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Festa del Cinema di Roma 2022: premi e recensioni
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Festa del Cinema di Roma 2022: premi e recensioni

A partire da questa diciassettesima edizione, finalmente, la Festa del Cinema di Roma è stata riconosciuta come un Festival Competitivo, togliendo il valore determinante che negli ultimi anni era stato attribuito al sostantivo "Festa". La differenza formale e sostanziale sta, più che nei sostantivi, nell'aggettivo "Competitivo", ripristinato dopo otto lunghi anni di non competitività nei quali, ovviamente, non erano previsti premi se non quello del pubblico, che - essendo l'unico - finiva per assumere un'importanza esagerata e che - essendo votato da chi acquista il biglietto per vedere il singolo film - tendeva per costituzione a portare alla ribalta non il film migliore ma quello con il miglior pubblico pagante.
Ovviamente, non sono spariti i problemi inerenti alla dispersività nel sistema di dislocazione dei film in una città come Roma, nella quale è pressoché impossibile spostarsi per tratti medio-lunghi in tempi rapidi, quale che sia il mezzo che si intende utilizzare, con ancora il pubblico e gli accreditati interessati ai film del concorso parallelo Alice Nella Città costretti a pedalare per chilometri per muoversi tra tre diversi quartieri, dato che, fatta eccezione per qualche film (più le conferenze e la premiazione) all'Auditorium Parco della Musica (zona Flaminio / Corso Francia), le proiezioni avvenivano all'Auditorium Conciliazione (San Pietro) o al cinema Giulio Cesare (Prati).
Va dato comunque atto del fatto che l'Auditorium Parco della Musica sia tornato ad essere utilizzato quasi nella sua completezza (finalmente i film sono tornati anche nel Teatro Studio Gianni Borgna), dove quel 'quasi' fa riferimento alla sala più grande, la Sala Santa Cecilia, ancora sistematicamente ignorata.

Riporto qui sotto la lista dei premi assegnati dalla 17° Festa del Cinema di Roma copiando e incollando dal comunicato stampa pubblicato dall'organizzazione, e subito di seguito la lista dei premi assegnati dalla 20° edizione di Alice Nella Città: non ho visto, ahimé, il film vincitore della Festa, JANVĀRIS (JANUARY) di Viesturs Kairišs, ma ho visto e apprezzato gli altri due film più premiati, ovvero JEONG-SUN di Jeong Ji-hye e FOUDRE di Carmen Jaquier, oltre anche a CAUSEWAY di Lila Neugebauer; né mi sono fatto mancare i film vincitori dei due premi maggiori di Alice, ovvero, SUMMER SCARS di Simon Reith e PRIMADONNA di Marta Savina, anche se il mio personalissimo vincitore, tra entrambe le competizioni, sarebbe stato THE HOTEL di Xiaoshuai Wang.
Dei film succitati e di tutti gli altri che ho avuto modo di visionare, trovate più in basso riportate le mie recensioni, disposte in ordine in base al mio gradimento, con la possibilità di cliccare, in fondo a ciascuna di esse, sul voto espresso in stellette per essere reindirizzati alla pagina originale e guardare lì - qualora reperibile - anche l'eventuale trailer.

 

 

 

 

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2022: TUTTI I PREMI



CONCORSO PROGRESSIVE CINEMA
Una giuria composta dalla regista e fumettista Marjane Satrapi, l’attore e regista Louis Garrel, i registi Juho
Kuosmanen e Pietro Marcello e la produttrice Gabrielle Tana ha assegnato i seguenti riconoscimenti ai film del
Concorso Progressive Cinema:

- Miglior Film
: JANVĀRIS (JANUARY) di Viesturs Kairišs
- Gran Premio della Giuria: JEONG-SUN di Jeong Ji-hye
- Miglior regia: VIESTURS KAIRIŠS per Janvāris (January)
- Miglior attrice – Premio “Monica Vitti”: KIM KUM-SOON per Jeong-sun
- Miglior attore – Premio “Vittorio Gassman”: KĀRLIS ARNOLDS AVOTS per Janvāris (January)
- Miglior sceneggiatura: ANDREA BAGNEY per Ramona
- Premio speciale della Giuria (proposto dal Presidente a scelta fra le categorie sceneggiatura, fotografia,
montaggio e colonna sonora originale): FOUDRE di Carmen Jaquier per la fotografia di Marine Atlan

È stata inoltre assegnata la Menzione Speciale della Giuria all’attrice LILITH GRASMUG per la sua
performance in Foudre.

MIGLIOR COMMEDIA – PREMIO “UGO TOGNAZZI”
Una giuria presieduta dal cineasta Carlo Verdone e composta dall’attrice Marisa Paredes e dall’autrice e attrice
Teresa Mannino ha assegnato il Premio “Ugo Tognazzi” alla Miglior commedia (scelta fra i titoli delle sezioni
Concorso Progressive Cinema, Freestyle e Grand Public), al film:

- WHAT’S LOVE GOT TO DO WHIT IT? di Shekhar Kapur

È stata inoltre assegnata la Menzione Speciale Miglior Commedia – Premio “Ugo Tognazzi” al
film RAMONA di Andrea Bagney.

MIGLIORE OPERA PRIMA BNL BNP PARIBAS
Una giuria presieduta dalla regista e sceneggiatrice Julie Bertuccelli e composta dal regista Roberto De Paolis e
dalla critica cinematografica Daniela Michel ha assegnato il Premio Miglior Opera Prima BNL BNP Paribas
(scelta fra i titoli delle sezioni Concorso Progressive Cinema, Freestyle e Grand Public), al film:

- CAUSEWAY di Lila Neugebauer

Sono state inoltre assegnate due Menzioni Speciali Miglior Opera Prima BNL BNP Paribas ai
film RAMONA di Andrea Bagney e FOUDRE di Carmen Jaquier.

PREMIO DEL PUBBLICO FS
Tra i film del Concorso Progressive Cinema, gli spettatori hanno assegnato il Premio del Pubblico FS al film:

- SHTTL di Ady Walter

 

 

 

 

ALICE NELLA CITTÀ 2022: TUTTI I PREMI



- Miglior Film: SUMMER SCARS di Simon Reith
- Menzione Speciale: IL CERCHIO di Sophie Chiarello
- Premio Raffaella Fioretta per il Cinema Italiano 2022 (miglior film della sezione Panorama Italia): PRIMADONNA di Marta Savina
- Premio Do-Cine Rising Star Award al Miglior Giovane Interprete Internazionale: MALLORY MANECQUE per Les Pires di Lise Akoka e Romane Gueret
- Premio RB Casting al Miglior Giovane Interprete Italiano: GIUSEPPE PIROZZI per Piano piano di Nicola Prosatore

- Menzione speciale: LORENZO RICHELMY per L'uomo sulla strada di Gianluca Mangiasciutti
- Premio Corbucci (contratto di distribuzione per il mercato italiano): SIGNS OF LOVE di Clarence Fuller

 

CORTOMETRAGGI

 

- Miglior Cortometraggio: TORTO MARCIO di Prospero Pensa

- Menzione Speciale: FILE di Sonia K. Hadad
- Premio del Pubblico per il Miglior Cortometraggio: CARAMELLE di Matteo Panebarco
- Premio Premiere Film: TORTO MARCIO di Prospero Pensa
- Premio Rai Cinema Extra: OSSA di Catrinel Marlon e Daniele Testi
- Premio Rai Cinema Channel: JAMAL TOSMAL di Martina Pasto

Playlist film

The Hotel

  • Drammatico
  • Cina
  • durata 113'

Titolo originale Lv Guan

Regia di Wang Xiaoshuai

The Hotel

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2022 - CONCORSO PROGRESSIVE CINEMA
All'inizio del 2020, in occasione dei festeggiamenti per il capodanno cinese, il regista Xiaoshuai Wang si recò in Thailandia, a Chiang Mai, insieme all'amico produttore Xuan Liu e alle relative consorti: gli effetti delle notizie che da Wuhan si propagarono in tutto il mondo, lì giunsero prima ancora che altrove, e in men che non si dica il gruppo si trovò bloccato nell'hotel che lo ospitava, senza alcuna possibilità di tornare in Cina a causa del lockdown. In virtù di questo inevitabile stallo, e disponendo di attori e sceneggiatori tra la gente che albergava con loro, i due pensarono di sfruttare il tempo per fare un film; al di là della ricerca dell'attrezzatura, restarono da coprire due ruoli vacanti, ed essendo impossibile anche solo raggiungere la più fornita Bangkok, fu necessario individuare professionisti in quella piccola città: un ruolo era quello di direttore della fotografia, per il quale fu scovato un thailandese dedito solitamente agli spot pubblicitari, mentre per l'altro, quello di tecnico delle luci, non trovarono di meglio che un afgano che dichiarava di saperle solo accendere e spegnere.

