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Pier Paolo Pasolini: un omaggio per il Centenario, sperando di non banalizzarlo troppo
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Pier Paolo Pasolini: un omaggio per il Centenario, sperando di non banalizzarlo troppo

Oggi, anzi in realtà già ieri, come credo sia noto, ricorre il Centenario dalla nascita di Pier Paolo Pasolini. Come per altri Autori a me molto cari, quindi, anche per lui ho deciso di 'spararmi' una maratona di revisioni (dei lungometraggi cinematografici narrativi, ma anche visione di quei corti e documentari che ancora mi mancavano) a cui poi far seguire una retrospettiva come omaggio, leggendo inoltre "Il cinema di Pier Paolo Pasolini" di Adelio Ferrero (di cui mi manca il capitolo sugli ultimissimo lavori filmici del Poeta) per aiutarmi a trovare ulteriori spunti. Purtroppo, nonostante avessi chiuso la 'maratona' in anticipo, un malessere mattutino mi ha impedito di rielaborare le mie riflessioni sul Cinema pasoliniano fino ad ora, sforando così mio malgrado l'anniversario.
Comunque, Pasolini credo sia l'unico Autore italiano al di fuori del Cinema di Genere (quindi escludendo Fulci, Argento e Soavi) di cui ho recuperato tutta la Filmografia. Qualche anno fa avrei spiegato questo fatto dichiarando che, nelle sue Opere filmiche, è presente quel tocco di 'Genere', di Horror che a me piace, ma se questo non è da un lato completamente scorretto (soprattutto se consideriamo i suoi Lungometraggi a Colori, tra il Sangue delle Tragedie greche "Edipo Re" e "Medea", il cannibalismo e non solo di "Porcile", la violenza che si fa strada nella gioiosità della Trilogia della Vita e la tortura incessante in "Salò o le 120 giornate di Sodoma"), dall'altro lato mi son sempre più reso conto che ciò che mi attirava e ancor mi attira nel Pasolini Regista (dello Scrittore ho purtroppo letto pochissimo, soltanto l'incompiuto "Petrolio" e qualche scritto singolo qua e là) è il suo senso di profonda sfiducia in una società sempre più schiava del capitalismo (o neocapitalismo, come spesso lo definiva) e della sua declinazione consumistica, descritta come il 'fascismo' della società dei consumi in quanto perfezionante il totalitarismo ideologico. Un Autore quindi disperatamente 'aggressivo', ma non senza delicatezza, in cui la provocazione non manca mai colpendo però anche sé stesso. Interessanti le numerose contraddizioni interiori, dal marxismo politico alla persistenza di un forte senso religioso (cattolico), da cui deriva un approccio al contempo blasfemo e devoto all'iconografia cristiana, da un approccio 'profano' ai linguaggi cinematografici e da una ricerca di 'sgradevolezza' e 'amatorialità' nelle recitazioni alla proposizione di Immagini e Sonorità di grande impatto artistico e poetico, da un senso di colpa per la propria omosessualità alla messa in scena esplicita del nudo maschile in diversi suoi Film della fase finale, e così via.
Di argomenti da trattare riguardo Pasolini ce ne sarebbero molteplici, però intanto non riesco a dire altro senza temere di cadere inevitabilmente nella banalizzazione e/o nella 'santificazione'. Da questo punto, però, apro una piccola parentesi sulle controversie che ancora oggi attira la sua figura intellettuale: mentre le estreme destre, all'epoca in cui l'Artista era in vita particolarmente attive in attacchi bassissimi e violenti nei suoi confronti, non perdono l'occasione per citare a cazzo di cane e, scrupolosamente, sciolte dal loro contesto parole espresse dall'Intellettuale per giustificare posizioni reazionarie e/o 'castigare' opinioni di 'sinistra' (tenendo però ancora sempre pronte critiche alla sua vita privata, per attaccare ancora una volta la 'sinistra' e/o giustificare azioni orrende come lo stupro pedofilo e colonialista di cui Montanelli tanto amava vantarsi), a 'sinistra' invece si continua ad attaccarlo soffermandosi sulle (spesso più apparenti che sostanziali) divergenze del suo pensiero da alcuni dogmi (più che idee vere e proprie) e slogan, paradossalmente appoggiandosi ora sui ritratti decontestualizzati forniti dalla destra. Non mi esprimo sulle prese di posizioni di centro, perché di fatto il centrismo non è altro che la difesa dello status quo intrisa di arroganza di 'imparzialità' impossibile. Si può però accennare a come il sistema neocapitalista odierno sia riuscito ad assimilare, deformandolo, Pier Paolo Pasolini, e forse questa è la sua più drammatica sconfitta.
Detto ciò, entriamo nello specifico della sua Filmografia, in cui per ogni lavoro proporrò delle riflessioni da me rielaborate dopo le ultime (re)visioni, con la speranza di proporre una visione quanto meno personale delle varie Opere.

Playlist film

Accattone

  • Drammatico
  • Italia
  • durata 120'

Regia di Pier Paolo Pasolini

Con Franco Citti, Franca Pasut, Adriana Asti, Paola Guidi, Silvana Corsini, Luciano Conti

