Prima di sperimentare con l’animazione e studiare cinema alla FAMU di Praga, la regista di origini russe Daria Kashcheeva ha lavorato come sound designer grazie a una formazione da musicista. Un’esperienza di cui fa tesoro nella realizzazione di Daughter (2019), nominato miglior corto d’animazione agli Oscar 2020, passato dai festival di Annecy, Sundance e Toronto, e disponibile gratuitamente su arte.tv.

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Daughter

Il film è privo di dialoghi e sono invece i suoni a portare avanti la narrazione, a introdurre ciò che accade, fin dall’inizio, quando su sfondo nero sentiamo un beep acuto e ripetitivo, il rumore di un macchinario medico che scandisce, come un tristo metronomo, il lento decadimento fisico e l’avanzata di una malattia: siamo in un ospedale, dove una figlia siede al capezzale del padre.

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Daughter

Poi un rumore secco e improvviso di vetri rotti irrompe: un uccellino si è schiantato contro la finestra, frantumandola. Sentiamo in lontananza risate di bambini, rumori allegri di un parco giochi, e la scena cambia, torna con un flashback all’infanzia della protagonista, quando per colpa di piccole incomprensioni si aprono crepe enormi nel rapporto tra lei e il padre.

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Daughter

La regista sceglie di non affidarsi alle parole (assenza ricorrente anche in altri suoi corti, realizzati come progetti scolastici e disponibili sul canale Vimeo) e compone con Daughter un breve racconto incastonato tra presente e passato, reale e simbolico, dove anche le immagini seguono un loro ritmo. Il corto è realizzato in stop motion, i pupazzi dei personaggi vengono animati all’interno di un set costruito con il legno e ricoperto di cartapesta dipinta, materia questa che crea sugli oggetti e sui visi molte increspature, minuscoli rilievi che si ha la sensazione di poter toccare.

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Daughter

Accanto all’uso della tecnica a passo uno, Kashcheeva adotta poi uno stile di ripresa tutto personale, simulando i movimenti di una camera a mano, ispirandosi ai film dei fratelli Dardenne e a quelli di Dogma 95: per restituire l’idea della hand-held camera «ho studiato, frame by frame, i movimenti di Le onde del destino di Lars von Trier», spiega la regista, che riprende i suoi puppet da vicino, con dei close-up sui volti di cartapesta, per cogliere dettagli impercettibili.

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Daughter

Filma come se stesse girando un documentario, servendosi dell’animazione per dare vita a fantasie in cui i corpi sono ibridi umani-volatili, dei birdmen (simili anche alla creatura nata dalla penna di David Almond nel romanzo Skellig) in un microcosmo cupo e malinconico in cui i non detti e i fraintendimenti spalancano abissi tra un padre e una figlia. Per la storia, la regista dice di aver attinto alle sue memorie d’infanzia, andando a scavare dentro di sé e recuperando le sensazioni provate da bambina, quasi come un’autoterapia. E guardando Daughter sembra in effetti di trovarsi dentro a un ricordo, dove il vero scolora nell’immaginato.

Autore

Giulia Bona

Giulia Bona è nata a Voghera e ha studiato a Milano, dove si è laureata in Lettere moderne e Studi cinematografici con una tesi su Agnès Varda e il riciclaggio creativo. Riempiva quaderni di storie e pensieri, dava inchiostro alla sua penna sul giornalino della scuola, ora scrive per Film Tv. Ama leggere, i sentieri di montagna, la focaccia e sorride quando vede un cane.