Quanto appena scritto può sembrare la trama di un film un po' storto a tematica metacinematografica, ma in realtà è semplicemente il resoconto di quanto raccontato da Xiaoshuai Wang riguardo la genesi di The Hotel, un film concepito per riempire il tempo in condizioni di cattività, poi scritto e girato complessivamente in circa un mese in condizioni simili a quelle delle jam session musicali. Con tali premesse, ci si aspetterebbe di trovarsi di fronte a un prodotto quantomeno raffazzonato: e invece, The Hotel sorprende e convince, risultando un'opera di notevole impatto emotivo oltre che visivo, con una sceneggiatura precisa che trova il modo di farsi ricordare. Al centro della storia c'è una ragazza che sotto pandemia sta per compiere vent'anni, e a questa immobilità imposta da un nemico invisibile e inattaccabile reagisce con una vitalità che manifesta alternando riflessioni apocalittiche ad approcci comunicativi con chiunque attorno a sé le sembri disponibile ad uno scambio.

L'architettura del film è particolare ma funzionale, con una lunga prima parte divisa in tre capitoli (Cap. 1, Cap. 2, e Cap. 3, non del tutto consecutivi), ciascuno dedicato alla presentazione di uno dei tre piccoli nuclei che alloggiano nell'albergo (dove il primo è composto dalla ragazza e dalla madre invadente, il secondo da un attempato professore universitario e dalla lamentosa consorte, e il terzo da un ragazzo incerto del proprio orientamento sessuale e dall'uomo cieco che sta assistendo), e con una seconda libera da schemi particolari, anticipata dal titolo, che appare dopo quasi un'ora.
Filmato in bianco e nero nel consapevolmente anacronistico formato in 4:3, The Hotel centra in pieno l'obiettivo di restituire il senso di frustrazione e straniamento rispetto allo spazio ed al tempo che le restrizioni ed il confinamento hanno causato ad ogni latitudine, risultando altresì una riflessione tagliente sulla solitudine e sulla disperazione che la stessa può generare.
VOTO: ****

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Aftersun

  • Drammatico
  • Gran Bretagna, USA
  • durata 96'

Titolo originale Aftersun

Regia di Charlotte Wells

Con Francesca Corio, Celia Rowlson-Hall

Aftersun

ALICE NELLA CITTÀ 2022 - FUORI CONCORSO
Negli anni '90 dei R.E.M. di Losing my religion, dei Blur di Tender, ma anche della Macarena dei Los Del Rio e di Tubthumping dei Chumbawamba, l'undicenne Sophie trascorre le vacanze estive in Turchia con il padre Calum. Durante l'anno, lei vive con la madre e fa la scuola dell'obbligo a Edimburgo, in Scozia, mentre lui quel posto lo ha lasciato perché non lo sente più suo, e se ne sta lontano per conto proprio, in Inghilterra.
In Aftersun, esordio della regista Charlotte Wells, a scorrere sulla pellicola sono i ricordi che lei, ormai adulta, conserva venti anni dopo, in parte perché impressi dalla vecchia fotocamera che lui allora portò con sé, in parte proiettati dalla sua mente, a completare i buchi lavorando di fantasia, in uno sforzo che vorrebbe rinforzare, se non ripristinare, un legame fisicamente interrotto da allora, ma che ancora le pulsa nel cuore.

La vacanza dei due si compone di tanti piccoli eventi che disegnano un percorso di conoscenza e accettazione, rispetto e affetto, e che cesellano un rapporto padre/figlia che è il motore stesso del racconto, un rapporto che il tempo e la distanza hanno spezzato e che lei si ostina a tenersi vivo dentro nonostante tutto, anche ricorrendo a interpretazioni proprie delle volontà, dei pensieri e delle scelte di quel padre idealizzato ma mai conosciuto fino in fondo: merito della promettente regista è saper mantenere il distacco e la misura necessari a non scadere nel patetismo da un lato e non perdersi in inutili voli pindarici dall'altro, in una storia che è di fatto a metà tra realtà e sogno, ma un sogno che nasce da un bisogno profondo, e che necessita essere il più possibile realistico per potersi autoalimentare.

Originale, commovente, di spiazzante genuinità, e recitato superbamente da due attori in grado di innescare una dolcissima chimica (Paul Mescal e Frankie Corio, rispettivamente il padre e la figlia), Aftersun è un film immaginario che scorre nella testa della protagonista e si insinua sotto la pelle di chi lo guarda, che mette in scena un tentativo sottilmente onirico, romantico e disperato, di lenire il dolore causato da un'assenza attraverso uno sforzo di memoria e al tempo stesso di autosuggestione, quasi alla ricerca - dolorosa e impossibile - di una chiave che permetta un viaggio a ritroso nel tempo, o di un dettaglio nascosto che sappia cambiare lo stato delle cose o che anche solo lo possa modificare.
VOTO: ****

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Thunder

  • Drammatico
  • Svizzera
  • durata 92'

Titolo originale Foudre

Regia di Carmen Jaquier

Con Sabine Timoteo, Lilith Grasmug, Mermoz Melchior, Barbara Tobola, Marco Calamandrei

Thunder

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2022 - CONCORSO PROGRESSIVE CINEMA
Svizzera, 1900. Una breve carrellata di immagini d'epoca di anziane contadine, introduce in un casolare dove una ragazza con delle corde ai piedi guarda fuori da una finestra in un'atmosfera sinistra. Dopo i titoli, la scena si sposta in un convento, dove alla diciassettenne Elisabeth viene comunicato che deve tornare a casa a lavorare i campi, per via della morte della sorella maggiore, Innocente. Ivi condotta dalla madre all'età di 12 anni, e sul punto di prendere i voti, Elisabeth subito cerca in sé la colpa dell'accaduto: non ho pregato abbastanza? o ho pregato male? Una volta a casa trova i genitori e le due sorelle minori, ma nessuno fornisce risposte alle domande che lei pone su cosa sia accaduto a Innocente: sua madre taglia corto dicendo che di lei non si parla più, mentre fuori il suo nome è in più occasioni associato al diavolo.
La reticenza degli abitanti del villaggio, fa però emergere in Elisabeth quella curiosità che la madre s'è sempre sforzata di tenere a freno: la conoscenza con tre ragazzi che la sorella l'avevano frequentata, ma soprattutto la scoperta di un suo diario sul quale riversava le proprie confessioni più intime, la inducono a riflettere su sé stessa, sul presente, sul passato e sul futuro che sarebbe stato.

Carmen Jaquier, regista e sceneggiatrice di Foudre, afferma che l'idea del film è sorta in seguito al ritrovamento di un diario di una bisnonna, nel quale lei si rivolgeva a ciò che percepiva come Dio, con una scrittura creativa che da un lato evidenziava lo spirito di contestazione nei confronti dell'educazione bigotta ricevuta, e dall'altro la necessità di un individuare un interlocutore con il quale condividere i propri segreti. Innocente appare in scena per pochi secondi, ma nonostante questo è - assieme a Elisabeth - il personaggio più forte del film, proprio in virtù della forza che il suo diario assume per lei, che lo legge, e per lo spettatore che attraverso quel testo vede evocate immagini forti.

