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Festa del Cinema di Roma 2021: le recensioni
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pazuzu

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Festa del Cinema di Roma 2021: le recensioni

L'assegnazione del "Premio del Pubblico FS" a Mediterráneo (Open Arms) di Marcel Barrena, film dagli intenti meritori ma lontano dall'essere un capolavoro, sottolinea per l'ennesima volta come - per costituzione - non si tratti di un premio che va al film migliore, bensì a quello che riesce a portare in sala la migliore claque, dal momento che ogni singolo film può ricevere i voti (in stelle) solamente da chi ne ha acquistato il biglietto, e s'è quindi recato a vederlo, presumibilmente, già ben predisposto.
Non si tratta di un Festival ma di una Festa, ci viene detto al riguardo. E tant'è.
La sottolineatura della 'differenza' tra festival e festa, è servita anche a potersi far vanto di come, per i dieci giorni circa di durata della sedicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, tutta la città sia stata disseminata di sale che ne proiettavano i film, conferendo una connotazione positiva a quello che ne è stato il difetto più grande (da qualche anno diventato cronico), ovvero la dispersività, laddove l'accreditato, o chiunque avesse intenzione di vedere più opere possibili, si trovava costretto ad attraversare la città con mezzi propri mentre molte delle sale dell'Auditorium, in un passato sempre più remoto sfruttate con criterio, venivano del tutto ignorate (Sala Santa Cecilia, Teatro Studio 3) o utilizzate con il contagocce e mai per proiezioni (Teatro Studio Gianni Borgna).
Da accreditato, posso dire che i film che più hanno sofferto di questi difetti di organizzazione sono stati quelli della sezione parallela (e logisticamente sempre più sfigata) di Alice Nella Città, che andavano cercati con il lanternino - così come i parcheggi - tra il cinema Savoy e l'Auditorium della Conciliazione (distanti rispettivamente - Google Maps alla mano - 3,9 e 4,8 km dall'Auditorium Parco della Musica, e 4,5 km l'uno dall'altro), eccetto i pochi che passavano in Sala Sinopoli, per i quali la speranza era quella di riuscire ad accaparrarsi uno dei posti in piccionaia riservati da Boxol.
Già, come non parlare di Boxol? Era proprio a questa piattaforma che quest'anno spettava l'onere di assegnare i posti in sala: e non ci sarebbe stato nulla di male, se non fosse che, a differenza che in passato, quando la prenotazione veniva fatta direttamente dal sito della festa e il posto si sceglieva in un secondo tempo in loco, stavolta il posto veniva selezionato in maniera del tutto casuale a priori dal sistema, con l'obbligo implicito di accettarlo supinamente senza poter sindacare.
Al di là di queste criticità, che trovo difficile imputare all'emergenza covid (peraltro rientrata, relativamente alla capienza consentita, proprio a pochi giorni dall'inizio della manifestazione), c'è stato, per fortuna, tanto buon cinema (più i premi alla carriera a Quentin Tarantino e Tim Burton).
I miei preferiti? Il ritratto della solitudine e dei suoi mostri nell'era del web, servito con tempi iirregolari dal taiwanese Terrorizers (di Wi-ding Ho), batte di un'incollatura l'italiano L'Armunita (di Giuseppe Bonito), che sviluppa in maniera toccante il trauma e lo spaesamento di una ragazzina che a tredici anni scopre di esser stata rifiutata due volte da due madri diverse; ma ho amato molto anche l'indonesiano Yuni (di Kamila Andini), emozionante 'coming of age' con al centro una ragazza giunta alla resa dei conti con tradizioni lontane anni luce dalla sua voglia di autodeterminarsi, ed il cinese One Second (di Yimou Zhang), poetico omaggio al cinema, all'affetto e alla libertà.
Qui di seguito, ripropongo le recensioni di tutti i film che ho visto, messi in classifica secondo il mio insindacabile ordine di preferenza. Cliccando per ogni film sui voti espressi in stellette, chi lo volesse, potrà accedere alla pagina della recensione completa, nella quale sono visibili - qualora ad oggi reperibili - anche gli eventuali trailer, sia in lingua originale che in italiano.

Playlist film

Terrorizers

  • Drammatico
  • Repubblica di Cina
  • durata 127'

Titolo originale Terrorizers

Regia di Wi Ding Ho

Con Po-Hung Lin, Moon Lee, J.C. Lin, Annie Chen, Ning Ding, Ai-Ning Yao, Honduras

Terrorizers

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2021 - SELEZIONE UFFICIALE

Durante il primo quarto d'ora di Terrorizers, si è davanti alla storia di un corteggiamento, con il giovane cuoco Xiao Zhang che, a cinque anni da un incontro che lei ha dimenticato ma lui non scorderà mai, ritrova Yu Fang, studentessa di recitazione, a far la cassiera in un bar. In maniera inaspettata, l'idillio tra i due si interrompe con l'aggressione ad opera di Ming Liang, un gamer problematico che nel bel mezzo della stazione di Taipei gli si fionda contro vestito come un ninja e armato di katana.
Qui la storia si sospende, e d'ora in poi il nastro si riavvolge più e più volte, con la linea del tempo che slitta ora in avanti ed ora all'indietro introducendo una serie di altri personaggi, tra i quali Monica, un'aspirante attrice con problemi economici che fatica ad affrancarsi dal suo recente passato da cam girl, più Kiki, una liceale con ambizioni da cosplayer e il sogno di trasferirsi in Giappone, e Lady Siaoh, una donna matura e single che tra una sbornia e l'altra fa la massaggiatrice in un appartamento privato.

I nomi dei primi quattro tra i personaggi appena citati danno il titolo a ciascuno dei quattro capitoli in cui il regista taiwanese Wi-ding Ho ha deciso di dividere il film. Le loro vite si intrecciano in un racconto nel quale, per lunghi tratti, i riferimenti temporali sono labili, per la precisa scelta di fornire le informazioni poco alla volta, talvolta anche riproponendo scene già viste mutandone la prospettiva: lo schema non è certo nuovo, ma rischioso sì, e Ho supera l'esame egregiamente.

«Tutti dicono di volermi bene, ma mi lasciano sempre», dice a un certo punto Yu Fang (col padre che la trascura e la madre sparita del tutto) a Xiao Zhang: perché è la solitudine il tema centrale in Terrorizers, denominatore comune di ciascun personaggio, talvolta espressa in modo diretto, altre vissuta, trattenuta, repressa; e perché ognuno la declina in maniera del tutto personale - arrecando inevitabilmente danni a sé stessi o agli altri - laddove alla classica bottiglia dell'attempata Lady Siaoh fanno da contraltare i rimedi moderni dei più giovani, con Kiki che vestita da eroina dei fumetti rovina famiglie per diletto chiamando numeri di cellulare a caso, o Monica che - in arte 'Missy' - diffonde(va) sul web le sue performance hard, con Ming Liang che a sua volta dal web le cattura per il proprio quotidiano onanismo, fisico e mentale.

L'irrealtà del virtuale riempie e rimpiazza la nullità del reale partorendo mostri, sotto la forma dello stigma perenne, o anche solo del nutrimento malato ad una immaginazione deviata e pigra, creando connessioni improponibili dalle conseguenze impossibili, e generando un mondo anaffettivo e spento nel quale tutti hanno bisogno di un aiuto, ma nessuno è pronto a riceverlo.
Tra realtà virtuale e violenza reale, tra notturni di Chopin e video porno pentiti, Wi-ding Ho propone un racconto stratificato che cresce con il passare dei minuti e che sfugge per scelta al principio dell'identificazione, fornendo una riflessione cupa e d'insieme sull'umanità attuale, stordita dai piani paralleli e volatili del web e sempre più inabile alla ricerca di una felicità che abbia basi concrete.
VOTO: ****

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

L'arminuta

  • Drammatico
  • Italia
  • durata 110'

Regia di Giuseppe Bonito

Con Sofia Fiore, Vanessa Scalera, Fabrizio Ferracane, Elena Lietti, Carlotta De Leonardis

L'arminuta

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2021 - SELEZIONE UFFICIALE

Alla fine dell'estate del 1975, una ragazzina viene accompagnata in una casa fatiscente e rumorosa popolata da due adulti silenziosi e una manciata di ragazzi di varie età, i quali le sono stati presentati come la sua famiglia, ma che per lei sono degli estranei. D'istinto torna fuori e cerca invano di intrufolarsi di nuovo nella macchina che l'ha condotta lì, ostinandosi a chiamare 'papà' l'uomo alla guida, come ha fatto da che ha memoria. Costui è invece nulla più che uno zio alla lontana, benestante, che da quando era piccolissima l'ha presa con sé allevandola con sua moglie, zia Adalgisa, che a sua volta ha sempre chiamato 'mamma'. All'età di tredici anni, la giovane scopre di esser stata abbandonata due volte: allora dalla madre biologica, e ora anche dalla seconda, senza che nessuno le fornisse una spiegazione, senza che nessuno le chiedesse il permesso.

