Espandi menu
cerca
CONSIGLI D'AUTORE 23 - Da Varda a Waters
di SillyWalter ultimo aggiornamento
Playlist
creata il 34 film
Segui Playlist Stai seguendo questa playlist.   Non seguire più

L'autore

SillyWalter

SillyWalter

Iscritto dal 26 ottobre 2014 Vai al suo profilo
  • Seguaci 40
  • Post 1
  • Recensioni 115
  • Playlist 29
Mandagli un messaggio
Messaggio inviato!
Messaggio inviato!
chiudi
CONSIGLI D'AUTORE  23 - Da Varda a Waters

"La vita si mette in scena da sola. È questo che bisogna osservare. L'ispirazione non si cattura. Quando la si vuole catturare, è andata via. Non bisogna neanche sperare di fare opere poetiche, non bisogna neanche sperare di fare opere straordinarie. In effetti, bisogna lavorare. Bisogna lavorare su ciò che è in disordine, su impressioni inafferrabili, su cose impalpabili." ~ Agnes Varda

 

"Ho scoperto la mostruosa trilogia (di Herschell Gordon Lewis), BLOOD FEAST, TWO THOUSAND MANIACS e COLOR ME BLOOD RED al mio drive-in locale e quando​ ho visto coppie di adolescenti che balzavano fuori dalle loro macchine per vomitare capii che avevo trovato un regista che andava nella direzione del mio cuore." ~ John Waters

 

Capitolo ventitreesimo. Dove imparo che il nome King Vidor incredibilmente non è finto. Non è uno pseudonimo. Cioè: questo qui aveva dei genitori che l'hanno consapevolmente chiamato King (va detto che, se non ricordo male, c'era già un nonno di nome King da omaggiare...). Tra l'altro, come a voler confermare questa incolpevole megalomania, King ha messo un suo film nella decina dei più bei film di sempre. Non è il primo (è il sesto). Proseguendo: è Agnes Varda ad avere la lista più corposa (e più "intrigante") di giornata, in cui brilla soprattutto il suo amore per le colleghe registe, come la Campion, la Akerman, la Duras, e le molto meno citate (diciamo pur mai) Marta Meszaros e Patricia Mazuy. Andrzej Wajda paga volentieri il suo tributo ai maestri neorealisti e ci segnala un film del connazionale Munk da dissotterrare: FORTUNA DA VENDERE. Sempre per gli amanti delle novità Wayne Wang (sì, il padre era un fan di John Marion Wayne) propone SWEET MOVIE – DOLCEFILM di Dusan Makavejev. Chiudiamo tra conati di divertimento col re del cattivo gusto John Waters il quale, tra un Herschell Gordon Lewis, un William Castle, e uno o più Russ Meyer, ci chiama a raccolta per rivalutare l'invisibile LA SCOGLIERA DEI DESIDERI di Joseph Losey, da Tennessee Williams (forse meglio definito dal suo titolo originale: BOOM). Già. 

 

 

I consiglieri:

Agnes Varda  (CLEO DALLE 5 ALLE 7; SENZA TETTO NÉ LEGGE) 

Paul Verhoeven  (BASIC INSTINCT; ELLE) 

King Vidor  (LA FOLLA; DUELLO AL SOLE) 

Luchino Visconti  (ROCCO E I SUOI FRATELLI; IL GATTOPARDO) 

Andrzej Wajda  (CENERE E DIAMANTI; DANTON) 

Wayne Wang  (SMOKE; IL CIRCOLO DELLA FORTUNA E DELLA FELICITÀ) 

John Waters  (PINK FLAMINGOS; GRASSO È BELLO)

 

 

Gli arretrati:

1 - Da Allen a Aronofsky;     2 - Da Assayas a Bergman;     3 - Da Bertolucci a Tim Burton;     4 - Da Cameron a Craven;     5 - Da Cronenberg a De Sica;     6 - Da Dreyer a Frears;     7 - Da Friedkin a Hathaway;     8 - Da Haynes a P. Jackson;     9 - Da Jarman a Kieslowski;     10 - Da Kitano a Kurosawa;     11 - Da Lean a Loach;     12 - Da Luhrmann a Menzel;     13 - Da Milius a De Oliveira;     14 - Da Pasolini a S. Ray;     15 - Da Reed a Rivette;     16 - Da Rodriguez a Sayles;     17 - Da Schrader a Scorsese;     18 - Da Ridley Scott a Spielberg;     19 - Da Tarantino a Tarantino;     20 - Da Stone a Tarr;     21 - Da Tavernier a von Trier;     22 - Da Troell a Van Sant

 

 

Playlist film

Tutta una notte

  • Drammatico
  • Francia, Belgio
  • durata 90'

Titolo originale Toute une nuit

Regia di Chantal Akerman

Con Frank Aendenboom, Natalia Akerman, Véronique Alain, Paul Allio

Tutta una notte

consigliato da   AGNES VARDA 

Agnes Varda sulla Akerman: "È una vera regista, una vera innovatrice di forme e modi. I suoi film erano bellissimi e commoventi. La incontrai quand'era molto giovane, e ricordo di aver pensato che era intelligente, e che era fragile, a volte depressa. Quando non era depressa, era una brava regista e una donna astuta ed anche gradevole. Amava ridere."

 

Rilevanza: 1. Per te? No

Diario di un ladro

  • Drammatico
  • Francia
  • durata 75'

Titolo originale Pickpocket

Regia di Robert Bresson

Con Martin Lassalle, Marika Green, Pierre Leymarie, Jean Pélegri, Dolly Scal, Pierre Etaix

Diario di un ladro

consigliato da   AGNES VARDA 

"Jacques Demy ed io avevamo un proiettore 16mm a casa; avevamo l'abitudine di vedere PICKPOCKET ogni tre mesi. Guardavamo AMANTI PERDUTI, le opere di Fellini, e film del genere continuamente. Eravamo veramente impressionati da Fellini, Bresson, e Bergman. Nessuno parla di lui oggi, ma a quel tempo, era molto importante. Poi venne la Nouvelle Vague..." ~ Agnes Varda

 

Rilevanza: 1. Per te? No

Sweetie

  • Drammatico
  • Australia
  • durata 97'

Titolo originale Sweetie

Regia di Jane Campion

Con Geneviève Lemon, Karen Colston, Tom Lycos, Dorothy Barry

Sweetie

consigliato da   AGNES VARDA 

"Amo UN ANGELO ALLA MIA TAVOLA e SWEETIE, due dei primi film fatti da Jane Campion. Li amo davvero molto...sono così sensibili e intelligenti..." ~ Agnes Varda

 

Rilevanza: 1. Per te? No

L'âge d'or

  • Drammatico
  • Francia
  • durata 60'

Titolo originale L'âge d'or

Regia di Luis Buñuel

Con Gaston Modot, Lya Lys, Max Ernst, Pierre Prévert, Lionel Salem, Caridad de Laberdesque

L'âge d'or

consigliato da   AGNES VARDA 

"Si potrebbe dire che L'AGE D'OR si fonda sull'istinto, su sentimenti illustrati. Potremmo davvero analizzare L'AGE D'OR: una coppia fa l'amore nel fango, ad alcuni metri da una cerimonia ufficiale, accanto a un monumento. Che cos'è? Se è un'idea intellettuale, allora è meramente aggressiva e idiota, ma è un sentimento e io ci credo, è così bello che il contesto sotto l'immagine non ha una vera importanza. Questo è il pensiero che precede l'immagine, l'istinto. L'AGE D'OR è davvero meraviglioso da questo punto di vista." ~ Agnes Varda

 

Rilevanza: 1. Per te? No

Una moglie

  • Drammatico
  • USA
  • durata 155'

Titolo originale A Woman Under the Influence

Regia di John Cassavetes

Con Gena Rowlands, Peter Falk, Matthew Cassel, Matthew Laborteaux

Una moglie

consigliato da   AGNES VARDA 

INTERVISTATORE: "Lei parla di costruire un'emozione, più che una storia. Per quelli che eventualmente vogliano disimparare ciò che hanno appreso nelle scuole di cinema, dove si enfatizza la storia e l'avere precise motivazioni per ogni scelta creativa, cosa suggerirebbe?" 

AGNES VARDA: "Non è un male che insegnino come esprimere le emozioni, come si possano usare dei trucchi – e peraltro sono buoni trucchi – come velocizzare la gestione dei ritmi o costruire un'emozione o costruire la paura. Farlo bene è una buona cosa. Ho visto i film di Hitchcock – che non sono male a dire il vero – sono fatti all'interno del sistema e sono molto organizzati e magistrali. Ma sono più commossa da gente che non usa molto la tecnica e il sistema. Alcuni film di Cassavetes mi hanno commosso fino alle lacrime. UNA MOGLIE è girato splendidamente. Non è che manchi la tecnica, ma questa segue le emozioni più che il trucco per renderle credibili. Credo che le scuole vadano bene per imparare. Il sistema americano e quello francese per il cinema mainstream vanno bene, e producono buoni film."

Rilevanza: 1. Per te? No

Passion

  • Drammatico
  • Svizzera
  • durata 86'

Titolo originale Passion

Regia di Jean-Luc Godard

Con Isabelle Huppert, Michel Piccoli, Hanna Schygulla

Passion

consigliato da   AGNES VARDA 

"(Con Godard) eravamo amici quando eravamo giovani. Ma avevamo 30, 40 anni. Poi è cambiato. Ha cominciato a fare film politici. Dopo sono andata in America. Ci siamo persi di vista. Ma continuerò a vederlo qua e là. Quando presenta un film a Parigi ci vediamo per cinque minuti. So che gli è piaciuto LES GLANEURS ET LA GLANEUSE (film di Agnes Varda del 2000). (...) Sai, quando amo qualcuno non posso escluderlo dalla mia vita. L'amore non è qualcosa che apri e chiudi. Ricordo che mi piaceva quando lui e Jacques Demy erano amici. Siamo andati in vacanza insieme. Ci siamo goduti la vita. Non posso cancellarlo. E poi ammiro il suo lavoro. Credo che sia un incredibile inventore di cinema. È un esploratore. Un filmmaker filosofo, cosa molto rara in tutto il mondo. È unico. Per cui ammiro molto il suo punto di vista. Questo vuol dire che è simpatico? Non ha nulla a che vedere. Come filmmaker ha ancora tutta la mia ammirazione. Ma come uomo, come amico, ora? È più o meno «bruciato»." ~ Agnes Varda

 

Rilevanza: 1. Per te? No

Sans soleil

  • Documentario
  • Francia
  • durata 100'

Titolo originale Sans soleil

Regia di Chris Marker

Con Florence Delay, Arielle Dombasle, Riyoko Ikeda, Charlotte Kerr, Kim Novak

Sans soleil

consigliato da   AGNES VARDA 

"Ho conosciuto Marker nel 1953-54, lui era amico di Alain Resnais che ha montato il mio primo film, LA POINTE COURTE, nel 1954. Poi siamo diventati molto amici, l’ho aiutato a fare alcune piccole cose per «Dimanche à Pekin». Provava un orrore tale nei confronti dei media e della pubblicità che aveva deciso di farsi rappresentare da un gatto che si chiama Guillaume-en-Egypte, e negli ultimi vent’anni non voleva nemmeno rispondere, mostrava il gatto e dava a lui la voce, era un suo gioco." ; "Sono amica di Chris e lo ammiro. È un uomo molto brillante, e lavora sodo. È più vecchio di me ed è ancora attivo come un vero lavoratore – fa delle belle cose. Ed è un uomo molto interessante, realmente interessante, e invecchia anche in un modo molto interessante. Vive in mezzo a una specie di grotta – ci siete stati? Schermi e strumenti, si occupa della musica e del montaggio, ed ha pile di libri e dischi e altra roba, e pensa agli altri continuamente – tutti quei fumetti su quel che succede nel mondo, fumetti molto sarcastici. È brillante. Credo che non voglia vedere troppa gente. Non mangia, ha una specie di cibo proteico, non vuole perdere tempo a mangiare così si nutre di cose come lamponi e cibo proteico, e sta bene." ~ Agnes Varda

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Il mio uomo è un selvaggio

  • Commedia
  • Francia, Italia
  • durata 103'

Titolo originale Le sauvage

Regia di Jean-Paul Rappeneau

Con Yves Montand, Catherine Deneuve, Luigi Vannucchi, Dana Wynter

Il mio uomo è un selvaggio
in STREAMING

In streaming su iTunes

consigliato da   AGNES VARDA

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Adoption

  • Drammatico
  • Ungheria
  • durata 89'

Titolo originale Örökbefogadás

Regia di Márta Mészáros

Con Katalin Berek, Gyöngyvér Vigh, Péter Fried, László Szabó, István Szõke

Adoption

consigliato da   AGNES VARDA 

(Fonte: Gerald Peary -The Real Paper, Boston,1977): "Agnes Varda, il cui film L'UNE CHANTE, L'AUTRE PAS apre il New York Film Festival 1977, è tanto molesta quanto minuta: compulsivamente pungente, categorica, al limite dello sgarbato. Le scarpe sparse in giro e i piedi nudi allungati sul divano del suo nuovo hotel di New York, questo giglio di 1 metro e 52 cm della Rive Gauche che indossa un abito porpora da contadina è pronta alla lite. Agnes Varda non si capacita che io abbia visto poco del lavoro della sua regista preferita, l'ungherese Marta Meszaros: «Ha già fatto sei film e tre di questi sono grandi film. Perciò è strano che parliate come uno “specialista”». Poi ridicolizza i due film che ha visto della mia preferita, Dorothy Arzner. «Li ho detestati. Credevo fosse un uomo! Non sono interessata a vedere un film solo perché fatto da una donna – a meno che non stia cercando immagini nuove».” 

