La nostalgia canaglia delle serie come Stranger Things – che brandiscono le camicie a quadrettoni, la radio a transistor, i dischi dei Duran Duran e qualsiasi altro feticcio pop di un’epoca consumistica non troppo distante come fosse un’arma per ottundere il giudizio dello spettatore – è per bambini cresciuti che adesso hanno una carta di credito con cui possono ricostruire un’infanzia idilliaca e perduta. La vera nostalgia per uomini e donne durə e purə sta nel prendere di peso l’idolo di un determinato periodo, sbrinarlo (proprio come è successo al suo personaggio in assoluto più celebre), e rimetterlo a fare esattamente le stesse cose che faceva in quell’arco di tempo fra i venti e i trent’anni fa, quando era all’apice del successo e dello sprint creativo. 

È uscita su Netflix Il Pentavirato, serie comica che segna il ritorno sugli schermi (con otto diversi personaggi) di Mike Myers. Uno che ha passato gli anni ‘90 e i primi anni 2000 sulla cresta di un’onda lunga costellata di cult generazionali, per poi ritirarsi di buon ordine (più o meno) nel momento in cui il suo tempo sembrava essersi esaurito. Succede spesso. Un comico passa quasi quindici anni ad azzeccarle (quasi) tutte, e fisiologicamente arriva al punto in cui deve ammettere di essere bollito e non avere più tanto da dire. Per il grande pubblico, Myers è stato il protagonista di Fusi di testa (e del corrispettivo sequel che nessuno di noi ha voglia di ricordare), dei tre Austin Powers (miglior trilogia di sempre? Miglior trilogia di sempre), nonché la voce di Shrek, probabilmente il ruolo che gli ha fruttato più guadagni – e un credito con le generazioni più giovani, che oggi si appresta a incassare con Il Pentavirato.

Prima ancora di debuttare su grande schermo con la sua pletora di personaggi, Myers è stato quello che ha sorretto Saturday Night Live in un periodo (a cavallo tra anni ‘80 e ‘90) in cui la storica trasmissione NBC – creata da Lorne Michaels, altro satrapo canadese sbarcato a sud per rubare lavoro agli statunitensi poco divertenti – soffriva per la mancanza di un talento generazionale, in attesa del debutto (nel ‘94) di Will Ferrell.

Mike Myers, sostanzialmente, è la versione canadese di Eddie Murphy. E come fa la versione canadese di Eddie Murphy a conquistare il pubblico statunitense e oltre? A un reporter conterraneo che gli faceva notare come Wayne’s World – la serie di sketch di SNL da cui è stato tratto Fusi di testa – sembrasse fin troppo canadese per potere essere apprezzato da un pubblico più vasto, Myers rispondeva: «Sono cresciuto a Scarborough, in Ontario, la terra dei negozi di ciambelle. E Wayne è più o meno una strana combinazione di almeno un milione di persone con cui sono andato al liceo nei due istituti diversi che ho frequentato. Erano i tempi in cui prendevamo il Red Rocket, il trenino urbano per arrivare in centro a Toronto dove ci fermavamo a ciondolare come tutti i giovani. A questi spunti umani ho unito la tendenza tutta americana – e ancora di più newyorchese e specialmente tipica di Manhattan, dove a quanto pare negli anni ‘80 l’unico prerequisito per avere una propria trasmissione tv amatoriale a circuito locale era quello di saper respirare – di avere ognuno un proprio show in cui potersi sfogare ed esprimere».

Con Murphy, Myers condivide un periodo da salvatore di SNL (per Eddie è stato dal 1980 al 1984), un altro (successivo) da gallina dalle uova d’oro del cinema comico (anche se Murphy ha saputo dimostrarsi leggermente più eclettico) interpretando più ruoli nello stesso film, fino ad arrivare a un declino precoce costellato di brutti fallimenti – nel senso che sono stati certamente sgradevoli per i due protagonisti che li hanno vissuti, ma anche per gli spettatori che li hanno visti al cinema o altrove. Se il nadir di Murphy si è materializzato nell’inarrivabile Norbit, quello di Myers è stato per certi versi ancora più clamoroso perché si è incarnato in uno dei film comici più inaccettabili, irricevibili e inguardabili di sempre: The Love Guru. Una roba di un’insipienza che se non l’avete vissuta è impossibile da trasmettere a parole.

Myers, dunque, è una versione canadese di Murphy: la sua, fin dai tempi degli esordi come stand-up comedian o dell’improvvisazione teatrale con la compagnia del The Second City, è stata sempre una comicità pulita, educata, buffa, sciocca e distante da volgarità, polemiche, oscenità e titillamenti. Anche i suoi personaggi più sozzi e tecnicamente di cattivo gusto (ovvero: tutto il portfolio di fenomeni a cui ha dato vita in Austin Powers) non scadono mai nella volgarità gratuita, ma sono sempre contestuali. E, soprattutto, quando si comportano in maniera “sporca” lo fanno spinti da un’energia adolescenziale talmente spensierata da essere trascinante. Ecco perché Il Pentavirato, con questo ritorno agli antichi fasti e agli antichi metodi (abbandonati quasi vent’anni fa) potrebbe essere interessante anche nel caso in cui non fosse valido: per osservare come quell’energia puerile (nel senso migliore del termine) e poco cervellotica viene manipolata e riproposta da un comico che oggi si avvicina ai sessantanni.

Autore

Nicola Cupperi

Scrive per FilmTv perché gliel'ha consigliato il dottore. Nel tempo libero fa la scenografia mobile. Il suo spirito guida è un orso grigio con le fattezze di Takeshi Kitano.

La serie tv

locandina Il Pentavirato

Il Pentavirato

Commedia - USA 2022 - durata 29’

Titolo originale: The Pentaverate

Creato da: Mike Myers

Regia: Tim Kirkby

Con Mike Myers, Rob Lowe, Maria Menounos, Phill Martin, Jeremy Irons, Tanya Moodie

in streaming: su Netflix