L'Arminuta, notevole terzo film di Giuseppe Bonito, è una storia forte e intensa, tutta giocata attorno alle emozioni della protagonista, alla sua doppia ferita da rimarginare, alla sua necessità di capire qual è l'orizzonte a cui far riferimento, e di acquisire gli strumenti per operare una sintesi tra realtà antitetiche: il contrasto tra il benessere da cui proviene e la povertà nella quale è stata catapultata, si formalizza banalmente nella dissonanza tra il suo italiano corretto ed il dialetto abruzzese stretto dei suoi nuovi parenti, ma ha ripercussioni su ogni elemento della vita quotidiana.
'Arminuta', a proposito di dialetti, significa 'Ritornata' ed è questo l'unico appellativo associato alla ragazzina, di fatto 'senza nome', prima ancora che dal regista, dall'autrice del libro omonimo da cui il film è tratto, vincitore del premio Campiello 2017, Donatella Di Pietrantonio.

Insistente nel produrre domande esistenziali ma soprattutto legittime, 'l'arminuta' si trova a dover combattere con una madre ritrovata che non sa darle risposte, e con quella perduta che a sua volta si ripresenta ma sempre in sua assenza e a sua insaputa cercando di ritagliarsi un ruolo a metà tra il finanziatore e il nume tutelare, nel frattempo si scontra con la riottosità dei due fratelli maschi più piccoli che probabilmente un'altra sorella non la vogliono, si incontra con la gentilezza interessata del maggiore, Vincenzo, che a quasi diciott'anni è ottenebrato dagli ormoni e non avendola mai vista prima non riesce a percepire il legame di sangue, e soprattutto si avvicina alla sorella minore Adriana, iniziando con lei per prima a sviluppare un rapporto profondo, schietto e puro.
L'Arminuta è un film intimo e riuscito: a Bonito il merito di averlo diretto in punta di piedi lasciando affiorare man mano l'infelicità di fondo e le personali ricerche di riscatto, oltre che della figlia doppiamente ripudiata, anche delle sue due madri, facendone un ritratto al femminile a tutto tondo, e riuscendo paradossalmente - nella complessiva delicatezza - a centrare i momenti migliori in scene di contatto anche più o meno violento (due su tutte: a cena, Vincenzo picchiato con la cinta dal padre sullo sfondo, quasi fuori fuoco, con camera a mano ferma puntata sulla tavolata; di notte, la scena delle carezze dello stesso Vincenzo alla protagonista).
VOTO: ****

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Yuni

  • Drammatico
  • Indonesia, Francia, Singapore, Australia
  • durata 95'

Titolo originale Yuni

Regia di Kamila Andini

Con Arawinda Kirana, Asmara Abigail, Sekar Sari, Marissa Anita, Dimas Aditya

Yuni

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2021 - SELEZIONE UFFICIALE

Yuni (che significa 'nata in giugno') è una liceale indonesiana con l'ossessione per il viola: qualsiasi cosa le capiti sotto tiro di quel colore, lei lo fa suo. Questo è motivo di richiamo da parte della direttrice della scuola, Mrs. Lies, che nell'incoraggiarla ad impegnarsi per rientrare tra i tre migliori studenti ed ottenere la borsa di studio utile ad accedere all'università, le ricorda che deve altresì astenersi da questi comportamenti imperdonabili. Altro requisito necessario per ottenerla è quello di non essere sposata: già, perché per la cultura del suo paese, con i suoi sedici anni Yuni è considerata una ragazza in età da marito. Ma lei è giovane, come tale vuol continuare a comportarsi, e male accetta le imposizioni del 'club islamico' che detta legge nell'istituto, che ha vietato i concerti perché la voce è come l'anima e non va mostrata, e che intende imporre il test di verginità alle ragazze della sua età con il pretesto della prevenzione delle gravidanze indesiderate. Fatto sta che Yuni di proposte di matrimonio ne riceve ben due, ma le rifiuta entrambe: la prima destando scalpore, essendo il pretendente giovane, benestante e pure bello, la seconda (giunta da un vecchio disposto a pagare una manciata di rupie a patto di poterne verificare prima la verginità) alimentando anche la superstizione secondo la quale rifiutare tre proposte "porta sfortuna". E la terza proposta, inevitabilmente, non tarda ad arrivare.

Papardi Djoko Damono è stato uno dei più importanti poeti indonesiani: morto a ottant'anni nel 2020, è a lui che la regista Kamila Andini ha dedicato il film Yuni, ed è attorno al testo malinconico di una sua poesia, Rain in June, che fa svolgere il racconto. Colpita dalle tare culturali che 'chiudono' l'Indonesia più tradizionalista, Andini incentra il film sul contrasto sempre più marcato tra la vita dei giovani e i sacrifici che vorrebbe imporre loro un potere religioso portatore di istanze sempre più spudoratamente anacronistiche. Yuni, che come tutte le ragazze della sua età ha voglia di vivere e di divertirsi, sente queste pressioni sulla propria pelle, costretta com'è ad una scelta tanto grande quanto ingiusta, trovando sponde tra i suoi compagni di scuola ma non nella sua famiglia, essendo i genitori lontani - a Jakarta - ed avendo con sé solo la nonna, secondo la quale la proposta di matrimonio da uno sconosciuto equivale a una benedizione.

E allora la letteratura, si diceva, ha un ruolo importante all'interno di un racconto stratificato e dolente: prima di cadere inesorabile, la pioggia di giugno che il prof gli impone di studiare sarà trascritta e interpretata a Yuni da Yoga, timido e silenzioso coetaneo dalla vena poetica che proverà, lui solo, a conquistarle il cuore esprimendosi in versi e non offrendo soldi (che peraltro non ha).
Abile nello svelare poco a poco, ma con dovizia di particolari, quanto sia diffuso in Indonesia il fenomeno dei matrimoni precoci, Kamila Andini dirige con tocco delicato e approccio intimista un film importante che parla di gioventù rubate, di esperienze negate, e che si propone come un inno all'autodeterminazione e alla libertà.
VOTO: ****

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

One Second

  • Drammatico
  • Cina
  • durata 105'

Titolo originale Yi miao zhong

Regia di Zhang Yimou

Con Yi Zhang, Wei Fan

One Second
Uscita in Italia: 16 dic 2021

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2021 - SELEZIONE UFFICIALE

One Second: un secondo. L'esistenza di un secondo di riprese della figlia quattordicenne all'interno di un cinegiornale - immortalata come studentessa e lavoratrice modello - basta a Jiusheng Zhang per decidersi a sfidare il regime cinese, scappare dal campo in cui è confinato da sei anni per una banale rissa, attraversare il deserto e recarsi dove verrà proiettato unitamente al film Heroic Sons and Daughters. Giunto in ritardo alla proiezione più vicina, si dirige spedito verso il posto dove si terrà la seconda, ma lungo il percorso assiste al furto di una delle pizze: a rubarla è stata Sister Liu, una ragazzina più o meno coetanea della figlia, che vive sola con il fratello più piccolo e alla quale brandelli di pellicola servirebbero per costruire una lampada che il fratellino aveva casualmente incendiato. Dopo il primo incontro/scontro, il loro reciproco inseguirsi li porta presto alla meta, un villaggio dove il padrone del vapore è un uomo grottesco ma gentile che si fa chiamare Mr. Movie, si ritiene un pezzo grosso del Partito e si vanta di possedere una tazza con su una stampa che lo informa d'essere il "Miglior proiezionista del Mondo".

Veleggiando con scioltezza estrema a metà strada tra il dramma e la commedia, con spiccato senso della narrazione e uno humor sottile e stratificato, Yimou Zhang si muove con circospezione nel bel mezzo della Rivoluzione Culturale cinese, e quindi all'interno di un tessuto sociale dominato da una povertà e da una desolazione tali da rendere la proiezione di un film di propaganda e dell'annesso cinegiornale una specie di evento - in quanto unico momento di aggregazione - cui sarebbe sacrilego mancare, tanto che al rischio che la proiezione salti l'intera popolazione si attiva per la pulizia, fotogramma per fotogramma, di una bobina giunta attorcigliata, sporca e pressoché inutilizzabile («Qualsiasi cosa proietto, la guardano; resterebbero tutta la notte»).

