Un aereo sorvola un folto gruppo di capannoni. Sono teatri di posa in cui viene realizzata la magia della televisione. Al di sopra dei rumori assordanti di un set fibrillante di lavoro in cui ci si sta preparando per girare una scena, le prime note della colonna sonora di Boris sono quelle di un’orchestra che si accorda.

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Boris

L’intento, che scopriremo presto essere umoristico, è quello di paragonare le due forme d’arte. Così come il primo violino fornisce il la per intonare il resto degli strumenti, nello stesso modo le maestranze lavorano in concerto per preparare il momento in cui la partitura verrà diretta dal regista e interpretata dagli attori dopo il ciak. Prima i liutai affinano gli strumenti e li preparano alla perfezione, quindi gli artisti si mettono all’opera: non esistono gli uni senza gli altri.

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Boris

Dopo una breve panoramica sul set che fa scendere la macchina da presa – ereditando il punto di vista aereo e portandolo a piano palco – un carrello segue un giovanotto che, insieme a noi, entra per la prima volta in un teatro di posa. È un movimento di macchina arioso, raro per una sitcom (e anche poco italiano) che spalanca di fronte al ragazzo un varco che lo trasporta all’interno di un mondo ignoto e ricco di fascino, il dietro le quinte del luogo, quasi mitologico e inesplorato dai comuni mortali non addetti ai lavori, dove vengono realizzate e confezionate le ombre elettriche che entreranno nelle case di milioni di italiani e andranno a colorare i loro sogni.

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Quel ragazzo è Alessandro ed è il protagonista informale di una storia corale – scelta che rimanda, effettivamente, alla natura collaborativa e collettiva di qualsiasi set. È suo il punto di vista che noi spettatori assumiamo (l’episodio pilota si intitola Il mio primo giorno) e la scelta verrà rimarcata anche molto più in là nel corso della serie, quando verrà suggerito che tutto ciò che abbiamo visto finora e continueremo a vedere è il racconto diretto e parziale della sua esperienza. Alessandro è un neolaureato squattrinato, in procinto di iniziare una gavetta che, idealmente, dovrebbe spianargli la strada verso il lavoro dei suoi sogni. Alessandro vuole fare il regista e non c’è modo migliore per entrare in quel mondo che sporcarsi le mani e imparare il lavoro sul campo grazie a uno stage in una produzione televisiva. Ecco spiegata l’atmosfera sognante, lo sguardo sorridente perennemente rivolto verso l’alto, senza tenere conto degli infidi cavi e delle rotaie per i carrelli che occupano, molto più prosaicamente e praticamente, il pavimento.

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La magia, però, dura esattamente 30 secondi. Il ribaltamento comico non tarda ad arrivare e la sospensione dell’orchestra che si accorda è interrotta da un breve colloquio con il produttore Sergio: “Scusi sa dov’è il regista?” “Come?” “Il regista” “Mavvatteneaffanculo”. Tecnicamente, il cold open del pilota di Boris si conclude qui, ed è già molto. In mezzo minuto, gli autori Torre, Ciarrapico e Vendruscolo sono in grado di raccogliere, con magistrale sinteticità e un singolo dialogo, non solo il tipo di umorismo che farà da scheletro all’intera sitcom – vernacolare, irriverente, critico senza mai prendersi sul serio – ma anche quel senso di ribaltamento e di sottosopra, quella sensazione che l’universo esagerato, cialtrone e mascalzone di Boris (e del cinema e della tv italiani) esista davvero nel mondo reale, ma solo una volta che si è varcata la soglia di quei teatri di posa.

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In più di una puntata della serie – quelle che, ad esempio, coinvolgono l’attrice Verena e la fidanzata di Alessandro – ci sono delle persone normali che vengono a contatto con quel mondo e ne escono scioccate, indispettite, quasi violentate. Basite – occhiolino occhiolino – dal fatto che nessuno di quelli che ci lavora dentro riesca a notare l’oggettiva follia che loro hanno registrato e subito. È lo stesso benvenuto che riceve Alessandro nei suoi primi trenta secondi sul set. A differenza di altri estranei, però, Alessandro in quel mondo vuole starci, a tutti i costi. Anche accettando un Vaffanculo completamente gratuito e immotivato, che nella vita reale porterebbe quantomeno a una contro-rispostaccia.

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In un discorso leggermente più ampio, poi, e oltrepassando la soglia di una tecnica narrativa televisiva come il cold open – un ex abrupto che anticipa i titoli di testa con il compito di catturare immediatamente l’attenzione dello spettatore – anche l’iconica sigla (composta e cantata dagli Elio e le storie tese) entra in maniera ideale, quando vista e sentita per la prima volta, a far parte di un incipit che contiene in nuce tante delle istanze su cui la serie si sofferma e per le quali si caratterizza come esemplare unico nella storia della serialità italiana.

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Boris

Nella sigla, sono i vari personaggi della serie a cantare, in lip sync e puntando lo sguardo dritti in macchina, una meta-canzone che non parla di niente (“Userò gli occhi del cuore, per carpire i tuoi segreti”), ma che prende bonariamente per il culo i titoli di testa ammiccanti di tanti sceneggiati leggeri italiani (senza rifletterci nemmeno troppo vengono in mente Un medico in famiglia e I Cesaroni), anticipa alcuni tormentoni di Boris (“Nei tuoi piani americani, così intensi e così italiani. Fatti un po’ a cazzo di cane”) e in generale sottolinea la gioia anarchica di poter finalmente giocare seriamente, anche in Italia, con l’autoironia – rivolta verso un settore massonico che si è sempre preso estremamente sul serio – e con la meta-testualità.

Autore

Nicola Cupperi

Scrive per FilmTv perché gliel'ha consigliato il dottore. Nel tempo libero fa la scenografia mobile. Il suo spirito guida è un orso grigio con le fattezze di Takeshi Kitano.

La serie tv

locandina Boris

Boris

Commedia - Italia 2007 - durata 30’

Titolo originale: Boris

Creato da: Luca Manzi, Carlo Mazzotta

Con Luca Amorosino, Arianna Mattioli, Antonino Bruschetta, Ninni Bruschetta, Daniela Terreri, Paolo Calabresi

in streaming: su Disney Plus