Rilevanza: 1. Per te? No

Ognuno cerca il suo gatto

  • Commedia
  • Francia
  • durata 90'

Titolo originale Chacun cherche son chat

Regia di Cédric Klapisch

Con Garance Clavel, Zinedine Soualem, Reneé Le Calm, Olivier Py

Ognuno cerca il suo gatto

consigliato da   AGNES VARDA 

 

 

+ Non presenti nel database di FilmTv.it:

IL CAMION  (Marguerite Duras, 1977, Francia)     Una scrittrice (Duras) legge a un attore (Depardieu) la sceneggiatura del suo prossimo film. Tratta di una donna che trova un passaggio da un camionista. Durante il viaggio la donna parla continuamente mentre l'uomo l'ascolta e non proferisce parola. Il film non mostra i personaggi, ma numerosi piani di un autoarticolato che attraversa diversi paesaggi rurali, immagini eloquenti dell'espressione (risalente alla stessa epoca) «beau comme un camion» (bello come un camion) il cui effetto è di respingere la sceneggiatura verso una zona di frontiera incerta situata tra la realtà e l'epifenomeno. (...) IL CAMION smantella l'abitudine del cinema dominante di privilegiare l'immagine al suono, arrestando la natura rappresentativa del film e rimpiazzando l'articolazione rappresentativa con un linguaggio femminile significativo. IL CAMION è uno studio della polivalenza dell'identità. Nel film un uomo e una donna siedono in silenzio ad un tavolo. La colonna sonora è la voce della stessa Duras, inframezzata con altre voci. Questo genera l'effetto di rimpiazzare l'identificazione e sovraccaricare lo spettatore con una metanarrazione consistente della stessa storia detta e ridetta in differenti versioni. Duras usa costantemente un narratore inattendibile in una sovversione dei modi tradizionali dello storytelling. IL CAMION è un poema sulla scrittura femminile così come un manifesto che fa appello alle donne scrittrici perché parlino e scrivano. ~ (Wikipedia + "Women Film Directors: An International Bio-critical Dictionary" by G. A. Foster) 

TRAVOLTA ET MOI  (Patricia Mazuy, 1993, Francia)     Alla fine degli anni '70, in una piccola città della Francia profonda, Christine è affascinata da John Travolta da quando ha visto LA FEBBRE DEL SABATO SERA. Ragazzo ribelle e fervente lettore di Rimbaud e Nietzsche, Nicolas ha appena scommesso con un amico che può sedurre qualsiasi ragazza. In autobus abborda Christine per gioco. La ragazza s'innamora immediatamente. I due si danno un appuntamento la sera stessa alla festa della pista di pattinaggio...  – TRAVOLTA ET MOI fa parte della serie «Tous les garçons et les filles de leur âge» in cui nove cineasti hanno realizzato un film ciascuno sull'adolescenza, scegliendo un'epoca e la sua musica. ~ (lacinetek.com)

WHITE LIES / COMME ELLE RESPIRE  (Pierre Salvadori, 1998, Francia)     Mitomane forsennata, Jeanne (Marie Trintignant) adora inventare storie strampalate, in cui chiaramente riveste il ruolo principale. Quando il suo futuro marito scopre che lei gli ha mentito su ogni cosa, diventa furibondo. Jeanne allora lascia Bordeaux per Parigi. Dopo aver fatto alcuni lavoretti, fa la conoscenza di Madeleine, una vecchia dama credulona con cui si fa passare per una ricca ereditiera. A sua volta ingannato, Antoine (Guillaume Depardieu), un giovane truffatore che brama la supposta fortuna di Madeleine, decide di organizzare con due complici il rapimento della bella sconsiderata, nella speranza di intascare un bel gruzzolo... ~ (telerama.fr)

 

 

LISTA COMPLETA di AGNES VARDA

- Tutta una notte (Akerman) - Manhattan (Allen) - Persona (Bergman) - Pickpocket (Bresson) - L'Age d'or (Buñuel) - Sweetie (Campion) - Un angelo alla mia tavola (Campion) - Amanti perduti (Carné) - Una moglie (Cassavetes) - Ucciderò un uomo (Chabrol) - Il cacciatore (Cimino) - Josephine / Les demoiselles de Rochefort (Demy) - La favolosa storia di Pelle d'Asino (Demy) - Una camera in città (Demy) - Ponette (Doillon) - L'età inquieta (Dumont) - Il camion (Duras) - Il matrimonio di Maria Braun (Fassbinder) - Amarcord (Fellini) - Bande à part (Godard) - Passion (Godard) - Un dollaro d'onore (Hawks) - La fille seule (Jacquot) - Il sapore della ciliegia (Kiarostami) - Ognuno cerca il suo gatto (Klapisch) - Rashômon (Kurosawa) - Shoah (Lanzmann) - L'insolito caso di Mr. Hire (Leconte) - Sans soleil (Marker) - La Jetée (Marker) - Travolta et moi (Mazuy) - Adoption (Mészarós) - Caro diario (Moretti) - Aurora (Murnau) - Teorema (Pasolini) - Uccellacci e uccellini (Pasolini) - Van Gogh (Pialat) - Il mio uomo è un selvaggio (Rappeneau) - Hiroshima mon amour (Resnais) - White Lies / Comme elle respire (Salvadori) - Fuori orario (Scorsese) - La ragazza del bagno pubblico (Skolimowski) - Lo specchio (Tarkovski) - Padre padrone (P. & V. Taviani) - L'ultimo metrò (Truffaut) - Belli e dannati (Van Sant) - L'uomo con la macchina da presa (Vertov) - L'Atalante (Vigo) - Il gattopardo (Visconti) - La capra (Veber) - Paris, Texas (Wenders) - La promesse (fratelli Dardenne) 

Fonti: lacinetek.com; lamag.com; ilmanifesto.it; vulture.com; filmcomment.com; tiff.net; geraldpeary.com; believermag.com; criterioncollection

 

 
 
"A quel tempo (quando iniziò a fare cinema - ndt), andavo abitualmente a teatro ed ero la fotografa di un gruppo, il «Théâtre National Populaire». Non andavo al cinema. I miei genitori non mi ci avevano mai portato – forse una volta o due. Quando mi venne in mente che avrei potuto scrivere una sceneggiatura o fare un film, mi sembrava una specie di utopia, qualcosa che mai pensavo sarebbe diventato realtà. All'età di 25 anni, avevo visto meno di 10 film. Oggi incontro giovani che frequentano corsi speciali all'università. Queste persone a 21 anni hanno già visto centinaia di film. Sono appassionati e questa è una cosa che adoro, ma devo dire, è un peccato. Io non vengo da una cosa del genere, non sapevo niente sui film. Al contrario, ho immaginato un film, ed alcuni amici han detto: «Facciamolo!» Quello è diventato il mio primo film. Il primo giorno che ho cominciato a girare il mio film intitolato LA POINTE COURTE nel luglio del 1954, ho saputo che ero una regista. Ma dovetti girare la mia prima ripresa per capirlo – strano –  ma è così che è andata." ~ Agnes Varda 
INTERVISTATORE: "Ora che chiunque può girare un video con un iPhone, quale sarà l'effetto sul modo della gente di creare e distribuire film d'arte? E quali sono oggi i filmmakers che ti interessano?" 
AGNES VARDA: "La scena è totalmente cambiata. Tutte le invenzioni tecniche hanno un effetto democratico: dare a tutti quanti la possibilità di fare foto, filmare qui e là, fare il montaggio e via dicendo... Registi con ambizioni artistiche o commerciali (o entrambe) usano le nuove possibilità per creare qualcosa. Come prima, ci sono diversi livelli di filmmaking. Io continuo a preferire autori come Cassavetes e Fassbinder e più recentemente Gus Van Sant, Woody Allen, David Lynch, Jarmusch, i Coens ma anche Jia Zhangke, Abbas Kiarostami, Tsai Ming Liang, Carlos Reygadas e in Francia, Philippe Garrel, il compianto Demy e Maurice Pialat, e ora Abdellatif Kechiche. (...) Alcuni filmmakers e/o fotografi sono diventati artisti visuali. È quello che è successo a me. Ho iniziato a fare istallazioni mescolando film e video e posizionandoli in uno spazio invece che su uno schermo piatto. Crea relazioni diverse negli spettatori, altre possibilità di esprimere scoperte ed emozioni. Le memorie hanno una forma nuova, una nuova struttura. (...) Fotografie e immagini in movimento, testi o dialoghi per film, tutto è creazione e dividere con altri."
"Il problema non è girare, il problema è abituarsi a guardare attraverso l'oculare, attraverso l'inquadratura di una macchina da presa, ovvero quello che sarà un'immagine, non importa quale, ma un'immagine racchiusa in un quadro: guardare come la vita si mette in scena e si compone. Potete fare esperienza ovunque. [...] C'è un trascorrere della vita talvolta spettacolare. [...] La vita si mette in scena da sola. È questo che bisogna osservare. L'ispirazione non si cattura. Quando la si vuole catturare, è andata via. Non bisogna neanche sperare di fare opere poetiche, non bisogna neanche sperare di fare opere straordinarie. In effetti, bisogna lavorare. Bisogna lavorare su ciò che è in disordine, su impressioni inafferrabili, su cose impalpabili. Credo che talvolta lavoriamo senza sapere esattamente cosa facciamo. C'è qualcosa di misterioso che ci fa fare quella inquadratura, scrivere quella determinata cosa, domandare questo o quel movimento; c'è molto bisogno del caso. Ho chiamato in causa il caso con tutte le mie forze ogni volta che ho iniziato un film; e il caso è venuto. Il caso è stato sempre dalla mia parte, non ai miei piedi, ma quasi. Credo sia più importante comunicare che comprendere. Non sono sicura, d'altronde, che ci sia bisogno che gli spettatori comprendano tutto quello che vedono, ma è necessario che sentano, è necessario che le cose comunichino, e che trasmettano anche lo smarrimento di colui o colei che ha fatto il film. Questo smarrimento si comunica e non si comprende necessariamente." ~ Agnes Varda 
INTERVISTATORE: "Ha sempre saputo che voleva diventare un'artista?" 
AGNES VARDA: "Mi sembrava che nella vita fosse un bello status, quello di «artista». Non sapevo esattamente quale tipo...pensavo che avrei scritto, poi ho cominciato a fare foto, ma a quel tempo, dovevo guadagnare. Facevo un sacco di foto, di quelle non molto artistiche, devo dire. Facevo foto a famiglie con bambini, lavoravo per la compagnia dei treni, e facevo quel che si doveva fare, ma quello su cui mi concentravo sempre erano le composizioni. Oggi sembra ridicolo da dire visto che chiunque possiede una macchina fotografica, ma questo succedeva molto tempo fa e la società era molto differente. Il solo possedere una macchina fotografica non era una cosa da tutti."
INTERVISTATORE: "Mi può parlare dei primi artisti che l'hanno ispirata?"
AGNES VARDA: "Beh, Picasso mi ha veramente cambiato la vita. È strano, ma ho cominciato molto presto ad apprezzare i dipinti di Picasso. Io ero molto giovane, e lui non era così tanto conosciuto. La prima mostra fu organizzata dal partito comunista – ci credereste? – per via della sua posizione durante la guerra. Ma la libertà che lui si concedeva di lavorare e cambiare forme e cambiare idee e lavorare sempre con gioia – è la gioia di dipingere di Picasso che trovavo meravigliosa. Non l'ho mai incontrato. Ho fatto delle foto al Festival d'Avignone, ma ero troppo timida per chiedere di andare nel suo studio. Non sembra una cosa da me, ora, ma ero molto timida, e anche intimidita dagli uomini. Credo ci fosse tutto un mondo che mi spaventava completamente. In più ero stata educata in modo stupido, non sapevo niente di niente, il che è parte dell'essere timidi. (...) Sai, avevo 18 anni, ed era il '46, per cui eravamo abituati a queste spavenose immagini dei soldati per le strade di Parigi. Quindi l'effetto della guerra, più la mia timidezza, più la mia ignoranza – ero veramente spaventata dagli uomini. In seguito le cose sono cambiate, ma mi ci è voluto un po' di tempo per adattarmi."
 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Ivan il Terribile

  • Storico
  • URSS
  • durata 100'

Titolo originale Ivan Groznij

Regia di Sergej M. Ejzenstejn

Con Nikolaj Cerkasov, Ludmila Celikobskaja, Serafima Birman

Ivan il Terribile

consigliato da   PAUL VERHOEVEN 

"I miei film preferiti sono IVAN IL TERRIBILE, LA DOLCE VITA e LAWRENCE D'ARABIA." ~ Paul Verhoeven 

"IVAN IL TERRIBILE è uno dei rari film che considero vera arte. È bellissimo. Eisenstein usa spostamenti lineari che non vengono usati spesso dai registi. È una cosa che mi è sempre rimasta impressa nella mente. Li ho anche utilizzati per il mio film SPETTERS (1980)." ~ Paul Verhoeven 

INTERVISTATORE: "Hai ancora fede nel cinema?"

PAUL VERHOEVEN: "Certo, sì sì sì sì. Ma devo continuamente vedere vecchi film per conservare la fede. Quando mi sento davvero depresso guardo IVAN IL TERRIBILE o LA REGOLA DEL GIOCO o METROPOLIS o anche BLADE RUNNER, ad esempio, o TERMINATOR o qualcosa del genere, o tutti i film di Hitchcock – o forse il 50% dei film di Hitchcock. Ne ho bisogno – a volte torno a casa completamente depresso e devo metterli su. È veramente difficile in un'industria in cui i parametri sono diventati così tanto quelli del puro intrattenimento, continuare a credere che il cinema sia un'arte."

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

La donna che visse due volte

  • Thriller
  • USA
  • durata 128'

Titolo originale Vertigo

Regia di Alfred Hitchcock

Con James Stewart, Kim Novak, Barbara Bel Geddes, Henry Jones

La donna che visse due volte
in STREAMING

In streaming su Wuaki

consigliato da   PAUL VERHOEVEN 

"Se siete in cerca delle influenze di BASIC INSTINCT in particolare, sono stato influenzato più che altro dalla mia ammirazione per Hitchcock e dal mio studio del suo lavoro, soprattutto LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE e LA FINESTRA SUL CORTILE." ; "Ci sono un paio di registi che ho studiato davvero bene. Kurosawa è uno di questi, specialmente I SETTE SAMURAI e RASHOMON. E anche LA SFIDA DEL SAMURAI. Ci sono 3 o 4 dei suoi film fatti negli anni '50, che erano perlopiù in bianco e nero, che mi hanno influenzato molto. Lo stile, il montaggio, la musica – ho studiato ogni aspetto. Poi, direi che ci sono stati Alfred Hitchcock, Sam Peckinpah, il francese Jean Renoir, il russo Eisenstein...un mucchio di quelle che chiameresti influenze classiche. Aggiungerei anche che uno dei miei più grandi esempi – maestri se preferite usare questo termine – è David Lean. [Ride] Ma non farò mai niente del genere – il genere di cose che faceva lui. Mi sono interessato al suo lavoro e lo conosco molto bene, ma non a tal punto che saprei fare cose come quelle. O che desidererei farle. Credo di essere stato molto piu influenzato stilisticamente da Alfred Hitchcock che da chiunque altro – come si può notare in BASIC INSTINCT e anche ne L'UOMO SENZA OMBRA. Ne L'UOMO SENZA OMBRA, ad esempio, quando Kevin Bacon guarda la sua vicina – la ragazza che più tardi violenterà – nell'appartamento di fronte, insieme al mio «production designer» abbiamo guardato LA FINESTRA SUL CORTILE per vedere esattamente quale dovesse essere la distanza migliore tra i due appartamenti: abbastanza distanti da non notare tutti i dettagli, ma abbastanza vicini da vedere che, se lei si toglieva il reggiseno, rimaneva nuda. Dovevamo capire dove sistemarci, con le lenti che avevamo, per creare una sensazione simile. Guardo ancora ad Hitchcock perché c'è sempre qualcosa che ti fa dire: «Oddio, questo non l'avevo mai notato. Ecco perché quella piccola sequenza di tre inquadrature funziona così bene...» Non è che io cerchi realmente di copiarlo, ma ho la forte sensazione che BASIC INSTINCT sia un Hitchcock per gli anni '90, perché è il genere di cosa che Hitchcock avrebbe forse fatto se fosse stato vivo. Ci sono delle sceneggiature pubblicate che Hitchcock non ha potuto girare nei suoi ultimi anni di vita, e se vedeste quanto sono sessualmente oltraggiose alcune scene che voleva fare e che scartò perché non sarebbero passate attraverso la censura...una ragazza seduta in primo piano insieme al suo amante mentre il marito si avvicina su una barca alle sue spalle, e lei si masturba per il tizio in primo piano. Quella era una scena che voleva fare che sarebbe perfetta per BASIC INSTINCT 2." ; "Ho studiato i film di Hitchcock per tutta la vita. Credo di averli visti tutti e ancora li guardo in continuazione, per mio piacere e per vedere che soluzioni adottava. Voglio dire, è il regista visivo per antonomasia. (...) I miei preferiti variano col tempo. Ovviamente, all'inizio era LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE, quando avevo 16 o 17 anni e pensavo: «Wow, questa è arte, vero? Non è intrattenimento, è arte!» Beh, è anche intrattenimento, chiaramente, ma è anche arte. L'eleganza de LA FINESTRA SUL CORTILE è anch'essa fenomenale. La fine è un po' strana, coi costumi e la fotografia e il punto di vista soggettivo... bellissimo. Sono anche un fan di INTRIGO INTERNAZIONALE, ma credo che anche lì il finale non sia così buono...la parte del Monte Rushmore. Non potevano girarla sul luogo. È tutto finto. Cioè, usano gigantografie, si può vedere quanto è finto. E non succede nulla di veramente interessante. La musica di Bernard Herrmann ti trascina, sia chiaro, ma se togli la musica, vedi veramente che non c'è materiale interessante in quella scena. La parte migliore è quando lui la afferra e la solleva e si ritrovano sul treno. Quella è la scena migliore. Lei sta cadendo, lui la afferra e il treno entra nel tunnel...già. No, ma il bello di INTRIGO INTERNAZIONALE è quando Cary Grant va in quella casa e i cattivi lo prendono e lo portano in quell'altra casa, e poi James Mason e come la casa è ripresa e la musica, ed è tutto un po' misterioso e strano...è fantastico!" ~ Paul Verhoeven