Pronto per essere presentato in anteprima a Berlino 2019 ma poi bloccato per non meglio precisati problemi di post-produzione presumibilmente assimilabili al concetto di "censura di stato", One Second è stato modificato e poi distribuito a fine 2020 in patria per poi approdare nel resto del mondo nel 2021: con ogni probabilità in qualche modo diverso da come era stato inizialmente concepito, si propone comunque come un sentito omaggio al cinema come strumento atto ad alimentare i sogni, e come il racconto appassionato e delicato di un rapporto conflittuale tra due soggetti alle prese ciascuno con le proprie perdite, che non tardano a trovare punti di contatto e affinità nel contesto di un paese che comanda ed ignora, pronto a cancellare o seppellire immagini o ricordi sotto cumuli di sabbia.
VOTO: ****

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Cyrano

  • Musicale
  • Gran Bretagna, Italia, Canada, USA
  • durata 124'

Titolo originale Cyrano

Regia di Joe Wright

Con Peter Dinklage, Haley Bennett, Kelvin Harrison Jr., Ben Mendelsohn, Bashir Salahuddin

Cyrano

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2021 - SELEZIONE UFFICIALE

Cyrano è un artista della parola capace di appendere ciascuno al filo del proprio eloquio, e oltretutto è valente nel combattimento con la spada, ma il suo aspetto poco piacente lo convince di non essere degno dell'amore della bella Roxanne, che conosce e brama da sempre; così, quando questa gli chiede aiuto per conquistare Christian, un nuovo cadetto del suo reggimento di cui s'è invaghita a prima vista, affranto dall'esser considerato nulla più che un buon amico e confidente, si propone al ragazzo come ghost writer delle lettere che lei vorrebbe le venissero scritte, considerandolo, per sé, come l'unico modo per tenerla vicina. «Io ti presterò l'eloquenza, e tu a me la bellezza».

Lo spunto che ha condotto il regista inglese Joe Wright a decidere di proporre al cinema l'ennesima trasposizione del Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand è stato un invito ricevuto ad assistere all'adattamento che Erica Schmidt ne aveva fatto, portato in giro per piccoli teatri statunitensi tra il 2018 ed il 2019 con attore principale il proprio marito Peter Dinklage (ovvero il Tyrion Lannister della serie Il Trono di Spade).
Dalla scelta dell'attore protagonista si deduce subito che una variazione sul tema originario è stata apportata, e anche piuttosto evidente: la particolarità fisica di Cyrano non è più il naso gigantesco, bensì l'esser affetto da nanismo. Wright resta affascinato da questa rivisitazione, portando con sé sul grande schermo anche lo stesso Dinklage, oltre che gli autori delle musiche, Bryce ed Aaron Dessner. Trattasi infatti di un musical, nel quale altra variazione rispetto allo spartito originale sta nell'aver sostituito alcuni del lunghi monologhi poetici con vere e proprie canzoni: anziché ornamento, la colonna sonora diviene parte fondamentale della sceneggiatura, con passaggi dal parlato al cantato quantomai morbidi e credibili, e con almeno un paio di brani davvero notevoli, che farebbero la fortuna di diversi artisti chamber pop - Someone to Say, che proposta nella prima parte e poi di nuovo sul finale fa un po' da leitmotiv dell'intera pellicola, o la splendida Wherever I Fall, che accompagna la scena della battaglia.

Girato in buona parte in Sicilia, tra Noto e la Valle dell'Etna (ma c'è anche un altro elemento di italianità, il costumista Massimo Cantini Parrini), il Cyrano di Joe Wright (e di Erica Schmidt) ha l'ardire di rileggere un testo immortale attraverso una semplificazione comunicativa che lo rende potenzialmente fruibile anche dallo spettatore mediamente svogliato di questi attuali tempi fluidi, e grazie anche all'evidente trasporto emotivo dei due protagonisti (accanto al già citato Cyrano di Peter Dinklage c'è la valida Roxanne di Haley Bennett), tutto sommato ci riesce, portando di nuovo chiaro, forte e iper-romantico, il messaggio di incoraggiamento e sprone nei confronti di tutti coloro i quali, che sia per il naso, per l'altezza o per qualsiasi altro supposto difetto, si sentono insicuri e per questo inabili a poter essere amati.
VOTO: ***½

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Prayers for the Stolen

  • Drammatico
  • Messico
  • durata 110'

Titolo originale Noche de fuego

Regia di Tatiana Huezo

Con Mayra Batalla, Norma Pablo, Olivia Lagunas

Prayers for the Stolen

ALICE NELLA CITTÀ 2021 - CONCORSO

Quando alla figlia Ana di circa otto anni insegna a scavare una buca nel terreno ed entrarci dentro, Rita non lo sta facendo per farla divertire, ma la sta preparando per quel momento, futuro, nel quale la situazione sarà precipitata e si troverà nelle condizioni di dover salvare la pelle. Qualche anno dopo, Ana è in piena pubertà, ha il corpo che fiorisce e la vanità che inizia a prendere il sopravvento: vorrebbe condurre un'esistenza leggera, ritagliando, nelle giornate passate con le amiche Paula e Maria, attimi di gioco o di magia, ma la cittadina sperduta tra le montagne messicane in cui vive non permette distrazioni: perché i cartelli della droga la fanno da padroni e la polizia nella migliore delle ipotesi latita, perché l'unica via di salvezza per gli adulti è lavorare nei campi di raccolta di papaveri, perché i giovani maschi sanno che prima o poi dovranno entrare nel giro, e le giovani donne hanno bisogno di capire che presto o tardi da lì dovranno cercare di andar via.

Tratto dall'omonimo romanzo di Jennifer Clemente, Prayers for the stolen (Noche de fuego) di Tatiana Huezo è un'immersione senza scampo in un mondo dominato dalla violenza, nel quale l'unica legge che vige è quella del più forte, e rispetto al quale l'unica speranza per chi ambisce a una realizzazione personale è la fuga. Huezo segue Ana e le sue due amiche coetanee accompagnandole in una maturazione che per loro non può non corrispondere con una terribile presa di coscienza: in un presente che rifugge l'immaginazione, dove ci sono ragazzine che vengono rapite e adulti che si volatilizzano, Huezo le segue nella vita di tutti i giorni, sottolineando come essa sia scura e inespressa, dominata da un sempre più tangibile senso di pericolo imminente.
Costretta a tagliare i capelli con la scusa dei pidocchi (per lei) e con l'illusione che ciò la sottragga alle attenzioni dei trafficanti (per la madre), nel suo percorso di crescita, Ana integra l'universo parallelo e intimo creato nel tempo con le due amiche inserendovi le proprie aspirazioni e i propri progetti. Fino a quando la realtà non irrompe, brutale come un incubo, a ricordarle che in quello sperduto angolo di mondo non c'è posto per i sogni.

Realizzato con grande senso per la narrazione da una regista proveniente dal mondo dei documentari, Prayers for the stolen è un cupissimo racconto di formazione gestito quasi come un thriller nel quale la minaccia è sempre incombente ma la violenza mai è al centro dell'immagine, perlopiù nascosta o tenuta ai margini del campo visivo: proprio a voler sottolineare come il fulcro della narrazione siano questi personaggi femminili, il loro isolamento, la loro solitudine, la loro disperazione.
VOTO: ***½

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Hive

  • Drammatico
  • Kosovo, Svizzera, Albania, Macedonia
  • durata 84'

Titolo originale Hive

Regia di Blerta Basholli

Con Yllka Gashi, Cun Lajci, Aurita Agushi, Kumrije Hoxha, Adriana Matoshi, Molikë Maxhuni

Hive

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2021 - SELEZIONE UFFICIALE

Il marito di Fahrije è disperso dai tempi della guerra del Kosovo: ad anni di distanza, lei lo cerca rovistando tra i cadaveri chiusi nei sacchi ogni volta che nuove fosse comuni vengono scoperte. Non lo trova mai, ma intimamente lo vorrebbe, per porre fine all'agonia che paralizza la vita sua, quella dei suoi due figli, che stanno crescendo con in testa un fantasma, e quella del suocero anziano e disabile, che l'evidenza cui manca la sola formalizzazione si ostina a negarla.
Economicamente, Fahrije prova invano a tirare avanti grazie alla vendita del miele prodotto nelle sue arnie, sulle quali lavora utilizzando una tuta ormai logora che ogni volta le lascia qualche puntura d'ape come ricordo. Bisognosa di dare maggiore solidità a sé e ai suoi cari, decide di prendere la patente e iniziare, insieme all'amica Nazmije, a produrre ajvar (una salsa a base di peperoni) per provare a venderlo nei supermercati, ma queste sue iniziative cozzano con la mentalità patriarcale della gente del posto, rendendola oggetto di chiacchiere e vittima di sfregi e sabotaggi.

