La paura inizialmente è molta, dato che la miniserie inglese Archie – biopic sulla vita di Cary Grant ideato dallo sceneggiatore (Jeff Pope) di Philomena (bene) e Stanlio e Ollio (meh) – esordisce con la solita didascalia sul fatto che gli eventi siano stati ricostruiti minuziosamente grazie a estese interviste approfondite, ma allo stesso tempo sappiate cari spettatori che alcuni personaggi e alcune situazioni sono state inventate di sana pianta a scopi puramente drammaturgici. Un esempio valido appare già all’inizio dell’episodio pilota. È molto vero che, tra le altre orribili faccende di un’infanzia che non raccomanderei, il vero fratello maggiore di Cary Grant venne a mancare prematuramente; ma fu a causa di una meningite tubercolotica appena prima di compiere un anno; Archibald Leach, figlio secondogenito e futuro Cary, all’epoca non era ancora nato e la produzione della miniserie ha ritenuto che la tragica vicenda della morte del fratellino fuori campo non raggiungesse gli scopi puramente drammaturgici che si erano preposti.

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Archie

È solo un piccolo dettaglio di un primo episodio che, in realtà, riesce a destare l’interesse nonostante il ricorso ad alcuni cliché (specialmente estetici) tipici del genere. La miniserie si apre nel 1961 – quando Cary Grant era già Cary Grant all’ennesima potenza dopo Intrigo internazionale – con il grande attore che si chiede come mai, nonostante tutto, non riesca a sentirsi davvero felice. Sedetevi comodi che ce lo raccontano. I traumi infantili di Cary Grant sono stati i seguenti, più o meno nell’ordine: essere nato dalla parte sbagliata del Regno Unito, quella non ricca né nobile e per di più essere diversamente povero, provenendo da una famiglia non proletaria eppure ad anni luce dal benessere economico; avere avuto una madre severa e intransigente talvolta al limite della psicosi che (per il punto di cui sopra) viveva incazzata come una biscia velenosa con il marito pigro e irresponsabile, e se le girava ti faceva mangiare sul pavimento; aver perso il fratello maggiore per colpa di una ferita infetta e per via di un padre imbarazzante, fedifrago bugiardo narcisista balordo, che pur di non dare ragione alla moglie non porta il bambino dal dottore. Tutte cose che ai nostri tempi – forse. A volte si spera – garantirebbero un abbonamento perpetuo alla psicoterapia, ma che ai tempi di Archie (classe 1904) significava avere solamente due opzioni: rimozione e rassegnazione oppure “guarirsi” da soli concentrandosi su altro.

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Archie

Archie si concentra su altro e, da quando ha 14 anni, si aggrega alla faccia dell’odiato padre a una compagnia teatrale itinerante e comincia a esibirsi come mimo, acrobata, circense, tizio che viaggia sui trampoli e forse anche donna barbuta. Lo spettacolo a cui partecipa, quando lui ha 16 anni, parte per una lunga tournée anche negli Stati Uniti. Archie decide che è il caso di rimanere in quel posto dove tutto è più grande e dove nulla gli ricorda la sua infanzia terrificante. Al di là di tutto, da questa miniserie possiamo imparare che, a fianco della definizione di “gavetta”, sul dizionario dovrebbe esserci la foto di Cary Grant che con sguardo sornione ti ingravida fregandosene del tuo sesso biologico.

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Archie

A contatto con un pilota di questo genere – la biografia di un personaggio celeberrimo in cui si drammatizza una vita già di per sé ragguardevole – l’ostacolo più ostico, perché grande come l’iceberg del Titanic, è sempre quello della recitazione. Il protagonista sarà adeguato? O farà le faccette ricoperte di cerone per nascondere una scarsa imitazione? Il motivo per cui Archie sta qua, fra le serie inedite in Italia che devono sbrigarsi a raggiungerci, è perché Jason Isaacs è molto più che adeguato. A partire dal linguaggio del corpo, che riflette l’imponente ed elegante prestanza di un Grant cinquantacinquenne ben accomodato all’apice del successo nel suo periodo Hitchcock, a pochi anni dal ritiro dalle scene ma dal fascino immutato, mentre cerca di conquistare con charme e ironia innati la futura quarta moglie Dyan Cannon. Ma soprattutto, Isaacs azzecca la cosa più complicata e distintiva nell’interpretazione di Cary Grant: il suo memorabile accento. Che, peraltro, ha un nome e un cognome.

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Si chiama accento Mid-Atlantic ed è stato codificato accademicamente, nel mondo dello spettacolo, negli anni 30 e 40 dall’insegnante di dizione Edith Warman Skinner. Skinner si riferiva a questo accento – che mischia i toni alti della parlata statunitense con l’inglese della Regina – come Good Speech americano o Theatre Standard americano, e lo descriveva come la pronuncia statunitense appropriata per classici e testi elevati. Dicono, alcuni esperti di queste cose, che forse, possibilmente, plausibilmente l’accento Mid-Atlantic ha avuto così tanto successo nella Hollywood dei tempi d’oro perché è dotato di una pasta acustica tagliente e nasale, molto acuta, perfetta per i primi tempi della radio e del cinema sonoro, le cui tecnologie riproducevano in maniera inefficace i toni bassi naturali degli attori.

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Archie

Solo per dire che tutto questo ambaradan glotto-fonologico costava sudore e fatica a qualsiasi attore dell’epoca, che pagava fior fior di consulenti come Edith Warman Skinner e fogl fogl di accademie come la Juilliard per impararlo come si deve e non abbandonarlo nemmeno nella vita di tutti i giorni (fra i più illustri esempi: Tyrone Power, Bette Davis, Katharine Hepburn, Vincent Price e Christopher Plummer). Ecco. A Cary Grant, brillante ragazzo britannico – di scarsi studi ma di abbondante istrionismo – trasferito negli Stati Uniti per fare la vita itinerante dello spettacolo di rivista, quell’accento così fondamentale per sfondare come attore usciva in maniera del tutto naturale, senza sforzo. E c’è tanta poesia fra i dettagli del quadro di una persona che sembra stata ingegnerizzata geneticamente dalla natura stessa per diventare maestro o maestra di un mestiere senza – apparentemente – spillare una singola goccia di sudore. È come se Archibald Leach fosse stato poggiato sulla Terra apposta per fare quello che ha fatto, senza possibili ambiguità. E la bella interpretazione di Isaacs rende il giusto omaggio a tanta magnificenza.

Autore

Nicola Cupperi

Scrive per FilmTv perché gliel'ha consigliato il dottore. Nel tempo libero fa la scenografia mobile. Il suo spirito guida è un orso grigio con le fattezze di Takeshi Kitano.