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Sexy Beast

  • Thriller
  • Gran Bretagna
  • durata 88'

Titolo originale Sexy Beast

Regia di Jonathan Glazer

Con Ray Winstone, Ben Kingsley, Amanda Redman, Ian McShane

Sexy Beast

In streaming su Chili

consigliato da   PAUL VERHOEVEN 

"Ho appena visto un film che mi è davvero piaciuto, un film messicano – Y TU MAMA TAMBIEN! Un altro film che mi è piaciuto molto è stato SEXY BEAST – che è inglese. Ho pensato fosse un film estremamente interessante, mi ha colto di sorpresa – mi son detto: «wow!» Ovviamente si fanno ancora film del genere. Ma si fanno spesso negli Stati Uniti? No, è raro." ~ Paul Verhoeven

 

LISTA COMPLETA di VERHOEVEN 

- La dolce vita (Fellini)

- Ivan il Terribile, Parte II (Eisenstein)

- Lawrence d'Arabia (Lean)

- Rashomon (Kurosawa)

- La donna che visse due volte (Hitchcock)

- Il settimo sigillo (Bergman)

- La regola del gioco (Renoir)

- Metropolis (Lang)

- I figli della violenza (Buñuel)

- A qualcuno piace caldo (Wilder)

- La finestra sul cortile (Hitchcock)

- Blade Runner (Scott) 

- Terminator (Cameron) 

- Y tu mama tambien! (Cuaron) 

- Sexy beast (Glazer) 

- La grande scommessa (McKay) 

Fonti: Sight & Sound (2002); www.ghosts.org/verhoeven; urbancinefile.com; jigsawlounge.co.uk; robocoparchive.com; "Paul Verhoeven: interviews" by Margaret Barton-Fumo; m.day.kyiv.ua; filmcomment.com; metro.us; indexmagazine.com

 
 
INTERVISTATORE: "Uno dei tuoi registi preferiti, Luis Bunuel, una volta ha detto che i film che vediamo tra gli 8 e i 16 anni circa sono quelli che lasciano  un'impronta sui nostri gusti culturali nella vita adulta. Ci sono dei film che ti hanno lasciato un'impronta mentre crescevi e che ti han fatto decidere di fare il regista?"
PAUL VERHOEVEN: "Beh, certamente, Bunuel, ma questo fin dai tempi di UN CHIEN ANDALOU, quel corto surrealista che ha fatto insieme a Salvador Dalì. L'ho visto a 16 anni o giù di lì, era un vecchio film che ho visto al Dutch Film Museum. E poi, ovviamente, BELLA DI GIORNO, che è probabilmente il più vicino al film che ho appena fatto – ELLE. Per cui Bunuel è importante, e poi, chiaramente molti, molti altri, all'inizio quando non facevo film. Più sei tu stesso a fare film, più diventa difficile accettare gli altri, perché sei in competizione. Ma quando non sei ancora un regista esperto, quando puoi ancora avere una mente completamente aperta, allora ti piace quello che ti piace. Così mentre crescevo ed ero uno studente ero influenzato da David Lean, Alfred Hitchcock, e Sergei Eisenstein – quel solito vecchio gruppo."
INTERVISTATORE: "Faresti mai un film di supereroi?" 
PAUL VERHOEVEN: "Se potessi aggiungerci qualche altro livello...ma se dev'essere la stessa cosa che gli altri stanno già facendo, allora no. No! Non sto dicendo che non è possibile, ma ad esempio, quando hanno deciso di opporre Batman a Superman. [Ride, agitando le mani] Mio Dio! Devono aver pensato che fosse proprio una grande idea, ma è talmente capitalista come idea. Ed ha fallito, mi sembra. Ma è la riduzione di un film a mero strumento capitalista, e per me è davvero deprimente. Non è così in tutto il mondo, ed anche negli Stati Uniti si fanno ancora dei bei film. LA GRANDE SCOMMESSA, è comunque un bel film, no? Un bel film! Mi piace veramente. Rendere accessibile un film su una situazione bancaria così complessa...l'hanno realizzato davvero bene. Penso che avrebbe dovuto vincere un Oscar per questo, ma invece hanno dato l'Oscar a SPOTLIGHT, e non ho idea del perché."
INTERVISTATORE: "Quali sono i registi di commedie che ami veramente?" 
PAUL VERHOEVEN: "Soprattutto Billy Wilder. E Lubitsch. Tra i più recenti, Woody Allen. E Mel Brooks. Ma Billy Wilder è più...simile a quello che vorrei fare. La miglior commedia che conosca è A QUALCUNO PIACE CALDO."
"Ho frequentato l'università dal 1956 al '63, studiando matematica e fisica. Ma facevo film per hobby con degli amici. Questo non aveva nulla a che fare con la mia professione, ovviamente. E poi, per coincidenza e per fortuna – e grazie a un po' d'aiuto – ci sono finito dentro quando ho fatto il militare in Olanda, che a quel tempo erano tre anni di servizio. Sono riuscito ad entrare nel dipartimento di cinema dei Marines. Ed è diventato l'inizio di una carriera, perché quell'esperienza era molto più professionale di quel che avevo fatto con i miei amici. Questa era gente dell'esercito e facevano veri film – documentari. Quindi è lì che ho iniziato. E quando sono diventato un ufficiale, andavo ovunque in giro per il mondo e in Inghilterra, Francia, e via dicendo – a filmare i Marines Olandesi. E la flotta della marina. E quando ne sono uscito, ho realizzato che che preferivo il cinema alla matematica. Ho cominciato cercando di ottenere un lavoro alla televisione, che alla fine ho avuto la fortuna di ottenere. E lì ci ho lavorato un paio d'anni, o tre o quattro anni. E grazie alle serie televisive che ho fatto con Rutger Hauer, che hanno avuto molto successo, ho avuto la possibilità di fare il mio primo lungometraggio, nel 1971. Per cui si tratta di un hobby che è diventato una professione." ~ Paul Verhoeven
"Ci sono diversi film americani che rispetto per differenti ragioni, ma succede raramente che veda qualcosa di inatteso. Anche i migliori tra i film americani, o quelli di maggior successo – comunque li vogliate definire – non sono mai molto sorprendenti per me. Sono più del genere «Ok è ben fatto, ma...» Un film che mi ha sorpreso è stato TERMINATOR, ad esempio – quello mi ha sbalordito. La mia reazione è stata «Wow – questo è davvero qualcuno che ha davvero riflettuto su qualcosa! Ed è riuscito a realizzarlo, con pochi mezzi, relativamente, ed ha fatto qualcosa di molto originale.» Se ho avuto un'influenza quando sono venuto negli Stati Uniti, è stato quel film, perché ROBOCOP non deriva certo da TERMINATOR, ma l'ho studiato molto molto bene prima di imbarcarmi in ROBOCOP, perché ROBOCOP era ovviamente anche lontano dal genere di film che avevo fatto in Olanda. Non sapevo molto di quel tipo di regia." ~ Paul Verhoeven
 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

La grande parata

  • Guerra
  • USA
  • durata 141'

Titolo originale The Big Parade

Regia di King Vidor

Con John Gilbert, Renée Adorée, Hobart Bosworth, Claire McDowell

La grande parata

consigliato da   KING VIDOR 

Racconta King Vidor: "Un giorno [nel 1925] feci una chiacchierata con Irving Thalberg e gli dissi che ero stanco di fare film effimeri. Film che arrivavano in città, restavano in cartellone più o meno una settimana, e poi se ne andavano per la loro strada verso una relativa oscurità o il completo oblio. Gli feci notare che solo metà degli americani andavano al cinema e questo perché i film venivano subito sostituiti. Se avessi potuto lavorare su qualcosa che sentivo avesse una possibilità sul lungo periodo in tutto il paese o all'estero, ci avrei messo molto più impegno, o amore, nel crearlo. Thalberg replicò che i miei desideri erano certamente in linea con i suoi. Poi mi chiese se avessi qualche idea compatibile con questi ambiziosi obiettivi. Dissi che ne avevo. Avrei voluto fare un film su uno di questi tre soggetti: acciaio, grano, o guerra (le tre cose che avevano fondato gli Stati Uniti)...e lui immediatamente domandò se avessi in mente una particolare storia di guerra." Così nacque LA GRANDE PARATA. Avrebbe fatto diventare una star il suo protagonista, John Gilbert, e anche Vidor. Contribuì anche all'impennata che impose la Metro-Goldwyn-Mayer come lo studio cinematografico che mirava ad avere i film migliori in circolazione. Il film durava più di due ore e costò circa $245.000. Fu un enorme successo, ricavando pressappoco $20 milioni in tutto il mondo, che rimase il maggior incasso di un film della MGM fino all'uscita di VIA COL VENTO. Thalberg reclutò lo sceneggiatore Laurence Stallings per lavorare sulla storia con Vidor. Il dramma di Stallings "What Price Glory?" aveva debuttato di recente a Broadway, e veniva salutato come uno sguardo onesto alla guerra. Vidor voleva che LA GRANDE PARATA mostrasse la guerra attraverso gli occhi di un soldato comune: "Non era nè un patriota nè un pacifista. Non era un eroe. Era solo un tizio che obbediva, e guardava, e osservava, e reagiva."

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Intolerance

  • Drammatico
  • USA
  • durata 116'

Titolo originale Intolerance

Regia di David W. Griffith

Con Lillian Gish, Constance Talmadge, Elmer Clifton, Alfred Paget

Intolerance
in STREAMING

In streaming su Chili

consigliato da   KING VIDOR 

"Ho sempre tentato di associare i miei film migliori ad una forma musicale, più precisamente ad una forma sinfonica. Questo mi ha messo in grado di considerare la struttura del film in termini di tema conduttore, secondo tema, sviluppo e contrappunto tra i due temi, e finalmente con un crescendo fino al climax, seguito poi da una o due scene finali corrispondenti agli accordi conclusivi della sinfonia. Molta influenza su questa mia concezione l'ha avuta INTOLERANCE di Griffith." ~ King Vidor

 

 

LISTA COMPLETA di KING VIDOR

- I migliori anni della nostra vita (Wyler) 

- La grande parata (K. Vidor) 

- Quarto potere (Welles) 

- Luci della città (Chaplin) 

- Intolerance (Griffith) 

- L'ultima risata (Murnau) 

- Scarpette rosse (Powell & Pressburger) 

- Roma città aperta (Rossellini) 

- Aurora (Murnau) 

- La dolce vita (Fellini) 

- 8 ½ (Fellini) 

- Blow up (Antonioni) 

- Il laureato (Nichols) 

- Un uomo per tutte le stagioni (Zinnemann) 

- Il cavaliere della valle solitaria (Stevens) 

- Breve incontro (Lean) 

- Il ponte sul fiume Kwai (Lean) 

- Lawrence d'Arabia (Lean) 

- Cinque pezzi facili (Rafelson) 

- Un uomo, una donna (Lelouch) 

- Fronte del porto (Kazan) 

- Rashomon (Kurosawa) 

- Il posto delle fragole (Bergman) 

- La fontana della vergine (Bergman) 

Fonti: Cinematheque Belgique (1952); "King Vidor" by Il Castoro Cinema; nytimes.com; silentfilm.org; dga.org

 

 

"Abbiamo sentito l'influsso degli splendidi film giunti dalla Germania. Registi con la possibilità visionaria di Murnau, Dupont, Lang e Lubitsch liberarono la cinepresa dalla sua immobilità e indicarono nuovi orizzonti a Hollywood. L'influenza delle tecniche di illuminazione degli Studi europei si è ripetuta, ed ogni volta è servita a far progredire la tecnica hollywoodiana. Comunque credo che i registi europei siano i primi ad ammettere che l'influenza è stata mutua." ~ King Vidor

"I miei film preferiti sono LA DOLCE VITA e 8½ di Fellini, BLOW UP di Antonioni, IL LAUREATO di Nichols, UN UOMO PER TUTTE LE STAGIONI di Zinnemann, IL CAVALIERE DELLA VALLE SOLITARIA di Stevens, BREVE INCONTRO, IL PONTE SUL FIUME KWAI e LAWRENCE D'ARABIA di David Lean, CINQUE PEZZI FACILI di Rafelson. Per determinati momenti anche UN UOMO, UNA DONNA di Lelouch, FRONTE DEL PORTO di Kazan, RASHOMON di Kurosawa, IL POSTO DELLE FRAGOLE e LA FONTANA DELLA VERGINE di Bergman. Non per le storie, ma perché sono diretti, montati, interpretati, musicati, realizzati ad alto livello. E perché manifestano la precisa personalità di  chi li ha firmati. Mi interessano anche quei film che propongono forme espressive mai tentate prima: mi vengono subito in mente i film di Andy Warhol, John Cassavetes, Jean-Luc Godard, Resnais." ~ King Vidor

"Stavo girando WEDDING NIGHT con Gary Cooper, un attore che dimenticava sempre le battute e aveva problemi di dizione. Grande fu la mia sorpresa quando, dopo il primo giorno di lavorazione, vidi i primi risultati: la personalità di Cooper veniva fuori dallo schermo con uno charme straordinario. Imparai una lezione indimenticabile. L'obiettivo e il microfono sono strumenti così penetranti che non è necessario imporsi a loro. Al contrario, essi penetrano dentro l'attore e tirano fuori quello che costui è realmente, ciò che ha dentro. Certo che il potere psico-analitico della cinepresa può servire sia ad esaltare che a danneggiare l'attore." ~ King Vidor

"All'avvento del sonoro la tecnica regredì con l'imposizione di una improvvisa immobilità alla cinepresa. Questa, era appunto arrivata a muoversi con grande flessibilità, con l'uso generalizzato di braccia metalliche dotate di contrappesi e capaci di movimento, ma si trattava di meccanismi che facevano rumore e il rumore era percepito dal microfono. Grandi contenitori simili a celle frigorifere furono costruiti per contenere la cinepresa e due o tre operatori. L'obiettivo riprendeva la scena attraverso un'apertura protetta dal vetro. Il cinema era retrocesso ai primi tempi in cui la macchina da presa era inchiodata sul cavalletto. Fu un periodo di disperazione per quelli di noi che amavano la lucidità del silenzio." ~ King Vidor

"Il regista deve avere qualche familiarità con tutte quelle arti e con tutti quegli artifici che hanno a che fare con il cinema. Deve poter diventare all'occorrenza attore, scrittore, poeta, fotografo, musicista, montatore, tecnico e pittore. Non deve mai trovarsi in una posizione totalmente dipendente dalle decisioni o dai giudizi altrui. Per un buon risultato, sua dev'essere la concezione del film nella sua interezza. Data poi la natura internazionale del cinema, sarebbe bene sapesse un po' di francese, italiano e spagnolo. E se dovesse avere a che fare con attori nevrotici, gli farebbe comodo conoscere un po' di pratica psicanalitica. Il cinema è un'illusione ottica e il regista è il capo illusionista. Questa consapevolezza scioglie la sua immaginazione e gli fornisce la convinzione che è lui a dover sempre controllare il mezzo, e non il contrario. Dirigere un film è un atto di fede e d'amore. I grandi registi (Ford, Stevens, Wyler, Mankiewicz, Brown, King, Hawks, Hitchcock, DeMille) sentono che hanno una missione da compiere. L'impegno di dirigere film è per loro un compito che li condiziona interamente, spesso la loro ragione di vita." ~ King Vidor

"Nei primi tempi a Hollywood tutta la compagnia, per i trasferimenti in esterni, stava in una Packard capace di contenere 7 passeggeri. Allora io ero aiuto-regista e facevo da autista. Il regista era al mio fianco; dietro stavano il cameraman e il suo assistente (sui sedili), e di fronte a loro c'erano gli attori, ossia due star e un caratterista. La cinepresa Bell & Howell era legata fuori, su un lato dell'auto, e il cavalletto sull'altro. Alla ruota di scorta, sul retro, erano assicurati un paio di riflettori. Quando il regista trovava un bel paesaggio, con un bell'albero e una bella luce, poteva fermarsi, e mentre i due tecnici sistemavano le apparecchiature, poteva istruire gli attori per una bella scena d'amore." ~ King Vidor

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

La grande illusione

  • Guerra
  • Francia
  • durata 117'

Titolo originale La grande illusion

Regia di Jean Renoir

Con Pierre Fresnay, Erich Von Stroheim, Jean Gabin, Gaston Modot, Dita Parlo, Marcel Dalio

La grande illusione
in STREAMING

In streaming su Chili

consigliato da   LUCHINO VISCONTI

INTERVISTATORE: "In quali circostanze è stato indotto a collaborare a LA SCAMPAGNATA di Renoir?"

