Un labirinto, un set a cielo aperto, una caccia al tesoro senza premio, un incubo a occhi aperti: sono alcune tra le forme che Atlanta ha assunto nel corso di quattro stagioni, un arco produttivo e creativo folgorante, figlio di Twin Peaks (ma, perché no?, pure di Community e di Girls, da cui il creatore Donald Glover ha saputo distillare il meglio) e a sua volta padre di una vena seriale neosurrealista cui tanto devono, per dirne alcune, BarryKilling EveRamy. La quarta e ultima stagione riprende ciascuna di queste forme in almeno una puntata, mettendole a tema, e ribadendo che ognuna di esse è anche metafora dell’essere afroamericano, oggi, negli Stati Uniti.

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Atlanta - stagione 4

Intrappolati nei centri commerciali (mai tanti come in questa annata) come smaccata metafora della struttura sociale a stelle e strisce, Earn, Alfred, Darius e Van si muovono in cerchi concentrici che non trovano sbocco, binari ineludibili anche quando si diventa “neri di successo”, come è accaduto, ormai da un pezzo, ad Alfred/Paper Boi, nell’olimpo del rap col cugino/manager Earn (pure lui proiettato su una carriera stellare che potrebbe condurlo a Los Angeles; ma da Atlanta, come dal mall-purgatorio della prima puntata, forse non c’è via d’uscita).

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Atlanta

La fama e ciò che essa comporta è uno dei fili rossi di questa annata conclusiva, sia nelle labili, ma più solide del solito, trame orizzontali, sia negli episodi autonomi, dove si inanellano storie di fraintese e spesso controproducenti parabole di eccellenza black: c’è il rapper che allestisce il suo funerale per promuovere un disco postumo; ci sono gli “avatar bianchi”, giovani rapper insulsi che gli artisti afroamericani “adottano” per avere la chance di vincere un Grammy; c’è uno chef nero che si dà alla fusion giapponese; c’è il sinistro, eremitico Mr Chocolate (interpretato da Glover in trucco e protesi, come già per Teddy Perkins), trasparente alter ego di Tyler Perry e perturbante demiurgo di una fabbrica di film “per neri” che sfrutta biecamente le piaghe sociali della comunità. E c’è l’episodio mockumentary sull’inesistente primo (e ultimo) CEO nero della Disney, una geniale rilettura (antidisneyana e caustica verso il colosso che, in molte parti del mondo, manda in streaming proprio Atlanta; altro che Boris 4) del cartoon In viaggio con Pippo come metafora della blackness.

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Atlanta

Tutto viene assimilato (meme, cultura pop, musica, cucina, video virali) con sapiente senso del grottesco, dalle rivolte in morte di George Floyd (evocate dall’apertura di stagione) alla proverbiale “resistenza” afroamericana alla psicoterapia, mettendo in scena l’ineluttabilità di un sistema comunque fallato, per i perdenti come per i vincenti. Una meta-stagione, dunque, summa dell’intera serie, che non poteva che concludersi con una meta-puntata, che sfacciatamente incorpora e deforma l’escamotage vecchio come il mondo di “era tutto un sogno?” a partire da una vasca di deprivazione sensoriale: come a dire che l’unica uscita, impossibile, sarebbe quella di azzerare ogni immagine, ogni canzone rap, ogni serie tv. Tabula rasa. Chiudere gli occhi: ma poche serie ce li hanno spalancati quanto ha fatto Atlanta

Autore

Ilaria Feole

Ilaria Feole è nata nell’anno di Il grande freddo, Il ritorno dello Jedi e Monty Python – Il senso della vita e tutto quello che sa l’ha imparato da questi tre film. Scrive di cinema e televisione per Film Tv e Spietati.it. È autrice della monografia Wes Anderson - Genitori, figli e altri animali edita da Bietti Heterotopia.

La serie tv

locandina Atlanta

Atlanta

Commedia - USA 2016 - durata 32’

Titolo originale: Atlanta

Creato da: Donald Glover

Regia: Hiro Murai

Con Brian Tyree Henry, Khris Davis, Cassandra Freeman, Qaasim Middleton, Tim McAdams, Lucius Baston

in streaming: su Disney Plus