Nella desolazione di una terra resa sterile dalla guerra, dove nemmeno il fiume produce più pesci, ma nel cui letto è più facile vedere adagiate carcasse arrugginite di vecchi camion, scorrono le vite sospese di una popolazione allo stremo, che ai danni causati dalla guerra assomma quelli dovuti ad un'arretratezza culturale preoccupante.
Hive, il film d'esordio di Blerta Basholli, trae spunto dalla storia vera di Fahrije Hoti, oggi proprietaria di una ditta agroalimentare tutta al femminile che vende i propri prodotti in tutto il Kosovo, e tuttora in attesa di notizie ufficiali riguardo a quale sia stata la sorte del marito: la regista si appoggia alla forza mentale e al coraggio della sua protagonista, si affida alla perseveranza con cui si ostina ad opporsi ad una società secondo la quale la donna dovrebbe limitare i propri movimenti al focolare domestico, e le si incolla accompagnandola mentre le sfondano i vetri della macchina a sassate o devastano i frutti del suo lavoro.
Partendo come testimonianza di un paese che conta migliaia di suoi cittadini, con le rispettive famiglie, sospesi in un limbo di sofferenza e speranza vana lungo ormai quasi un quarto di secolo, Hive è un sincero invito, rivolto a tutte le donne vittime di pregiudizi, a coltivare la propria libertà e a recriminare con testardaggine il proprio diritto a determinare il proprio destino.
VOTO: ***½

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

C'mon C'mon

  • Drammatico
  • USA
  • durata 108'

Titolo originale C'mon C'mon

Regia di Mike Mills

Con Joaquin Phoenix, Gaby Hoffmann, Woody Norman, Jaboukie Young-White, Elaine Kagan

C'mon C'mon

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2021 - SELEZIONE UFFICIALE

«Se pensi al futuro, come lo immagini?». Johnny, che questa domanda la pone ogni mattina ai ragazzi che intervista girando gli Stati Uniti con lo scopo di far conoscere al pubblico le loro visioni sullo stare al mondo, potrebbe rivolgerla anche a sé stesso, riferendola alle proprie prospettive, alla propria condizione e al proprio ruolo: conduttore radiofonico con un suo seguito, è costretto ad un'esistenza solitaria da quando la fidanzata di lungo corso l'ha lasciato, ed ha visto precipitare anche il rapporto con la sorella a causa di alcune sue intrusioni nella vita privata di lei e di dissidi sulla gestione della madre nel periodo di demenza che ne anticipò la morte.
Proprio dalla sorella, Viv, gli giunge una richiesta poco attesa: suo marito Paul deve trasferirsi e lei deve restargli vicino per aiutarlo a compiere scelte sagge in relazione ai propri seri problemi psicologici, quindi chiede a lui di stare qualche giorno con suo figlio di otto anni, Jesse. Lui ovviamente accetta, ma i pochi giorni di convivenza inizialmente previsti divengono sempre di più a causa della serietà della condizioni del cognato, che la sorella non si sente ancora di abbandonare: e allora Johnny, partito da Detroit dove stava lavorando, porta con sé Jesse da Los Angeles dove lo ha raggiunto alla propria casa a New York City, e poi ancora per lavoro a New Orleans, coinvolgendolo nella sua routine professionale e trasformandolo nel suo primo collaboratore.

In C'mon C'mon, l'intento del regista Mike Mills è quello di raccontare la storia intima del rapporto tra un adulto e un bambino inserendola nel contesto cangiante delle diverse città toccate. Contrappuntando il bianco e nero autunnale delle immagini con brani che spaziano dalla musica classica al blues fino ad arrivare al garage rock, Mills offre al suo protagonista, che per professione ha una innata propensione ad ascoltare i giovani, l'opportunità di farlo con un nipote che le vicissitudini gli avevano sempre tenuto lontano: la volontà di Johnny, evidente sin da subito, di costruire con Jesse una relazione che sia il più possibile intensa, priva di attriti, e per la quale poter arrivare da ambo le parti a conservare un ricordo indelebile, è il cuore pulsante di un film che si assume il rischio di veleggiare sulla soglia del patetismo e che, nell'ordinaria sobrietà di una sceneggiatura che riesce a limitare la melassa ricorrendo all'ironia, trae molta della sua forza dall'alchimia tra i due attori protagonisti, il promettente ma già esperto Woody Norman nel ruolo del nipote (nove anni, ma già un curriculum lungo così) e soprattutto il fuoriclasse Joaquin Phoenix in quello dello zio, splendidamente trattenuto nella sua trasandata malinconia.
VOTO: ***½

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Due donne

  • Drammatico
  • USA
  • durata 98'

Titolo originale Passing

Regia di Rebecca Hall

Con Tessa Thompson, Ruth Negga, Alexander Skarsgård, Bill Camp, Andre Holland

Due donne

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2021 - SELEZIONE UFFICIALE

Nella New York della fine degli anni Venti, Irene si reca in un bar dove viene avvicinata e salutata da Claire: fino a dodici anni prima erano grandi amiche, ma quest'ultima, con i nuovi capelli biondo platino in stile Barbie, era divenuta ai suoi occhi irriconoscibile. Parlando del passato e del presente, Claire le fa presente come sia riuscita, visto il 'tono' chiaro della propria pelle, a farsi passare per bianca per poter lasciare Harlem, trasferirsi a Chicago e sposare un affarista bianco pieno di soldi. Irene, che avrebbe potenzialmente potuto adottare la stessa strategia, aveva invece scelto di restare fedele a sé stessa, rimanendo ad Harlem e sposandosi ad un noto medico più nero di lei e pure idealista. Controvoglia, dietro l'insistenza dell'ex amica, la accompagna nell'hotel dove alloggia col marito, e quello che le si para davanti è un razzista bifolco: conversando con lui, si trova costretta a far ciò che per una vita si era rifiutata di fare, ovvero fingersi bianca per reggere il gioco all'altra, prima di lasciare la stanza visibilmente scossa.

L'attrice Rebecca Hall esordisce alla regia trasponendo in monocromatico e con ratio 4:3, Passing, romanzo scritto nel 1929 da Nella Larsen, esponente di punta della Harlem Renaissance: l'esito è un film dal passo lento, eppure efficace, nel proporsi come pacata e al tempo stesso ficcante riflessione sul razzismo e sulle sue conseguenze dirette e indirette.
Da un lato, l'(auto)inganno cui Claire ha avuto la viltà di ricorrere in cambio di una vita agiata le si ripresenta, e l'incontro con Irene - riuscita a realizzarsi senza condannarsi a mentire ogni giorno - riapre in lei una ferita mai del tutto chiusa; dall'altro, il successivo nuovo ritorno di un'insistente Claire nella sua vita fa sorgere nella stessa Irene il sospetto, via via crescente, che il suo fascino singolare possa aver in qualche modo fatto presa su suo marito, inizialmente perplesso ma col passare del tempo e delle visite sempre più comprensivo e accondiscendente nei suoi confronti.
Merito della Hall, in fase di regia ma anche di scrittura e definizione dei personaggi, è quello di aver lavorato su più strati costruendo una tensione che si instilla lieve come il dubbio che gira in testa a Irene, o come la solitudine che attanaglia Claire: la gelosia da un lato, l'invidia dall'altro, montano in un'atmosfera malinconica e scura verso un finale sinistro e - in un contesto simile - probabilmente inevitabile.
VOTO: ***½

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

The Lost Leonardo

  • Documentario
  • Gran Bretagna
  • durata 95'

Titolo originale The Lost Leonardo

Regia di Andreas Koefoed

Con Robert K. Wittman

The Lost Leonardo

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2021 - SELEZIONE UFFICIALE

Come può un quadro autentico di Leonardo Da Vinci rimanere nacosto per secoli per poi apparire dal nulla, a New Orleans, attorno al 1900? A questa domanda, posta dal critico d'arte Jerry Saltz, e a molte altre simili, cerca di rispondere il documentario The Lost Leonardo di Andreas Koefoed. Il riferimento è al discusso Salvator Mundi, che, dopo cento anni passati nell'oblio in un'abitazione privata, fu acquistato da una casa d'asta locale che si avvalse di uno 'sleeper hunter', ovvero un cacciatore di opere d'arte vendute al prezzo sbagliato, acquistandolo per la cifra di 1175 dollari.