Accattone
altre VISIONI

In streaming su Prime Video

ACCATTONE
Esordio di Pier Paolo Pasolini alla regia, che qui come poi farà praticamente sempre firma anche soggetto e sceneggiatura (campo in cui aveva già lavorato, ad esempio fornendo la sua collaborazione per "La Dolce Vita"), "Accattone" alla sua uscita provoca parecchie controversie, tra violenza neofascista e censura del regime democristiano, ma vince qualche premio e verrà inserito nel 2008 tra i 100 film italiani da salvare.
L'Inesperienza di Pasolini col mezzo cinematografico, lungi dal costituire un ostacolo, aiuta l'Artista ad esprimere con maggiore crudezza la Disperazione imbruttita del sottoproletariato italiano nel periodo del cosiddetto 'boom economico', mettendo in luce come il sistema capitalistico, oltre a produrre sfruttamento da parte della classe padronale nei confronti di quelle sottomesse (oggi la situazione non è molto cambiata, tra adolescenti morti in stage non retribuiti mentre, ironicamente, la Consulta boccia l'eutanasia) provoca lo sfruttamento interno alle classi subalterne, anticipando altri aspetti della borghesizzazione del proletariato prevista nel prologo di "Teorema".
Un Film amarissimo con alcune perle nella costruzione estetica, tra un utilizzo magnifico della Passione di Matteo di Bach, con il quale si 'santifica' e si 'profana' la sfortuna di Accattone e con lui di un'italia solo apparentemente rinforzata da una diffusione della ricchezza, e una geniale sequenza di Sogno prima dell'Epilogo, priva di suoni fatta eccezione qualche traccia doppiata di dialogo (il doppiaggio, ovvero la ricostruzione posticcia del Sonoro, è un carattere fondamentale della Poetica pasoliniana) e qualche rumore di sottofondo come il canto di uccellini vari. Magari Pasolini cineasta è ancora acerbo, magari si poteva scorciare un po' le due orette di durata, ma "Accattone" a mio avviso resta un'Opera d'Arte intelligente (il trailer in questo è azzeccatissimo) e ancora avanti sia stilisticamente sia contenutisticamente. Le stesse scelte 'amatoriali', nel loro contrastare le regole istituite nel Cinema da parte del capitalismo (secondo il quale l'oggetto film si riduce ad un prodotto di mero consumo), rafforzano il Senso dell'Opera, tra la 'documentazione artificiale' della povertà romana e la ricerca di Redenzione da parte del 'criminale indotto'. Interessanti le tre figure di Donna che accompagnano il Protagonista Accattone: la moglie ne simboleggia il passato 'normale' ma all'insegna della povertà, la prostituta Maddalena incarna il presente come piccolo sfruttatore e infine Stella apre, con la sua attraente purezza, spiragli ad una speranza di Futuro all'insegna del Sacrificio, ma il processo di (auto)distruzione di Accattone gli rende impossibile questo scenario, anche se la sua morte sembra vissuta con un certo sollievo da lui ("Ah, mo' sto bene" dirà prima che la FINE giunga a troncare l'Opera).

Rilevanza: 1. Per te? No

Mamma Roma

  • Drammatico
  • Italia
  • durata 114'

Regia di Pier Paolo Pasolini

Con Anna Magnani, Ettore Garofolo, Franco Citti, Silvana Corsini, Luisa Loiano

Mamma Roma

In streaming su

MAMMA ROMA
L'anno dopo il sensazionale (anche nelle controversie, con qualche attacco subdolo pure nei cinegiornali) debutto con "Accattone", Pier Paolo Pasolini nel 1962 ritorna al cinema scrivendo e dirigendo "Mamma Roma": prende come spunto di narrazione un fatto di cronaca analogo a quello con cui si chiude la Pellicola. Per la prima volta l'Intellettuale usa un'interprete professionista e diva come Anna Magnani e il Film viene candidato al Leone d'Oro a Venezia.
Alla prima visione mi parve un autentico Capolavoro: riguardandolo sono molto meno sicuro di questo ritenendolo forse un passetto indietro rispetto al lavoro precedente, più che altro perché si resta sostanzialmente sullo stesso tono senza particolari evoluzioni stilistiche e con forse qualche artificiosità in più. Detto ciò, "Mamma Roma" è comunque un'altra Opera d'Arte cinematografica in cui si aggredisce la Miseria nascosta nell'Italia vogliosa di sembrare in ripresa, soprattutto quella cresciuta nella povertà e nello sfruttamento come la protagonista che dà il Titolo alla pellicola: questo desiderio di riscatto, però, è condannato ad infrangersi contro l'inevitabilità dello sfruttamento da parte del sistema capitalista. Si parla inoltre, con un simbolo religiosamente blasfemo (visivamente infatti si va a proporre una crocefissione), delle troppe morti (giovani) negli istituti carcerari. La popolazione più povera o comunque sottomessa alle logiche delle classi padronali, e in particolare la sua gioventù, snobbata da una borghesia distante, viene punita da autorità moraliste e anti-umanizzanti. Il carcere, falsa finestra di espiazione, è quindi in realtà un'istituzione fascista (nel senso pasoliniano del termine, ovvero di ente che ambisce a penetrare la totalità della vita infilandosi nei meandri più nascosti dell'animo) e in quanto tale non può salvare, ma uccidere (fisicamente o mentalmente), ma per la sua funzione sociale di isolamento della popolazione 'sgradevole'/'pericolosa' i gruppi di gente perbenista, siano essi moderati che si spacciano e/o vengono spacciati come 'di sinistra' o reazionari fatti e finiti che si spacciano con toni martiristici come gente 'politicamente scorretta', non possono non continuare a idolatrare questa atrocità.
Anche se ora non lo considererei più un Capolavoro, "Mamma Roma" resta un'Opera d'Arte assai personale la cui sgrammaticatura non solo non ne rovina la qualità ma, anzi, la cosiddetta 'amatorialità' della tecnica registica pasoliniana e delle interpretazioni non professioniste, mescolandosi con stile raffinato (anche sul piano cinematografico) e recitazione magistrale (su tutte Magnani, anche se forse troppo magistrale per il gusto pasoliniano), arriva ad ottenere un'estetica della Miseria di grande impatto.

Rilevanza: 1. Per te? No

La ricotta

  • Grottesco
  • Italia
  • durata 35'

