Tra i film presentati alla terza edizione di Alta Marea Festival, dal 27 al 29 luglio 2023 a Termoli (CB), c’è il corto Tria - Del sentimento del tradire, colpo di fulmine alla scorsa Mostra del cinema di Venezia (in Orizzonti), piccolo gioiello che cortocircuita passato mitico e futuro distopico in un cui le famiglie immigrate in Italia non possono avere più di tre figli, pena l’uccisione di uno di loro, con precedenze alle femmine. A scriverlo e dirigerlo è Giulia Grandinetti, regista e danzatrice dal curioso percorso artistico, che ha esordito nel lungo firmando poi tre corti.

" data-credits=
Tria

Questa storia sembra arrivare da lontano, come una tragedia greca: da dove nasce l’idea?
Come ogni lavoro ci sono tanti punti di genesi. Il principio dell’esigenza di raccontare questa storia nasce da una ferita personale, cioè una relazione finita, dopo la quale ho avvertito la sensazione di essere stata tradita. Come faccio spesso, ho preso questo evento della mia vita, questo sentimento, e l’ho catapultato nel mondo dell’immaginazione, che poi è il contenitore del cinema, per indagare e risolvermi. Da questa ferita personale mi sono spostata alle dinamiche familiari e ho studiato il concetto di tradimento sotto vari aspetti, e da qui è venuto fuori Tria. Che in greco vuol dire “tre”, ma è anche il nome della città di Troia, esempio per antonomasia del tradimento. Un altro riferimento ancora più specifico è il mito delle moire, o parche, che in questo caso viene capovolto: loro tessono e tagliano i fili della vita, qui invece sono le tre sorelle protagoniste a subire questa operazione. Io poi ho un legame molto forte con la Grecia, sono in qualche modo mezza greca, quindi lavorando sulla famiglia e sulle mie origini si è creata una sorta di rete di significanti.

" data-credits=
Tria

La società che tu immagini è distopica, come quella del tuo corto Guinea Pig: cosa ti piace di questo genere?
Per me l’amore per il cinema è legato alla fascinazione di creare altri mondi, e la distopia dialoga molto con la dimensione dei sogni ma anche con i tabù, in Tria per esempio si parla di preferenza tra figli. Il genere distopico ci permette di ironizzare sul peggio di noi. Inoltre trovo che anticipare il peggio di ciò che potrebbe succedere sia un bellissimo modo per risvegliare la bellezza che ancora abbiamo tra le mani. È una modalità antiretorica di attivare un risveglio: i problemi di oggi li conosciamo bene e, anzi, ci viviamo talmente dentro che forse la via per arrivare a parlarne è quella dell’antitesi, non della tesi diretta. Attraverso la distopia mi piace cercare di vedere sia il peggio di noi sia ciò che è ancora salvabile, escogitando così un viaggio che sia anche ironico, paradossale, perché scatta un’empatia ironica quando riconosciamo il peggio di noi. E questo permette di esplorare tutta una gamma di sentimenti.

" data-credits=
Tria

Il corto mescola mito e futuribile, crea un mondo sospeso, anche grazie all’uso della pellicola: come mai hai scelto di girare in 35 mm?
Per ogni film che faccio mi interrogo su quale sia il mezzo migliore. Io sono piuttosto ancorata ad alcune tecniche che riportano alla parte più materica dell’immagine e qui volevo consegnare una certa temporalità, soprattutto oggi che l’occhio è così viziato. Trattandosi poi di una storia breve, intensa e che richiede allo spettatore uno sforzo razionale, la pellicola restituisce qualcosa di molto tangibile: era necessaria per creare empatia in così poco tempo. Inoltre il mondo dei rom, nell’immaginario, è estremamente materico, a partire dai tessuti, da come si vestono, da come vivono la casa. Infatti tutti i materiali sono stati scelti per restituire quest’idea, i tappeti, la ciniglia, tutto per far uscire questa grana, questa “pellicolosità”, e ci sono riuscita anche grazie alla straordinaria DOP Eleonora Contessi, a cui devo tantissimo, perché mi ha assecondata e consigliata come una guerriera.

" data-credits=
Tria

A rendere onirico l’immaginario di Tria contribuisce anche il voice over in greco, una lingua che pare arcana e che racconta un mondo altro, straniero, come la famiglia protagonista…
La voce è di Irene Casagrande, che ha imparato appositamente il greco! Anche i miei prossimi film saranno in altre lingue: un corto in albanese e serbo, un lungo invece in italiano e francese. Una lingua ha un’eredità sonora ed energetica, restituisce un’atmosfera. E il greco, che a me ricorda l’infanzia, diventa un’esperienza collettivamente molto potente, che avvicina, anche perché lo conoscono in pochissimi. Mi piace poi l’uso del sottotitolo, perché dona un’esperienza speciale: permette di leggere in modo chiaro quello che si deve comprendere con il cervello mentre i suoni danno coordinate su altro.

Autore

Giulia Bona

Giulia Bona è nata a Voghera e ha studiato a Milano, dove si è laureata in Lettere moderne e Studi cinematografici con una tesi su Agnès Varda e il riciclaggio creativo. Riempiva quaderni di storie e pensieri, dava inchiostro alla sua penna sul giornalino della scuola, ora scrive per Film Tv. Ama leggere, i sentieri di montagna, la focaccia e sorride quando vede un cane.