Koepfoed suddivide il proprio interessante documentario in tre capitoli che sono poi le tre fasi storiche che interessano l'opera. La prima fase (The Art Game, il gioco dell'arte) è legata, in teoria, solamente alle considerazioni fatte dagli esperti d'arte. In pratica, invece, il lavoro del regista informa su come, essendo stato tirato in ballo un artista di livello enorme, ad entrare in gioco siano gli interessi più disparati, per lo più economici. Il momento più importante arriva proprio in questa fase, quando la National Gallery di Londra, nel 2008, entrata in possesso del quadro e con tutte le intenzioni di potersi vantare di disporre di un Leonardo originale, convocò cinque esperti per un colloquio informale per poi, senza porre loro domande ufficiali e senza avere ovviamente risposte inequivoche, presentarlo al mondo come tale. Detto, fatto: tre anni dopo, lo espose attribuendolo - senza alcuna formula dubitativa - a Leonardo.
Alla luce fioca questa validazione fatta in casa, il Salvator Mundi - e con esso di riflesso il documentario - entra di diritto nella seconda fase (The Money Game, il gioco dei soldi): eccezion fatta per Dianne Modestini, che ne fu la prima restauratrice recente e a tutt'oggi ne difende la presunta originalità, gli esperti continuano a sollevare dubbi (due tra i tanti: 1 - è presente un errore nella rotazione di un dito inaccettabile per un esperto di anatomia come Leonardo; 2 - il legno utilizzato era troppo nodoso e poco pulito, altro dato sospetto, visto il suo perfezionismo); ciononostante, la giostra delle speculazioni entra in gioco inesorabile, e il prezzo inizia ad impennarsi fino ad arrivare, ed è la terza fase del racconto (The Global Game, il gioco globale), all'ultimo prezzo, quello che ha permesso al Salvador Mundi di battere ogni record per un'opera d'arte, ovvero 450 milioni di dollari, in un'operazione fatta da qualcuno che aveva con sé i soldi di una nazione intera.

Costruito come se fosse un thriller, il film di Koefoed attira, coinvolge e soprattutto spiega con semplicità mille dettagli tecnici altrimenti sfuggenti, gettando un'ombra piuttosto cupa sull'autenticità opera in oggetto, e più generalmente inducendo a una riflessione su quanto sia inevitabile che l'avidità umana finisca per interferire, in maniera segnante, anche su un argomento apparentemente universale e pacifico come l'arte.
VOTO: ***½

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Sami

  • Guerra
  • Canada, Iran
  • durata 75'

Titolo originale Sami

Regia di Habib Bavi Sajed

Con Saeed Negravi, Amineh Abeyyat, Mina Daqaqeleh

Sami

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2021 - SELEZIONE UFFICIALE

Nato e cresciuto nella città iraniana di Ahvaz, Sami un tempo coltivava il suo terreno. Ma dalla fine della guerra con l'Iraq quel terreno non produce più nulla, essendosi trasformato in un campo minato: l'esplosione di una di queste mine, ad anni di distanza, ha ucciso sua moglie Dallal mentre era prossima al parto. La bimba che lei portava in grembo fece in tempo a nascere, ma ci rimise una gamba. Da allora, Sami ha smesso di sorridere, ha rifiutato di cercarsi una nuova sposa o anche di lasciare tutto e spostarsi in città, e ha deciso di mettersi al servizio di quella bimba, facendo, assieme al fido cavallo Vardah, le veci della gamba portatale via dall'esplosione, per accompagnarla a scuola e non farla sentire diversa dagli altri; oggi che quella bimba è diventata una donna in età da marito, il suo obiettivo è quello di trovare qualcuno che finalmente ripulisca quel terreno, affinché ritorni fertile e lui possa permettersi di comprarle la protesi che a lei serve per poter essere accettata in sposa.

«La maggior parte degli attori di questo film, ha interpretato il ruolo della propria vita reale»: Sami, il primo lungometraggio di Habib Bavi Sajed, si apre con questa didascalia, e si chiude con un dettagliato excursus sui numeri spaventosi che riguardano le mine antiuomo, un nemico subdolo e invisibile che fa morti e feriti anche a decenni di distanza. La sua attenzione, a trent'anni dalla fine del conflitto, si rivolge infatti alle vittime di un dopoguerra che in realtà è una nuova guerra a tutti gli effetti, silenziosa e cristallizzata nel tempo: nel villaggio che realmente lo ha visto crescere, e con la gente che come lui ha vissuto e tuttora vive in una condizione di pericolo costante, il regista ambienta il commovente racconto di un uomo testardo e della sua resilienza, soffermandosi sulle difficoltà e i rischi che rendono difficile, rischiosa e costosissima la neutralizzazione anche di un singolo ordigno.

Partendo dagli esposti che periodicamente Sami presenta al tribunale chiedendo che un intervento sul suo terreno, ricevendo da sempre ed ancora sistematici rifiuti, e passando per le panoramiche su paesaggi inariditi oltre che su corpi e volti devastati, Sami si presenza come testimonianza delle condizioni disperate in cui versano una popolazione ed un territorio stremati dall'immobilità di una situazione insostenibile e dimenticati dalla luce dei riflettori.
VOTO: ***½

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Farha

  • Drammatico
  • Giordania, Svezia
  • durata 92'

Titolo originale Farha

Regia di Darin J. Sallam

Con Karam Taher, Ashraf Barhom, Ali Suliman, Tala Gammoh, Sameera Asir, Majd Eid

Farha

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2021 - SELEZIONE UFFICIALE

Nel 1948, Farha è una ragazza palestinese con le idee chiare: alla faccia delle tradizioni locali, che con i suoi quattordici anni la vorrebbero già promessa sposa, ama la lettura e insiste per poter studiare in città, non facendone segreto con nessuno, anzi confidando nell'intercessione dello zio per convincere della cosa il padre sindaco, nella speranza di potersi trovare in classe con l'amica del cuore Farida, e coronare poi il suo sogno di diventare insegnante ed aprire una scuola per sole donne. Superate le resistenze del padre, che quindi le firma il documento di iscrizione alla scuola cittadina, la ragazza vede i suoi sogni sbriciolarsi quando di colpo le bombe israeliane piombano sul suo villaggio: invitata dal padre a scappare in macchina con Farida e il padre di lei, al momento lì presenti, sceglie di rimanere per stare accanto a lui, il quale, considerandolo il posto più sicuro, la chiude in una cantina vicino casa con la promessa di tornare appena possibile. Da quella cantina vedrà cose inenarrabili che la segneranno per sempre.

Farha è l'esordio sulla lunga distanza di Darin J. Sallam, regista e sceneggiatrice giordana che rivendica le proprie origini palestinesi e riferisce come la storia raccontata sia derivazione diretta di quella che alla madre giunse da una donna che sopravvisse al Nakba, ovvero "la catastrofe" del 1948, che ebbe inizio con il termine del Mandato Britannico e il contestuale ingresso degli israeliani in quei territori.
Fatta la tara del suo indubbio coinvolgimento emotivo, va detto che proprio la prima parte del film, quella che ne descrive il contesto storico, ne è di gran lunga la più debole: un po' per il livello non eccelso della recitazione, un po' per la grossolanità dei dialoghi, un po' per una narrazione che scorre via senza pathos e senza conflitti laddove ci si aspetterebbe di trovarne (il padre, inizialmente contrario all'iscrizione della ragazza a scuola, si convince in tempo zero senza che in realtà accada nulla).