VISCONTI: "Sono circostanze assai strane. Quando ero giovane, ero attratto dal cinema più che dal teatro, ma come scenografo piuttosto che come regista. Poi mi sono occupato di ben altre cose, di cavalli... Fino al giorno in cui incontrai in Italia Gabriel Pascal, il produttore di EROTIKON. Mi propose di fare, in Inghilterra, un film da un racconto di Flaubert (Novembre) e questa storia m'interessava molto. Ma una volta a Londra, presso Korda, dove mi aveva dato appuntamento, ho avuto improvvisamente l'impressione che il signor Pascal lavorasse sul vuoto, senza base alcuna. Rimasi un po' sbigottito, e sono andato a Parigi a trovare degli amici. Tra gli altri, Coco Chanel che mi disse: «Se volete conoscere qualcuno molto serio che si occupi di cinema, ve lo farò conoscere. E' un mio amico, si chiama Jean Renoir.» Non lo conoscevo, non avevo visto LA CAGNA, né nessun altro dei suoi film. Stava preparando LA SCAMPAGNATA. Divenni il suo terzo assistente mentre gli altri due erano Becker e Cartier-Bresson. Mi incaricò anche di disegnare i costumi. Tre anni più tardi, Renoir mi chiese di fargli da assistente per LA TOSCA. Ma era stata girata appena una sequenza quando scoppiò la guerra, e Renoir dovette rientrare in Francia. Koch, il primo assistente, ed io, abbiamo terminato il film: un film orribile. E' tutto quanto abbiamo potuto fare. In seguito, ho cominciato a scrivermi delle sceneggiature. Tra le altre, l'adattamento di un racconto di Verga. Dovetti presentare il mio progetto al ministero fascista. Fu rifiutato col pretesto che si trattava di una storia di briganti. Un giorno che Gianni Puccini, uno dei miei collaboratori, si trovava dal ministro Pavolini, vide il mio manoscritto posato sulla scrivania. Sulla prima pagina si leggeva, scritto in rosso: “Basta coi briganti!”. E' buffo, non è vero? Pavolini sicuramente non pensava né a sé né ai suoi camerati fascisti. E' allora che ho ritrovato tra le mie vecchie carte la traduzione dattiloscritta in francese che Renoir mi aveva ceduto, di un romanzo di James Cain, “II postino suona sempre due volte”. Credo provenisse da uno scambio tra lui e Duvivier. Ho adattato questa storia coi miei collaboratori d'allora, De Santis, Alicata e Puccini. E ciò fu la sceneggiatura di OSSESSIONE. I fascisti la lasciarono passare, ma già durante le riprese mi causarono mille scocciature: pretendevano di vedere il girato man mano che lo mandavo a sviluppare, e quando il materiale ritornava a Ferrara, avevo già l'ordine di tagliare determinati passaggi. Secondo loro, avrei dovuto tagliare tutto. Feci orecchie da mercante, montai il mio film come volevo, e organizzai una proiezione a Roma. Fu come un'esplosione di dinamite nella sala: si vedeva un film che non si credeva possibile poter vedere. E in seguito OSSESSIONE conobbe il più grande successo, malgrado diversi interventi dei fascisti: si videro persino degli arcivescovi andare nelle sale a benedirle (non invento niente, è la verità). Quando l'ultimo governo Mussolini si rifugiò al nord, il film fu trafugato: lo si tagliò e presentò nella sua nuova versione, e il negativo fu distrutto. Le copie che esistono attualmente sono stampate da un controtipo che avevo fatto fare."

INTERVISTATORE: "L'aver lavorato con Jean Renoir vi ha influenzato?"

VISCONTI: "Renoir ha esercitato su di me un'enorme influenza. S'impara sempre da qualcuno, non si inventa mai niente. O forse s'inventa, ma si è sempre terribilmente influenzati, soprattutto quando si lavora all'opera prima. Non è che OSSESSIONE sia stato, come si dice, influenzato dal cinema francese in generale, ma è Renoir che mi ha insegnato il modo di lavorare con gli attori. Quel breve contatto di un mese è stato sufficiente, tanto la sua personalità mi aveva affascinato."

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Monsieur Verdoux

  • Drammatico
  • USA
  • durata 123'

Titolo originale Monsieur Verdoux

Regia di Charles Chaplin

Con Charles Chaplin, Martha Raye, Isobel Elson, Marilyn Nash, Irving Bacon

Monsieur Verdoux

consigliato da   LUCHINO VISCONTI 

 Lettera di Visconti a Chaplin scritta su l'Unità il 18 dicembre 1952: 

Signor Chaplin, mi permetta di porgerle qui il benvenuto. A nome mio e dei lettori di questo giornale, a nome mio e dei milioni di operai, contadini, intellettuali democratici italiani che mi hanno pregato di dirle tutto il loro affetto, tutta la loro gratitudine per la poesia che lei ha donato agli uomini semplici del mondo, a qualunque latitudine essi vivano, a qualunque razza essi appartengano, purchè amanti, come lei, della libertà e della dignità umana. I lettori di questo giornale, signor Chaplin, la conoscono da molti anni, da prima ancora che una guerra sanguinosa, provocata dalla follia dei nuovi barbari, li costringesse a scendere nella lotta che i popoli d’ogni paese – e anche di quello ove lei vive, signor Chaplin, non vogliano dimenticarlo – hanno condotto contro i nemici dell’umanità. Allora i lavoratori italiani, gli antifascisti italiani, di qualunque fede politica o religiosa, seppero di averlo alleato, di averlo schierato dalla loro parte. E certo fu quello un aiuto, signor Chaplin, che essi ebbero caro. Da allora, quando, ricacciato il nemico al di là delle frontiere, riconquistata quella libertà per la quali molti dettero la vita, nelle carceri fasciste, sulle montagne, nei villaggi, nelle città, dovunque si poteva colpire l’assassino, da allora, signor Chaplin, gli operai, i contadini e tutti i democratici italiani hanno seguito con rinnovata ammirazione e commozione la sua opera; ed oggi lei è popolare come pochi artisti lo sono, è atteso come pochissimi altri artisti lo sarebbero. Forse, nelle nostre campagne, nel nostro sud – un sud, signor Chaplin, in tanto simile a quello del paese nel quale lei è vissuto per tanti anni – tra coloro che vivono ancora nelle grotte dell’appennino, i famosi «sassi» di Matera dei quali anche lei avrà sentito parlare, tra coloro che ignorano tutto della vita moderna, della vita civile, che non hanno neppure la possibilità di leggere un giornale c’è qualcuno che non lo ha mai visto, che non conosce la figura derelitta e commovente di Charlot, l’omino dalla bombetta e dal bastoncino flessibile. Anche per questi uomini dimenticati, anche per tutti coloro che un ingiusto ordine sociale non consente entrino nella vita, godano dei diritti che con la nascita la creatura umana s’acquista; per tutti costoro mi permetta, signor Chaplin, di porgerle il benvenuto, di dirle la speranza e la fiducia che tutti gli umili, gli oppressi, gli uomini semplici hanno in lei e nella sua arte, nel significato della sua arte. Essi vorrebbero certamente che lei sapesse con quanto sacrificio e con quanto dolore trascorrono i giorni non lieti della loro vita, ma anche con quanta decisione e con quanta fermezza essi combattono, istante per istante, per un avvenire migliore, più giusto e più dignitoso. Essi, che sanno come lei, signor Chaplin, sia sempre stato dalla loro parte, ogni volta che c’era da scegliere tra la giustizia e il quieto vivere, tra la libertà e l’oppressione, vorrebbero che io le esprimessi con le parole più appropriate il loro proposito di esserle ancora a fianco, tutte le volte che se ne porrà la necessità, in questa onesta battaglia; e come lei possa contare, concretamente contare, sulla più completa solidarietà, ove essa le occorresse. Questo i lettori dell’Unità volevano, signor Chaplin, che io le dicessi. Ed io mi auguro di non essermi lasciato trascinare a dire nulla di meno o di diverso da quanto essi mi hanno chiesto. Per questo, a loro nome, mi permetto ancora di rivolgerle un fraterno saluto, nella speranza e con l’augurio che lei porti con sè un buon ricordo dell’Italia e degli italiani.

 

 

LISTA COMPLETA di VISCONTI 

- La corazzata Potemkin (Eisenstein) 

- Amanti perduti (Carné) 

- La grande illusione (Renoir)

- Rapacità (von Stroheim) 

- Alleluia! (K. Vidor) 

- Giorni perduti (Wilder) 

- Monsieur Verdoux (Chaplin) 

- Que viva Mexico! (Eisenstein) 

- Ombre rosse (Ford) 

- Tabù (Murnau) 

Fonti: Cinematheque Belgique (1952); "Luchino Visconti" edizioni Il Castoro; luchinovisconti.net; criterion.com

 