Regia di Pier Paolo Pasolini

Con Orson Welles, Attori non professionisti

La ricotta

Dopo i primi due Lungometraggi Pier Paolo Pasolini scrive e dirige il Cortometraggio "La Ricotta" per il film antologico, da me ancora non visto intero, "Ro.Go.Pa.G." (il titolo indica gli autori degli episodi contenuti, ovvero ROssellini, GOdard, PAsolini appunto e Gregoretti). Il Film crea immediatamente scandalo facendo 'vincere' all'Intellettuale una condanna per vilipendio alla religione, reato d'opinione a quanto pare non odiato da buona parte di chi piange per la dittatura del politicamente corretto (già allora, comunque, c'erano parecchi 'antenati spirituali' di questi vittimisti odierni). Questa disavventura, però, ha forse aiutato il Segmento a rimanere impresso nella Storia del Cinema italiano, tanto da essere considerato da molta critica un autentico Capolavoro e l'episodio nettamente migliore, più convinto, dell'antologia.
Tra le primissime Opere pasoliniane da me viste (forse la prima in assoluto), "La Ricotta" resta un Capolavoro profondamente religioso e al contempo provocatoriamente blasfemo nell'utilizzo, esplicito e implicito, di simboli biblici. Questo aspetto viene aiutato da un approccio metacinematografico (e auto-citazionista) con il quale Pasolini continua a condannare le intrinseche iniquità del sistema socio-politico-economico italiano, impreziosito esteticamente da una brillante alternanza tra l'artificiosità del Colore nelle scene para-pittoriche (e statiche) del film nel Film e la concretezza del Bianco Nero nella narrazione principale, contrapponendo inoltre l'ironia di certi momenti (tra cui la corsa velocizzata del protagonista Stracci e il suo quasi surreale pranzo fatale) alla drammaticità del mondo mostrato. Altro contrasto intrigante è quello tra il cast di strada, privilegiato dal Regista-Poeta-Saggista, e le star in cui spicca, aprendo all'Artista romano le porte per 'intrusioni' internazionali, Orson Welles (anch'egli un Regista scomodo nella sua 'patria', seppure per ragioni e con sfumature alquanto differenti dalla condizione pasoliniana in italia) nei panni del Regista. Questo contrasto (cast di strada e star) era già stato sperimentato in "Mamma Roma", e proprio dal 'racconto diario film' del lungometraggio precedente Welles legge una poesia prima dell'arcinoto monologo contro l'uomo medio: per questo prima ho parlato di approccio non solo metacinematografico ma anche auto-citazionista.
Chiudo queste riflessioni confermando che, anche per me, "La Ricotta" è un autentico Capolavoro, forse il primo veramente compiuto di Pier Paolo Pasolini (in ambito filmico per lo meno).

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

La rabbia

  • Documentario
  • Italia
  • durata 100'

Regia di Pier Paolo Pasolini, Giovanni Guareschi

Con voci di Renato Guttuso, Giorgio Bassani, Carlo Romano, Gigi Artuso

La rabbia

Sempre nel 1963 Pasolini viene coinvolto in un progetto di 'scontro politico filmico' dal produttore Gastone Ferranti: inizialmente egli aveva contattato soltanto Pasolini ma poi decide di inserire un contraltare 'di destra' optando, dopo aver chiesto all'Intellettuale trapiantato a Roma dei nomi di 'avversari' (ma senza accettarli), di farla realizzare da Guareschi. Nasce così "La Rabbia", (non)documentario che si presenta come uno 'scontro' tra la visione poetica e politica, appunto, di Pasolini e quella (molto) conservatrice e polemica dell'autore di Don Camillo, entrambi considerati degli 'eretici' all'interno dei rispettivi schieramenti. Ritirato quasi subito dalle sale (pare per volere anche di Pasolini, convincendo così Guareschi di essere uscito 'vincitore morale' nel confronto perché altrimenti il film, secondo lui, sarebbe stato diffuso ampiamente), nel 2008 è riemerso sia in una versione estesa della parte pasoliniana (che fu tagliata per far spazio alla metà di destra) sia in quella originale con i due segmenti.
Concentrando l'attenzione sulla parte pasoliniana nella forma del '63 (ovvero con durata di 51 minuti), in essa l'Artista propone con uno sguardo fedelmente comunista ma al contempo indipendente e (auto)critico riflessioni poetiche impregnate di amarezza verso un mondo sempre più cupo e banale in cui il capitale rischia di dominare incontrastato su ogni aspetto della vita. Pasolini mantiene una certa fedeltà ai valori comunisti, ma lo fa in modo critico, a-dogmatico, vedendo il pericolo della 'digestione', assimilazione, omologazione capitalista e condannando 'le colpe di Stalin', seppur constatando con preoccupazione l'opportunismo delle destre nell'attaccare tutta una serie di idee gonfiando le criticità di alcuni esperimenti. Si festeggia la libertà del Terzo Mondo, dall'Africa a Cuba, dal colonialismo occidentale, ma si avvisa l'acerbità di questa libertà e il pericolo dell'occidentalizzazione.
Un po' troppo verboso forse in alcuni punti, ma comunque un lavoro piuttosto interessante nella sua unicità.

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Comizi d'amore

  • Documentario
  • Italia
  • durata 90'

Regia di Pier Paolo Pasolini

Con Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia, Cesare Musatti, Io Apolloni, Ignazio Buttitta

Comizi d'amore
altre VISIONI

In streaming su MUBI

Mentre con il fidato produttore Alfredo Bini cercava i volti giusti per "Il Vangelo secondo Matteo", Pier Paolo Pasolini decide di lavorare anche ad una personale inchiesta su come il tema della sessualità sia vissuto dal popolo italiano nel periodo apparentemente 'evoluto' del boom economico.
Inserendo alcuni intermezzi con riflessioni insieme al poeta Alberto Moravia e allo psicologo Cesare Musatti sul materiale raccolto sul campo (ma si nota l'uso del doppiaggio per alcune domande), quello che emerge in "Comizi d'Amore" è un ritratto di un'italia che, pur affrontando i taboo sessuali, presenta dell'argomento una visione un po' ipocrita, un po' reazionaria, un po' ingenua tanto nel mondo popolare quanto in quello borghese.
Rivedendolo non solo confermo l'apprezzamento per questa operazione estremamente interessante, ma rilancio arrivando a considerarlo un lavoro imperdibile nella Storia non solo del Cinema ma della Cultura (in tutte le sue sfumature) italiana, e non mi dispiacerebbe un confronto con la realtà di oggi. Interessante è, inoltre, la consapevolezza da parte di Pasolini e dei suoi amici collaboratori di come il suo progetto sia 'viziato' da una certa parzialità, poiché la gente intervistata si 'auto-selezionava' presentandosi alla camera e la possibilità che i pensieri espressi siano influenzati dalle persone circostanti è non bassa.
Un'altra Opera imperdibile quindi, e giustamente è entrata nella lista dei 100 film italiani da salvare.