Mossa da una sincera ansia di conoscenza, la protagonista inizia a fare ciò che non le era stato concesso quando in età infantile fu spedita a fare il noviziato, ovvero percepire il proprio corpo, sperimentare, e parlare anche con gli animali, se gli esseri umani non sanno ascoltare, capire, interpretare: ben lontana dall'essere la reincarnazione del demonio, sua sorella affermava che Dio è una vibrazione, e che lo aveva individuato nel proprio corpo e nel proprio sudore. Aveva una propria visione, diversa da quella che le si voleva imporre d'ufficio.
Il discorso sulla mentalità chiusa della Svizzera Vallese dell'inizio del secolo scorso e sulla repressività della cultura ultracattolica, fa presto a farsi paradigmatico e diventare universale, amplificandosi fino a parlare del diritto/necessità di utilizzare il proprio corpo e la propria sensualità per interagire con gli altri, costruirsi e sentirsi vivi.
Foudre è un (visivamente sontuoso) inno alla libertà.
VOTO: ****

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Causeway

  • Drammatico
  • USA
  • durata 92'

Titolo originale Causeway

Regia di Lila Neugebauer

Con Jennifer Lawrence, Jayne Houdyshell, Brian Tyree Henry, Samira Wiley

Causeway

In streaming su Apple TV+

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2022 - CONCORSO PROGRESSIVE CINEMA
Di ritorno dall'Afghanistan, dove ha lavorato come ingegnere idrico, Lynsley viene accolta nella natia New Orleans da Sharon, una donna che per lavoro presta il primo sostegno ad ex soldati tornati dal fronte con i segni lasciati dalla guerra. Causeway, dell'esordiente Lila Neugebauer, parte da qui, da una Jennifer Lawrence dall'aspetto sofferente che si muove in carrozzina e fatica a gestire la parte destra del proprio corpo. Per i dettagli c'è tempo, e la regista se lo prende tutto, distillando poco alla volta tutte le informazioni utili a fornire un quadro esaustivo della ex militare, che oltre ai patimenti fisici si trova ad affrontare le conseguenze psicologiche della lesione cerebrale subita. Dopo un primo periodo dedicato alla riabilitazione psico-motoria, Lynsley - sulle sue gambe e con un bel po' di medicinali da prendere - si ripresenta a casa della madre, persona svagata e poco affidabile, la quale le affida un pickup mezzo scassato, che al primo intoppo ha se non altro il merito di farle fare la conoscenza di James (Brian Tyree Henry), un meccanico corpulento e di buon cuore con il quale inizia ad instaurarsi un'amicizia di cui entrambi avevano bisogno.

Il film procede allo stesso ritmo con il quale i due personaggi si aprono l'una all'altro, con due interpreti in gran forma che lavorando in sottrazione sanno scuotere e commuovere, e con il medesimo passo lento e pacato mette lo spettatore di fronte a un confronto tra due solitudini, tra due vite marchiate a fuoco dalla sofferenza: lui roso da un enorme senso di colpa per un incidente che ha cambiato la vita sua e dei suoi affetti più cari, lei a sua volta limitata da quella madre problematica e da un rapporto inespresso con il fratello tossico.

Se il tema di Causeway è l'elaborazione del trauma subito dalla protagonista in Afghanistan, il nucleo sta nella conseguente presa di coscienza di quali siano i problemi che non solo l'hanno indotta a fuggire lì, ma che ancora, nonostante il corpo e la testa lesi, la inducono ad affermare di volerci tornare. Anziché soffermarsi sulle ferite lasciate dall'esperienza al fronte, la strada intrapresa da Neugebauer è l'indagine delle cicatrici causate dalla vita che l'ha preceduta, che a loro volta sono state alla base di quella scelta, portando a riflettere su come, dietro alla vocazione militare e all'arruolamento verso zone di guerra, possano esserci, umanamente, la volontà di scappare da situazioni di sofferenza o da incomprensioni o rancori incancreniti negli anni.
VOTO: ****

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Primadonna

  • Drammatico
  • Italia
  • durata 96'

Regia di Marta Savina

Con Claudia Gusmano, Fabrizio Ferracane, Francesco Colella, Manuela Ventura, Dario Aita

Primadonna

ALICE NELLA CITTÀ 2022 - PANORAMA ITALIA
Fino al 1981, il codice penale italiano ha contenuto un articolo che contemplava la possibilità per lo stupratore di vedersi estinguere il reato sposando la donna sulla quale aveva usato violenza: era il cosiddetto matrimonio riparatore, ereditato dal codice Rocco di epoca fascista, che, secondo una visione machista e misogina dei rapporti umani, riconosceva all'uomo criminale il merito di restituire l'onore alla donna che lo aveva perso. Sedici anni prima, nel 1965, fu una ragazza siciliana la prima ad osare ribellarsi a questa prassi barbara, a pronunciare il fatidico "No" e rifiutarsi di apporre la firma che avrebbe permesso al suo stupratore di farla sua con il benestare della legge.

La giovane regista Marta Savina riprende il tema del suo corto d'esordio (Viola, Franca del 2017) per estenderlo in un lungometraggio, Primadonna, confermando la stessa attrice protagonista (un'intensa Claudia Gusmano) ma modificando, rispetto ai dati storici, i nomi di persona e i luoghi: la reale Franca Viola diventa Lia Crimi, il vero aguzzino Filippo Melodia si trasforma in Lorenzo Musicò, mentre la città di Alcamo, dove il fatto accadde, è sostituita da Galati Mamertino.
Ma a prescindere dai dati sensibili (la regista motiva la scelta con la necessità di fare della protagonista un personaggio universale), quel che conta è la storia, che è quella potentissima di una giovane con un coraggio da leone che sfida la legge italiana e la malavita locale per salvare la propria dignità e per poter conservare il proprio libero arbitrio, è il clima sociale, che è quello di una Sicilia rurale nella quale la mafia può tutto e anche solo ipotizzare una denuncia comporta uno stigma per una stirpe intera, con le forze dell'ordine che si girano dall'altra parte e la chiesa che china il capo diventando connivente, è il contesto culturale, che è quello di un sistema patriarcale radicato e moralista nel quale sono le madri stesse ad insegnare alle figlie che non va fatto quel che si vuole ma quel che è ben visto dagli 'altri'.

Innamorata di questa eroina nazionale, Savina si dà come obiettivo quello di farla amare da chi, assistendo al suo racconto, viene a conoscenza della guerra che ha dovuto combattere, contro tutto e tutti, per non passare da 'svergognata' in seguito ad uno stupro subito, e di quella parallela intrapresa dentro sé stessa per riuscire ad urlare in faccia al mondo che l'onore non lo perde colei che subisce un abuso, ma colui che lo commette.
Nonostante il pathos del racconto (merito anche di una ricca colonna sonora, che allo score ansiogeno di Yakamoto Kotzuga accosta perle come Dawn Chorus di Thom Yorke), la regista gestisce al meglio il rapporto tra i due protagonisti, governando in maniera fluida il passaggio dalla fase iniziale del corteggiamento a quello del rifiuto (determinante in questo è la scena del fermaglio), senza creare caricature e senza apparire retorica né manichea, lasciando piuttosto intendere quanto importanti siano, nel percorso di ciascuno, le famiglie di provenienza (e la sua ha il seme della rivolta dentro): un rifiuto, il suo, che oggi può sembrare fisiologico, ma allora fu una scelta rivoluzionaria e un passo basilare in direzione della lotta per l'emancipazione femminile.
VOTO: ****

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Jeong-sun

  • Drammatico
  • Corea del Sud
  • durata 105'

Titolo originale Jeong-sun

Regia di Jihye Jeong

Con Geum-Soon Kim, Geumseona Yoon

Jeong-sun

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2022 - CONCORSO PROGRESSIVE CINEMA
Jeong-sun lavora in una fabbrica: non è un impiego che le piace, in più deve sottostare ad un caporeparto odioso, ma alla sua età non più giovanissima è ciò che le permette di vivere una vita dignitosa. Ha una figlia in età da marito, che infatti non sta più con lei perché in procinto di sposarsi, che lavora nell'ufficio di una discarica e a sua volta si arrabatta per arrivare alla fine del mese. Lei invece il marito non ce l'ha, e nonostante sostenga non essere più il tempo per 'certe cose', sente il bisogno di avere qualcuno accanto a sè, e quel qualcuno potrebbe essere il neo-collega Yeong-su, un ex operaio edile - anche lui attempato single - che per via delle ginocchia ormai usurate ha dovuto trovarsi qualcosa di più leggero, che aspira a trovarsi un monolocale ma intanto alloggia in un motel: motel che diviene la base dei loro primi incontri e delle prime scaramucce.
Tra loro le cose sembrano andare tutto sommato bene fino a quando, in un momento di spensieratezza, non commette l'errore di autorizzarlo a riprenderla con il cellulare mentre canta per lui con indosso solo la biancheria.