 
Su Luis Buñuel: "Credo che oggi ci siano troppi registi che si prendono sul serio, l'unico capace di dire qualcosa di davvero nuovo ed interessante è Luis Buñuel. Lui è un grandissimo regista." ~ Luchino Visconti
INTERVISTATORE: "Lei pensa di appartenere alla corrente neorealista italiana? E in caso affermativo, in che si distingue da un De Sica, ad esempio, o da un Germi?"
VISCONTI: "Penso che sarebbe meglio parlare di realismo, semplicemente. Indubbiamente lavoro in quella direzione. Il grosso errore, a mio modo di vedere, di Germi e anche di De Sica, con tutta la stima che ho per loro, è quello di non partire da una realtà sociale effettiva. Esistono i barboni, esiste Lambrate, esistono gli emigranti clandestini; «finali» come quello di MIRACOLO A MILANO e di IL CAMMINO DELLA SPERANZA, nella realtà sociale non esistono...A mio parere si tratta di una pericolosa mescolanza di realtà e di romanticismo. Nel finale di LA TERRA TREMA ci sono più promesse e più speranze che nel volo dei barboni a cavallo delle scope. Non si può e non si deve uscire dalla realtà. Io sono contro le evasioni."
INTERVISTATORE: "Ma quella esperienza che è stata definita neorealismo, la ritiene ancora valida? E se sì, la ritiene valida solo come «esperienza» oppure come «poetica»?"
VISCONTI: "Il neorealismo è, come esperienza e come poetica, valido ancora oggi. L’importante è mettersi in quello stesso atteggiamento in cui ci mettevamo allora, ma rispetto, ripeto, ai casi e ai problemi attuali. Si torna sempre qui, a parlare di problemi. Sembra una banalità, ma non lo è, poiché parlare di problemi incute ancora paura in molti. Comunque, questa è l’unica linfa del neorealismo. (...) Io parlo più di realismo, che di neorealismo. Noi dobbiamo porci in una attitudine morale di fronte agli avvenimenti, alla vita: in un atteggiamento, insomma, che ci consenta di vedere con occhio limpido, critico, la società così come è oggi, e raccontare fatti che di questa società sono parte. Neorealismo fu un termine inventato allora, perché uscivamo da quel cinema che sai, e avevamo bisogno di novità. Ma abbiamo trattato i temi che ci si consentiva trattare da quell’angolo visuale che è stato sempre tipico di un artista realista."
INTERVISTATORE: "Dunque il «neorealismo o «realismo italiano del dopoguerra» è nato, secondo lei, in modo polemico?"
VISCONTI: "Non c’è dubbio: il nostro realismo è stato soprattutto una reazione al naturalismo, al verismo, che ci venivano dalla Francia, e che avevamo in parte accettato. Ora noi, attraverso esperienza umane e esperienze sociali, come la guerra, la Resistenza, da un lato ci siamo liberati di quelle scorie, dall’altro ci siamo trovati quasi involontariamente a guardare i fatti con quella attitudine morale che ti dicevo, e che ci ha consentito di fotografarli con un’assoluta verità. E verità non vuol dire verismo."
INTERVISTATORE: "Ha fiducia nelle «nuove leve» del cinema?"
VISCONTI: "Ne ho già parlato spesso. La mia impressione è che, a parte uno o due Truffaut, Resnais, o Malle, che mi pare il più francese, gli altri sono solo gente che ha studiato bene i vecchi film, e li rifà. La loro è una esperienza da moviola: ci senti dentro Vigo, Renoir, Antonioni, Rossellini e anche qualcosa di mio. Hai sempre la sensazione di «già visto», vedendo i loro film. Non sono originali come dovrebbe essere una «nuova ondata». Sono della gente che ha assimilato molto. Forse anche noi, allora, avevamo assimilato, ed era giusto: ma poi, almeno, ci siamo liberati di quello che di esterno avevamo appreso, per dire qualcosa di nostro, di personale. Dire qualcosa di personale non è facile. Bisogna meditare quello che si dice, lavorare molto. Io faccio il cinema da molti anni, e ogni film per me è un’esperienza complessa, dolorosa. Anche per questo, forse, ne ho fatti così pochi. Ma direi che nemmeno c’è bisogno di fare tre film all’anno, per dire qualcosa. La produzione cinematografica ha bisogno di programmi densi, ma noi autori non ne abbiamo necessità: noi abbiamo bisogno solo di riuscire a dire, con la massima tranquillità possibile, quello che vogliamo, se abbiamo qualcosa da dire." ~ Luchino Visconti (1960)
"L'opera, quando ero ragazzo, era lo spettacolo per antonomasia. Andare all'opera era ancora come essere immersi nell'Ottocento. Per me, il sipario della Scala, tremolante prima dell'inizio dello spettacolo, il preludiare degli strumentisti, rappresentavano l'anticipazione di ogni piacere. Avevamo il palco proprio sull'orchestra: stavo lì in ansia per la curiosità di sapere quello che sarebbe accaduto una volta tirata la tela. Quel piacere, devo dire, il cinema non riesce a supplirlo. Non mi piace tornare a vedere un film che ho già visto: «Il trovatore» l'ho invece visto e sentito tantissime volte. É quel che mi succede con i romanzi. È una gioia, certe volte, finire di girare e saper di poter correre a casa a leggere un libro. Della lettura non posso fare a meno: è uno stimolo continuo. D'altronde, ogni film che ho fatto aveva alle spalle un libro. OSSESSIONE aveva dietro di sé i romanzi americani che durante la guerra si leggevano di straforo. LA TERRA TREMA era Verga, «I Malavoglia». Saltiamo BELLISSIMA, che invece nacque da un soggetto cinematografico puro e semplice. SENSO era il racconto di Camillo Boito. ROCCO E i SUOI FRATELLI veniva dai racconti di Giovanni Testori, cui avevo mescolato «l'Idiota» di Dostoevskij. IL GATTOPARDO era «Il Gattopardo». Dietro VAGHE STELLE DELL'ORSA c'era «l'Elettra». LO STRANIERO era Camus. Ne LA CADUTA DEGLI DEI ho messo insieme Dostoevskij, Mann e le letture che avevo fatto sul nazismo, prima fra tutte la Storia di Shirer. Fino a MORTE A VENEZIA, e fino al LUDWIG che sto terminando, dove c'è il mondo wagneriano visto attraverso le sue componenti culturali, non sono mai riuscito a sottrarmi alla letteratura." ~ Luchino Visconti
"Ecco quella che, secondo me, è una grande differenza fra la regia teatrale e la regia cinematografica: un dramma di Cechov, una commedia di Ibsen, una tragedia di Shakespeare si presentano al regista in una forma che è compiuta, intoccabile. Bisogna darne la realizzazione spettacolare sul palcoscenico, cercando naturalmente di avere il massimo rispetto per un testo che abbiamo scelto noi stessi e che quindi, indubitabilmente, amiamo. Un testo cinematografico, prima della sua definitiva realizzazione sulla pellicola, non ha mai riscosso (almeno da parte mia) un tale rispetto per cui mi sentissi intimidito. Molte volte una sceneggiatura è stata da me completamente capovolta: capovolta perché la realtà davanti alla quale mi trovavo girando, era assolutamente diversa da quella precedentemente concepita al tavolino. (...) Mi interessa soprattutto lavorare con esseri umani, cercare nel fondo di un'anima la verità che essa tenta di esprimere: quella dell'autore, quella dei personaggi, degli attori che li interpretano, del pubblico. È per questo che mi è indifferente curare una regia teatrale o cinematografica. Non dipende dalla mia scelta il passaggio da una forma di espressione all'altra. Prendo ciò che viene. Resta inteso, comunque, che il cinema è una creazione. Il teatro soltanto un'interpretazione. Vi viene fornito un testo scritto in modo definitivo. Nel cinema, invece, bisogna inventare tutto. Da questo punto di vista, è più appassionante. Ma in ogni caso, l'essenziale del lavoro consiste nelle relazioni che si stabiliscono con gli individui." ~ Luchino Visconti
"Ho realizzato LE NOTTI BIANCHE perché sono convinto della necessità di battere una strada ben diversa da quella che il cinema italiano sta oggi percorrendo. Mi è sembrato cioè che il neorealismo italiano fosse diventato in questi ultimi tempi una formula trasformata in condanna. Con LE NOTTI BIANCHE ho voluto dimostrare che certi confini erano valicabili, senza per questo rinnegare niente. Anche attraverso la scenografia ho voluto raggiungere non un'atmosfera di irrealtà, ma una realtà ricreata, mediata, rielaborata. Ho voluto, cioè, operare un netto distacco dalla realtà documentaria, precisa, proponendomi una decisa rottura con il carattere abituale del cinema italiano di oggi. (...) Io parlo più di realismo, che di neorealismo. Noi dobbiamo porci in un'attitudine morale di fronte agli avvenimenti, alla vita: in un atteggiamento, insomma, che ci consenta di vedere con occhio limpido, critico, la società così come è oggi, e raccontare fatti che di questa società sono parte. Neorealismo fu un termine inventato allora, poiché uscivamo da quel cinema che sai, e avevamo bisogno di novità. Ma abbiamo trattato i temi che ci si consentiva di trattare da quell'angolo visuale che è stato sempre tipico di un artista realista. (...) Quante volte si è parlato di me come di un decadente. Ma io ho della decadenza un'opinione molto alta, come l'aveva Thomas Mann per esempio. Sono imbevuto di questo spirito: Mann era un decadente di cultura tedesca, io di formazione italiana. Quello che mi ha sempre interessato è l'analisi di una società malata." ~ Luchino Visconti
"È vero, a me interessano sempre le situazioni estreme, i momenti in cui una tensione abnorme rivela la verità degli esseri umani; amo affrontare i personaggi e la materia del racconto con durezza, con aggressività. C'era crudeltà e violenza in OSSESSIONE più che in qualsiasi altro mio film; ce n'era in SENSO; non ce n'era in ROCCO E I SUOI FRATELLI, perché lì violenza e crudeltà erano completamente dominate dalla storia, da circostanze eccezionali. Quanto al sadismo, forse soltanto nella messinscena del CROGIUOLO e in quella di PECCATO CHE SIA UNA SGUALDRINA c'era vero sadismo: crudeltà fisica, voglio dire. Altrimenti, molto più spesso nei miei film c'è crudeltà morale, sadismo morale o estetico: come in BELLISSIMA o ne «Il lavoro» di BOCCACCIO '70. E questa è, naturalmente, la forma più violenta e crudele. Questo interesse in me è molto vivo." ~ Luchino Visconti
"Stendhal avrebbe voluto che si incidesse sulla sua tomba questa epigrafe: «Adorava Cimarosa, Mozart e Shakespeare». Allo stesso modo vorrei che si scrivesse sulla mia: «Adorava Shakespeare, Cechov e Verdi». Verdi e il melodramma italiano sono stati il mio primo amore. Quasi sempre la mia opera emana qualche tanfo di melodramma, sia nei film che nelle regie teatrali. Mi è stato rimproverato, ma per me è piuttosto un complimento." ~ Luchino Visconti
"Sì, è vero, io provenivo da una famiglia ricca, ma mio padre, pur essendo un aristocratico, non era né stupido, né incolto. Amava la musica, il teatro, l'arte. Noi eravamo sette fratelli, ma la famiglia è venuta su molto bene. Mio padre ci ha educati severamente, duramente, ma ci ha aiutati ad apprezzare le cose che contavano, appunto la musica, il teatro, l'arte. Io sono cresciuto tra i palcoscenici. A Milano, nella nostra casa di via Cerva, avevamo un piccolo teatro, e poi c'era la Scala. Allora la Scala​ era una specie di teatro privato, che veniva tenuto dai mecenati. Dapprima lo sovvenzionava mio nonno e poi mio zio. Mia madre era una borghese. Una Erba. La sua famiglia vendeva medicinali. Erano venuti dal nulla, avevano cominciato a vendere i medicinali al minuto, lungo le strade. Mia madre amava molto la vita mondana, i grandi balli, le feste sfarzose, ma amava anche i figli, amava anche lei la musica, il teatro. È lei che si occupava quotidianamente della nostra educazione. È lei che mi fece prendere lezioni di violoncello. Non siamo stati abbandonati a noi stessi, non siamo stati abituati a condurre una vita frivola è vuota, come tanti aristocratici..." ~ Luchino Visconti
"Al cinema mi ha portato soprattutto l'impegno di raccontare storie di uomini vivi: di uomini vivi nelle cose, non le cose per se stesse. Il cinema che mi interessa è un cinema antropomorfico. Di tutti i compiti che mi spettano come regista, quello che più mi appassiona è dunque il lavoro con gli attori; materiale umano con il quale si costruiscono questi uomini nuovi, che, chiamati a viverla, generano una nuova realtà, la realtà dell'arte. Perché l'attore è prima di tutto un uomo. Possiede qualità umane-chiave. Su di esse cerco di basarmi, graduandole nella costruzione del personaggio: al punto che l'uomo-attore e l'uomo-personaggio vengano ad un certo punto ad essere uno solo. Fino ad oggi, il cinema italiano ha piuttosto subito gli attori, lasciandoli liberi di ingigantire i loro vizi e le loro vanità: mentre il problema vero è quello di servirsi di ciò che di concreto e di originario essi serbano nella loro natura. Perciò importa fino a un certo grado che attori cosiddetti professionali si presentino al regista deformati da una più o meno lunga esperienza personale che li definisce in formule schematiche, risultanti di solito più da sovrapposizioni artificiose che dalla loro intima umanità. Anche se molto spesso è una dura fatica, quella di ritrovare il nocciolo di una personalità contraffatta e una fatica che tuttavia vale la pena di spendere: proprio perché al fondo una creatura umana c'è sempre, liberabile e rieducabile. Astraendo con violenza dagli schemi precedenti, da ogni ricordo di metodo e di scuola, si cerchi di portare l'attore a parlare finalmente una sua lingua istintiva. Si intende che la fatica non sarà sterile, solo se questa lingua esiste sia pure involuta e nascosta sotto cento veli: se esiste cioè un vero "temperamento". Non escludo, naturalmente, che un "grande attore" nel senso della tecnica e dell'esperienza, possegga tali qualità primitive. Ma voglio dire che, spesso, attori meno illustri sul mercato, ma non per questo meno degni di attirare la nostra attenzione, ne posseggono altrettante. Per non parlare dei non attori, che, oltre a recare il contributo affascinante della semplicità, spesso ne hanno di più autentiche e di più sane, proprio perché, come prodotti di ambienti non compromessi, sono spesso uomini migliori. L'importante è scoprirle e metterle a fuoco. Ecco dove è necessario intervenga quella capacità rabdomantica del regista, tanto nell'uno come nell'altro caso. L'esperienza fatta mi ha soprattutto insegnato che il peso dell'essere umano, la sua presenza, è la sola "cosa" che veramente colmi il fotogramma, che l'ambiente è da lui creato, dalla sua vivente presenza, e che dalle passioni che lo agitano questo acquista verità e rilievo; mentre anche la sua momentanea assenza dal rettangolo luminoso ricondurrà ogni cosa a un aspetto di non animata natura. Il più umile gesto dell'uomo, il suo passo, le sue esitazioni e i suoi impulsi da soli danno poesia e vibrazioni alle cose che li circondano e nelle quali si inquadrano. Ogni diversa soluzione del problema mi sembrerà sempre un attentato alla realtà così come essa si svolge davanti ai nostri occhi: fatta dagli uomini e da essi modificata continuamente. Il discorso è appena accennato, ma accentrando il mio netto atteggiamento, vorrei concludere dicendo (come spesso amo ripetermi): potrei fare un film davanti a un muro, se sapessi ritrovare i dati della vera umanità degli uomini posti davanti al nudo elemento scenografico: ritrovarli e raccontarli. ~ Luchino Visconti (1943)
"Naturalmente il vecchio attore portava con sé parecchi difetti: però facilmente correggibili. Su un violino che suona bene, se uno suona con cattivo gusto, lo correggi facilmente, gli dai un gusto migliore voglio dire come esecuzione. Io quando ho avuto dei buoni strumenti, anche se avevano abitudini cattive, le hanno perse immediatamente. Ecco, Benassi: che strumento meraviglioso. Una volta che tu lo ripulivi dei suoi difetti, era uno strumento, un violoncello straordinario. Bastava dirgli: “No, torniamo un momento all’inizio: questo via, questo non si fa, questo si dice chiaro, questo si pulisce, questo si dice…” Ora simili strumenti io, nei giovani, poche volte ho ritrovato: Gassman è un grandissimo strumento, siamo d’accordo, ma anche lui è pieno di difetti e di cattivo gusto; e però quando uno gli dice: “No, è così, e non cosà, allora si rivela uno strumento meraviglioso. E’ ancora di quella pasta lì, di quel tessuto lì. Altri non direi, è un’altra cosa. Mastroianni, per esempio, ha molte qualità, però Mastroianni è venuto su così, senza base alle spalle. Sì, è certo un attore moderno, ma non so se potrebbe affrontare certi personaggi. Certi personaggi li può affrontare soltanto chi ha alle spalle appunto dieci anni di allenamento in palestra." ~ Luchino Visconti (1965)
"Impiegare attori non professionisti non è affatto una condizione indispensabile del neorealismo. Certo è possibile prendere dalla strada le persone «vere» che aderiscono perfettamente al personaggio, ma c'è poi il lavoro da compiere per farli diventare attori. Ho passato ore e ore con i miei pescatori de LA TERRA TREMA per far loro ripetere una piccola battuta. Volevo ottenere da loro lo stesso risultato che può dare un attore. Se ave-vano del talento, e ne avevano (avevano soprattutto una dote straordinaria: nessun complesso davanti alla macchina da presa) potevano arrivarvi molto presto. Il lavoro vero, con gli attori, consiste nel far loro vincere i complessi, il pudore. Ma quella gente non aveva pudori; ottenevo da loro quanto avrei ottenuto in un tempo molto più lungo dagli attori. Allo stesso modo la sceneggiatura non era prestabilita; la affidavo a loro stessi. Ad esempio, prendevo i due fratelli e dicevo: ecco, la situazione è questa. Avete perso la barca, siete alla miseria, non avete più da mangiare, non sapete più che fare. Tu vuoi andartene, ma sei troppo giovane e lui vuole trattenerti. Digli ciò che ti spinge lontano di qui ". Mi rispondeva: “Vedere Napoli, e poi, non so..." “Sì, si tratta di questo, ma ancora perché non vuoi rimanere qui? ". Mi rispondeva allora proprio quello che dice nel film: “Perché qui siamo come bestie; non ci danno niente. Mentre io vorrei vedere il mondo". Per lui il mondo era Napoli. era molto lontano, era il polo Nord... Poi mi sono rivolto all'altro: “Che cosa diresti a tuo fratello per trattenerlo, a un tuo fratello vero?". Era già commosso, con le lacrime agli occhi; credeva si trattasse veramente di suo fratello. E' quanto si vuole ottenere dagli attori senza mai riuscirvi. Con le lacrime agli occhi, risponde-va: “Se vai oltre i Faraglioni ti travolgerà la tempesta". Chi avrebbe potuto scrivere questo? Nessuno. Lo diceva in siciliano e non posso ripeterlo esattamente perché non ricordo più quel dialetto, ma era molto bello, simile al greco. Il dialogo nasceva dunque così; io non fornivo che la traccia, loro apportavano idee, immagini, coloriture. Poi facevo loro ripetere il testo, a volte per tre o quattro ore, come si fa con gli attori. Ma non cambiavo più le parole. Erano diventate fisse, come se fossero scritte. E tuttavia non erano, scritte, ma inventate dai pescatori. L'originale, che è in mio possesso e che è stato proiettato a Venezia con i sottotitoli, è in vero siciliano, che è come il greco: non se ne capisce nulla. E' una lingua straordinaria; una lingua che ha delle “immagini”. Soltanto Verga ha saputo ricrearla: ha inventato una lingua speciale, a metà tra l'italiano e il dialetto. Si tratta, se volete, di italiano, ma che conserva la costruzione dialettale. Quanto al vero dialetto di Catania, quello dei pescatori de LA TERRA TREMA è veramente molto difficile da capire. Quando Brancati, che è un ottimo autore siciliano, ha sentito questi dialoghi ha esclamato: “Sono i più bei dialoghi del mondo! Non si sarebbe mai potuto scrivere niente di simile! " E' vero; questi dialoghi sono belli perché sono giusti. Sono come una parte di quella gente; persino nei momenti drammatici si esprimono così. De Sica ha fatto a volte cose che io non riesco a comprendere. In LADRI DI BICICLETTE, ad esempio, ha fatto doppiare Maggiorani da un attore e il testo stesso non si addice al viso di Maggiorani. E questo è un grave errore ai miei occhi, anche se LADRI DI BICICLETTE è un film molto bello, molto vigoroso. lo stesso sfortunatamente ho dovuto usare il doppiaggio in SENSO perché Granger e la Valli hanno girato in inglese." ~ Luchino Visconti (1976)
 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Roma città aperta

  • Drammatico
  • Italia
  • durata 98'

Regia di Roberto Rossellini

Con Anna Magnani, Aldo Fabrizi, Vito Annichiarico, Maria Michi, Marcello Pagliero