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Il Vangelo secondo Matteo

  • Drammatico
  • Italia
  • durata 142'

Regia di Pier Paolo Pasolini

Con Enrique Irazoqui, Susanna Pasolini, Settimio Di Porto

Il Vangelo secondo Matteo
altre VISIONI

In streaming su MUBI

IL VANGELO SECONDO MATTEO
Il progetto di un film cristologico inizia ad essere coltivato da Pasolini quando, accettando l'invito del papa Roncalli intenzionato a dialogare con individualità artistiche non cattoliche, rimane confinato a causa del traffico in una stanza d'hotel ad Assisi leggendo i vangeli. Dopo lo scandalo de "La Ricotta", nel 1964 esce quindi "Il Vangelo secondo Matteo", girato nell'italia meridionale (in prevalenza a Matera) dopo aver trovato inutile l'ambientazione nella vera Palestina (intrigante in questo proposito il documentario "Sopralluoghi in Palestina"), stupendo gran parte della critica per la spiritualità dell'opera, pur venendo letta anche come un'appropriazione marxista della figura storica di Yeshua, e con gli anni è diventato una delle Opere più note e stimate in ambito religioso.
Pasolini riprende alla lettera i dialoghi del vangelo di Matteo (scelta precisa) realizzando un'altra Pellicola pregna di tutte le sue contraddizioni interiori. Il Gesù pasoliniano, interpretato dallo studente antifranchista Enrique Irazoqui (doppiato superbamente da Enrico Maria Salerno), infatti è al contempo molto rispettosamente religioso e spirituale ma anche concretamente pragmatico e rivoluzionario, e quest'ultimo aspetto viene valorizzato dalla sottolineatura degli episodi più polemici e 'aggressivi' del Vangelo. La rabbia di Cristo contro l'ipocrisia della classe farisea riflette la rabbia di Pasolini contro la non inferiore (tutt'altro) ipocrisia della classe borghese che domina l'italia (sia nel periodo di uscita del Film, sia nelle epoche precedenti, sia nella nostra contemporaneità).
Non mancano Immagini costruite con un gusto pittorico ma senza scadere nell'estetismo quasi fine a sé stesso del film girato nella finzione de "La Ricotta", filtrandola con il magnifico Bianco e Nero fotografato dal grandissimo Tonino Delli Colli e con un largo utilizzo di riprese a spalla dal sapore para-documentaristico, con tanto di soggettive: a tal proposito mi è sempre rimasta particolarmente impressa nella mia mente, sin dalla primissima visione, l'osservazione del processo a Gesù da parte di un gruppo di discepoli, visto tutto da dietro altre persone e con l'ascolto disturbato dalla distanza dagli atti compiuti. Il montaggio di Nino Baragli è serrato, a volte mi dà quasi l'impressione di correre ma senza infastidire, ed è a mio avviso brillante la scelta di ammucchiare diverse predicazioni una dietro l'altra, creando un effetto 'bombardante' del messaggio cristologico. L'epilogo con la resurrezione, inizialmente non prevista, e la presenza di svariati miracoli non vanno ad allinearsi nella retorica dogmatica dei film e delle fiction catechistiche da sempre sfornate in giro per il mondo occidentale, questo grazie ad una messa in scena 'reale' (seppur mai cadendo in una ricerca ossessiva di realismo) e al tono politico che si respira. Brillante come al solito è la scelta di un Cast di strada, in cui appare per la prima volta (in una particina) Ninetto Davoli e con la fondamentale intrusione di amicizie, di letterati e soprattutto di Susanna Colussi, ovvero la madre di Pasolini, nel ruolo della Madonna.
Probabilmente questa è l'Opera cinematografica migliore sul nazareno, con pochissimi rivali in questo campo (forse solo "The Last Temptation of Christ" di Scorsese, ma anche "Jesus Christ Superstar" di Jewison e "Io Sono con Te" di Chiesa sono molto validi a mio avviso).

Rilevanza: 1. Per te? No

Sopralluoghi in Palestina

  • Documentario
  • Italia
  • durata 55'

Regia di Pier Paolo Pasolini

Con Pier Paolo Pasolini, don Andrea Carraro

Sopralluoghi in Palestina
altre VISIONI

In streaming su Chili

Prima di iniziare seriamente a lavorare su "Il Vangelo secondo Matteo" Pasolini, accompagnandosi a don Andrea Carraro e ad una piccola troupe, si reca nei luoghi in cui è vissuto Yeshua per vedere se e come usarle come location. Dai filmati raccolti in questo viaggio esce "Sopralluoghi in Palestina per Il Vangelo secondo Matteo", un'altra tappa fondamentale nell'evoluzione cinematografica dell'Intellettuale il quale infatti qui apre il suo filone 'degli appunti', ovvero di un montaggio dei filmati raccolti nei suoi viaggi aventi come scopo ricerche per progetti cinematografici (quasi mai compiuti, o almeno non seguendo le intenzioni di partenza).
Rafforzato da un commento fuori campo elaborato in sede di doppiaggio, Pasolini esprime interessanti riflessioni che, pur partendo dal senso estetico dell'Opera cinematografica che intendeva realizzare, ne travalicano i confini toccando tematiche come la relazione tra spiritualità ed estetica, la poeticità della miseria e lo spettro neocapitalista che 'contamina' paesaggi e costumi anche in realtà non propriamente occidentali.

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Uccellacci e uccellini

  • Grottesco
  • Italia
  • durata 88'

Regia di Pier Paolo Pasolini

Con Totò, Ninetto Davoli, Femi Benussi, Umberto Bevilacqua, Renato Capogna, Alfredo Leggi

