Penso che i sogni che si fanno a vent’anni siano quelli folli e irresponsabili che – passata una certa età e accumulati un certo cinismo e una certa dose di responsabilità non richieste fra capo e collo – potrebbero rivelarsi anche irripetibili. Vedendo Dreaming Whilst Black (una delle traduzioni del titolo potrebbe essere “Sognando seppur nero”) però, vieni colpito dalla consapevolezza che la prassi di cui sopra – punta in alto con tuttə te stessə finché puoi, insegui il tuo sogno e al massimo metti da parte i soldi per la terapia per quando dovrai affrontare una nobile ma inaspettata vita da impiegatə del catasto – funziona quasi esclusivamente per chi fa parte della maggioranza. Per gli altri, il percorso ideale è pressoché identico, ma in più è costellato da innumerevoli, costanti, piccoli ostacoli che il più delle volte, c’è da dirlo, sono lievi granelli di sabbia che basta soffiare e si levano dagli ingranaggi. Ma se i granelli di sabbia si accumulano, il meccanismo si ingrippa. È un percorso verso il sogno, insomma, che è inframezzato da tante congiunzioni concessive/condizionali (come seppur), ma anche avversative (nella traduzione del titolo sarebbe stato corretto anche un “sebbene”).

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Dreaming Whilst Black

Per una persona nera, quei granelli di cui sopra sono gli sconosciuti sull’autobus che ti fanno i complimenti per i capelli, gli sconosciuti per strada che cambiano marciapiede perché stai camminando dietro di loro e indossi una felpa con il cappuccio invece di un abito in tre pezzi, sono i colleghi di lavoro che ti chiedono consigli sui film “da neri” per un appuntamento che hanno rimediato su Tinder – “Il colore viola è un buon film, ma per un primo appuntamento sceglierei qualcosa in cui non ci sono stupri” “Cosa ne pensi di 12 anni schiavo?” “Bro, in quello c’è la schiavitù E gli stupri” “E Precious com’è?” “Sempre di stupro si parla”.

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Dreaming Whilst Black

La vita di Kwabena, aspirante cineasta con tanto di scuola adeguata alle spalle ma che per il momento sbarca il lunario lavorando in un’agenzia di collocamento, è soprattutto fatta di queste micro-aggressioni – ad esempio: il suo cibo “etnico” (lo splendido stew peas giamaicano, provatelo) è troppo intenso per la collega bianca che gli chiede gentilmente di mangiare nel cucinotto invece che in ufficio, quando nello stesso momento ci sono altri tre impiegati stinti che stanno gozzovigliando davanti al computer.

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Dreaming Whilst Black

Kwabena, per indole e per abitudine, gestisce queste mancanze di rispetto con grazia inusitata. Io, al posto suo, se qualcuno si portasse appresso così tanta ignoranza con la stessa noncuranza con cui si indossa una spilla sul bavero, avrei costantemente il nervoso addosso. Lui, invece, non solo è quasi rassegnato a dover vivere in una società del genere – in cui la maggior parte della maggioranza (pardon) si sente di avere tutte le risposte pronte e non si impegna a imparare qualcosa di nuovo – ma soprattutto ha la testa impegnata in faccende molto più serie. Ha un sogno, vuole diventare un regista.

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Dreaming Whilst Black

E ha un film che ha già scritto, Jamaica Road, in cui crede molto. La svolta arriva quando una vecchia compagnia di scuola, che lavora come assistente per un’importante produzione cinematografica, torna a Londra e lo incontra per caso. Kwabena non si lascia sfuggire l’occasione, anche se la parte razionale del suo cervello fa resistenza e lo costringe a dare la priorità a quel lavoro da colletto bianco che lo sta uccidendo dentro, ma che gli permette anche di pagare bollette e affitto. La goccia che fa traboccare il vaso è degna di empatia ed è la serata di karaoke con il resto dell’ufficio, quando viene trascinato sul palco da un collega bianco solamente per cantare la N-word al posto suo.

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Dreaming Whilst Black

Kwabena decide di non rinunciare al suo sogno, anche se è nero (lui è nero, non il sogno. Anche se forse pure il sogno è nero, ma non è importante). Decide di non mollare anche se fra i suoi ingranaggi ci sarà sempre qualche granello di sabbia in più rispetto agli altri. E lo fa con l’energia di una persona consapevole che il mondo non cambia da un momento all’altro, la gente non cambia da un giorno all’altro: siamo così, oggi siamo arrivati a questo punto, rabbia e rassegnazione sono scelte disponibili ma estreme e forse, anche se con un po’ più di sforzo, è possibile non farsi dirottare la vita e le emozioni per colpa di questo status quo. Che è tanto ingiusto quanto reale. E far finta che qualcosa di reale non esista è il primo passo verso la rinuncia o la psicosi.

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Dreaming Whilst Black

Dreaming Whilst Black, peraltro, pare essere una dramedy dai toni vagamente autobiografici. Scritta e interpretata dall’esordiente Adjani Salmon, la serie era già pronta per essere girata e apprezzata nel 2018, sotto forma di webserie. Tre anni più tardi, Salmon riesce a strappare a BBC i fondi per produrre un pilota che vince un BAFTA minore (il Craft Award per i talenti emergenti nella fiction) ma che non viene trasformato in serie completa. Altri due anni di limbo e, nel 2023, con il contributo di A24 Salmon riesce a realizzare una stagione completa e a chiudere il cerchio del primo gradino del suo sogno, anche se è nero. Sia Salmon sia il sogno, risolviamola così.

Autore

Nicola Cupperi

Scrive per FilmTv perché gliel'ha consigliato il dottore. Nel tempo libero fa la scenografia mobile. Il suo spirito guida è un orso grigio con le fattezze di Takeshi Kitano.