Un film cangiante e sfuggente - all’iconografia fiabesca sovrappone quella BDSM -, che si diverte a confondere i generi - un po’ favola erotica e un po’ melodramma raffreddato, disciolti in un romanticismo crepuscolare, ma mai privo di autoironia - e a stuzzicare gli animi insinuando la perversione nell’incantata innocenza del gioco, quello tra due fratelli teenager inquieti, Miguel e Clara, diafani e catatonici, il cui legame è tanto più stretto quanto più la malattia di lei si aggrava.

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Bad Bunny

Ma nonostante i suoi sforzi, Miguel sente che a Clara manca qualcosa che lui non le può dare. Ancora lontano a evocare gli spettri di una controstoria postcoloniale come accadrà in Serpentário del 2019 e nel recentissimo Nação Valente, presentato in concorso al 75° Locarno Film Festival, Conceição con Bad Bunny firma un’opera di passaggio non completamente risolta e che sembra patire a tratti l’eccesso di studio - costruito e ragionato sulla provocazione a basse gradazioni al fine di evitare il trasporto emotivo -, ma che si dimostra nondimeno inesorabile nella definizione di quello stile eccentrico e queer che caratterizzerà sia i due lavori appena citati sia Um fio de baba escarlate, l’altro lungo sin qui realizzato.

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Bad Bunny

Un po’ come il porto di Querelle de Brest di Rainer Werner Fassbinder, anche lo spazio abitato dai fratelli di Bad Bunny sembra un pianeta onirico, estraneo al complesso siderale dell’universo - una porta verso altre dimensioni, quasi una linea di demarcazione tra il noto e l’ignoto -, ma agitato dagli spettri che affiorano dai nostri abissi inconfessati di desiderio e di violenza; un pianeta ridisegnato dalle atmosfere e dalla sfrontatezza tragica dell’estetica camp, dalla gestualità ieratica declinata in esibizionismo. Lo strano bosco fatato in cui sprofonda la storia di questo corto è osservato con sguardo visionario e surrealista che si avvicina a certe intuizioni che possiamo ritrovare nei lavori di João Pedro Rodrigues e João Rui Guerra da Mata per cui Conceição è stato fonico sui set di A última vez que vi MacauO corpo de Afonso (del solo Rodrigues) e di IEC Long, mentre Guerra da Mata è stato suo art director per Carne del 2010.

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Il surrealismo lo si ritrova soprattutto nella maniera in cui viene trattato l’amore: l’amore - e qui vengono in mente i primi film di Rodrigues, Il fantasma e Odete (disponibili su MUBI, con altri due titoli dell’autore) - è difficile, continuamente rimandato o interrotto, è mancanza e frustrazione, spesso atto solitario, onanistico e/o autolesionistico, si colora di tinte sanguigne, sfuma nell’amour fou, in quel legame, di cui parla Breton, assoluto, incondizionato e passionale, che stringe due esseri - proprio come Miguel e Clara - e li isola dal resto del mondo: «Questa parola amore viene da noi qui ricondotta, è inutile dirlo, al suo senso stretto, e minaccioso, di attaccamento totale».

Il cortometraggio Bad Bunny è visibile gratuitamente qui.

Autore

Matteo Marelli

Nota biografica in forma di plagio (Io copio talmente tanto che neppure più me ne accorgo):
pensierino della sera:
«Il critico non fa il cinema, ci va. La sua grandezza – non il suo limite – è questa: teniamocela stretta»
buon proposito del mattino:
«Il critico se vuole uscire dalla marginalità deve inventarsi nuovi modi di scrivere, parlare, far passare il cinema, il pensiero che il cinema mette ancora in forma»