Allo scoppio della prima bomba (è il minuto 23), di colpo, tutto cambia: una botta di adrenalina percorre il film, che si accende per poi correre filato fino alla fine. Sola nella cantina, Farha raccatta qualcosa da mangiare, si industria con dei cocci per raccogliere acqua piovana da bere, battezza l'angolo più angusto del locale per farne la propria latrina e, dalle fessure, vede il giorno e la notte darsi il cambio: il tutto per 25 minuti di pellicola nel corso dei quali non si vede né sente - oltre lei - anima viva; eppure, l'atmosfera è divenuta quella tesa di un thriller, e tale resta anche dopo, con la claustrofobia pronta a salire anche quando le anime vive tornano a farsi vedere e sentire, e non necessariamente con intenti amichevoli.
A conti fatti, non potendosi definire del tutto riuscito causa una falsa partenza prolungata che lo rende palesemente discontinuo, Farha si salva in virtù dei brividi dispensati nella successiva ora abbondante, rivelandosi come una discreta sorpresa (o, a seconda dei punti di vista, come una buona occasione persa).
VOTO: ***

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Open Arms - La legge del mare

  • Drammatico
  • Spagna, Grecia
  • durata 110'

Titolo originale Mediterráneo

Regia di Marcel Barrena

Con Eduard Fernández, Dani Rovira, Anna Castillo, Sergi López, Àlex Monner

Open Arms - La legge del mare

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2021 - SELEZIONE UFFICIALE

L'incipit di Mediterráneo consiste in brani da conversazioni telefoniche: persone chiedono soccorsi in mare alle autorità di Malta e a quelle di Lampedusa, e ciascuna rimpalla la responsabilità all'altra. Il tema, purtroppo, è già ben chiaro.
Il racconto parte con le immagini da Badalona, in Spagna, dove Oscar e Gerard lavorano come bagnini per una compagnia di salvataggio e recupero in acqua denominata Pro-Activa Serveis Aquàtics. È l'inizio del settembre 2015, e una fotografia inizia a fare il giro del mondo: è quella del piccolo Aylan Kurdi, un bimbo di tre anni in scarpe, pantaloncini e maglietta riverso senza vita sul bagnasciuga di una spiaggia turca. Questa foto sconvolge Oscar: lui che quel tipo di soccorso lo fa per lavoro, non si capacita di come una cosa del genere sia stata possibile. Decide così di spostarsi sull'isola greca di Lesbo, sulle coste di quel lato del Mediterraneo dove altri sbarchi sono in corso. Gerard lo accompagna per salvaguardarlo da sé stesso, e quella che doveva essere una missione di due giorni inizia a durare settimane, con i due che vengono raggiunti da Esther, figlia di Gerard, e Nico, il contabile.

Mediterráneo è il secondo lungometraggio dello spagnolo Marcel Barrena, che sceneggia (con Danielle Schleif) partendo da una storia vera da lui stesso scritta: il titolo con il quale sarà distribuito in Italia è Open Arms, perché è della nascita della meritoria organizzazione non governativa che si parla. Con l'intenzione di aggiunger forza alle sacrosante istanze che il film porta avanti, il regista punta su una messinscena il più possibile realistica, con abbondante ricorso alla camera a mano o a punti di vista poco comuni (dal basso, o in parte dietro ostacoli visivi), in più scegliendo tra i personaggi dei veri profughi, chiamati così a recitare elaborando la propria esperienza.

Fatta la tara di espedienti che arricchiscono il carico emotivo del racconto, il regista inserisce tra i personaggi reali altri inventati e paradigmatici (Rasha, giovane dottoressa che ha perso il contatto con la figlia e spera prima  o poi di vederla sbarcare), e cerca uno sviluppo narrativo appellandosi ai comportamenti dei singoli esseri umani nel contesto di dinamiche tristemente ben note e che quindi faticano ad apparire sorprendenti, quale lo scaricabarile tra polizia e guardia costiera, trovando drammaturgicamente il limite in una certa prevedibilità e/o ripetitività. Il risultato finale è un inevitabile pugno che raggiungerà lo stomaco di chi ha la predisposizione a riceverlo, ma continuerà ad essere schivato da chi, per qualsivoglia motivo, è già abituato a farlo.
VOTO: ***

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Mothering Sunday

  • Drammatico
  • Gran Bretagna
  • durata 110'

Titolo originale Mothering Sunday

Regia di Eva Husson

Con Odessa Young, Josh O'Connor, Olivia Colman, Colin Firth, Glenda Jackson, Sope Dirisu

Mothering Sunday

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2021 - SELEZIONE UFFICIALE - TUTTI NE PARLANO

Per Jane Fairchild, la Festa della Mamma è sempre stata un'occasione per riflettere sulla propria solitudine, non avendo lei mai conosciuto i propri genitori per esser stata abbandonata, in fasce, davanti a un orfanotrofio. Nell'Inghilterra del 1924, le sue origini per forza di cose umili l'hanno portata a trovare lavoro come domestica degli agiati Niven. Mentre questi approfittano della ricorrenza per andare a pranzo fuori con gli Sheringham, cui li unisce, oltre a un'amicizia di lungo corso, anche il dolore comune per aver avuto figli caduti al fronte, lei sfrutta il proprio giorno libero per recarsi in gran segreto proprio a casa Sheringham, dove l'aspetta Paul, unico figlio sopravvissuto alla guerra e suo amore tanto segreto quanto impossibile, perché prossimo a convolare a nozze combinate con una ragazza altrettanto benestante.

Diretto da Eva Husson e tratto dall'omonimo romanzo breve di Alice Birch, Mothering Sunday trascorre buona parte delle sue due ore scarse assieme a Jane e Paul e alla loro mezza giornata di sesso rubato: sulle loro conversazioni grava la distanza sociale che li costringe ad agire clandestinamente e al tempo stesso a definire reciprocamente i ruoli, con lei che sente di valer di più del nulla che la sua classe le permette, e lui che - dopo la morte dei fratelli - avverte tutta sulle proprie spalle la responsabilità di non poter tradire le aspettative dei genitori.
Il senso di vuoto e perdita è il filo conduttore dell'intero film, che man mano esce dall'intimità dell'incontro che intercorre tra i due amanti per spostarsi in avanti di sessant'anni, lasciando intendere come tutto il racconto sia il ricordo di una Jane ormai anziana, che in quella giornata inizialmente pregna di malinconico trasporto avrebbe vissuto emozioni talmente forti da poter essere la scintilla con la quale accendere veramente la propria vita.

Tutto è senz'altro lineare, ma a pesare sulla piena riuscita di un'operazione sulla carta molto interessante sono la durata esagerata e la scarsa intensità di quella prolissa prima parte, che alla lunga risulta statica e ripetitiva, con la regista che si limita ad indugiare pigramente sui corpi nudi esposti con generosità dai due ottimi protagonisti (Odessa Young e Josh O'Connor), senza trovare la maniera di aggiungere, con le immagini o con le parole, qualcosa al già detto e al già mostrato, finendo per flirtare pericolosamente con il voyeurismo. Superato l'impasse, il film riprende quota e il salvabile viene salvato. Ma nulla più.
VOTO: ***

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

The North Sea

  • Catastrofico
  • Norvegia
  • durata 104'

Titolo originale Nordsjøen

Regia di John Andreas Andersen

Con Kristine Kujath Thorp, Rolf Kristian Larsen, Anders Baasmo Christiansen, Henrik Bjelland

The North Sea

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2021 - SELEZIONE UFFICIALE

«Credevamo di essere una nazione fondata sul petrolio, in realtà siamo una nazione fondata sull'oceano». Questa frase, messa in bocca ad uno dei personaggi politicamente più importanti di The North Sea in una sorta di intervista a posteriori appiccicata un po' con la colla e divisa a metà tra prologo e epilogo, pone l'accento sulla teoria dalla quale lo stesso origina, quella secondo la quale l'attuale esorbitante concentrazione di piattaforme petrolifere disseminate lungo l'enorme giacimento denominato Ekofisk - che ha fatto svoltare l'economia norvegese - potrebbe dar luogo ad una nuova Frana di Storegga, ovvero al ripetersi di un evento catastrofico che, qualche migliaio di anni fa, sotto forma di tre enormi frane sottomarine causò lo scivolamento nel Mare di Norvegia di parte del territorio continentale.

