«Spero che, proprio come succede per Mark Twain, fra 100 anni ammireranno il mio lavoro e penseranno: “Wow, a dire il vero è abbastanza razzista”»
Tina Fey quando ha ricevuto il Mark Twain Prize for American Humor
Tina Fey
Tina Fey

Tina Fey è una adorabile cretina, come dovrebbero essere tutte le persone buffe. Ma è anche e soprattutto una comica al limite del geniale per svariati motivi. In cima alla lista metterei, in via del tutto arbitraria e aperta a smentite, la sua straordinaria capacità di autoanalisi e autoironia, una perfetta consapevolezza di chi è, di cosa rappresenta nel suo contesto e di cosa ci si attenda da “una come lei” (tratto fondamentale, quest’ultimo, che le permette di lavorare sul ribaltamento degli stereotipi e sullo stravolgimento comico delle aspettative).
È da quel metaforico luogo comico che arriva la battuta di cui sopra, un mezzo capolavoro di hybris umiliata (mettersi sullo stesso piano di Twain per poi far cadere entrambi dal piedistallo) e di prospettiva; con un tocco di (consapevole?) preveggenza.

Tina Fey
Tina Fey

Quel discorso di accettazione è stato tenuto nel 2010: solo una manciata di anni più tardi, dopo l’uscita di Unbreakable Kimmy Schmidt nel 2015, alcuni commentatori hanno spulciato la scrittura di Fey (anche in retrospettiva) inalberandosi su una manciata di battute/situazioni/personaggi che sfruttano alcuni stereotipi razziali per effetto comico. Su tutto, spicca la problematica (ed esilarante) Jacqueline White (interpretata con stoico abuso di autoabbronzante da Jane Krakowski), una nativa americana che sin da ragazzina sognava di poter crescere e diventare una donna bianca. Alla fine ci è riuscita, trasformandosi in un incidente in galleria vanesio e insopportabile, esattamente come le muse pallide ricche e superficialmente chic che ammirava da bambina.

L’altra fenomenale peculiarità di Tina Fey è quella di essere riuscita a ergersi come voce comica di notevole influenza (come autrice e come interprete) pur senza fare stand-up. Il suo punto di osservazione ha un impatto più critico quando innerva una storia strutturata e magnificata da una messa in scena; che sia quella basilare di uno sketch, quella diluita ed episodica di una sitcom (30 Rock) o quella concentrata di un lungometraggio (Mean Girls).

E questo non significa che Fey sia scarsa come autrice o performer di stand-up – basta ammirare il suo lavoro, in coppia con Amy Poehler, come presentatrice dei Golden Globes. Vuol dire semplicemente che Fey dà il meglio di sé come comica quando può scrivere una storia (anche minima) in cui mettere se stessa e la propria esperienza, filtrate però dall’ulteriore piano comico di una messa in scena.

Una caratteristica che deriva sicuramente dalla sua formazione e dai suoi gusti – ha studiato alla Second City di Chicago, celebre comedy club e scuola di improvvisazione comica – ma anche dal suo talento come interprete e trasformista.

(La prova che sei una grande comica: quando sei anche in grado di fare da spalla impassibile)

A partire dal 1999 (quando aveva 29 anni), Fey è stata la prima donna capo-sceneggiatrice di Saturday Night Live, contribuendo a traghettare la più importante vetrina comica televisiva statunitense dal cattivo gusto di metà anni 90 (Rob Schneider, peggio conosciuto come il puttano in saldo Deuce Bigalow. Sigh) a un approccio più moderno, inclusivo e progressista (più sul pezzo, insomma) senza perdere un briciolo di mordente o di cattiveria.

In un paese ampiamente reazionario come gli USA in cui, nella metà degli stati, maschi tendenzialmente bianchi e tendenzialmente di una certa età ancora oggi (anno domini 2022) mettono in discussione la legalità dell’aborto e della possibilità, per le donne, di essere libere di scegliere cosa fare del proprio corpo, gli sketch di Tina Fey riescono con naturalezza a normalizzare (tramite la presa in giro) quella femminilità quotidiana e poco glamour – tra assorbenti giganti 

e ormoni che permettono di avere un solo ciclo all’anno

– che viene trattata con imbarazzo o affrontata con disagio dalla maggior parte degli uomini.

Tina Fey continua a raccontare se stessa (e a scherzare con lo stereotipo di se stessa) in tutto quello che scrive e interpreta. Compresa la sua ultima creazione, la sitcom Mr. Mayor, in cui mette in gioco la ridicolaggine della sua bolla sociale, la Hollywood progressista e completamente scollata dalla realtà. E rimarrà sempre l’unica, fra i comici in attività, in grado di rendere esilarante (e degna di riflessione) una finta pubblicità sui jeans da mamma.

Autore

Nicola Cupperi

Scrive per FilmTv perché gliel'ha consigliato il dottore. Nel tempo libero fa la scenografia mobile. Il suo spirito guida è un orso grigio con le fattezze di Takeshi Kitano.