Uccellacci e uccellini
altre VISIONI

In streaming su Prime Video

UCCELLACCI E UCCELLINI
Girato ad Assisi, Tuscania, Roma e all'aeroporto di Fiumicino, "Uccellacci e Uccellini" vede Pier Paolo Pasolini alle prese con una commedia 'vera e propria' (almeno a differenza delle tragedie con cenni ironici in precedenza diretti dal Poeta): come protagonista, insieme al popolare Ninetto Davoli (già apparso ne "Il Vangelo secondo Matteo" e da qui in poi massicciamente presente nelle Pellicole pasoliniane), sceglie appositamente l'iconico Totò, il quale accetta eccezionalmente di rispettare il copione tornando poi in due corti dell'Intellettuale, prima di morire nel 1967. Nonostante lo scarso successo commerciale, l'Opera viene presto amata dalla critica (pur non senza i soliti pareri discordanti e strumentalizzati), ottenendo pure qualche premio e venendo inserita nel 2008 tra i 100 film italiani da salvare.
Già alla prima visione la Pellicola mi colpì profondamente, e rivedendola confermo le mie riflessioni. "Uccellacci e Uccellini" propone in meno di un'ora e mezza una brillante riflessione auto-ironica, auto-critica e (auto)amara sulle Ideologie e il ruolo degli Individui Intellettuali (il Corvo, e non bisogna per me escludere l'ipotesi che sia anche un parziale auto-ritratto del Pasolini passato) nella loro diffusione, mettendo in luce il distacco tra i loro discorsi, in cui gli intenti di divulgazione su argomenti sociali sfocia spesso e volentieri in retorica saccente e auto-celebrativa, e i ragionamenti 'di pancia' del popolo a cui vorrebbero rivolgersi (Totò e Ninetto Davoli). Si mostra, come accadeva del resto già in "Accattone" e "Mamma Roma", come il proletariato stesso sia diviso internamente replicando, i poveri contro quelli ancora più poveri, quel modello di sfruttamento appreso dalle classi padronali: questo è lampante nella prepotenza con cui padre e figlio arrivano a chiedere i soldi che 'spettano a loro' ad una famiglia disperata.
Più che ai dialoghi (in cui registri 'alti' si intrecciano a parlate volgari) Pasolini concentra la propria ricerca intellettuale sui Volti, appartenenti alcuni all'élite borghese ma soprattutto alla classe povera. Intriganti i cartelli stradali improbabili, tra vie dedicate a gente umile di paese o indicazioni stradali per località 'mitiche' come Istanbul e Cuba, e simpatico l'utilizzo comico di velocizzazioni. Torna anche l'accostamento, tipico di Pasolini, del comunismo al cristianesimo, sia nella parabola dei falchi e dei passerotti (da cui deriva sostanzialmente il Titolo del Film, essendo pronunciato esplicitamente dal Corvo) sia nella scena dei funerali di Togliatti. Volendo anche il Corvo fa una fine cristologica, con tanto di divoramento para-eucaristico dal sapore religiosamente blasfemo: seguendo la sua 'profezia', tra l'altro, mangiandolo padre e figlio dovrebbero diventare un po' 'professori' anche loro.
Straordinaria colonna sonora di Ennio Morricone, con i magnifici (e unici nel loro genere) titoli di testa cantati da Modugno, e ottima l'estetica 'sgrammaticata' del Pasolini cineasta, il quale però (non va dimenticato) si avvaleva dell'aiuto di professionisti grandissimi come il direttore di fotografia Tonino Delli Colli o il montatore Nino Baragli. Per me un altro Capolavoro pasoliniano da vedere, rivedere e studiare in continuazione.

Rilevanza: 1. Per te? No

Le streghe

  • Commedia
  • Italia
  • durata 105'

Regia di Luchino Visconti, Mauro Bolognini, Pier Paolo Pasolini, Vittorio De Sica

Con Silvana Mangano, Annie Girardot, Francisco Rabal, Alberto Sordi, Clint Eastwood, Totò

Le streghe

Terzo episodio contenuto nel film antologico "Le Streghe" (gli altri, che ancora devo vedere, sono diretti, in ordine, da Luchino Visconti, Mauro Bolognini, Franco Rossi e Vittorio De Sica, tutti e cinque con Silvana Mangano nel cast), "La Terra vista dalla Luna" vede Pier Paolo Pasolini ancora alle prese con una commedia in cui Totò e Ninetto Davoli, proprio come in "Uccellacci e Uccellini", interpretano un padre e un figlio: un'altra analogia tra le due Opere consiste, per la prima metà del corto, nell'incentrare la trama su un viaggio con meta semi-sconosciuta, anche se l'obiettivo qui è chiaro (cercare una nuova moglie/madre dopo la morte della precedente).
Elemento fondamentale di distacco, non solo dal Lungometraggio del 1966 ma da tutta la Filmografia pasoliniana antecedente fatta parziale eccezione per "La Ricotta", è l'introduzione del Colore, qui con direzione della fotografia accreditata (per tutta l'antologia) a Giuseppe Rotunno: in questo modo Pasolini può sperimentare la sua ricerca estetica, fortemente influenzata dalla Pittura, non solo sulla contrapposizione tra Luci e Ombre ma anche nelle sfumature cromatiche, caricando così inoltre i propri Personaggi di una dimensione assurda e surreale.
Forse la figura della Donna può sembrare sposare la reazionaria riduzione a 'moglie e madre' (e la presenza di una prostituta di certo non aiuta), e personalmente credo che qui Pasolini arrivi a toccare quasi il divertissement 'puro' (almeno per i suoi standard), ma seppur inferiore rispetto ad altre sue Opere "La Terra vista dalla Luna" è una intelligente Fiaba ironico-amara con tanto di piccola critica al colonialismo (la coppia turistica interpretata, con ruoli di genere mescolati, da Betti, presente già in "La Ricotta" e altra frequente collaboratrice pasoliniana, e Leoni) e, personalmente, mi piace pensare che l'apparente reazionarismo dell'angelicazione femminile sia, appunto, apparente e/o possa aprire anche a riflessioni di segno contrario, in linea con lo spirito auto-contraddittorio di Pasolini.

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Edipo Re

  • Drammatico
  • Italia
  • durata 110'

Regia di Pier Paolo Pasolini

Con Silvana Mangano, Franco Citti, Carmelo Bene, Alida Valli, Julian Beck, Luciano Bartoli