Inquietante come poche altre, la teoria in questione è un'occasione da prendere al balzo per John Andreas Andersen, proveniente, con il precedente The Quake, nientemeno che da un bel terremoto. Un nuovo disaster movie è dunque servito: girato con destrezza e servito da effetti speciali validi, quello di Andersen è tutto sommato anche un film godibile. Con niente, ma proprio niente, di originale (ma nemmeno la pretesa di esserlo), semmai aggiornato, con la composizione, semplice ma efficace, di un quadretto familiare al passo con i tempi, nel quale l'uomo single con prole è accompagnato alla donna autonoma e indipendente, che detta i tempi e prende le decisioni, con la costruzione della suspense che avviene giustamente per gradi, e con un'eroina di sesso femminile, per darsi un tono vagamente Alien.
L'ora e quaranta scorre veloce, come in ogni catastrofico che si rispetti: senza infamia e senza lode.
VOTO: ***

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

A Film About Couples

  • Documentario
  • Repubblica Dominicana
  • durata 89'

Titolo originale Una película sobre parejas

Regia di Natalia Cabral, Oriol Estrada

Con Oriol Estrada, Natalia Cabral, Lia Estrada, Carlos M. Matos, Cristina Violines

A Film About Couples

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2021 - SELEZIONE UFFICIALE

In una sala semideserta è in corso la presentazione di un film. Al termine della proiezione, il moderatore nel silenzio generale ne introduce i registi, che sono marito e moglie nella vita: tra i quattro gatti presenti, l'imbarazzo è tale che nessuno ha voglia di far loro domande così illuminanti. Alla fine, faticosamente, ne arrivano un paio: la prima è la classica richiesta di aver spiegato il finale, sulla quale di fatto soprassiedono; alla seconda, «Com'è lavorare in coppia?», i due si guardano passandosi reciprocamente il testimone, ma nessuno risponde.
Stacco, titoli di testa: ha inizio Una película sobre parejas (A Film About Couples), ovvero, "Un film sulle coppie".

L'incipit del nuovo film dei coniugi dominicani Natalia Cabral & Oriol Estrada è la simpatica, originale, ed azzeccata introduzione ad una commedia impostata come il making of di un falso documentario.
In strisce cariche di senso dell'umorismo ed autoironia, i due - interpretando loro stessi - prendono poi a interrogarsi su che senso abbia avuto girare un film per presentarlo davanti ad una platea quasi vuota, cercando un argomento per iniziarne uno nuovo e voltare subito pagina. E la domanda a cui non avevano risposto, evidentemente, continua a ronzare nelle loro orecchie, anche se a farli optare per "Un film sulle coppie", di fatto, è l'incontro con due non vedenti che con figlia al seguito, come loro, passeggiano felici in un parco. Cercando coppie adatte e disposte a farsi coinvolgere, i due registi, con le loro schermaglie, le loro divergenze e le loro discussioni, diverranno in maniera sempre più consapevole, i veri protagonisti del racconto.

Non si può dire, però, che il risultato di tanto sforzo sia un film riuscito: ad esser tutto sommato debole, infatti, è proprio l'idea di fondo. Curioso e spiritoso finché si vuole, il giochino metacinematografico messo su dalla coppia di registi si regge su uno spigliato gusto per l'autoironia (lui si sente 'autore' ma manca di illuminazioni, le vuol intervistare le persone ma non sa approcciare), ma dopo mezzora diventa ripetitivo, monotono, stucchevole. Incapaci di porsi dei doverosi limiti temporali, Cabral & Estrada decidono di esagerare e tirare la corda per quasi un'ora e mezza, straparlando di Wiseman, Apichatpong, Ozu e Kieslowski ma di fatto parlandosi addosso, riuscendo se non altro, nel corso di un secondo tempo dominato dal superfluo, a strappare l'ultimo sorriso - seppur innocuo - proprio sui titoli di coda (letteralmente).
VOTO: **½

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

E noi come stronzi rimanemmo a guardare

  • Commedia
  • Italia
  • durata 108'

Regia di Pierfrancesco Diliberto

Con Fabio De Luigi, Ilenia Pastorelli, Pierfrancesco Diliberto, Valeria Solarino

E noi come stronzi rimanemmo a guardare
altre VISIONI

IN TV Sky Cinema Uno

canale 301

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2021 - SELEZIONE UFFICIALE

Arturo (Fabio De Luigi) ha creato un algoritmo che ha permesso alla propria azienda di individuare ed eliminare le sacche improduttive: anziché venir premiato, si ritrova però per paradosso ad essere lui stesso ritenuto superfluo, quindi un esubero. Licenziato dal lavoro, viene anche mollato dalla compagna una volta che l'app "Happy Lover", con il suo gettonatissimo test di compatibilità, li ha informati che tra loro l'indice di affinità è troppo basso, e sono quindi incompatibili. Solo, disoccupato e senza il becco di un quattrino, si mette a cercare un nuovo impiego, ma l'unico che trova è quello di rider con "Fuuber". Sottopagato e privato del benché minimo diritto, trova consolazione in "Fuuber Friends", un'altra app dello stesso gruppo, che scarica in virtù della settimana di prova gratuita e il cui scopo è fornire a chi vi accede la compagnia di un amico ideale: a presentarglisi, sotto forma di ologramma, è la bella Stella (Ilenia Pastorelli), della quale presto si accorge di non poter fare a meno. Terminato il periodo di prova, però, Stella non gli appare più, e l'app gli ricorda che per tornare a vederla deve sottoscrivere un abbonamento da 199 euro a settimana.

E noi come stronzi rimanemmo a guardare intende fornire una lettura critica della società contemporanea, utilizzando il rider, con i meccanismi umilianti che caratterizzano il suo lavoro, come un paradigma utile ad estendere il discorso ad ogni ramo del vivere sociale, laddove la tecnologia tende ad andare oltre il ruolo di semplice supporto per farsi sempre più amministratore del tempo e delle scelte di ciascuno.
Se è vero che la realtà supera la fantasia, non è che ne sia servita poi tanta a Pif (al secolo Pierfrancesco Diliberto) e al cosceneggiatore Michele Astori per creare il contesto su cui dipanare il racconto, che è quello di una sorta di attualità rinforzata (o che sarebbe meglio definire 'realtà aumentata applicata') dove "Cupido" diventa "Happy Lover" e "Uber" diventa "Fuuber", e dove il rinforzo sta nell'utilizzo degli ologrammi in 3D e in qualche spunto simpatico sparso qua e là (il Pronto Soccorso virtuale, ad esempio). Il presente alternativo voluto da Pif per la sua terza regia si limita ad essere però solo parzialmente plausibile, per via di una sceneggiatura sfilacciata e piatta che impedisce all'idea di base di trasformarsi in un racconto dalla struttura solida.

Il limite del film di Pif (che si ritaglia il ruolo di un professore di filologia romanza che arrotonda facendo l'hater sul web) sta nel suo limitarsi a un ricalco del reale in chiave farsesca che rimane sulla superficie delle immagini, senza andare a fondo in una narrazione che sappia sorprendere o coinvolgere. Eccezion fatta per qualche risata, che non manca, l'assente ingiustificato è lo spessore, necessario a indurre a una riflessione sulla progressiva erosione delle libertà personali ad opera di app che governano tutto, anche i rapporti umani, o sull'incapacità dell'uomo moderno di tornare autonomo rispetto a dei logaritmi che, chiedendo e ottenendo il permesso, incidono sui percorsi e ne decidono i destini. Le buone intenzioni restano ferme sulla carta e gli autori lo sanno, dunque, per assicurarsi che il 'messaggio' venga recepito, affidano le conclusioni, scontate e pure posticce, ad uno spiegone finale imbarazzante.
VOTO: **

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Gli occhi di Tammy Faye

  • Biografico
  • USA, Canada
  • durata 126'

Titolo originale The Eyes of Tammy Faye

Regia di Michael Showalter

Con Jessica Chastain, Andrew Garfield, Cherry Jones, Vincent D'Onofrio, Mark Wystrach

Gli occhi di Tammy Faye

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2021 - SELEZIONE UFFICIALE - FILM D'APERTURA

Nel 1952, una ragazzina di nome Tammy Faye sbircia dall'esterno di una chiesa le gesta di un predicatore che arringa la propria folla; tornata a casa chiede alla madre di poter entrare lì anche lei, di fatto già sapendo che non le è permesso: perché la madre è divorziata e lei è l'avanzo del primo matrimonio, e già la sua presenza lì dentro è appena tollerata, grazie esclusivamente al suo ruolo di pianista. Nella scena successiva, la ragazzina si introduce ugualmente, di soppiatto, riceve l'eucarestia, e in preda a un'emozione indicibile inizia a blaterare cose incomprensibili, si getta a terra e se la fa addosso.
Stacco. È il 1960, e Tammy diciottenne si imbatte nel giovane predicatore Jim Bakker con il quale, tra una citazione biblica e l'altra, finisce in men che non si dica a condividere un letto con intenti peccaminosi. Di lì a poco, è alla porta della madre a presentarglielo come il proprio sposo, facendole anche presente quale sia lo scopo che intendono dare al loro sodalizio, ovvero fare i predicatori itineranti - con lui addetto alle preghiere e lei al canto - utilizzando come strumento di lavoro dei pupazzi, che serviranno in prima battuta ad attrarre i bambini, e di conseguenza ad accalappiarne i relativi genitori.

