Partiamo dal presupposto che no: un titolo di studio non rende una persona più valida di un’altra o più brava a fare un qualsiasi mestiere. Sono uno di quelli convinti che l’istruzione superiore insegni un metodo e una disciplina, mica a diventare ottimi essere umani o necessariamente bravi lavoratori. Non ci si inchina a priori di fronte a una persona che si è laureata all’università di Mazinga, ma certamente ne va rispettato lo sforzo e la capacità di allocazione delle risorse cognitive, avendo di fronte qualcuno che quantomeno ha imparato a utilizzare in maniera funzionale gli spazi di archiviazione del suo cervello. Detto questo, ora facciamo un gioco curioso.

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I Monty Python

Giochiamo ai collettivi comici notoriamente più titolati in ambito accademico. Lo facciamo un po’ perché è sempre bello ricordare che le persone che fanno ridere tendono anche ad avere un grosso cervello; e un po’ perché ci serve per ribadire un punto, ché non siamo mica qui a raddrizzare i raggi delle bici. In mezzo ai brillanti brillantoni vengono subito in mente i comici inglesi: fra i Monty Python, ad esempio (ed escludendo l’americano Gilliam), abbiamo Graham Chapman, John Cleese ed Eric Idle che hanno frequentato college di Cambridge. Terry Jones e Michael Palin, invece, che sono andati a Oxford. Neanche un po’ di ciufoli da quelle parti.

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I Simpson

E al secondo posto sapete chi c’è? Non Jerry Seinfeld o Larry David, non gli amici del Saturday Night Live né i grandi autori comici del cinema novecentesco o gli showrunner di sitcom intelligenti come The Office, The IT Crowd o Community. Il secondo posto va fuor di dubbio alla squadra di sceneggiatori che si è alternata sulle prime sei stagioni dei Simpson. Jon Vitti, Mike Reiss, Al Jean, George Meyer, Bill Oakley, Greg Daniels (quello del The Office americano) e Conan O’Brien sono stati tutti alunni di Harvard e si sono tutti, più o meno, fatti le ossa collaborando all’Harvard Lampoon, periodico umoristico fondato dagli studenti del college del Massachusetts nel 1876. Tutto questo per ribadire quel punto di cui sopra, ovvero che sì: non ci si deve mai vergognare delle risate che ci fanno fare i cartoni, anche perché le hanno scritte persone molto più sveglie di noi.

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Animation is not a genre

Io non vorrei cominciare il discorso ripetendo per la milionesima volta che l’animazione è un mezzo per raccontare una storia, e non un genere riservato ai bambini. Non vorrei farlo, ma solo pochi mesi fa gli Oscar si sono fatti deridere esattamente per quello, per aver detto (senza traccia di ironia) che i cartoni sono roba per fanciulli che gli adulti devono “tollerare” per amor della prole. Non è così. E anche per quanto riguarda il grande contenitore della comicità, l’animazione ha dimostrato (come per qualsiasi altro genere) di avere la medesima dignità e il medesimo potenziale di qualsiasi altro medium narrativo.

Per quanto riguarda le nostre faccende, invece, semplifichiamo fin da subito per comodità dicendo che i cartoni animati contemporanei (occidentali) si sono scelti (sono stati incantonati in) due soli modi per approcciare il linguaggio comico. Ci sono quelli che esplorano la tradizione dello slapstick e della commedia visuale, che dagli albori Disney e dalla grande scuola Looney Tunes prima (dagli anni ‘30) e Hanna & Barbera poi (dagli anni ‘40) è arrivata praticamente intatta ai giorni nostri, dimostrandosi costantemente il linguaggio più universale per far ridere la proverbiale coppia composta da grandi e piccini: Oggy e i maledetti scarafaggi, praticamente l’opera omnia della Aardman Animations (Wallace & Gromit, Shaun vita da pecora), gli Animaniacs, film come Pom Poko o Le follie dell’imperatore, e via discorrendo mentre si scivola su una buccia di banana. C’è addirittura un giornalista, Mark O’Donnell, che negli anni ‘80 aveva analizzato come il linguaggio dello slapstick si fosse adattato alle (non) leggi della fisica dell’universo animato, compilando poi un decalogo (tra il serio e il faceto) sulle regole speciali che vigono nei cartoni e che separano Willy il Coyote (e Stephen Chow) da Buster Keaton e Jacques Tati.

La modalità principe nell’animazione americana, invece, ha l’etichetta “Per Adulti” appiccicata sopra ed è tutta figlia, manco a dirlo, del miracolo Simpson. Una comicità contestuale che affianca e a volte sovrasta (o comunque agisce con l’appoggio di) quella visuale con toni che sono, prima di tutto, fortemente parodistici – c’è sempre uno scimmiottare o un esasperare, tra il buffo e il grottesco, la realtà – ben disposti verso la satira (a volte adolescenziale, alle altre più affinata) e il commento sociale o politico, e infarciti di citazionismo spinto. Può cambiare il genere – sitcom, fantascienza, fantasy – ma la ricetta rimane sempre quella, oltretutto rigidamente fatta rispettare dai produttori tv (fortunatamente con sempre più eccezioni), contenti di lasciare “l’animazione per adulti” nella remunerativa nicchia che si è creata.

scena
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È come se l’animazione, dal punto di vista di chi la finanzia e la distribuisce, avesse lo stigma (e non il dono) della comicità: o sei un cartone per i più piccoli, o in alternativa puoi solamente decidere di far ridere (meglio se in maniera crassa) gli adulti/bambini che ancora guardano quelle cose. Ovviamente è un discorso in evoluzione. Già titoli come BoJack Horseman e Undone (creati entrambi da Raphael Bob-Waksberg) ma anche Arcane, dimostrano che l’animazione occidentale sta riuscendo a smarcarsi dall’opzione binaria di cui sopra. Anche se per farlo, un testo non propriamente comico come quello di BoJack Horseman, ad esempio, ha dovuto comunque pagare la sua tassa sull’equazione Animazione per adulti=Ridicolaggine a tutti i costi.

Autore

Nicola Cupperi

Scrive per FilmTv perché gliel'ha consigliato il dottore. Nel tempo libero fa la scenografia mobile. Il suo spirito guida è un orso grigio con le fattezze di Takeshi Kitano.