Quello dei crimini sessuali digitali è un fenomeno in costante aumento, come effetto collaterale indesiderato ma fisiologico di una tecnologizzazione in crescita inarrestabile. Accanto a casi più eclatanti e spudorati che possono avere ad oggetto veri e propri filmini porno, magari con vittime giovanissime se non minorenni, ne esistono anche di più basici, meno spinti dal punto di vista della carne esposta, e meno accattivanti perché con soggetti diversi da ragazze giovanissime: ma non per questo si tratta di episodi meno dannosi.
Proprio, probabilmente, con lo scopo di far capire quanto simili abusi sappiano essere sconvolgenti per chi li subisce a prescindere dai centimetri di pelle nuda mostrati o dall'appeal della vittima, la regista Ji-hye Jeong dedica il proprio esordio ad un caso che un osservatore superficiale potrebbe definire meno grave: in fondo sta solo cantando e non è neanche nuda, si potrebbe dire... Ma al di là del livello di pornografia, è la violazione dell'intimità in sé ad essere in grado di devastare la psiche di chi la subisce, con conseguenze devastanti e talvolta irreparabili. E a rendere il crimine ancor più pesante è la sua astrattezza: in fondo basta un clic su un telefonino per rovinare una vita o una reputazione senza aver neanche il sentore di star commettendo un reato, di star ferendo qualcuno nel profondo, di star compiendo, con un semplice polpastrello, un gesto di inaudita violenza.

Con Jeong-sun, Ji-hye Jeong vuol far riflettere sulla tendenza ad un approccio leggero rispetto ad un reato subdolo e vigliacco, e per farlo aderisce in pieno alla persona della protagonista insinuandosi con camera a mano nella sua quotidianità e prendendosi tutto il tempo necessario per arrivare a dettagliare lo snodo che, nella quasi incoscienza del suo aguzzino, le cambierà la vita. Merito della regista è quello di saper mantenere un profilo basso senza mai perdere il controllo del racconto, anzi caricandolo di pathos fino a sublimarlo in un finale bello, convincente e liberatorio, merito della protagonista (Geum-soon Kim) l'essersi prestata anima e corpo restituendo gli alti e bassi emotivi e la forza interiore del proprio personaggio.
VOTO: ***½

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Summer Scars

  • Drammatico
  • Francia
  • durata 104'

Titolo originale Nos Cérémonies

Regia di Simon Rieth

Con Raymond Baur, Simon Baur, Maïra Villena

Summer Scars

ALICE NELLA CITTÀ 2022 - CONCORSO
Al mare dove passano le loro estati, Tony e Noé fanno giochi pericolosi: si mascherano sfidandosi con delle spade, poi si rincorrono, cercando ciascuno di avere la supremazia, tirando spesso in ballo Cassandre, che Tony, il più grande, vede come la propria ragazza e Noé, ancora troppo piccolo, come un'amica. Nel corso di una sfida a chi si spinge più al bordo, sul ciglio della scogliera, Tony cade in uno strapiombo; Noé lo raggiunge e lo trova esanime o giù di lì. Disperato, gli dà un bacio sulle labbra, e di lì a poco, questi riapre gli occhi. I due si promettono di serbare il segreto, giurandosi che nessun altro dovrà sapere l'accaduto, nemmeno Cassandre. Nel corso di quella stessa estate, i loro genitori si separano e loro lasciano quella casa, dove resta il padre, per andare a vivere a Parigi con la madre. Dieci anni dopo, ormai giovani adulti, la morte del padre li porta di nuovo lì, con il segreto che è ancora tale, e Cassandre che continua ad esercitare su loro un'attrazione che è la forza che più li divide.

La vita, la morte e la fratellanza sono al centro del film d'esordio di Simon Rieth, laddove il quarto elemento, l'amore, è quello che potrebbe far saltare il banco, oppure, al tempo stesso, sbloccare una impasse altrimenti destinata a durare per sempre. Tony e Noé hanno bisogno l'uno dell'altro: il segreto che da quell'evento inspiegabile li ha resi simbiotici, s'è nel frattempo strutturato, sotto la forma di un rituale sinistro che prevede, ciclicamente, un desiderio insopprimibile di morire da parte di Tony, a causa di spasmi insopportabili impossibili da arginare diversamente, e da parte di Noé la necessità di restituirgli la vita come solo lui sa, in un circolo vizioso che li rende dipendenti l'uno dall'altro. Perché se Noé è dei due quello dotato del soffio vitale, Tony è colui il quale la vita la vive veramente: Noé dona la vita al fratello e lo osserva godersela, Tony la consuma al punto di sentire il bisogno di morire.

Summer Scars è un dramma visivamente forte che chiede allo spettatore di accettare il suo consistente lato fantasy come elemento fondante del racconto, senza aggiungervi letture ultraterrene, semmai costruendo, in virtù di una sceneggiatura che non disperde lo straniamento che genera ma lo incanala, un'articolata metafora della crescita, dell'emancipazione e dell'elaborazione del lutto.
VOTO: ***½

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

L'innocente

  • Commedia
  • Francia
  • durata 99'

Titolo originale L'innocent

Regia di Louis Garrel

Con Louis Garrel, Anouk Grinberg, Noémie Merlant, Roschdy Zem, Souleymane Touré

L'innocente
Uscita in Italia: 19 feb 2023

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2022 - BEST OF 2022
Abel è un ittiologo trentaduenne, ed è legato da un'amicizia sincera e profonda a Clémence, una cara amica della defunta compagna, persa in un incidente. Sylvie, sua madre, di anni ne ha sessanta, ha un passato da attrice e un presente a far laboratori teatrali nelle carceri: e proprio in carcere individua in Michel, un (ex) rapinatore con del talento innato per la recitazione e sul punto di uscire con la condizionale, l'uomo dal quale ripartire.
Quando mette il figlio di fronte al fatto quasi compiuto, con il matrimonio ormai imminente e anche una vita professionale tutta nuova da condurre insieme già pianificata, in lui si accende la spia del pericolo, e mosso dal bisogno di proteggerla inizia a pedinare il neo patrigno ex galeotto, scoprendo dettagli che nemmeno lei sa, iniziando a modificare la propria prospettiva sul loro amore, e man mano a rivalutare l'uomo e al tempo stesso riconsiderare il proprio ruolo nella vicenda.

L'Innocent, quarto film da regista di Louis Garrel (anche protagonista), giunge dopo il terribile La Croisade, nei confronti del quale rappresenta un paio di passi decisi in avanti. Lungi dall'essere un capolavoro, il film di Garrel ha dalla sua una manciata di dialoghi ben scritti nel contesto di una sceneggiatura che mescola la commedia all'action movie, lambendo territori quasi noir e mantenendo una robusta nota sentimentale, e che ha il pregio non indifferente di riservare il meglio per la seconda parte, grazie a un'idea brillante fatta fruttare a dovere (la finta lite al ristorante - sulla quale è bene non spoilerare - prima provata in privato e poi messa in pratica in pubblico).
In un film nel quale la recitazione assume un ruolo fondamentale, notevole appare l'alchimia tra gli attori, con la palma della migliore che va all'iper-espressiva Noémie Merlant (nel ruolo di Clémence), che, con lo stesso Garrel (Abel) come utile spalla, in uno dei momenti migliori del film quasi fa il verso (senza l'orgasmo) alla Meg Ryan della celebre scena di Harry, ti presento Sally.
VOTO: ***½

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Houria

  • Drammatico
  • Francia
  • durata 103'

Titolo originale Houria

Regia di Mounia Meddour Gens

Con Lyna Khoudri, Rachida Brakni, Marwan Fares, Salim Kissari, Amira Hilda Douaouda

Houria

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2022 - CONCORSO PROGRESSIVE CINEMA
Un montaggio di camere ravvicinate documenta una ragazza che si dimena su una terrazza con vista sul mare: segue i battiti di una musica che sente solamente lei attraverso le cuffie che ha incollate alle orecchie, mentre ad accompagnare le immagini sono solo il suo respiro, i suoi passi e i rumori d'ambiente. In questo incipit c'è tutta la passione che Houria (nome del personaggio e titolo del film) riversa non solo nel ballo, ma nella possibilità stessa di praticarlo per sentirsi libera e realizzata.