Fatto salvo il vero incipit - una carrellata di notiziari d'epoca e poi un tuffo in avanti alla Tammy ultracinquantenne del 1994, The eyes of Tammy Faye si svolge in maniera lineare, partendo dalla rapida ascesa che vede la coppia prima esordire in tv ospitata da altri e poi creare un canale proprio, di fatto costruendo un impero che per gli anni a venire sarà foraggiato dalle offerte dei fedeli (o, per dirla con loro, degli 'associati'), proseguendo con l'emergere dello scandalo finanziario e la successiva caduta in disgrazia, per poi concludersi tornando al 1994.
Oltre quarantanni di storia statunitense, quindi, sono attraversati in due ore di film senza che nulla venga minimamente approfondito, né i personaggi secondari, con lo stesso Jim Bakker ridotto ad una macchietta, mal servito da un Andrew Garfield costretto ad un'interpretazione fastidiosamente sopra le righe, né tantomeno il contesto socio-culturale, con la misoginia e l'intolleranza verso gli omosessuali ridotti a mero espediente narrativo, e con il ruolo politicamente attivo degli imbonitori religiosi, legati a doppio filo alla destra reaganiana, suggerito in un paio di scene isolate e senza mordente: la dichiarata volontà di guardare tutto con Gli occhi di Tammy Faye diviene la palla al piede o più probabilmente l'alibi di un film che non ha alcun interesse a prendere posizioni scomode, ma che di quel personaggio fa propri l'infantilismo e l'ingenuità, rendendoli però posticci e virandoli in ignavia.

Fortemente voluto da Jessica Chastain, produttrice e (sempre ottima) attrice principale, il film di Michael Showalter prende spunto da un documentario omonimo (di Fenton Bailey e Randy Barbato) che, nel 2000, basandosi sul racconto della stessa Tammy Faye si prese la briga di riscrivere la storia della parabola della coppia, riabilitandone l'immagine alla luce delle responsabilità di Jerry Falwell, un predicatore rivale (un inquietante Vincent D'Onofrio). A rimanere e dominare sovrana dopo questo polpettone, è la superficialità incosciente di una donna ai cui comportamenti da sempliciotta sono dovuti una manciata i sorrisi e una istintiva simpatia - talvolta compassione - da pacca sulla spalla: ma lì ci si ferma. E francamente non può bastare.
VOTO: **

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

A Thousand Hours

  • Drammatico
  • Svezia, Danimarca
  • durata 101'

Titolo originale Tusind Timer

Regia di Carl Moberg

Con Josefine Tvermoes, Niels Anders Manley, Kenneth M. Christensen, Alba August

A Thousand Hours

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2021 - SELEZIONE UFFICIALE

In seguito ad un concerto in un piccolo club di Copenaghen, i Vault ricevono da un manager presente in loco un invito ad aprire il live di un'altra band locale, di lì a pochi giorni. Sembra l'inizio di una faticosa ripartenza, ma tre eventi ravvicinati fanno precipitare tutto: al successivo incontro in sala prove, il batterista Morten non arriverà mai, finendo ucciso in un incidente d'auto; quella sera stessa Anna e Thomas - cantante e chitarrista/autore - hanno un approccio sessuale subito abortito per (non) volere di lei; infine, nei giorni successivi Thomas incontra un amico canadese a cui serve un chitarrista al volo per andare in tour, ché il suo è malato. Vista la situazione, Thomas accetta l'invito, avvisa Anna via telefono e parte: i Vault sono di fatto sciolti. Di lì a un anno, Anna si è spostata a Berlino, città che pullula di artisti, per cercare di capire cosa fare da grande.
Ma Thomas, ciclicamente, tornerà ad affacciarsi nella sua vita.

Al proprio primo lungometraggio, con Tusing Timer (A Thousand Hours) il regista svedese (trasferito in Danimarca) Carl Moberg intende raccontare il percorso di crescita di una ragazza insicura e confusa, che scambia l'amore con il desiderio e - alla ricerca di un posto nel mondo - aggiunge fallimenti a fallimenti. Confusa, purtroppo, è anche la messinscena nel suo complesso: Moberg afferma che nel corso delle riprese sia stata data grande libertà agli attori, ma a mancare, probabilmente, è un chiaro obiettivo di fondo: interessante fino al momento in cui Thomas decide di andare, il film prende poi a si trascinarsi fiacco, oltretutto perdendosi in un paio di sottotrame irrilevanti (a che serve farci vedere il dialogo tra Thomas e la madre? cosa c'entra il tizio in carrozzina che appare in un paio di scene a casa del padre di Anna?), e mentre Anna colleziona fiaschi circondandosi di personaggi poco interessanti ai fini di un racconto che si voglia ricordare, la cui unica funzione è alimentare la sua insicurezza e sfiducia nei propri mezzi, qualche sussulto torna a palesarsi con il ritorno sullo schermo di Thomas (non per chissà quali meriti, ma perché è l'unico personaggio, oltre lei, a tre dimensioni), prima che sparisca di nuovo. L'avvento, dal nulla, del colpo di scena (si fa per dire) che indirizza il cammino della protagonista, pone fine ad un film assai poco riuscito.
VOTO: **

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

La crociata

  • Commedia
  • Francia
  • durata 67'

Titolo originale La croisade

Regia di Louis Garrel

Con Louis Garrel, Laetitia Casta, Joseph Engel, Ilinka Lony, Julia Boème, Lazare Minougou

La crociata

ALICE NELLA CITTÀ 2021 - FUORI CONCORSO

Quando Abel e Marianne chiedono al figlio tredicenne Joseph che fine abbia fatto il suo monopattino, questi, candidamente, confessa di averlo venduto perché non gli serviva, riferendo della necessità di raccogliere soldi per un progetto segreto che porta avanti con amici e amiche; man mano che la conversazione va avanti, i due scoprono che il ragazzo non ha venduto solo cose proprie, ma ha pescato senza problemi in ogni angolo della casa selezionando quelle di maggior valore: il vestito di Dior e la giacca di pelle della madre, gli orologi da collezione e i gemelli del padre, i libri d'epoca del povero nonno, le bottiglie di vino d'annata. Cinto d'assedio in quello che ormai ha assunto le fattezze di un interrogatorio, Joseph - affinché non finisca male - si vede costretto a violare il segreto ed entrare nel dettaglio del progetto: in realtà non è stato il solo ragazzo a ricavare soldi dai beni di famiglia, ma come lui ce ne sono altri 850 in giro per il mondo, e il loro obiettivo è quello di salvare il pianeta attraverso l'operato di una delegazione di minorenni da spedire nell'Africa centrale sotto la forma di una associazione già riconosciuta dal ministero degli esteri (ma nascosta ai genitori).

La Croisade si apre così, con dieci minuti di commedia incalzante e tendente all'assurdo che sarebbero anche divertenti se non fossero invece solo l'inizio di una storia senza capo né coda. Forse confuso dall'emersione e dalla sempre maggiore diffusione del fenomeno Greta Thunberg, che temporalmente colloca dopo il concepimento della suddetta scena iniziale da parte del co-autore Jean-Claude Carrière (oggi defunto), il regista e sceneggiatore Louis Garrel deve aver pensato che qualsiasi racconto incentrato su dei giovani devoti all'ambientalismo sarebbe divenuto di colpo potabile: e allora dimentica di darsi dei limiti o anche solo di costruire un contesto credibile, per di più inventando personaggi tagliati con l'accetta (non se ne salva uno!) che fanno o dicono cose insensate, la cui unica logica è quella di giustificare (si fa per dire) l'esistenza della sequenza in corso o della successiva.
Nella sua assoluta vaghezza (perché la leggerezza è un'altra cosa), La Croisade banalizza la questione ecologica e non sa pungere né in un verso né in quello opposto, limitandosi a una sgangherata inconsistenza e mettendo uno dietro l'altro, appiccicati con lo sputo, una fitta serie di dialoghi ridicoli e scene inguardabili.
VOTO: *½

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