Edipo Re
altre VISIONI

In streaming su The Film Club

EDIPO RE
Già dai tempi di "Accattone" Pier Paolo Pasolini aveva intenzione di affrontare cinematograficamente il complesso d'Edipo e la sua personale ansia a riguardo, così nel 1967 approda nelle sale "Edipo Re", primo lungometraggio a colori dell'Intellettuale.
Anticipato da un prologo (alquanto autobiografico) nell'italia degli anni '20 e chiuso da un epilogo in quella contemporanea alla produzione, il Film mette in scena la storia di Edipo sia negli antefatti noti sia in quelli ripresi fedelmente dal Testo di Sofocle, facendo 'interpretare' la Grecia al Marocco e apportando significativi tradimenti al Mito, tra l'introduzione di elementi presi da leggende estranee all'Edipo e alla sua cornice (Edipo utilizza la strategia degli Orazi e Curiazi latini per uccidere le guardie del padre) e l'uccisione violenta della Sfinge senza il noto indovinello: questa scelta rimarca l'ostilità di Edipo a conoscere l'Enigma del proprio Destino (tale domanda, infatti, gli pone la Sfinge nel Film) nonostante il bisogno di conoscersi lo porti allo stesso tempo a chiedere ed indagare su di esso. Come nella Tragedia originale, il peccato di Edipo è causato dalla sua inconsapevolezza, per certi versi si potrebbe definire quindi innocente, sicuramente turbato dall'ansia di conoscere e la necessità psicologica di ignorare.
Grande attenzione viene posta sui Simboli, i Codici e gli Sfoghi (violenti e sessuali) del Potere, che Edipo in ogni suo momento incarna (prima come erede, di due re diversi, poi come re, inconsapevolmente raccogliendo l'eredità di sangue) come anche sui gesti (la cui sincerità va dubitata) di vicinanza col Popolo. Una bandiera nera sventolata nel Prologo potrebbe essere letta come un'Anticipazione della descrizione impietosa della Follia (provocatoriamente definita 'anarchia' nell'Ultima Opera di Pasolini, ovvero "Salò") del potere, ma in questo Film (come un po'in tutti gli altri) la Riflessione sociale nasce dall'Intimità dei Protagonisti, dell'Autore e dell'individuo spettatore.
Un'Opera squisitamente anacronistica in ogni suo aspetto e in cui la tecnica cinematografica di Pasolini, pur conservando uno squisito distacco dai codici 'scolastici' (classici e nuovi), assume una maturità auto-consapevole sempre maggiore, mescolando come al solito mezzi e stilemi apparentemente opposti tra loro: costumi rozzi ma squisitamente archeologici si accompagnano a paesaggi realistici, l'esotismo della Grecia marocchina alla 'civiltà' dell'Italia contemporanea (anni '20 e '60), performance professionali di attori e attrici celebrati o comunque professionisti (ancora Silvana Mangano, ma anche l'anarchico Julian Beck del Living Theatre e il polemico Carmelo Bene) si intersecano alle non-interpretazioni spontanee di gente comune ed autoctona, il tutto accompagnato dalla recitazione dei 'discepoli' del Regista-Scrittore (tra tutti Franco Citti, più 'attoriale' e doppiato da Paolo Ferrari, e Ninetto Davoli, più spontaneo e con la sua voce vera). E ancora, si alternano movimenti di macchina di stampo professionale e ricercato (il Prologo sembra un Film di un Autore 'nato' con scuole di Cinema e apprendistati) a riprese 'Amatoriali' (con la A maiuscola) con movimenti traballanti, inserendo didascalie dal Sapore Muto che ricordano alcuni Film del successivo Miike.
Un Capolavoro per me, in cui per la prima volta, fatta eccezione i documentari, l'Autore si intromette anche attorialmente in una particina.

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Che cosa sono le nuvole

  • Commedia
  • Italia
  • durata 20'

Regia di Pier Paolo Pasolini

Con Totò, Ninetto Davoli, Laura Betti, Domenico Modugno

Che cosa sono le nuvole

Sempre del 1967 dovrebbe essere "Pasolini intervista: Ezra Pound", corto documentaristico in cui Pasolini (non accreditato alla regia) pone alcune domande al controverso poeta. Non son sicuro di aver recuperato la versione 'corretta' e/o integrale dell'intervista, ma nei quasi otto minuti (corretti secondo imdb) da me visionati la conversazione tra i due uomini mi ha fornito interessanti stimoli sull'idea di Poesia e sul rapporto con la propria interiorità personale.

 

Ancora nel 1967 Pasolini partecipa ad un altro progetto antologico, ovvero "Capriccio all'Italiana", ultimo film interpretato da Totò e distribuito nel 1968 dopo la sua morte, con gli altri episodi diretti da Mario Monicelli, Steno, Mauro Bolognini (doppio) e Pino Zac (in un segmento animato con Franco Rossi co-regista non accreditato). Il segmento pasoliniano, "Che cosa sono le Nuvole?", credo con ragionevole sicurezza che sia considerato la parte più memorabile del progetto.
Pier Paolo Pasolini, che compone anche il testo del tema musicale cantato da Domenico Modugno, unisce nuovamente Totò con il giovane Ninetto Davoli, questa volta rendendoli marionette della Tragedia (non di rado mutata in farsa) shakespeariana "Othello". A parte il fastidioso blackface di Davoli, fedele ad una consolidata tradizione teatrale e cinematografica ma non per questo a mio avviso giustificabile (semmai lo considero un difetto 'ignorabile'), è un cortometraggio artistico in cui l'ironia, rafforzata anche dalla presenza di Franco e Ciccio, è amarissima coerentemente con la Poetica pasoliniana, specialmente nel toccante epilogo.

Rilevanza: 1. Per te? No

Appunti per un film sull'India

  • Documentario
  • Italia
  • durata 34'

Regia di Pier Paolo Pasolini

Appunti per un film sull'India

Realizzato per la rubrica tv7, "Appunti per un Film sull'India", analogamente a "Sopralluoghi in Palestina per Il Vangelo secondo Matteo", è un documentario in cui Pier Paolo Pasolini utilizza filmati di un proprio viaggio in India come, per l'appunto (e purtroppo mi tocca fare un gioco di parole), appunti in vista di un progetto (poi non realizzato) di una pellicola ambientata in India e riguardante i suoi problemi sociali (e spirituali).
Oltre che al 'thinking of' del suo Film biblico, questo (non)documentario presenta analogie con "Comizi d'Amore", vedendo infatti l'Intellettuale intento a porre domande alla popolazione indiana e a parte della sua 'élite' intellettuale e/o potente, partendo dal suo spunto filmico (il sacrificio di un maraja in favore di tigrotti affamati e il conseguente destino della sua famiglia) per indagare la realtà socio-politica indiana post-indipendenza e in fase di industrializzazione, il tutto mentre cerca volti per i personaggi.
Un lavoro particolarmente interessante, dunque, e forse è ancor più interessante per la mancata realizzazione del film 'ricercato'.