Roma città aperta
in STREAMING

In streaming su Chili

consigliato da   ANDRZEJ WAJDA 

"Vorrei presentarvi i 4 frammenti che avevo scelto, dei film che mi avevano impressionato di più, ma purtroppo quello che per me era il più importante rispetto alla mia storia non potrete vederlo perché la copia non era disponibile. Ma sono certo che lo conoscete a memoria: è QUARTO POTERE di Welles. Di quel film volevo presentarvi un frammento che, data la situazione, vi racconterò: comincia da un gesto della mano che dà il via. È un documentario di attualità che mostra immagini della vita del protagonista. Quella immagine mi ha perseguitato per anni e appena qualche anno fa ho potuto, con L'UOMO DI MARMO, realizzare quello che Orson Welles aveva fatto 30 anni prima. Per questo sono entrato alla Scuola di Cinematografia. Dopo questa decisione, a Lodz, ho potuto vedere altri film per me molto importanti: era il '49-'50. In quell'epoca vidi per la prima volta le opere del Neorealismo italiano: ROMA CITTÀ APERTA e PAISÀ di Rossellini. Questi due film mi hanno aperto una prospettiva completamente diversa: se il film di Welles era l'immagine di un mondo al quale io in realtà non avevo accesso – potevo solo credere che esisteva ma per me era una favola – questi due film di Rossellini sono stati la spinta a girare i miei primi film. Di ROMA CITTÀ APERTA ho scelto la scena delle torture. Ho deciso di scegliere questo frammento perché ritengo che Rossellini abbia adottato l'unico modo giusto in quell'occasione. La violenza, la brutalità nell'opera d'arte richiede l'uso della metafora, non sopporta una descrizione cruda, letterale: in questa scena l'impressione più grande la fa la siringa nelle mani del dottore. Quando il protagonista sviene, gli fanno un'iniezione, si riprende e può di nuovo essere torturato. Penso che questo colpisca più violentemente che non il mostrare sullo schermo le torture stesse. Dell'altro film di Rossellini ho scelto la scena finale. Se ricordate bene quel film, sapete che finisce nelle paludi, alla foce del Po, si vede l'acqua, la gente che scappa e i soldati che la inseguono. Devo dire che questo è uno dei più bei modi di mostrare il legame dell'uomo con l'ambiente, con il paesaggio. Queste scene rimangono impresse nella memoria proprio perché si ricordano contemporaneamente le sagome, l'acqua, è il grigio di quel paesaggio. Quando ho fatto il mio primo film, un critico intitolò il suo pezzo «I Pini sulla Vistola». Intendeva dire che io trasferivo artificialmente l'esperienza del Neorealismo italiano in Polonia. Il terzo film che vedremo è di Dovzhenko, un film ucraino, LA TERRA. Quando stavo girando IL BOSCO DI BETULLE ho sfruttato questa esperienza; avevo capito che protagonisti del cinema possono essere non solo è necessariamente gli uomini, ma anche la natura, il bosco, la pioggia, come in Dovzhenko. Per questo voglio che vediate anche quel frammento. L'ultimo dei frammenti è preso da IL TRONO DI SANGUE di Akira Kurosawa, adattamento giapponese del Macbeth. Penso che Kurosawa, molto lontano dalla civiltà europea, sia riu   scito a fare qualcosa che a noi riuscirebbe molto difficile. Se leggiamo Shakespeare, se vogliamo metterlo in scena per il teatro, siamo sempre comunque intimiditi dal peso del suo genio. Forse bisogna essere lontani da Shakespeare come lo è Kurosawa per poterne fare un adattamento cinematografico. Penso che a tutt'oggi il suo sia il migliore Shakespeare, in assoluto, tra tutti gli adattamenti cinematografici mai realizzati. Per me, che spesso nel corso della mia carriera sono tornato alle opere classiche, quel processo intellettuale è molto interessante: penso che in quel film Kurosawa abbia realmente rappresentato lo spirito di Shakespeare. Voglio dire che non si è perso in divagazioni psicologiche ma ha cercato e trovato Shakespeare nell'azione stessa. Devo dire che per me si tratta di una delle idee drammatiche più geniali in assoluto. Ancora ai tempi della Scuola di Cinematografia, guardando quel film, analizzandolo, ho imparato molto sul tema dell' adattamento, come trasporre la letteratura in cinema. Ho capito che sono più importanti le immagini delle parole e ho capito anche che chiunque voglia riportare sullo schermo un testo letterario conosciuto dagli spettatori deve fare come dice Amleto alla madre: «Devo essere crudele per essere buono». Ogni adattatore deve essere crudele per essere vero e autenticamente fedele, per poter esprimere lo spirito dell'autore. Kurosawa è l'adattatore più crudele e proprio per questo più fedele." ~ Andrzej Wajda (1983)

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Giungla d'asfalto

  • Noir
  • USA
  • durata 112'

Titolo originale The Asphalt Jungle

Regia di John Huston

Con Sterling Hayden, Sam Jaffe, Jean Hagen, Louis Calhern, Marilyn Monroe

Giungla d'asfalto
in STREAMING

In streaming su iTunes

consigliato da   ANDRZEJ WAJDA 

INTERVISTATORE: "Quali sono le influenze sul tuo lavoro che riconosci? Una volta hai menzionato Elia Kazan, Orson Welles, e anche Francois Truffaut."

WAJDA: "Ce ne sono state molte...all'inizio della mia carriera sono stato influenzato dal neorealismo italiano, da gente come De Sica, Giuseppe De Santis. Credo che CENERE E DIAMANTI sia stato influenzato soprattutto dai film noir americani come SCARFACE e GIUNGLA D'ASFALTO. Erano film meravigliosi. Penso che anche L'UOMO DI MARMO riveli l'influenza del cinema americano."

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Il tamburo di latta

  • Drammatico
  • Germania, Francia, Jugoslavia, Polonia
  • durata 142'

Titolo originale Die Blechtrommel

Regia di Volker Schlöndorff

Con David Bennent, Mario Adorf, Angela Winkler, Daniel Olbrychski

Il tamburo di latta

consigliato da   ANDRZEJ WAJDA 

"Una volta mi è capitato di pensare, «Grazie a Dio non ho fatto quel film». Gunter Grass mi aveva proposto​ di girare IL TAMBURO DI LATTA. Per qualche motivo non andò in porto, poi lo fece Schlondorff. Quando vidi il suo film, pensai a quanto era stato fortunato Grass che il film non l'avessi girato io; io non sarei riuscito a trovare una ragazza come Katharina Thalbach, nè avrei avuto il coraggio di realizzare delle scene così erotiche." ~ Andrzej Wajda

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Parla con lei

  • Mélo
  • Spagna
  • durata 112'

Titolo originale Hable con ella

Regia di Pedro Almodóvar

Con Javier Cámara, Dario Grandinetti, Leonor Watling, Geraldine Chaplin

Parla con lei
in STREAMING

In streaming su Tim Vision

consigliato da   ANDRZEJ WAJDA 

INTERVISTATORE: "Recentemente hai visto qualche film che ti ha fatto esclamare: «Peccato che non l'abbia fatto io!»?"

WAJDA: "PARLA CON LEI di Almodovar mi ha entusiasmato. Ma mi sono domandato: «Avrei potuto fare questo film?» No, perché in Polonia non abbiamo avuto Bunuel. E questo genere di cinema nasce da un diverso rapporto con la realtà. Una cosa meravigliosa. Un'idea paradossale, sorprendente, stupefacente. Ho visto questo film con la più grande ammirazione."

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Sobborghi

  • Commedia
  • Urss
  • durata 98'

Titolo originale Okraina

Regia di Boris Barnet

Con Sergej Komarov, Elena Kuz'mina, Nikolaj Bogoljubov, Hans Klering

Sobborghi

consigliato da   ANDRZEJ WAJDA 

 

+ Non presente nel database di FilmTv.it:

FORTUNA DA VENDERE / BAD LUCK  (Andrzej Munk, 1960, Polonia)     La storia tratta l'odissea di un piccolo uomo nella Polonia tra il 1930 e il 1950. Mostra i suoi tentativi di far fronte ad un mondo che cambia e che sembra non avere un posto per lui. Costui non ha alcun tipo di coscienza ma è sempre sul punto di diventare un essere umano più coerente, solo per venir subito rimesso al proprio posto. Comincia con l'infanzia del nostro eroe. Poi arriva il primo amore viziato dal suo involontario coinvolgimento nella politica fascista, essendo stato scambiato per un ebreo a causa del suo naso. Più avanti decide di arruolarsi nell'esercito per far colpo sulla ragazza, ma arriva sempre troppo tardi ad ogni battaglia. Viene arrestato dalle truppe d'invasione tedesche mentre veste un'uniforme da ufficiale e mandato per errore in un campo per prigionieri di guerra. ~ (letterboxd)

 

 

LISTA COMPLETA di WAJDA 

- Giungla d'asfalto (Huston) 

- Fortuna da vendere (Munk) 

- Fino all'ultimo respiro (Godard) 

- Un chien andalou (Buñuel) 

- Quarto potere (Welles) 

- Terra (Dovzhenko) 

- Sobborghi (Barnet) 

- Roma città aperta (Rossellini) 

- Paisà (Rossellini) 

- Il silenzio (Bergman) 

- La strada (Fellini) 

- Il trono di sangue (Kurosawa) 

- Il tamburo di latta (Schlondorff) 

- Parla con lei (Almodovar)

Fonti: Kommersant (1998); theyshootpictures.com; "Andrzej Wajda" edizioni Il Castoro; "Andrzej Wajda - il cinema, il teatro, l'arte"; filmcomment.com; www.wajda.pl;

 

 

INTERVISTATORE: "Quando hai realizzato che volevi fare il regista? E perché il regista di film?"

WAJDA: "Per mancanza di carattere, forse. Volevo veramente molto diventare un pittore, ma questo richiede una straordinaria fede in se stessi, e al tempo stesso impone una  gran solitudine... Devi essere invincibile, e io non ero così forte. Così sono diventato un regista – potevo pur sempre avere a che fare con le immagini, ed è stato molto più facile. E c'erano delle persone intorno a me. Ci sono degli ostacoli, ovviamente, e cercare di attribuire a qualcosa il significato che dovrebbe avere comporta angoscia. Ma non è niente in confronto alla solitudine di un poeta, uno scrittore o un pittore."

"Quando ho girato LA LINEA D'OMBRA, tratto da Conrad, ho capito di aver raggiunto un confine che non avrei potuto varcare, che il vero cinema non reclama letteratura, ma un copione, che sono due cose completamente diverse. Nel campo letterario, sono sempre il servo dell'autore, cerco di diventare la sua coscienza: è quello che faccio in teatro, perché in teatro è normale; se metto in scena Dostoevskij, mi sforzo, innanzitutto, di capirlo e di farlo capire, ed è già difficile. Ma un tale atteggiamento ti limita molto quando giri un film. A metà delle riprese di LA LINEA D'OMBRA, mi sono detto: ma ho già fatto questo film. Perché lo sto facendo per la seconda volta? Ma lì per lì non sono riuscito a capire quale fosse il film che avevo già fatto una prima volta. Ed è I DANNATI DI VARSAVIA. É lo stesso tema: cioè la responsabilità di un capo nei confronti dei suoi uomini. Era un film scritto nello spirito di Conrad ma, dato che era stato scritto appositamente per il cinema, era un film migliore. È stato questo a convincermi che, dopo LA LINEA D'OMBRA, non avevo altra soluzione se non girare un film contemporaneo." ~ Andrzej Wajda (1978)

"Il regista deve rappresentare per i suoi attori e la sua equipe un punto di riferimento fisso. Tutto può cedere: Il tempo, la salute degli attori, le condizioni della produzione, ma il regista deve restare in piedi sul set, che piova o che ci sia vento, pronto a rispondere a tutte le domande. E, sì, in piedi! Per 25 anni io sono rimasto in piedi durante tutte le mie regie cinematografiche e teatrali. Elia Kazan ricorda i pionieri del cinema americano, in piedi, le gambe calzate di cuoio ben divaricate. Questa immagine di un Griffith o di uno Stroheim, conosciuta attraverso tante fotografie, esprime per me il cinema americano dell'azione e dell'energia, il cinema che io amo più di ogni altro." ~ Andrzej Wajda

"Se l'intensità è alta lo spettatore crede nella realtà che vede, e la accetta. Ma il film storico ci porta costantemente verso la pittura, verso le arti figurative. E bisogna riconoscere che è sempre una cosa pericolosa in un film storico. Il simbolo...di solito è un qualcosa che suona sospetto al mio orecchio, perché il simbolo è un'abbreviazione banale, riconoscibile da tutti. Ma queste abbreviazioni sono state forgiate un tempo, e la nostra ambizione è quella di creare nuovi simboli, attribuire loro delle generalizzazioni, delle immagini comuni, dietro le quali vi sia un contenuto, anch'esso nuovo, non esistente fino a quel momento." ~ Andrzej Wajda 

"Il teatro è uno degli ultimi luoghi dove gli uomini comunicano ancora. Il fatto che qualcuno o qualcosa vengano immortalati su celluloide non gli conferisce di per sè un qualche significato... Al contrario, tutta la bellezza del teatro sta nella sua caducità, nel suo essere effimero e fuggevole. È bello come una candela che si consuma, su ciò siamo tutti d'accordo, e non sono del tutto sicuro che si otterrà lo stesso effetto riprendendo con la cinepresa quella candela che si spegne. Il disinteresse e l'autodistruzione, tipici del teatro, lo nobilitano, ed è ciò che mi entusiasma più di tutto." ~ Andrzej Wajda 

INTERVISTATORE: "Sei l'unico tra i maggiori registi polacchi che preferisce restare in patria:  Polanski, Skolimowski, Zanussi, e Zulawski hanno tutti lasciato la Polonia."

WAJDA: "Polanski è un caso a parte. Fin dall'inizio non intendeva rimanere in Polonia. Ha solo fatto il suo primo film qua per usarlo come trampolino per fare film all'estero. Per quanto riguarda gli altri, non credo che abbiano fatto film migliori all'estero che in Polonia. Questo vale per Zanussi e sicuramente per Zulawski. Con Skolimowski dipende... LA RAGAZZA DEL BAGNO PUBBLICO è splendido, ma io preferisco BARRIERA e MANI IN ALTO! a tutti gli altri fatti altrove. Credo che questi filmmakers ne siano consci loro stessi – e non sorprende. È solo naturale.

INTERVISTATORE: "Non credi nel trascendere le differenze culturali? Guarda Milos Forman..."

WAJDA: "Questa è una questione differente. Mi piace come Forman ha contribuito al cinema americano. QUALCUNO VOLÒ SUL NIDO DEL CUCULO non avrebbe potuto esistere senza di lui. Così come PARIS,TEXAS di Wenders non l'avrebbe potuto fare un regista americano."