Houria studia danza nell'Algeria di oggi e si applica per diventare una grande ballerina, e mentre di giorno lavora come domestica con l'amica Sonia (sforzandosi di spegnere i suoi irreali sogni di fuga in Spagna), la notte frequenta un giro di combattimenti clandestini di arieti, scommettendoci su con la speranza di raggranellare i soldi necessari ad acquistare una macchina nuova alla madre che non l'ha più. Dopo una grossa vincita, però, viene inseguita da Alì, uno degli allibratori, che cercando di riprendersi il denaro la aggredisce mandandola all'ospedale: per lei caviglia rotta, viti, fisioterapia, e carriera di ballerina ad alti livelli strozzata sul nascere.

Contrappuntando il racconto con una colonna sonora a tutto pop e molto italiana (assieme a Beyoncé ci sono il Tozzi di Gloria e Felicità di Al Bano e Romina), la regista Mounia Meddour dedica Houria alla forza e alla resilienza con cui le donne sono chiamate a far sentire la loro voce all'interno della società patriarcale algerina: e non è un caso che, in una metafora fin troppo esposta, proprio la voce venga a mancare alla protagonista dopo le percosse subite, a farsi simbolo dell'impossibilità di parlare liberamente a cui tutte sono chiamate a reagire.

Houria riparte da un'ampia comunità femminile del luogo, composta da donne ancora sane che ne aiutano altre che in un modo o nell'altro sono state ferite, e spesso come lei anche ammutolite, dalla brutalità dell'uomo. Mentre la polizia si mostra tanto passiva da non far nulla per assicurare il suo aguzzino alla giustizia, con il tempo, l'allenamento e un'immane forza di volontà, Houria torna a ballare, dandosi come obiettivo quello di aprire lei stessa una scuola di danza e inserendo questa tra le attività utili alla riabilitazione di corpi ed animi feriti. Affinché, osteggiate nel comunicare tramite discorsi, queste donne possano farlo attraverso percorsi alternativi i cui mezzi siano sempre i loro corpi, usati da loro e non da altri per scriversi addosso, per volteggiare, per muoversi a ritmo, per dipingere il cielo: in una parola, per esprimersi.
VOTO: ***½

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

La cura

  • Drammatico
  • Italia
  • durata 87'

Regia di Francesco Patierno

Con Francesco Di Leva, Peppe Lanzetta, Cristina Donadio, Alessandro Preziosi

La cura

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2022 - CONCORSO PROGRESSIVE CINEMA
La Cura, di Francesco Patierno, nasce come adattamento contemporaneo de La Peste di Albert Camus, ma, a giudicare dalle parole del regista stesso, la sua forma e la sua direzione le ha prese in corso d'opera, quando durante il primo lockdown del 2020, all'inizio delle riprese, si convinse che anche raccontare ciò che stava accadendo alla troupe potesse dare qualcosa allo sviluppo narrativo.
L'intenzione è quella di far confluire via via le linee nella narrazione, favorendo uno scivolamento impercettibile e inesorabile degli attori nei personaggi di Camus. Alle telecamere visibili in scena che, in una delle prime sequenze, riprendono Francesco Di Leva che nel ruolo di Bernard accompagna la propria moglie al treno per andare fuori a curarsi, fanno da contraltare quelle che accolgono Francesco Mandelli che giunge da Milano per prendere parte alle riprese, o Alessandro Preziosi che suona il piano nell'albergo, entrambi nei panni di loro stessi: la percettibilità delle telecamere sfumerà man mano che Mandelli collimerà con il proprio Rambert e Preziosi con il proprio Tarrou.

Patierno resta volutamente vago nel fornire punti di riferimento, specie a livello temporale, favorendo a sua volta una assimilazione automatica tra la peste ed il covid-19, mai nominato ma sempre ben presente nella testa degli attori e in quelle di chi osserva quella Napoli così vuota e spenta, avvolta in un grigiore spettrale. E lungo il filo rosso che idealmente collega l'Algeria del secolo scorso all'Italia della pandemia, fornisce una lettura lucida, forse un po' statica - per via della provenienza letteraria - ma mai eccessivamente verbosa dello spirito di resilienza umana: accoglie il grido disperante del prete, che cerca di dare un senso al numero crescente di morti vittime del 'Flagello di Dio' invocando un atto di fede più irrazionale che mai, poi si accosta alle parole del medico, quando si augura che la gente preghi meno e si rimbocchi di più le maniche per continuare a combattere. Quel che conta è reagire e resistere, perché, come si evince dal discorso accorato del figlio del pubblico ministero (schifato dal cinismo con cui suo padre mandava la gente alla forca) è nei momenti nei quali si avverte forte il senso di perdita e nei quali la solitudine si fa asfissiante, che gentilezza, amicizia, empatia e solidarietà, si ergono a barriere primarie contro la malattia e la morte.
VOTO: ***½

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Amsterdam

  • Storico
  • USA
  • durata 134'

Titolo originale Amsterdam

Regia di David O. Russell

Con Christian Bale, Anya Taylor-Joy, Margot Robbie, Mike Myers, Zoë Saldana, Robert De Niro

Amsterdam

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2022 - GRAND PUBLIC
Nella New York del 1933, Burt Berendsen è un medico attivo e volenteroso cui la Grande Guerra ha lasciato in eredità un occhio di vetro e una miriade di cicatrici sulla schiena; sta lavorando nel suo studio quando l'avvocato Harold Woodman, il suo migliore amico ed ex compagno sul fronte, gli chiede di raggiungerlo urgentemente: poco dopo il suo arrivo, accanto all'amico si palesa una donna che è nientemeno che la figlia del generale Bill Meekins, ovvero colui che li fece conoscere e fondò il loro reggimento. Bill Meekins però giace stecchito in una cassa, tanto che la ragione della sua convocazione lì è proprio fargli un'autopsia commissionata dalla donna, che vuole venire a capo di quella morte misteriosa a fronte del disinteresse del resto della famiglia. L'autopsia rivela un probabile avvelenamento, ma quando sono sul punto di denunciare la cosa, è la donna stessa a finire spinta sotto un'auto, con loro accusati strumentalmente della sua uccisione. Costretti a difendersi prima di contrattaccare, i due scopriranno che sotto c'è qualcosa di molto grosso che potrebbe avere effetti dirompenti sulla democrazia negli Stati Uniti.

Amsterdam, nuova fatica di David O. Russell, inizia con una didascalia che avverte che molte delle cose raccontate sono vere: se tutti sanno che il periodo storico nel quale il film è ambientato sono gli anni che precedono la Seconda Guerra Mondiale, meno noto è il tentativo di colpo di stato che fa ne da colonna portante, e che - qualora fosse riuscito - avrebbe trasformato la più grande potenza del mondo occidentale in una dittatura al pari della Germania di Hitler e dell'Italia di Mussolini, con il conseguente stravolgimento degli equilibri politici a livelli globale. Nell'economia dell'intreccio, il complotto fascista in questione va di pari passo con la storia dell'affetto profondo che lega tra loro i due uomini e che li lega a loro volta a Valerie, conosciuta ai tempi della Grande Guerra come un'infermiera con la pipa in bocca e l'hobby di usare il metallo estratto dai corpi per generare arte, e ritrovata quindici anni dopo invalidata da non meglio precisati disturbi ereditari.