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Teorema

  • Drammatico
  • Italia
  • durata 98'

Regia di Pier Paolo Pasolini

Con Silvana Mangano, Massimo Girotti, Terence Stamp, Laura Betti, Anne Wiazemsky

Teorema

TEOREMA
Diretto e scritto da Pier Paolo Pasolini, che poi lo tradusse anche in un omonimo romanzo (ancora da leggere), "Teorema" suscita parecchio scandalo alla sua uscita nel 1968, con particolare osteggiamento da parte della destra 'religiosa' e di alcune frange del regime vaticano (venendo però apprezzato da una parte progressista della chiesa cattolica, che arriva persino ad attribuirgli il premio dell'OCIC, Office Catholique International du Cinèma), e come al solito diventa oggetto di sequestro con richiesta, da parte di un magistrato, di reclusione a sei mesi per Regista e produttore e distruzione integrale della pellicola: fortunatamente, questa condanna idiota non fu sentenziata.
Già alla prima visione "Teorema" (che il mio amatissimo Miike 'remakeizzerà' nel 2001 con "Visitor Q") mi colpì profondamente, in particolare per il Senso di Vuoto suscitato, utile al fine di catturare e distruggere la (non)essenza della borghesia. Il Vuoto, appunto, un Deserto (figura non a caso presente nell'Opera e fondamentale anche nel successivo "Porcile") malamente mascherato con finti valori freddi, vicini alla mera etichetta formale e perciò privi di Sostanza. Rivedendolo confermo la mia ammirazione per questa Pellicola. Dopo un 'flashforward' richiamante le 'inchieste' pasoliniane, in cui un gruppo di operai viene intervistato in seguito alla donazione della fabbrica ricevuta dal padrone (qui Pasolini 'profetizza' la borghesizzazione di tutta la società), e passando per un montaggio seppiato e privo di dialoghi (ma commentato da musiche prevalentemente cupeggianti, fatta eccezione per il siparietto con Davoli) in cui si presenta la famiglia 'vittima' del misterioso ospite interpretato dal britannico Terence Stamp, "Teorema" mette in scena una parabola spiritualmente blasfema in cui, attraverso l'intrusione del sopra citato Individuo mistico (in parte affine agli Intrusi delle Opere polanskiane, ma differente nell'impostazione e specialmente nell'accettazione totale da parte del gruppo sociale 'invaso'), viene messa a nudo con tocchi lucidamente estranianti la profonda miseria spirituale della borghesia. In questo processo è fondamentale il Sesso, diverso dalla colpa inconsapevole e istintiva di "Edipo Re", dalla perversione disperata di "Porcile", dalla vitalità della Trilogia della Vita e dall'autoritarismo di "Salò": la Sessualità, esercitata dall'Ospite prima come mera attrazione e poi con messa in pratica, apre gli occhi ai vari componenti della famiglia borghese, inclusa la domestica Emilia (Laura Betti), ma è il momento del distacco a scatenare le reazioni auto-distruttive, da cui ancora una volta sembra salvarsi, elevandosi misticamente, proprio Emilia, non a caso l'unico elemento non borghese del piccolo nucleo sociale. Avvalendosi (caso molto raro nella Filmografia pasoliniana) di un Cast prevalentemente professionale, in cui spiccano Terence Stamp e le italiane Silvana Mangano e Laura Betti, ma introducendo per la seconda volta (dopo "Il Vangelo secondo Matteo") la madre Susanna in un ruolo solo apparentemente secondario, e impreziosito da una Colonna sonora intrigante sia nei brani di Ennio Morricone sia negli stralci del Requiem di Mozart, da una Fotografia a Colori squisitamente 'desolante' di Giuseppe Ruzzolini e dal Montaggio sempre impeccabile di Nino Baragli, "Teorema" si conferma quel Capolavoro che reputai fin dalla primissima visione e lo riguarderei più volte ancora partendo da subito.

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Amore e rabbia

  • Drammatico
  • Italia, Francia
  • durata 100'

Regia di Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, Jean-Luc Godard, Carlo Lizzani, Pier Paolo Pasolini, Elda Tattoli

Con Julian Beck, Ninetto Davoli, Nino Castelnuovo, Christine Gueho, Jim Anderson

Amore e rabbia
altre VISIONI

In streaming su Chili

Sempre nel 1968, secondo imdb, dovrebbe essere "Orgia", registrazione dell'omonima opera teatrale di Pasolini, ma sembra che non esistano tracce concrete di essa.

 

Nel 1969 invece l'Autore partecipa ad un altro film antologico: "Amore e Rabbia" (presentato anche come "Vangelo '70" e pensato come reinterpretazione laica e contemporanea delle parabole bibliche). Il suo segmento, "La Sequenza del Fiore di Carta", vede Ninetto Davoli impegnato in una camminata spensierata per le strade di Roma mentre voci divine cercano di parlargli.
In una decina di minuti Pasolini confeziona un'altra delle sue Tragedie (auto)ironiche dal sapore al contempo blasfemo e profondamente spirituale, adottando delle sperimentazioni a mio avviso grandiose, come la sovrimpressione (in prevalenza nella prima parte dell'episodio) di documenti riguardanti realtà crude, l'adozione di un montaggio non lineare (soprattutto nella seconda parte) e l'utilizzo di più voci, tra cui diverse già sentite nel Cinema pasoliniano (e probabilmente in gran parte appartenenti ad intellettuali, tra cui mi è parso sentire Pasolini stesso), per interpretare Dio. Coerente con la Poetica di Pasolini è la 'condanna' dell'Innocenza, come anche l'inserimento della Passione secondo Matteo di Bach e di una versione inglese, che non riesco a trovare in rete, di "Fruscio di Foglie Verdi" di Morricone, presente in "Teorema".
Un Gioiellino artistico e poetico che spero di rivedere assai presto.