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Senza un attimo di tregua

  • Drammatico
  • USA
  • durata 92'

Titolo originale Point Blank

Regia di John Boorman

Con Lee Marvin, Angie Dickinson, Keenan Wynn

Senza un attimo di tregua

consigliato da   WAYNE WANG

"Negli anni '40 e '50, il genere noir era fortemente influenzato dai registi tedeschi. Negli anni '60 è stato invece il turno degli inglesi e soprattutto di John Boorman con SENZA UN ATTIMO DI TREGUA. Sebbene la sceneggiatura fosse basata su un romanzo di Richard Stark, a.k.a. Donald Westlake, ricordo di essere rimasto colpito dal tipo di prospettiva tipicamente inglese con l'aggiunta di una sorta di sensibilità psichedelico-pop. Il film è notevole anche per la sua narrazione frammentata, una specie di «flusso di coscienza» piuttosto insolito per un poliziesco. Ma soprattutto, SENZA UN ATTIMO DI TREGUA possiede quella qualità viscerale così peculiare dell'opera di Boorman. È probabile che all'epoca questo strano film sia sembrato troppo sperimentale per i gusti dei critici tradizionalisti. In un certo senso, SENZA UN ATTIMO DI TREGUA, eliminando le ombre, ha segnato la morte del film noir. Da principio, il film doveva essere girato a San Francisco, ma Boorman trovò la città troppo «morbida» e trasferì la storia nel più astratto mondo di vetro e acciaio di Los Angeles. Il lavoro del direttore della fotografia, Philip Lathrop, è eccellente soprattutto nel suo uso del campo lungo e di una vasta gamma di colori freddi. Se è vero che molti elementi della storia provengono dalla tradizione dei film di serie B, sono però stati filtrati e ridisegnati da un maestro. Tutte le scene degne di nota hanno per me una qualità surreale, soprattutto l'episodio della Movie House e la scena in cui Lee Marvin terrorizza un gangster sfondandogli la macchina a colpi di bastone. È singolare che in un film tanto violento non ci sia molto sangue e ancor meno nudo. Walker, il protagonista, non uccide nessuno, neppure la moglie che lo tradisce, si limita a sparare al suo letto vuoto. Non si sa neppure chi sia a reggere i fili del gioco, i cattivi sono semplici ingranaggi di un'organizzazione senza volto. Alla fine l'eroe stesso è una semplice pedina. Credo che il momento più drammatico sia quando Marvin cammina lungo un corridoio dell'aeroporto, mentre la moglie si sta truccando nel suo appartamento. Si sente il rumore dei suoi passi sull'immagine della donna. L'effetto è che Marvin sembra tornato dall'inferno, perché nella prima scena del film lo si è visto cadere colpito da una pallottola, ma poi, nella scena successiva, era di nuovo misteriosamente vivo. È tornato dal mondo dei morti e può fare tutto ciò che vuole. La struttura è asciutta ed essenziale, come un vecchio dramma di vendetta e lascia più possibilità di lettura, facendo addirittura balenare la possibilità che l'intera vicenda abbia luogo unicamente nella mente del protagonista. Gli esperimenti visivi e narrativi di Boorman hanno avuto una grande influenza sul mio lavoro. Ho cercato di fare qualcosa del genere in SLAMDANCE - IL DELITTO DI MEZZANOTTE, che avrebbe potuto essere un film migliore se avessi avuto il controllo totale sul montaggio. In ogni caso, l'idea era quella di rendere una sorta di tributo a SENZA UN ATTIMO DI TREGUA e al suo sublime immaginario. Anche prima di iniziare CHINESE BOX – una storia d'amore ambientata a Hong Kong – sono tornato a SENZA UN ATTIMO DI TREGUA. Ho sentito la necessità di rivederlo e di studiare ancora una volta la regia viscerale di Boorman." ~ Wayne Wang

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Sweet Movie - Dolcefilm

  • Commedia
  • Canada, Francia, Germania
  • durata 99'

Titolo originale Sweet Movie

Regia di Dusan Makavejev

Con Carole Laure, Pierre Clémenti, Anna Prucnal, Sami Frey, Jane Mallett

Sweet Movie - Dolcefilm

consigliato da   WAYNE WANG

 

LISTA COMPLETA di WAYNE WANG

- Sweet Movie – Dolcefilm (Makavejev)  

- Eva contro Eva (Mankiewicz) 

- Viaggio a Tokyo (Ozu) 

- La gaia scienza (Godard) 

- Il monello (Chaplin) 

- 2001: Odissea nello spazio (Kubrick) 

- Il mucchio selvaggio (Peckinpah) 

- Jules et Jim (Truffaut) 

- Vivere (Kurosawa) 

- Viale del tramonto (Wilder) 

- Senza un attimo di tregua (Boorman) 

Fonti: "Cult!" a cura di Bill Kohn; Time Out; lasplash.com; avclub.com; ign.com

 

 

Interpellato da un sondaggio dell'AFI (American Film Institute) sul suo film preferito di tutti i tempi, Wayne Wang scelse IL MONELLO di Charlie Chaplin. ~ (IMDb)

INTERVISTATORE: "Come sei arrivato al cinema?"

WANG: "Beh, mio padre durante la Seconda Guerra Mondiale lavorava in una base navale statunitense in Cina, e lì proiettavano film nei weekend. Divenne un patito di cinema americano. Quando eravamo ad Hong Kong ci portava al cinema in continuazione, così sono cresciuto circondato dai film. Ho sempre voluto fare film, ma non sapevo come o dove avrei potuto farli. Sono andato al college qui negli Stati Uniti. All'inizio avrei dovuto studiare per diventare un dottore come tutti i bravi figli cinesi ma ho incominciato a seguire delle lezioni di arte e le amavo veramente, così ho iniziato a dipingere. Alla fine ho preso una laurea di primo livello in pittura. Poi, durante la specializzazione, dove studiavo avevano un dipartimento di cinema, e così mi sono detto: «Bene, proviamoci.» Ho finito per laurearmi in cinema e fare film. È stato un percorso un po' lungo, ma ero così innamorato dei film, amavo quando le luci si spegnevano e il proiettore si avviava, e la fantasia aveva inizio. L'amavo proprio. C'è nel cinema qualcosa di molto rassicurante, molto eccitante, e molto gratificante. (...) Ho frequentato il California College of Arts & Crafts, che è giusto fuori Berkeley, e a quel tempo il Pacific Film Archive, che è come il MOMA a New York, era appena stato fondato, e proiettavano grandi film e facevano venire tutti i filmmakers. Ricordo che venne Godard, e venne Paul Schrader, e poi facevano due film ogni sera. Quella è stata un'enorme esperienza educativa per me e mi ha dato molta energia. (...) Quando mi sono laureato, non c'era alcun modo di trovare lavoro nell'industria del cinema, così ho lavorato per una stazione TV locale, realizzando documentari. Era tutto quello che potevo fare. Mi sentivo frustrato e allora sono tornato ad Hong Kong, dove sono nato, e ho lavorato nelle soap opera. Anche quella fu un'esperienza molto frustrante, perché la soap opera era molto popolare, e non c'è molto che tu possa cambiare o fare in quell'ambito. Gli attori ne sapevano più di me su come dirigerla. Così in pratica sono stato licenziato per essere stato troppo creativo. Dicevo: «Perchè qui non usiamo la camera a mano? Gli darebbe un po' più di energia.» Non era quello che volevano. Ed io ero visto come questa specie di pazzo freak capellone arrivato dall'America con una laurea, una cosa assurda. Dopo il licenziamento, sono tornato a San Francisco, e ho deciso di non lavorare nel cinema per un po' di tempo. Ho lavorato nella comunità cinese con gli immigrati, aiutandoli a trovare lavoro, insegnando loro l'inglese e cose del genere, ma al tempo stesso radunavo storie e informazioni per un film che volevo fare sulla comunità cinese che ha finito per diventare CHAN IS MISSING. L'hanno mostrato al festival dei nuovi registi del MOMA, e in pratica da lì le cose sono cambiate."

INTERVISTATORE: "Dopo IL CIRCOLO DELLA FORTUNA E DELLA FELICITÀ e questo film (IL VENTAGLIO SEGRETO), credi di comprendere veramente le donne?"

WANG: "(Ride) Mia moglie scherzando dice che ero una donna nella mia vita precedente. Ho risposto a questa domanda così tante volte che credo che stavolta risponderò in maniera differente. Quando nacque mio padre, lo portarono da un'indovina la quale disse che nella sua vita non ci sarebbe stato «legno» a sufficienza. Il legno è uno dei principali elementi chiave nella filosofia cinese. Così lei lo chiamò Re Della Foresta e i personaggi di questa foresta sono tutti fatti di legno. Quando nacque mio fratello maggiore, fu chiamato Principe Della Foresta. Quando arrivai io, in quel momento mio padre era un grande fan di John Wayne così volle che il mio nome di battesimo fosse Wayne, ma doveva trovare una parola cinese che appartenesse alla famiglia del legno e suonasse come Wayne. Finì per scegliere una parola che significa «piccolo germoglio d'albero» che nel vocabolario cinese è però un termine femminile. Così quando andavo in Cina a far promozione la prima reazione di tutti era che si erano immaginati che fossi una regista donna. Dovetti spiegare che era solo il mio nome ad essere femminile e che ero stato chiamato come un attore macho di nome John Wayne... Nella cultura cinese si pensa che tu abbia sia un lato maschile che uno femminile dentro di te (Yin e Yang) e che tu debba bilanciarli. Forse nei miei primi anni, per essere stato molto vicino a mia madre e mia nonna, ho potuto attingere molto facilmente al mio lato femminile."

INTERVISTATORE: "Come ti vendono in Cina?"

WANG: "Mi vendono come un bastardo perché non sono nè cinese nè americano. (Ride) Sono orgoglioso di essere nato ad Hong kong, quando era una colonia britannica, da genitori cinesi molto tradizionali. Sono stato educato dai Gesuiti irlandesi poi sono venuto in America e sono stato influenzato da Bob Dylan. Ecco quanto sono incasinato. (Ride)"

"Agli attori non do molte istruzioni, ma do una direzione molto specifica per aiutarli ad ottenere quello che voglio davvero. Ho imparato all'inizio della mia carriera da William Hurt e da altri bravissimi attori che il mio lavoro è quello di fornire uno spazio dove possano essere liberi di lavorare. William Hurt è arrivato sul set di SMOKE e ha detto: «Tutti quelli nel mio campo visivo devono spostarsi. Non voglio che si facciano foto mentre recito, e se vuoi che faccia qualcosa, usa gli altri attori per farmelo fare. Non dirmi niente.» Se volevo che il suo personaggio si arrabbiasse, dovevo far sì che Harvey Keitel facesse qualcosa per provocare quella emozione. Cerco inoltre di dare libertà agli attori perché non si preoccupino di dover azzeccare quella parola particolare. Do loro la libertà di essere il personaggio e in generale fornisco uno spazio in cui si possa fare un lavoro autentico." ~ Wayne Wang

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Baby Doll - La bambola viva

  • Drammatico
  • USA
  • durata 114'

Titolo originale Baby Doll

Regia di Elia Kazan

Con Carroll Baker, Karl Malden, Eli Wallach

Baby Doll - La bambola viva

consigliato da   JOHN WATERS 

"Le suore al catechismo domenicale diedero inizio al mio interesse per i film proibiti e ringrazio Dio per avermi indirizzato così presto nella vita verso la mia vocazione. Ogni settimana alle nostre sessioni religiose di lavaggio del cervello, sorella Mary qualcosa o qualcos'altro iniziava le lezioni con il rosario. «Santa Maria» cantavamo più volte finché lei non sentiva che fossimo sufficientemente annullati e storditi. Sedevamo allora in rapita attenzione mentre lei ci leggeva la lista dei film condannati. «Voi andrete di certo all'inferno se vedrete questi film» asseriva infallibilmente e per una volta prestai attenzione. Era sempre un tale brivido vederla demolire alcuni dei titoli. «E DIO CREÒ LA DONNA, UNA VAMPATA D'AMORE, MOM AND DAD, LOVE IS MY PROFESSION, THE BED». Sputava fuori ogni titolo come se fosse stata costretta a pronunciare la più vile oscenità. Ma BABY DOLL era il peggiore. Se vedevi BABY DOLL era peggio che se avessi ucciso il Papa. La suora usava persino ausili visivi per convincerci a stare lontano da questo film. «Vedete questa fotografia?» ci sfidava tenendo alzata una foto di un enorme folla fuori dalla sala che programmava I DIECI COMANDAMENTI. «Adesso guardate questa» sogghignava mentre teneva alzata un'altra fotografia di una sala che proiettava BABY DOLL senza nessuno che faceva la fila. «Vedete?» diceva sorridendo trionfalmente e noi tutti recepivamo il messaggio.  Io sgattaiolai immediatamente in centro a vedere BABY DOLL e presi la decisione, da allora in poi, di andare a vedere il maggior numero di film proibiti che potessi." ~ John Waters

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

La scogliera dei desideri

  • Drammatico
  • Gran Bretagna, USA
  • durata 111'

Titolo originale Boom!

Regia di Joseph Losey

Con Elizabeth Taylor, Richard Burton, Noel Coward, Joanna Shimkus

La scogliera dei desideri

consigliato da   JOHN WATERS 

"Non guardo mai i capolavori dei miei registi preferiti perché temo che non reggano la prova del tempo. C'è un film però, e nessuno l'ha mai definito un capolavoro, che guardo spesso. In realtà lo uso come banco di prova per i nuovi amici, se a loro non piace, allora non li rivedo più... Si tratta de LA SCOGLIERA DEI DESIDERI (BOOM!), la versione cinematografica dal titolo poco felice della commedia di Tennessee Williams «Il carretto del latte non ferma più qui». Diretto nel 1968 da Joseph Losey e con la sceneggiatura firmata da Tennessee Williams, LA SCOGLIERA DEI DESIDERI rappresenta, al di là del bene e del male, l'altra faccia del kitsch. Un film così genuinamente bello e orribile da lasciare solo una parola per descriverlo: perfetto. La Taylor, nel ruolo della drag-queen sul viale del tramonto, è Sissy Goforth, una miliardaria eccentrica ed egocentrica che si è ritirata in un'improbabile dimora in stile hollywoodiano in Sardegna per scrivere le sue scandalose memorie e morire di un male misterioso. Agghindata con elaborate toilette di alta sartoria opera di un non meglio precisato «Tiziani di Roma», la Taylor dichiara ai propri domestici di avere pieni poteri sull'intera isola, mentre alla segretaria confida di aver bisogno di un amante. Entra in scena Burton, lo gigolò detto «Angelo della morte», che «ha la pessima fama di farsela con donne con un piede nella fossa». Vestito con il costume da guerriero giapponese dono della sua ospite, Burton fissa costantemente il frangersi delle onde ripetendo impassibile: «La Scogliera dei desideri. Il rumore di ogni istante, il suono della vita!» Arrivato a questo punto riavvolgo più e più volte la mia cassetta pirata mal registrata e mi riguardo la scena finché non ho raggiunto una sorta di trance narcotico alla Tennessee Williams. Ecco la mia scena preferita: la Goforth invita a colazione la sua odiosa vicina, «la strega di capri». Interpretata da Noel Coward - Katherine Hepburn aveva rifiutato la parte dopo essersi offesa perché gliel'avevano offerta - la strega fa la sua entrata in braccio al suo domestico. «Yooo-hooo, Sissy!» grida come saluto rituale e Sissy, carica di gioielli tanto da conferire al termine eccessivo una nuova dimensione, lancia il suo «Yooo-hooo!» di rimando. Durante la colazione a base di «mostro di mare bollito» la Goforth chiede: «È vero che in Svizzera ti sei fatta un sacco di fiale di ghiandole di scimmia?», ma poi, colpito da un terribile attacco di tosse viene messa a letto dai domestici mentre invoca a gran voce le sue «iniezioni!» «Sei proprio a pezzi, tesoro» dice la strega, mentre ubriaca incespica verso il letto di Burton ed esce di scena. Boom. LA SCOGLIERA DEI DESIDERI non piacque a nessuno, non ai critici né al pubblico e soprattutto non ai fans della Taylor e di Burton che se la presero moltissimo. Losey ha detto di essere stato il primo regista ad essere riuscito a fare un fiasco commerciale con i Burton. (Pieno di tatto aveva tralasciato CLEOPATRA). LA SCOGLIERA DEI DESIDERI non viene mai proiettato nelle cineteche e ancora non esiste una versione in cassetta, ciononostante mi è sempre piaciuto e sono pronto a sbandierare questa mia passione ai quattro venti. Tennessee Williams aveva ragione quando scrisse nelle sue memorie: «Credo che LA SCOGLIERA DEI DESIDERI sia stato un successo artistico e che alla fine riceverà il meritato riconoscimento del pubblico». Spero di aver dato il via alla valanga. Boom!" ~ John Waters

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Alle soglie della vita

  • Drammatico
  • Svezia
  • durata 84'

Titolo originale Nära livet

Regia di Ingmar Bergman

Con Eva Dahlbeck, Ingrid Thulin, Bibi Andersson, Max von Sydow

Alle soglie della vita

consigliato da   JOHN WATERS 

"In qualche modo mi capitò tra le mani il «Village Voice» e cominciai a leggere gli articoli di Jonas Mekas e questo mi aprì il mondo dei film underground, di cui non sapevo niente. Leggevo di Warhol e Paul Morrissey e Kenneth Anger e, soprattutto, i Kuchar brothers. Scappavo a New York continuamente, con le corriere greyhound, mi inventavo delle balle dicendo che andavo a un meeting di una confraternita o cose del genere per andare a vedere quei film. Volevo essere un filmmaker underground. Ma al tempo stesso, durante l'adolescenza, andavamo al drive-in quasi tutte le sere, e a Baltimora si testava ogni tipo di «-ploitation»: hicksploitation, blacksploitation, goresploitation, roba fantastica. Ero solito andare  anche al «Rex Theatre» di Baltimora. Loro erano sempre in guerra con l'ufficio di censura, e davano sia film sui campi nudisti che Ingmar Bergman! Proiettavano MONICA E IL DESIDERIO. Poi tagliavano la maggior parte dei dialoghi e lasciavano solo le scene di tette... Così vedevo sia film exploitation che Bergman. Amo Bergman. Lo amo ancora oggi. Penso ancora a ALLE SOGLIE DELLA VITA (1957), il mio film di Bergman preferito: tre donne incinta in un reparto maternità. Andavo anche alle proiezioni di un college vicino, il Delta College, e loro davano tutti i film di Bergman. Portavo Divine fatto d'acido a vedere i film di Bergman. E lui si arrabbiava un sacco. Mi ricorderò sempre quando abbiamo visto L'ORA DEL LUPO (1968), la scena in cui lei si strappa via la faccia, lì Divine sbottò: «Basta! Non voglio più vedere questi film! Voglio vedere film su gente ricca!» " ~ John Waters

