In Faya Dayi la pianta di qāt è ovunque, onnipresente e consumata da tutti. Ci viene mostrata nei dettagli tutta la sua filiera, dalla coltivazione al raccolto, dall’imballaggio all’ingrosso fino a quello al dettaglio. Il qāt (o khat, per usare una translitterazione dall’arabo un po’ meno fedele ma più facile) è una sostanza anfetaminica (come le foglie di coca masticate dalle popolazioni andine) ma anche fortemente psicotropa e causa di forte dipendenza. Cresce in altura in luoghi molto soleggiati e non soffre un terreno arido, quindi ha trovato la sua culla culturale soprattutto nello Yemen e nel Corno d’Africa.

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Scena di Faya Dayi (2021)


Jessica Beshir, documentarista, sceneggiatrice e produttrice messicana/etiope all’esordio nel lungometraggio, ha raggiunto gli altipiani dell’Etiopia per raccontare le comunità che vivono attorno al qāt. Composte specialmente da ex coltivatori di caffè, che sono dovuti passare allo sfruttamento dell’arbusto (traduzione letterale dall’arabo) anche a causa della scarsità di piogge che impedisce l’ottimale crescita delle piante di caffè. I giovani parlano di fuga, delle tariffe vigenti per un viaggio in Egitto, dall’Etiopia, e da lì fino in Europa: al villaggio, quando si fa la spesa, bisogna scegliere se prendere l’acqua o il carbone, costano fra i 12 e i 15 birr e non ci sono abbastanza soldi; per un viaggio in Europa, i taglieggiatori che li organizzano chiedono 80.000 birr.

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Scena di Faya Dayi (2021)


Gli uomini più grandi, molti anestetizzati dall’alternanza lavoro/qāt, tentano di convincere i ragazzi a restare perché «non si può morire nel deserto o in mare per provare a fuggire». Meglio non lasciare il paese. Meglio non partire e usare quei soldi per aprire un’attività qui. I giovani non sono molto convinti. «Ti lasci tutto alle spalle, ma poi all’improvviso ti ricordi del canto degli uccelli, la natura, la sensazione dell’aria pulita. I ricordi sono l’unica cosa che ti porti dietro».

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Scena d Faya Dayi (2021)


La macchina da presa di Beshir resta costantemente stretta sul capitale umano del film. I campi larghi sono fondamentalmente assenti. La scelta è quella di mostrare la natura antropica, la qualità umana di quei luoghi e di quelle comunità. Lo stesso utilizzo del bianco e nero (seppur di qualità eccelsa e davvero raffinata) toglie colori e sfumature allo sfondo naturalistico: non c’è spazio per l’inquadratura da cartolina, per l’estetizzazione condiscendente delle bellezze naturali. «Tutti fanno il massimo per scappare. La loro carne è qui, ma la loro anima se n’è andata». Un ragazzo con la madre in Europa e il padre dipendente dal qāt. La diaspora del gruppo etnico degli Oromo. Una giovane donna che piange l’amato perduto.

«Tutti fanno il massimo per scappare. La loro carne è qui, ma la loro anima se n’è andata»

 

Faya Dayi rimane magistralmente sospeso tra l’osservazione antropologica e il ritratto poetico, chiudendosi con un finale fin troppo realistico, un tentativo di fuga dopo aver chiuso una finestra sul panorama dell’altopiano che nutre e consuma allo stesso tempo.

Autore

Nicola Cupperi

Scrive per FilmTv perché gliel'ha consigliato il dottore. Nel tempo libero fa la scenografia mobile. Il suo spirito guida è un orso grigio con le fattezze di Takeshi Kitano.

IL FILM

locandina Faya Dayi

Faya Dayi

Documentario - Etiopia, USA 2021 - durata 120’

Titolo originale: Faya Dayi

Regia: Jessica Beshir

in streaming: su MUBI MUBI Amazon Channel Apple TV

Su MUBI Italia dal 10 agosto 2022