Una sceneggiatura oliata e ben scritta, incastona alla perfezione nel percorso lineare del racconto il lungo flashback che dà il senso del legame tra i tre protagonisti, mantenendo nel complesso un difficile equilibrio tra la componente spionistica e quella più romantica. Forte di uno stuolo di attori da urlo, con gente come Robert De Niro, Rami Malek e Michael Shannon (per nominarne giusto qualcuno) a far da comprimari ai protagonisti Christian Bale, John David Washington e Margot Robbie, Amsterdam scorre liscio come l'olio, anche troppo, giungendo in maniera forse frettolosa ad un finale spettacolare e edificante ma un po' semplicistico, che ha più interesse a riannodare i fili della Storia con la 'S' maiuscola, che a smussare alcuni eccessi che rendono quella con la 's' minuscola un po' approssimativa.
VOTO: ***½

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

La California

  • Thriller
  • Italia
  • durata 100'

Regia di Cinzia Bomoll

Con Giulia Provvedi, Silvia Provvedi, Lodo Guenzi, Eleonora Giovanardi, Alfredo Castro

La California
Uscito in Italia: 24 nov 2022

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2022 - FREESTYLE
La California, Modena, Italia. Sì, La California, con l'articolo davanti: non si tratta di un refuso, ma di una località sita in piena Emilia. Per dirla con Piera Degli Esposti, qui voce narrante alla propria ultima corsa (e anche sceneggiatrice insieme a Christian Poli e alla regista Cinzia Bomoll), La California è una distesa di campi di grano che arriva fino all'orizzonte, dove non c'è niente, ma dove può succedere di tutto. Effettivamente, in questo film ipercinetico, che inizia con una ragazza che sembra guardarsi allo specchio rivedendo sé stessa morta in una vasca da bagno adagiata in mezzo alla campagna, succede effettivamente di tutto, forse anche qualcosa di troppo.
Dopo l'incipit appena accennato, ambientato in pieni anni '90, l'orologio del racconto torna indietro fino ai primi '70, quando le due gemelle che ne saranno il fulcro - Alice e Ester - vengono concepite da una coppia di sedicenni: lui un anarchico detto Yuri il punk, e lei Palmira, una compagna con Lenin al collo, il PCI nel cuore, e una carriera alla FGCI bruciata per la loro nascita, a suo dire.

Da qui alla fine, gli eventi seguiranno l'ordine cronologico, e i salti temporali in avanti saranno scanditi dai notiziari che segnalano eventi storicamente importanti: la strage di Bologna (1980), il crollo del Muro di Berlino (1989), la discesa in campo di Berlusconi o la morte di Kurt Cobain (1994). Nel mezzo, un mare di colori, di spunti, di personaggi, tanto da lasciare talvolta senza fiato o senza bussola, in una evidente ansia di comunicazione che, quando non porta a momenti di stralunata ilarità, finisce per stuccare. Superati i convenevoli e le farraginose presentazioni della prima parte, la storia molla gli ormeggi, e i dialoghi - spesso frizzanti - diventano più organicamente funzionali ad un'azione che trova il proprio centro nel rapporto simbiotico tra le due sorelle, fisicamente identiche ma agli antipodi su tutto, e nella loro promessa di restare sempre insieme messa in discussione, manco a dirlo, dall'amore - o meglio, da una sfida per sottrarsi un uomo.

Popolato da un cast a dir poco curioso, con due star dei talent a fare le protagoniste (Giulia e Silvia Provvedi, in arte le Donatella, invero convincenti), una manciata di cantanti prestati al cinema (Angela Baraldi, Nina Zilli, Andrea Mingardi, Lodo Guenzi - quest'ultimo noto per la musica, ma a dirla tutta già attore, divertente nel ruolo del papà punkettone), e attori che difficilmente ci si aspetterebbe in un film di questo tipo (nonno Andrea Roncato, ma soprattutto il cileno Alfredo Castro, attore feticcio di Pablo Larrain), La California mette decisamente troppa carne al fuoco (peraltro, la stessa regista afferma che c'era materiale per una miniserie in due puntate, aggiungendo che i tagli, ritenuti necessari, hanno fatto venir meno dei raccordi e degli approfondimenti), e per questo si può definire riuscito solamente (per la second)a metà, presentandosi come una sorta di commedia grottesca punk che gira spesso a vuoto per quasi un'ora, salvo premiare la resistenza dello spettatore con una bella parte conclusiva nella quale i toni della commedia si fanno più neri ed il thriller affiora deciso: difficile bocciarlo, altrettanto incensarlo.
VOTO: ***

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

A Cooler Climate

  • Documentario
  • Gran Bretagna
  • durata 75'

Titolo originale A Cooler Climate

Regia di Giles Gardner, James Ivory

Con James Ivory

A Cooler Climate

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2022 - SPECIAL SCREENINGS
Frugando tra vecchi scatoloni, il regista James Ivory ritrova le bobine di quello che doveva essere un documentario sul fiume Kabul e sulla gente che ne abitava i dintorni in un Afghanistan che nel 1960 veleggiava in una situazione ben più pacifica dell'attuale. Giunto lì con una dote di 20 mila dollari, tornò a New York l'anno seguente dopo aver accantonato il progetto iniziale e averne licenziato invece un altro, nato quasi per caso, su delle miniature indiane. Il ritrovamento di queste bobine, diviene per il regista lo stimolo per dare alla luce le relative immagini, contrappuntandole con la propria voce a narrare la curiosità che lo guidò, incrociando a sua volta il racconto della propria infanzia nell'Oregon, dove il padre lavorava il legno per una ditta che forniva la mobilia per dei set cinematografici mentre lui chiedeva come regalo di Natale una casa per le bambole finendo preso in giro dagli adulti, con la lettura di ampi stralci della biografia di E. M. Foster sul principe Babur, che a Kabul ci aveva vissuto secoli addietro, che già nel '500 raccontava la propria attrazione per gli uomini, e che dopo aver fondato la dinastia Moghul che avrebbe regnato in India per 300 anni, aveva disposto di farsi riportare lì per il riposo eterno dopo la morte.

Paradossale, al giorno d'oggi, è il fatto che il giovane Ivory avesse scelto di visitare lo stato oggi controllato dai talebani perché allora percepito, alla luce della lettura che aveva idealizzato e che ora condivide con il proprio pubblico, potenzialmente più libero dell'angolo di Stati Uniti in cui aveva passato la gioventù. I dettagli personali ed intimi, come gli accenni ai contrasti con i familiari relativamente alla propria omosessualità, sono trattati con una leggerezza che può confondersi con la freddezza, ma che, al giorno d'oggi e a 94 anni suonati, è più probabilmente un pudore estremo figlio di una sopraggiunta pace interiore. L'Afghanistan del 1960 funge quindi per Ivory come meta esotica nella quale fuggire per emanciparsi e al tempo stesso spulciarsi a fondo l'ombelico: con A Cooler Climate (completato assieme al montatore Giles Gardner), l'anziano regista statunitense porta a termine questa auto-esplorazione a favore di telecamera (o meglio, di microfono), e spostando le lancette avanti di qualche mese conclude il racconto mostrando la quadratura del cerchio, ovvero l'avvenuta individuazione della propria strada, che avviene quando, da poco tornato a New York, proprio per merito dell'altro docufilm messo a punto nel corso del suddetto viaggio, inizia la collaborazione con il compagno di una vita e di una carriera, Ismail Merchant.
VOTO: ***

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Cut! Zombi contro zombi

  • Commedia
  • Francia
  • durata 110'

Titolo originale Coupez!

Regia di Michel Hazanavicius

Con Romain Duris, Bérénice Bejo, Grégory Gadebois, Matilda Anna Ingrid Lutz

Cut! Zombi contro zombi

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2022 - BEST OF 2022
Dopo che anche il trentunesimo tentativo di girare la stessa scena horror non va in porto, un regista piuttosto fumantino dà in escandescenze trattando male i due attori interessati (uno zombi e la sua vittima): in un'atmosfera che si è fatta pesante, la troupe continua a lavorare fino a quando scopre che la location scelta è in realtà un luogo maledetto, e che il regista stesso non solo ne era al corrente, ma aveva auspicato il risveglio dei morti per dare al proprio prodotto un aspetto il più possibile realistico.