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

The Chelsea Girls

  • Sperimentale
  • USA
  • durata 195'

Titolo originale The Chelsea Girls

Regia di Andy Warhol

Con Nico, Ondine, Brigid Polk, Ingrid Superstar, Ari, Eric Emerson

The Chelsea Girls

consigliato da   JOHN WATERS 

"Il primo film in assoluto di Warhol che ho visto è KISS (1963) o EAT (1963) o EMPIRE (1964), ma immagino che sia CHELSEA GIRLS (1966) quello che ho apertamente copiato, in ROMAN CANDLES (1966). È stato difficile fare il dissoluto bohemien a Lutherville, nel Maryland, dove abbiamo girato quel film. Credo che CHELSEA GIRLS sia un completo capolavoro e credo anche che i film di Andy siano come arte. Credo che un giorno saranno considerati arte. Non lo sono ancora. Ma lo saranno." ~ John Waters

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Il mostro di sangue

  • Horror
  • USA
  • durata 82'

Titolo originale The Tingler

Regia di William Castle

Con Vincent Price, Judith Evelyn, Darryl Hickman, Patricia Cutts, Pamela Lincoln

Il mostro di sangue

consigliato da   JOHN WATERS 

"I film di William Castle divennero per me un feticcio. Specialmente quelli che includevano trovate ingegnose come scheletri di plastica che svolazzavano fuori fra il pubblico (Emergo) e scariche elettriche che davano la scossa sotto le sedie (Percepto). Cercai di vivacizzare i miei spettacoli di pupazzi usando alcune di quelle stesse trovate e passai ore a cercare di allestire l'apparato scenico, ma sfortunatamente i ragazzini non furono mai molto impressionati. Quando iniziai a usare il sangue finto i genitori cominciarono ad allarmarsi e divulgarono col passaparola attraverso il circuito «gelati e torte» che gli spettacoli stavano diventando «troppo malsani», così mi ritirai garbatamente mentre ero ancora in attivo." + "Senza alcun dubbio William Castle è stato il più grande showman dei nostri tempi. Il re dei marchingegni. William Castle era Il mio idolo. I suoi film mi han fatto desiderare di fare film. Sono perfino invidioso dei suoi lavori. Anzi, a dire il vero vorrei essere William Castle. Che gli prende ai fanatici di cinema oggigiorno? Come fanno ad essere così lenti nell'elevare il più eccentrico tra i registi-produttori allo status di culto?... William Castle era il migliore. William Castle era Dio." ~ John Waters

 

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Faster Pussycat, Kill! Kill!

  • Grottesco
  • USA
  • durata 83'

Titolo originale Faster Pussycat, Kill! Kill!

Regia di Russ Meyer

Con Tura Satana, Haji, Lori Williams, Susan Bernard, Stuart Lancaster

Faster Pussycat, Kill! Kill!

consigliato da   JOHN WATERS 

"FASTER, PUSSYCAT! KILL! KILL! è, oltre ogni dubbio, il miglior film che sia mai stato fatto. È possibile che sia meglio di qualsiasi film che verrà fatto in futuro. Lo vidi per la prima volta nel 1966 in un drive-in dopo essere stato attratto dall'annuncio radiofonico che blaterava: «Ti lascerà un gusto demoniaco in bocca!». All'epoca ero del tutto all'oscuro del lavoro di Russ Meyer ma dopo aver visto FASTER PUSSYCAT lui divenne il mio idolo per la vita. Tornai al drive-in ogni sera di proiezione anche se dovevo andare da solo, così da poter vedere il film più e più volte finché ne avevo l'opportunità. Scrissi a Russ lettere da fan entusiasta alle quali lui ha gentilmente risposto. Accettai un lavoro come critico cinematografico in un giornale locale underground con l'unico proposito di esaltare il film. Se c'è una cosa come un film che ha una cattiva influenza sui giovani, eccone il perfetto esempio. Le «gattine» cattive di Russ diventarono un modello per tutti i personaggi delle mie produzioni, specialmente per Divine. L'unica grande differenza era che Divine era un uomo e il suo gran paio di tette altro non era che un cumulo di vecchi stracci. (...) Dopo FASTER PUSSYCAT feci ogni tentativo per raggiungere il livello del primo lavoro di questo grande regista. Ero strabiliato dal fatto che ogni suo film fosse favoloso come quello successivo: WILD GALS OF THE NAKED WEST, MUD HONEY, LORNA, MOTORPSYCHO!, erano tutti classici. Quando Russ si preparò a fare i suoi più innovativi film scottanti come GOOD MORNING AND GOODBYE e VIXEN il box-office raggiunse dei record altissimi e i grandi studi furono costretti a drizzare le orecchie e a ingaggiarlo. Il risultato fu il più divertente film mai realizzato, BEYOND THE VALLEY OF THE DOLLS, scritto dal critico vincitore del premio Pulitzer Roger Ebert. (...) Russ Meyer è l'Ejzenstejn dei film di sesso. Lui da solo, più di ogni altro regista, è responsabile per il maggior numero di erezioni tra il pubblico nonostante il fatto che si sia sempre rifiutato di fare una produzione hard-core. Coppie sposate si sono accalcate per vedere i suoi film per vent'anni perché sanno che Russ non viene meno alle aspettative e sentono che le immagini erotiche per le quali è così famoso danno loro foraggio per fantasie e aggiungono persino un po' di pepe alle loro smorte vite sessuali. Persino senza vedere i titoli un film di Russ Meyer si riconosce all'istante: spese di produzione eccellenti, montaggio che spacca il secondo, riprese a bassa angolazione che vanno su in obliquo verso eroine pettorute quasi deformate, dominatrici affamate di sesso e trame così grottesche che non puoi fare altro che riderne insieme al regista. Russ fa film di sesso e violenza e si capisce che va orgoglioso del suo lavoro. Scrive, produce, dirige, gira e monta da sé le sue produzioni e queste fanno tutte soldi. Russ Meyer non ha mai fatto un brutto film." ~ John Waters

 

 

LISTA COMPLETA di JOHN WATERS 

- Secondo amore (Sirk)

- Baby Doll (Kazan)  

- La scogliera dei desideri (Losey)  

- Alle soglie della vita (Bergman)  

- The Chelsea Girls (Warhol) 

- 8 e ½ (Fellini)

- Faster Pussycat! Kill! Kill! (Meyer)  

- La Maman et la putain (Eustache)

- Il mostro di sangue (W. Castle)  

- Il mago di Oz (Fleming)

Fonti: Sight & Sound (2002); "Shock" di John Waters; "Cult!" a cura di Bill Krohn; interviewmagazine.com; williamcastle.com; huffpost.com;

 

 

"Il film che mi ha influenzato più di qualunque altro è lo spot pubblicitario di «Visita il nostro concessionario» che i drive-in mostrano invariabilmente nell'intervallo. Le spese di produzione di questo cortometraggio standard -  che rappresenta la famiglia americana al 100% che divora allegramente dei mostruosi sandwich di polpette, cestini di popcorn sovrapprezzo e disgustosi hamburger riscaldati - variano da città a città, ma si può sempre contare su una certa ridicola grossolanità nell'apparenza del film, dovunque tu sia. Per tutta la vita ho tentato di catturare questo magnifico squallore nelle mie produzioni, ma mi sento sempre in svantaggio quando paragoni il mio lavoro con gli altri spot pubblicitari del tipo: «Mangia i nostri Maxi panini alle polpette»." ~ John Waters

"Naturalmente amavo i film dell'orrore e ogni tipo di film dove ci fossero dei bei cattivi. IL MAGO DI OZ è ancora il mio film preferito di tutti i tempi e, persino da bambino, facevo il tifo per la strega cattiva. All'inferno Dorothy. La strega aveva una bella pelle verde, un bel castello e tutte quelle meravigliose scimmie alate. Dorothy aveva solo una casa noiosa nel Kansas, due tristi zii contadini e un brutto piccolo cane che disturbava i vicini. Provai persino a travestirmi come la strega per spaventare i miei amici del vicinato ma riuscii solo a far alzare un paio di sopracciglia." ~ John Waters

"Per me, cattivo gusto e divertimento coincidono. Se qualcuno vomita guardando uno dei miei film è come se ricevessi una viva acclamazione. Ma si deve ricordare che esiste il buon cattivo gusto e il cattivo cattivo gusto. È facile disgustare qualcuno; potrei fare un film di 90 minuti con persone a cui vengono mutilate le membra, ma questo sarebbe solamente cattivo cattivo gusto e non sarebbe molto elegante o originale. Per comprendere il cattivo gusto bisogna avere molto buon gusto. Il buon cattivo gusto può essere creativamente nauseante ma deve, allo stesso tempo, appellarsi a quel senso dell'umorismo particolarmente contorto che è tutt'altro che universale. Ho sempre cercato di compiacere e soddisfare un pubblico che pensa di aver visto tutto. Cerco di spingerlo a ridere della sua stessa capacità di essere ancora stupito da qualcosa. Questa reazione è sempre stata la ragione per cui io faccio film. Odio i film con un messaggio e vado orgoglioso del fatto che il mio lavoro non ha alcun valore di redenzione sociale." ~ John Waters

"I film «exploitation» sono gli unici che arrivano vicino alla temuta parola «arte». Mi domando ancora perché gli studenti di cinema blaterino di Orson Welles o di Howard Hawks quando ignorano i due più grandi maestri della storia del cinema: Russ Meyer e Herschell Gordon Lewis. Persino i peggiori film di questi due registi sono infinitamente più interessanti di QUARTO POTERE e il loro successo relativamente inaspettato al di fuori del sistema hollywoodiano dovrebbe dare speranza a qualsiasi regista indipendente emergente di oggi. (...) Se Russ Meyer era Il buon vecchio ragazzo dei film exploitation, Herschell Gordon Lewis era decisamente la pecora nera. Il signor Lewis aveva presentato per primo il film «gore», e, ridete quanto volete, della sua influenza si risente ancora oggi. Senza le sue prime creazioni non ci sarebbe mai stato un George Romero, uno Zombi o un VENERDÌ 13. Con titoli come THE GORE, GORE GIRLS, WIZARD OF GORE e THE GRUESOME TRUESOME i suoi film sono impossibili da difendere; perciò lui diventa automaticamente uno dei più grandi registi della storia del cinema. Rendendosi conto che il film di nudo era arrivato a un vicolo cieco, il signor Lewis decise di appellarsi al minimo comun denominatore del gusto meno discriminante del pubblico: la fame di sangue. Invece della nudità, il suo seguito pagò per vedere lingue strappate, palle degli occhi spappolate e varie altre forme di mutilazione creativa. Ho scoperto la sua mostruosa trilogia, BLOOD FEAST, TWO THOUSAND MANIACS e COLOR ME BLOOD RED al mio drive-in locale e quando​ ho visto coppie di adolescenti che balzavano fuori dalle loro macchine per vomitare capii che avevo trovato un regista che andava nella direzione del mio cuore. L'ho persino plagiato chiamando uno dei miei film MULTIPLE MANIACS in omaggio a TWO THOUSAND MANIACS e, anni dopo, dei gestori delle sale cinematografiche che tenevano in cartellone PINK FLAMINGOS copiarono la sua idea di fornire gli spettatori paganti di buste per il vomito all'entrata della sala." ~ John Waters

"Persone che avrei sempre voluto conoscere, che ho conosciuto e dalle quali non sono rimasto deluso: Paul Morrissey; Alain Robbe-Grillet (lui non sapeva parlare inglese e dato che io non sapevo parlare francese siamo riusciti a dirci poco più che a ognuno piace il lavoro dell'altro); Andy Warhol, sempre di grosso aiuto nel pubblicizzare i miei film a New York e che li raccomandò a Fellini e Bertolucci sulle pagine della sua rivista «Interview»; Tobe Hooper (NON APRITE QUELLA PORTA) che si ubriacò con me per due giorni a delirare sui nostri film horror a basso costo preferiti; Nico, la mia cantante preferita, che era così fuori quando l'ho incontrata che chiese: «Sono mai stata qui prima d'ora?» Dovetti dirle che non ne avevo la minima idea; Samuel Fuller, sicuramente il più pazzo e inesauribile conversatore vivente; David «ERASERHEAD» Lynch, che mangia solo ai ristoranti Big Boy ed è molto ansioso di esaltare il cibo di quella catena; William Burroughs, l'unica persona dalla quale non ho mai rifiutato l'offerta di una canna, che fa una figura incredibile quando cammina per la strada portando con sé un sacchetto della spesa di vinile chiaro con dentro unicamente un litro di vodka; Douglas Sirk, un vero gentiluomo che ha fatto dei grandi melodrammi come COME LE FOGLIE AL VENTO e LA MAGNIFICA OSSESSIONE, davanti al quale volevo mettermi in ginocchio quando me l'hanno presentato; e Werner Herzog che mi ha fatto estremamente invidia dicendomi che era andato a trovare in prigione Edward Kemper, il gigante alto più di 2 metri che fu accusato di aver tagliato la testa della madre e averne gettato la laringe giù per il dispositivo tritarifiuti." ~ John Waters

"Durante gli anni '60 ho davvero avuto l'opportunità di praticare le mie tattiche shock sui miei genitori. Oggi mia madre ripensa a questo periodo e ancora non riesce a riderne: «Pensavamo che saremmo tornati a casa e che ti avremmo trovato impiccato nella tua stanza da letto», ricorda. Per quanto ci abbia provato non sono mai riuscito a convincerla che ripenso a quegli anni con incredibile affetto, dato che essere marcio può essere incredibilmente appagante. I miei capelli lunghi facevano quasi venire un esaurimento nervoso a mio padre. Se volevo vederlo veramente avere i conati di vomito bastava che mi facessi una coda di cavallo. Il pranzo di famiglia era generalmente traumatico. Mio padre mangiava in silenzio cercando di evitare il contatto con la vista dei miei capelli. Con l'angolo dell'occhio dava uno sguardo alle mie ciocche e si poteva notare subito che iniziava a spostarsi sulla sedia nervosamente. Questo mi faceva adirare, così lo coinvolgevo in una discussione politica:  IO: «Vado a New Haven per il raduno delle Black Panther. Bruceremo quella città.» PAPÀ: «Devono prendervi tutti voi barboni e ingabbiarvi a vita.» (...) I miei genitori andarono alla prima di MONDO TRASHO, riuscirono a resistere per tutta la durata del film, ma mia madre uscì in lacrime. Il giorno dopo mi diede la sua recensione: «Finirai in un manicomio, morirai di overdose per droghe o ti suiciderai.» Mentre cercavo di calmarla e di spiegarle che era tutto stato fatto all'insegna di un sano divertimento, lei sbottò: «Ma la scena con i piedi! (Il matto feticista della scarpa che succhia i piedi a Mary Vivian Pearce) Come hai potuto pensare a una cosa come quella? Non esiste una cosa come quella. NON ESISTE!» " ~ John Waters

 

Rilevanza: 1. Per te? No
Ti è stata utile questa playlist? Utile per Per te?

Commenta

Avatar utente

Per poter commentare occorre aver fatto login.
Se non sei ancora iscritto Registrati