E se non ci fosse più nessuno a guardare? La domanda identitaria posta dal protagonista di Holy Motors (2012) coglie con fulminante lucidità il retroterra teorico di molto cinema contemporaneo – dal blockbuster hollywoodiano all’arthouse film festivaliero – che sta riflettendo sempre più apertamente sulla moltiplicazione dei dispositivi di visione, sul relativo proliferare dei processi di soggettivazione, quindi sui nuovi modi di produzione e fruizione delle immagini cinematografiche “fuori” dai luoghi deputati.

Ecco allora, l’unico modo che abbiamo per orientarci nel vortice di segni innescato dal film di Leos Carax è quello di fermarci a osservare. Ossia concedere il giusto tempo di lettura a ogni inquadratura di questo magnifico prologo per poi tentare di opporre una nostra riflessione critica dialogando con quelle immagini. Proviamoci.

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Holy Motors

Pochi frame in bianco e nero balenano sui titoli di testa: per ben due volte un ragazzo senza vestiti (in campo medio) attraversa di corsa l’inquadratura da destra a sinistra, poi torna indietro e svanisce nel fuori campo. I titoli continuano. Altri frame in b/n ci mostrano un uomo che esegue strani movimenti meccanici montati in loop: da dove (o da quando...) provengono queste fonti archiviali?

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Sono inserti che fanno parte dei primi celeberrimi esperimenti filmati dal fisiologo francese Étienne-Jules Marey sul finire del XIX secolo (precisamente tra il 1892 e il 1893). Quindi tracce che testimoniano una “origine”: cercando affinità tra l’uomo e la macchina, in piena Rivoluzione industriale, Marey fa scoccare la scintilla del movimento nelle immagini svelando un inconscio ottico che la fotografia (diventata nel frattempo cronofotografia) coglieva già in tutte le sue potenzialità. Saranno poi Edison e i fratelli Lumière, nelle due sponde dell’Atlantico, a trasmigrare nel regime dell’immaginario queste potenze sperimentate preventivamente da Marey.

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Procediamo. La prima inquadratura del film, dopo i titoli di testa, è un totale su un ambiente buio pieno di persone (spettatori?) che appaiono inermi e dormienti. Il sonoro s’insinua con rumori di traffico cittadino e il titolo del film appare finalmente in sovrimpressione.
Stacco.

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Un uomo si sveglia accanto al suo cane, accende la lampada, si alza dal letto e si ferma davanti a uno specchio; poi si muove verso un’ampia vetrata che fa trasparire la pista di un aeroporto. I rumori ambientali, in modalità antifrastica, sono però quelli di una nave che sta salpando da un porto con l’inconfondibile accompagnamento dei versi di un gabbiano. Sotto la vetrata, infine, si riconosce il display di un laptop acceso.

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L’uomo – che nei titoli di coda sarà indicato come “il dormiente” – si dirige ora verso la parete esterna della camera, sonda le crepe di una carta da parati decorata con una fitta foresta e trova infine una fessura dove poter inserire la lunga chiave innestata sul suo dito medio. Cosa c’è dietro la porta (dei suoi sogni)?

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L’uomo entra in un ambiente fumoso illuminato solo dal neon rosso di una piccola insegna: «Sortie» (Uscita). Poi sale una rampa di scale e viene pian piano investito da un fascio di luce che proviene dalle sue spalle mentre si affaccia da una galleria dominando l’intera platea di spettatori che dormono inermi.

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Holy Motors
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Holy Motors

Gli ultimi barlumi di movimento restano quelli un bambino e di un cane – sguardi “primi”, proprio come in Adieu au langage di Godard – che percorrono il corridoio tra le spettrali poltroncine. L’uomo può ora finalmente guardare il grande schermo dove una bambina saluta dall’oblò di una nave giustificando finalmente i suoni off del porto che abbiamo sin ora ascoltato.

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Holy Motors


Ecco allora, operiamo qualche riflessione induttiva: stracci di pellicola e corpi in movimento balenano dai primi esperimenti filmati nel XIX secolo; poi un uomo si risveglia nel XXI secolo e passa in rassegna uno specchio, una finestra e una porta (guarda caso le metafore forti della teoria del cinema) aperta sul luogo della memoria per eccellenza del XX secolo (il buio, la galleria, la platea, il grande schermo).

Tutti elementi che rimandano alla sala cinematografica come spazio originario deputato alla visione del cinema e ora confinato in una dimensione onirica. L’uomo, del resto, è interpretato proprio da Leos Carax, il regista del nostro film, che configura qui una potente metapicture (ossia un’immagine autoriflessiva) segnando da un lato il doloroso addio all’esperienza collettiva della sala (con il perturbante display del laptop che incombe sotto la sua finestra) e dall’altro la strategica sopravvivenza contemporanea di immagini riconvocate dalle origini del medium.

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Holy Motors


Holy Motors utilizza i frame di Marey alludendo ai primi vagiti di una tecnica che di lì a poco avrebbe plasmato la nuova percezione del mondo mediata dal cinematografo (occhio del Novecento). Quei frammenti, pertanto, testimoniano una condizione necessaria (l’immagine in movimento) ma non ancora sufficiente per riconoscere il cinema.

Terminato il prologo, infatti, Holy Motors seguirà il suo effettivo protagonista chiamato Mr. Oscar (il vero nome di Leos Carax) interpretato dall’attore feticcio Denis Lavant in un viaggio nello spazio immaginario della Nouvelle Vague (Parigi ci appartiene ancora?) alla ricerca di nuovi modi per articolare immagini digitali provenienti da una miriade di dispositivi invisibili.

Denis Lavant
Denis Lavant

Per far questo il performer/trasformista inizia a muoversi su una Limousine bianca (un motore sacro) guidata dal materno personaggio di Celìne interpretato da Édith Scob. Ossia la musa di George Franju, il fondatore della Cinémathèque française insieme ad Henri Langlois.

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Holy Motors

Insomma: nate le immagini in movimento (con Marey) bisogna capire come farle pensare (con Franju-Langlois). Agli albori del nuovo millennio, ci dice Carax, siamo nell’identica condizione: Oscar muterà fisionomia e identità cercando il giusto tempo di ogni performance per far rivivere una memoria condivisa messa in pericolo dagli ambienti mediali complessi e dai flussi algoritmici anestetici della nostra infosfera. Ma fermiamoci qui. Continuiamo a guardare questo splendido film (e le undici performance di Mr. Oscar) per chiederci ancora: che cosa è il cinema oggi?

Autore

Pietro Masciullo

Pietro Masciullo è docente e critico cinematografico. Insegna Modelli di regia nel cinema contemporaneo e Teoria e analisi della sceneggiatura presso Sapienza Università di Roma. È caporedattore della rivista «Sentieri Selvaggi» e fa parte delle redazioni di «Cinema e Storia» e «Fata Morgana». Ha pubblicato diversi saggi sul cinema contemporaneo ed è autore del volume Road to Nowhere. Il cinema contemporaneo come laboratorio autoriflessivo (Bulzoni, 2017).

Il film

locandina Holy Motors

Holy Motors

Drammatico - Francia 2012 - durata 110’

Titolo originale: Holy Motors

Regia: Leos Carax

Con Denis Lavant, Edith Scob, Eva Mendes, Elise Lhomeau, Kylie Minogue, Michel Piccoli

Al cinema: Uscita in Italia il 06/06/2013

in streaming: su Prime Video iTunes Google Play