella prima stagione di The Standups (sempre Netflix) o in un ruolo secondario nella sitcom sfortunata/invisibile (qualcuno di noi per caso è abbonato a Peacock TV? Esatto) Rutherford Falls - Amici per la vita. Per il resto, Stelling viaggia su binari comici vecchia scuola: tanti club e locali notturni, entrambi rigorosamente fumosi e non voglio sentire obiezioni, tanti micro set nei talk show notturni (Jimmy Kimmel Live!, The Pete Holmes Show), album comici autodistribuiti e speciali di stand up per far fare numero e cassa a Netflix, a cui importa sega se i monologhi sono belli o meno: basta avere il catalogo stracolmo.

Beth Stelling, però, è anche e soprattutto una comica straordinaria che ci aiuta a smontare uno dei più beceri luoghi comuni dei nostri tempi; inspiegabilmente protagonista non solo nelle conversazioni alcoliche sulla vita l’universo e tutto quanto dei bar di provincia, sovrastate dalle grida dei vecchi al tavolo accanto che giocano a briscola e si domandano cortesemente a vicenda quanto fa 15 e 18, ma anche nel repertorio di un buon 40% di comici maschi professionisti e, a volte, persino affermati. I quali ancora oggi, anno del signore duemilaventitré, riescono a incassare risate facili grazie a uno stereotipo puzzone: le donne non sono divertenti, non hanno senso dell’umorismo e non sanno far ridere. Maccosa? Ma perché? Lo so che è un luogo comune e quindi (non) si spiega da solo; ma quali sarebbero le basi logiche e/o empiriche per un’affermazione del genere? È perché le donne, genericamente parlando, sono titolari genetiche di un senso materno ancestrale che le rende più ansiose, responsabili, preoccupate, dunque serie e meno disposte a lasciarsi andare all’umorismo? È perché ci teniamo a rimarcare che le donne sono diverse dagli uomini e siccome è provato dall’esperienza che gli uomini sanno far ridere (il 90% dei comici è maschio) allora le femmine non sono divertenti? O è perché, dopo millenni di patriarcato, botte, sperequazioni, ingiustizie, violenze psicologiche e trattamenti sub-umani, pensano che non ci sia un bel cazzo da ridere in come funziona il mondo e comunque, finora, hanno avuto ben altre gatte da pelare? L’ultima ipotesi potrei pure vagamente appoggiarla: ha un certo senso banale, anche se va contro la prima equazione della comicità (tempo+tragedia = risata); però non l’ho mai sentita profferire da nessuno di quei comici brillantoni di cui sopra, dunque nisba.

Per il suo speciale, Stelling sale sul palco di casa (nell’Ohio) aggraziandosi immediatamente il target che va dai trenta ai cinquant’anni aprendo con: “Anche voi avete la sensazione di invecchiare con gli anni dei cani?” Decisamente sì Beth, grazie per averlo notato. Ma iniziare con dell’autoironia coinvolgente è forse uno dei modi migliori per fare entrare un pubblico nel vivo. Specialmente se la battuta viene raddoppiata con: “Annuncio qui e oggi che ho intenzione di invecchiare. D’altronde c’è bisogno di un gruppo di controllo a Los Angeles, altrimenti non sapremmo che aspetto hanno le anziane”. Stelling riesce a unire un tocco di comicità surreale (“Ho conosciuto le mie sorelle negli anni 80 tramite mia madre”) a un’estrema fiducia nei confronti dell’intelligenza degli spettatori, disegnando una scia di puntini luminosi che delineano la battuta e lasciando che siano loro a unire i puntini della punchline (funziona, come esempio, quello del gruppo di controllo: non è istantaneo conoscere un concetto del genere, che appartiene all’ambito scientifico sperimentale).

Il monologo di Stelling è tanto brillante quanto accogliente. Racconta la femminilità e la sua esperienza di donna senza aver bisogno di fare prediche, ma senza risparmiarsi stoccate (“Ho la sensazione che le uniche volte in cui gli uomini credono alle donne è quando mentiamo sul fatto di avere già 18 anni”). È come se fosse alimentata da questo tipo di ottimismo (fra virgolette) che le permette di dare per scontati taluni assiomi della giusta retorica femminista. Ha fiducia che il suo pubblico abbia le basi di umanità e decenza per capire il contesto senza essere costretta a ribadirlo trasformando il monologo in un’omelia, riuscendo invece a concentrarsi esclusivamente sulla portata comica di battute che nascondono sempre più di un significato oltre a quello letterale – “Consiglio per le donne che viaggiano da sole: se si avvicina un tipo sospetto ditegli ‘Non ti preoccupare, sono già stata stuprata! Sono a posto’. Siccome gli uomini odiano arrivare secondi quello se ne andrebbe dicendoti ‘Oh, grazie per avermi avvisato prima’”. È riuscita a liberare gli spettatori dalla necessità di dover esplicare sempre tutto, di tagliarla giù incredibilmente sottile perché altrimenti gli uomini o le schiave del patriarcato o le persone semplicemente poco consapevoli non saranno in grado di capire. Non avevo ancora visto un monologo comico capace di integrare l’imitazione di una spirale e di descrivere in maniera umoristica (ma con un enorme fondo di verità) i contraccettivi come forma di controllo – “Se non vuoi fare figli che ti obbligano a restare a casa, beccati questa pillola che ti fa diventare psicopatica”.

È comunque uno spettacolo di stand up che educa sullo sguardo femminile. Ma è una priorità che viene appena dopo rispetto alla capacità di intrattenere e far divertire un pubblico di persone disposte a tenere il cervello attivo e non a ridere solamente quando sentono una donna dire “cazzo palle pompino gli uomini sono idioti le donne sono oche”. Per parlare della stupidità degli uomini, per esempio, Stelling ha un lungo bit in cui racconta del padre assente, cacciato dalla madre e fuggito in Florida per seguire sogni di gloria nel mondo dello spettacolo come attore (“Come dire. La Florida non è esattamente il posto giusto”) e finito a fare l’uomo-cartello pubblicitario professionista e l’allevatore amatoriale notturno di procioni selvatici. Per parlare delle donne oche, invece, racconta la se stessa adolescente di provincia, il suo rapporto prematuro con l’alcol e la necessità, in quanto ragazzina piatta in un mondo in cui le donne vengono definite per la grandezza del loro seno, di scovare trucchi per fingersi popputa e attirare coetanei adolescenti nel suo seminterrato, dove far partire il VHS di Billy Elliot e darsi alla pazza gioia del petting. E se succede il fattaccio e rimani incinta senza volerlo perché il tuo partner odia i preservativi spessi che regalano al consultorio, c’è sempre la libertà di decidere di abortire (e di lasciar perdere quel ragazzo deficiente). Una scelta di certo complicata, ma non moralmente aberrante. D’altronde, “Se l’aborto fosse omicidio ci avrebbero già fatto uno spin-off di Law & Order dedicato”.

Autore

Nicola Cupperi

Scrive per FilmTv perché gliel'ha consigliato il dottore. Nel tempo libero fa la scenografia mobile. Il suo spirito guida è un orso grigio con le fattezze di Takeshi Kitano.