Di fronte ad una trama di questo tipo e nel corso della susseguente carneficina, spalmata in un piano sequenza lungo una mezzoretta e infarcito di tempi morti ed evidenti toppe messe lì a coprire non meglio imprecisati imprevisti, pare che a Cannes - dove questo Coupez! del premio Oscar 'di casa' Michel Hazanavicius veniva presentato nientemeno che come film di apertura - molta gente sia fuggita via sdegnata (o forse è meglio dire 'inorridita'). Costoro probabilmente non sapevano che, terminato il cortometraggio in piano sequenza in oggetto, peraltro spassoso nel suo essere palesemente squinternato, sarebbe iniziato il film vero e proprio, o meglio, sarebbe lo stesso proseguito con la seconda e con la terza parte, una avente lo scopo di riavvolgere il nastro indietro di un mese e spiegare la genesi del corto (commissionato da una casa di produzione giapponese come titolo pilota di un nuovo canale tematico denominato "Zombie Channel"), e l'altra quello di ripercorrerne le riprese, mostrando il dietro le quinte di quella mezzora di piano sequenza, e dando quindi risposta alle domande che, inevitabilmente, lo spettatore si era posto in occasione degli svariati momenti di confusione e stallo cui aveva assistito (a patto di non essersela data a gambe).

Il risultato è un pezzo di metacinema senz'altro divertente e acuto, che meriterebbe ben più di una sufficienza striminzita se non fosse per il suo difetto originale, ovvero, la palese non originalità, trattandosi del remake in coppia carbone di un film recentissimo, One Cut of the Dead di Shin'ichirô Ueda, uscito nel 2017: niente che possa far gridare al plagio, sia ben chiaro, essendo l'autore citato nei crediti, avendo il francese optato non a caso per la stessa attrice nipponica per il ruolo della produttrice, ed essendo stato al gioco di mantenere per i personaggi i nomi originali nonostante fossero interpretati da attori europei. Assodata la genuinità del tutto, a sfuggire è il senso di un'operazione simile, visti i pochi anni che separano le due opere, laddove, stante l'affermazione di Hazanavicius di aver voluto girare in sei giorni come accadde per l'originale, per restargli fedele, la differenza grossa sta nel budget, dove ai suoi 4 milioni di euro fanno da contraltare i 27 mila dollari che aveva in mano l'esordiente asiatico (con la differenza che probabilmente sta in massima parte nei cachet).
A chi volesse vedere il presente Coupez!, che è in ogni caso un buon prodotto, va il consiglio di farlo dopo aver recuperato il succitato originale giapponese, distribuito d'altronde anche in Italia (in lingua originale con sottotitoli), dalla Tucker film, con il (pessimo) titolo Zombi contro Zombi.
VOTO: ***

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

The Menu

  • Horror
  • USA
  • durata 106'

Titolo originale The Menu

Regia di Mark Mylod

Con Anya Taylor-Joy, Ralph Fiennes, Nicholas Hoult, John Leguizamo, Janet McTeer

The Menu
Uscito in Italia: 17 nov 2022

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2022 - GRAND PUBLIC
Una serie di personaggi più o meno noti, più o meno ricchi, e più o meno influenti, vengono invitati dal guru della cucina Julian Slowik ad una cena costosissima presso il suo ristorante, l'esclusivo Hawthorn, sito su un'isola del pacifico che conta cinque ettari di foreste e pascoli: assieme a loro c'è il più grande fan dello Chef stesso, Tyler, uno che - emozionandosi ogni volta - va vantandosi di averlo visto impiattare una capasanta al momento dell'ultima contrazione, e con lui Margot, unica persona assente dalla lista degli invitati perché portata all'ultimo dal ragazzo in sostituzione della sua fidanzata, nel frattempo divenuta ex.

Le portate hanno nomi a dir poco fantasiosi, e la composizione è forse anche peggiore - scarsa ai limiti della palese presa in giro, ma vengono presentate dall'istrionico chef con monologhi teatrali che fanno sì che, per un po', l'unica a lamentarsi sia Margot, che in tutta risposta riceve improperi per la sua poca fede dal proprio devoto commensale (devoto allo chef, si intende). Accettato come un vezzo d'artista il "Piatto di pane senza pane", ovvero una fiamminga vuota con su delle palline di salsa colorate disposte a semicerchio come su una tavolozza, e bevuto come fosse nettare divino il "Pinot iper-decantato con frullatore a immersione per risvegliarlo dal sonno", qualcuno inizia ad incazzarsi sul serio quando, come terza portata, ciascuno riceve una tortilla personalizzata con su la raffigurazione di qualcosa di personale di cui ha ragione di vergognarsi davanti allo specchio oppure alla legge: la tensione tra i commensali sale, ma lo farà ancora di più, e in maniera definitiva, quando, alla portata successiva, inizierà a scorrere il sangue.

La cosa paradossale, in questo bizzarro film che si propone come satira di costume e vuol mettere alla berlina la società dell'apparenza e la sua ostentazione del nulla spinto, è che quando il sangue inizia a scorrere, l'interesse inizia inevitabilmente a calare. Non si può dire che non ci si diverta, come è difficile pensare che non si siano divertiti in sede di scrittura a concepire bevande assurde come il "Pulisci-tutto", dettagliandolo come "The al bergamotto con trifogli e violetto"; se dal punto di vista del farsesco, del grottesco e della black comedy il film sicuramente tiene, questi toni sono spinti al punto di appiattire pesantemente la tensione, disinnescando in buona parte (complice una certa inverosimiglianza di fondo) la componente thriller/horror e declassando il coinvolgimento emotivo a semplice curiosità. Quando dunque, più o meno a metà film, lo chef calerà la maschera confessando di voler fare una strage, la reazione al di qua dello schermo non sarà una botta di adrenalina ma un semplice sorriso, e il pensiero non andrà a come i commensali cercheranno di salvarsi, ma a quale strambo nome avrà la portata successiva.
VOTO: **½

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Il colibrì

  • Drammatico
  • Italia
  • durata 126'

Regia di Francesca Archibugi

Con Kasia Smutniak, Pierfrancesco Favino, Nanni Moretti, Bérénice Bejo, Laura Morante

Il colibrì

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2022 - GRAND PUBLIC - FILM D'APERTURA

Dalla gente che gli ruota attorno, Marco Carrera è definito un colibrì, perché, come questo uccello, usa tutta la forza che ha per volare controcorrente e mantenersi fermo. Del colibrì, peraltro, ha avuto anche le dimensioni minute, per via di un problema che a quattordici anni lo portava a dimostrarne dieci, tanto da convincere il padre a sottoporlo ad una cura ormonale che gli permettesse di crescere il giusto. Il film di Francesca Archibugi, così come il libro di Sandro Veronesi da cui è tratto - Premio Strega 2020 - segue Il Colibrì Marco in tutto il suo percorso esistenziale: le sue due ore abbondanti partono dagli anni '70 per giungere fino ad un futuribile 2030, e lo fanno accettando la sfida proposta dallo scrittore, ovvero non procedendo in ordine cronologico ma distillando gli eventi e i momenti chiave in ordine sparso, quasi fosse il flusso dei ricordi di un uomo giunto al termine della propria corsa.

Nella sua propensione ad una laboriosa immobilità, Marco ha trovato la propria strategia per sopravvivere alla miriade di perdite che funestano la sua vita, è uno che l'amore vero, incontrato ma non consumato all'età dei primi turbamenti, ha preferito conservarlo come corrispondenza platonica e segreta anche in età matura, affinché quel fuoco restasse vivo o almeno faticasse a spegnersi, trovando successivamente la donna da sposare in un incontro che lui stesso aveva scelto e interpretato come voluto dal destino: per tenersi una speranza, per continuare a sognare, ad esistere.

