Questa settimana è finalmente il turno dei nostri amici matti coreani, da trent’anni e più autarchici paladini dell’industria dell’intrattenimento locale e oggi felici esportatori di k-drama pazzerelli, non solo su Netflix; che se avessi giornate lunghe 96 ore giuro ne guarderei almeno una a settimana di queste serie con stagioni da 27 episodi della durata di 84 minuti l’uno. Non quelli di Netflix però. I k-drama di Netflix non li guarderei nemmeno se avessi giornate lunghe 120 ore. Ma prima di andare avanti, quantifichiamo un attimo per cortesia: quanto matti sono i nostri amici coreani? Grazie per la domanda. Essi sono matti abbastanza da fare un k-drama horror – ma horror praticamente per davvero eh? Non dico vietato ai minori di 18 anni, ma nemmeno roba omeopatica –, sono talmente matti da trasmetterlo in prima serata e sono così matti da farlo diventare il secondo e/o terzo (a seconda dell’episodio) programma più visto nella serata in cui è andato in onda. Se vi sembra stia esagerando a farla sembrare così matta, provate a pensare a LA7 che fa la stessa cosa: produce una serie sull’horror folkloristico (ce n’è in abbondanza anche da noi) e poi la trasmette in prima serata al posto di Floris. Ciao. Tutti matti questi coreani.

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Revenant (Akgwi)

La serie in questione si titola Akgwi, che si traduce come diavolo o spirito demoniaco. Per il mercato anglofono – dove è stata distribuita su Disney+, migliorando di molto le possibilità di vederla anche in Italia – è stato scelto il titolo Revenant, che è un modo per dire redivivo come nel film che ha sconfitto la maledizione di DiCaprio o come nella serie francese con gli zombie impegnati; altrimenti è anche un modo fighetto per dire semplicemente “fantasma”. E di fantasmi, in Akgwi, ce n’è a bizzeffe. A partire dal magistrale incipit in cui un ex stimato professore di folklore – ora caduto in disgrazia, eremita e considerato un mezzo matto – viene ucciso da uno spirito malvagio e manipolatore, che lo costringe a impiccarsi dopo averlo tratto in inganno e avergli fatto aprire una porta di sua spontanea volontà – che se dovete difendervi da un fantasma coreano, sappiate che è la cosa più importante da non fare. Prima di morire, però, il mister aveva scritto a un collega famoso che non conosceva di persona, chiedendogli di prendersi cura della figlia San-yeong, la protagonista femminile che il padre non vedeva da 15 anni.

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Revenant

Il collega si chiama Hae-sang, è il protagonista maschile ed è una versione Asperger di Indiana Jones che vede le tracce dei fantasmi nel mondo fisico, non si cura di pensare che per il resto dell’umanità sia una faccenda un po’ bizzarra ed è in generale un giga-esperto di sciamanesimo coreano. Del tipo che in macchina, alla radio, ascolta solo musica folkloristica che di solito accompagna riti sacri di purificazione. Adorabile.

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Revenant

Hae-sang ha il privilegio di poter credere ai fantasmi perché non deve pensare costantemente alla sopravvivenza quotidiana, come invece succede a San-yeong: costretta a lavorare, mentre studia di notte, per pagare le spese e i debiti accumulati da una madre che è una figura assolutamente tragica. Una donna inetta, insicura, bugiarda, priva di controllo sulle proprie emozioni, superstiziosa, ma mai ritratta come una figura caricaturale. Eppure San-yeong la ama molto e continua a giustificarla e proteggerla. E questo, signori, è il confucianesimo al suo meglio.

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Revenant

Il pilota di Akgwi si spende nella presentazione di tutti gli innumerevoli personaggi, oltre a raccontarci il quid seriale attorno a cui gira il k-drama: San-yeong, apparentemente, è stata posseduta da un demone vendicativo che si nutre dei desideri della ragazza. In pratica uccide, a insaputa della giovane, chiunque la screzi pesantemente – come il truffatore impunito che ha ingannato l’ingenua madre rubandole i risparmi di una vita – diventando sempre più potente dopo ogni ammazzatina. Hae-sang cerca di mettere in guarda San-yeong che però, come già detto, è fin troppo impegnata a tenere a galla sé e la madre per permettersi di credere ai fantasmi. Comincia pian piano a ricredersi quando le morti si accumulano e, soprattutto, quando deve accettare l’irrefutabile realtà di aver visto con i suoi stessi occhi il fantasma di un ragazzo adolescente, morto suicida dopo essere stato tormentato da alcuni bulli.

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Revenant

Quanto ce la meneranno con San-yeong che non riesce a lasciarsi del tutto andare all’irrazionalità del paranormale? Presumibilmente un bel po’. Ma nel frattempo, ne sono certo, ci verrà dato in pasto almeno un fantasma a puntata, con tutto il condimento di spaventini d’ambiente, di jumpscare (per il momento usati con la giusta parsimonia), di regia curata in maniera fin quasi sopraffina (per gli standard del k-drama) e di interessanti dettagli sugli spiriti, maligni e non, che costituiscono una parte ben radicata della cultura coreana e che, suggerisce Akgwi, oggi stanno riemergendo con prepotenza proprio perché la maggior parte delle persone è andata avanti, ha dimenticato la tradizione e ha deciso di smettere di credere alla loro presenza.

Autore

Nicola Cupperi

Scrive per FilmTv perché gliel'ha consigliato il dottore. Nel tempo libero fa la scenografia mobile. Il suo spirito guida è un orso grigio con le fattezze di Takeshi Kitano.