La perenne ricerca di stabilità, ma anche a suo modo la coerenza di un uomo comune ma capace di una sensibilità singolare che lo allontana dalla massa, sono resi in maniera senz'altro esaustiva dalla penna dell'autore Veronesi prima e da quelle degli sceneggiatori Laura Paolucci e Francesco Piccolo poi, così come appare funzionale la scelta di non affidare a didascalie o ad artifizi cromatici i passaggi tra epoche diverse, dando fiducia alle capacità degli attori e al lavoro di montaggio di Esmeralda Calabria. Peccato, però, che la voglia di stupire prenda via via la mano, e se da un lato è perdonabile che qualche personaggio o scena risultino meno riusciti e credibili (Duccio detto 'l'Innominabile', ad esempio, e in particolare la sequenza che lo riguarda nel prefinale, quando da adulto lavora come 'porta sfiga a pagamento'), lo è meno constatare che l'architettura complessa scelta serva in buona parte da diversivo per rendere digeribili una serie di disgrazie volte a generare lacrime facili.
VOTO: **½

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Butcher's Crossing

  • Western
  • USA
  • durata 105'

Titolo originale Butcher's Crossing

Regia di Gabe Polsky

Con Nicolas Cage, Rachel Keller, Xander Berkeley, Fred Hechinger, Jeremy Bobb, Paul Raci

Butcher's Crossing

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2022 - GRAND PUBLIC
Da Harvard, dove studia(va), il giovane Will decide di andarsene in Kansas: è il 1874, e l'eco delle gesta di JD McDonald, che s'è trasferito a Butcher's Crossing facendo i soldi con le pelli dei bufali, gli è arrivata tanto forte da fargli decidere di andarlo a cercare. Una volta raggiunto nel suo negozio, questi lo liquida con poche parole, perché un conto è vendere pelli come fa lui (che ne piazza quarantamila l'anno), un altro è andare a caccia come il ragazzo vorrebbe fare, stando fuori per giorni e rischiando di impazzire.
Ma Will è testardo, entusiasta ed ha qualche centone da buttare, quindi, spostandosi poco più in là, si infila nel saloon adiacente per accollarsi al cacciatore Miller - un Nicholas Cage con la barba lunga, la testa rasata e il vezzo di pettinarsela col rasoio - il quale gli gira la stessa proposta a cui tutti da nove anni gli rispondono con un secco "No", ovvero quella di una vallata piena zeppa di bufali dalla quale tornare facendo i soldi veri: il problema è che andarci è lunga, dato che sta in Colorado, e a conti fatti servono sei settimane e cinque o seicento bigliettoni.
Will non esita un secondo: lui tempo ne ha da vendere, mentre la cifra richiesta è esattamente quella che ha in tasca.
Quindi: detto, fatto. Si parte! Non dopo però aver aggregato due tizi voluti da Miller, uno fidato e l'altro no: quello fidato è il predicatore Charlie, il suo braccio destro con la mano sinistra mozza, mentre dell'altro, Fred, si fida poco e la cosa è reciproca (tanto che preferisce un salario fisso che la divisione di un malloppo a cui non crede), ma quel che conta è che è il miglior scuoiatore su piazza.

Butcher's Crossing di Gabe Polsky (tratto dall'omonimo libro di John Williams) parte discretamente bene. Il problema è quel che non accade dopo, o meglio, come la narrazione viene gestita. Buona parte dei difetti ruotano attorno al teorico protagonista, Will, e al suo restare un bozzetto nonostante per quasi tutto il tempo i personaggi sullo schermo siano solamente quattro: a parte un approccio sessuale con una bella e giovane prostituta finito con il forfait di lui al momento clou, che sembra appiccicato con lo sputo tanto è avulso dal contesto, nulla d'altro fa la sceneggiatura (dello stesso Polsky e di Liam Satre-Meloy), nè Fred Hechinger che lo interpreta ci mette del suo, per dargli una parvenza di tridimensionalità, o anche solo qualche indicazione che giustifichi il suo viaggio da Harvard, o qualcosa che dia un senso al cilecca di cui sopra. Niente di niente: il protagonista Hechinger sembra una comparsa, finendo annientato non solo dal prevedibile istrionismo di Cage - invero meno marcato che altrove, comunque meglio servito da un personaggio ambiguo al punto giusto - ma anche dal mestiere di Xander Berkeley e Jeremy Bobb (rispettivamente Charlie e Fred).

Nel contesto della fragorosa vacanza del personaggio principale, con il quale la storia chiederebbe di empatizzare, il grosso delle schermaglie avviene tra gli altri tre figuri nel complessivo disinteresse generale, e il racconto si trascina stanco e ripetitivo laddove si vorrebbero accumulare tensione e senso di straniamento, fino ad aggrovigliarsi in un punto morto tanto lungo da sembrare una linea retta, e tanto che gli elementi più interessanti sono le nozioni che Miller/Cage fornisce a Will/Hechinger per uccidere più rapidamente i bufali o per avvelenare i lupi che puntano le carcasse, manco ci si trovasse in una specie di Anti-Quark diseducativo.
Voleva essere un film sull'avidità e sull'ossessione? sulla mascolinità e sul rapporto tra uomo e natura? Quale che fosse l'obiettivo, è chiaramente fallito per via di una scrittura superficiale che sembra non riuscire ad approfondire nulla.
Un'immagine, e una sola, resterà a visione ultimata: quella di Nicholas Cage che si alliscia la pelata con la lametta (ma da sola non vale la visione del film).
VOTO: **

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Il ritorno

  • Drammatico
  • Italia

Regia di Stefano Chiantini

Con Emma Marrone, Fabrizio Rongione

Il ritorno

ALICE NELLA CITTÀ 2022 - PANORAMA ITALIA
Pronti, via: Teresa perde il lavoro, a suo dire perché il bimbo di un anno che si porta dietro ha imbrattato i muri di casa alla signora medio borghese presso cui presta(va) servizio. Lungo la strada passa al supermercato e ruba degli omogeneizzati, poi li dà da mangiare al piccolo. Una volta a casa, si incazza col marito Pietro perché, precario e senza un soldo come lei, ha il brutto vizio di giocarseli. Dopo qualche altro minuto dedicato al degrado del contesto e al disagio della protagonista, il viziaccio del marito presenta il conto: o meglio, a presentarlo è uno strozzino, che dopo aver aggredito l'uomo minaccia il pupo, costringendo Teresa a farlo fuori per difenderlo.
Dissolvenza in nero, poi un didascalia sposta l'azione avanti di dieci anni, con Teresa che esce dal carcere.

Poteva essere un incipit discreto, compresa la scelta - legittima - di saltare a pie' pari la galera, a sottolineare da subito e senza fronzoli che l'urgenza era quella di concentrarsi sul dramma di una donna che al ritorno dalla detenzione si trova sradicata a casa propria, percepita come un'estranea dalle uniche due persone che sapeva avere care. Eppure, a funzionare è ben poco. E c'entra fino a un certo punto (ma di certo non aiuta) la curiosa inflessione romanesca a singhiozzo cui è costretta la pur volenterosa Emma Marrone (ormai attrice oltre che cantante). Il problema è ben più grosso, e sta in una sceneggiatura piatta e priva di acuti, che ha fretta di arrivare al dramma ma non trova il modo di ingenerare empatia per la protagonista, e che ha la presunzione di asciugare il racconto dai dialoghi per tutta la parte centrale dimenticando che il silenzio va comunque riempito con qualcosa di più della ripetizione a nastro di azioni di vita quotidiana destinate a rimanere fini a sé stesse.

Il ritorno a casa di Teresa a fine pena è umanamente terribile, perché la sua voglia di mettersi a disposizione si scontra con il muro di gomma del marito, che nel frattempo si è riorganizzato la vita, e del figlio, che negli ultimi dieci anni degli undici che ha si è abituato a non cercarla: peccato che il suo dolore non riesca a bucare lo schermo, al punto che gli eventi che seguono, e che tendono a confermare la distanza incolmabile che fa ormai di lei un'intrusa in una famiglia dalla quale il tempo - per primo - l'ha espulsa, non fanno il 'male' che vorrebbero, non emergono ma, innocui e inconsistenti, affondano insieme alla routine messa in scena serialmente nella precedente mezzora semimuta.
VOTO: **

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