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Porcile

  • Drammatico
  • Italia, Francia
  • durata 98'

Regia di Pier Paolo Pasolini

Con Pierre Clémenti, Jean-Pierre Léaud, Alberto Lionello, Ugo Tognazzi

Porcile
altre VISIONI

In streaming su Prime Video

PORCILE
Tra le Opere (cinematografiche) in assoluto meno note e apprezzate di Pier Paolo Pasolini, "Porcile" negli ultimi anni sembra si stia guadagnando una certa riscoperta, tanto da essere molto più facilmente reperibile in home video rispetto a già solo un lustro fa.
Alla prima visione, pur con qualche dubbio e forse una certa sicurezza a 'conformarmi' nel ritenerlo 'minore', mi parve già molto sottovalutato e, rivedendolo, rafforzo il mio apprezzamento arrivando ora a reputarlo un altro grande Capolavoro pasoliniano. Lo Stile anti-cinematografico del grande Intellettuale qua sfida ancor di più i codici della Settima Arte mettendo a durissima prova la resistenza dell'individuo spettatore con un ritmo lento dove l'azione lascia spazio a dialoghi intellettualmente densi o a silenzi privi di dialoghi comprensibili. Il Film inoltre adotta uno schema narrativo diviso in due parti - una pressoché muta ambientata in un passato vagamente cinquecentesco, spagnolo e selvatico, l'altra densamente verbosa collocata in un presente tedesco e borghese - apparentemente prive di legame e intrecciate con un montaggio parallelo (tra gli espedienti filmici che più adoro, quindi non escludo una certa 'faziosità' nella mia adorazione per la Pellicola alla luce di questo dato) atto a spezzare ulteriormente la narrazione conferendo un'impressione di contemporaneità dei due episodi.
Il Film inizia sentenziosamente con delle stele che, lette da un 'narratore-padre' (dalla voce quello borghese del protagonista 'contemporaneo') legge la condanna al figlio, che dovrà essere divorato dai suoi genitori per la sua non-ubbidienza/non-disubbidienza. Seguono i titoli di testa, che appaiono, con la spietata provocazione tipica dell'Autore, su riprese di maiali rinchiusi in un Porcile, titolo del Film. Banalmente la satira potrebbe essere esplicita (come diceva Gaber, "I borghesi son tutti dei porci/più sono grassi più sono lerci"), ma poi Pasolini ci propone una farfalla divorata nel deserto da un vagabondo, che poi sarebbe il Protagonista 'storico' e 'muto' ma che qui potrebbe essere il figlio condannato dalla stele in fuga dalla condanna. A differenza del borghese il cannibale, come dirà sul finale del suo segmento (unico momento di dialogo in questa linea temporale, visto che i pochi altri discorsi presenti vengono debitamente occultati da rumori vari), ha però compiuto una colpa contro il padre, uccidendolo, quindi la sua disobbedienza potrebbe essere considerata 'totale', arrivando a toccare anche il taboo dell'antropofagia. Julian, il protagonista moderno, invece è il figlio "né obbediente né disubbidiente", seppur non per ragioni di ignavia: auto-contraddittoriamente, infatti, egli obbedisce con ribellione e disobbedisce con rispetto, come fa con la sua passione perversa ma tragica per il sesso con maiali.
Ennesimo Capolavoro Pasoliniano provocatorio o esperimento troppo ardito? Come ho detto per me "Porcile" appartiene alla prima opzione, ma se anche così non fosse resta un'Opera intelligente con un Cast straordinario sia nell'entourage pasoliniano (Ninetto Davoli, unico Attore in entrambe le linee temporali, Franco Citti...), sia nel Cast professionale (Ugo Tognazzi e Alberto Lionello in primis, senza dimenticare i francesi protagonisti Pierre Clémenti e Jean-Pierre Léaud, nonché Anne Wiazemsky, già vista in "Teorema"), sia nelle 'ospitate' di Colleghi illustri (Marco Ferreri) sia negli immancabili volti popolani tanto cari all'Autore.
Lo rivedrei in loop!

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Medea

  • Drammatico
  • Italia
  • durata 110'

Regia di Pier Paolo Pasolini

Con Maria Callas, Massimo Girotti, Giuseppe Gentile, Laurent Terzieff, Margareth Clémenti

Medea

MEDEA
Nel 1969, a pochi mesi di distanza da "Porcile", Pier Paolo Pasolini torna nelle sale cinematografiche con un altro lungometraggio, ovvero "Medea", con il quale l'Artista rilegge l'omonima Tragedia di Euripides incorporando, analogamente a quel che fece con "Edipo Re", elementi attinenti il Mito non direttamente narrati nell'Opera teatrale di partenza. L'Opera viene accolta bene dalla critica ma, nonostante la presenza di Maria Callas come protagonista, non ottiene il successo economico sperato.
Particolare rilevanza viene data al Tema del Doppio e alle auto-contraddizioni: silenzio/rumore, mito/realtà, sacro/razionale, colpevole/innocente, "esotico"/"civilizzato"... Queste sono le ambiguità della Protagonista, di Giasone, e di tutto Pasolini. Non è quindi un caso se troviamo due Centauri: uno mitologico, per l'infanzia di Giasone, l'altro umano, per quando diventa adulto, entrambi compariranno insieme in sogno a metà pellicola, sorta di cerniera ideale, rivelando come il primo ispiri il Sentimento per Medea mentre il secondo lo dichiara riportando così l'uomo alla sua intenzione originaria (prendere il potere). Anche la vendetta di Medea viene mostrata due volte, la prima fedele al Mito con le vesti magicamente infiammate, e probabilmente questa versione è immaginata come suggerirebbe l'inserimento del fermoimmagine di Medea dolente, la seconda invece realistica, che trasforma le fiamme, parafrasando De André che reinterpretava Dylan, in 'veleno di Pietà'. Il Film stesso, di fatto, è costruito come se fosse doppio, con una prima parte ambientata nella Colchide in cui si traspongono le Argonautiche e una seconda a Corinto dove assistiamo alla "Medea" vera e propria.
Il Doppio, dunque, indica due sfumature diverse della medesima realtà: ogni aspetto è quindi metà della realtà, delle azioni, dei personaggi analizzati (e la mezza luna, secondo me, 'prova' questa interpretazione'), e quindi ogni metà è incompleta e per questo condannata ad un destino tragico. Ecco che, in due momenti diversi e vicini, avviene l'uccisione straziante dei propri figli da parte di Medea, senza mostrare l'atto in sé ma inquadrando il coltello con cui avviene il delitto (pulito quando sta per uccidere il figlio minore, insanguinato quando si appresta ad uccidere il maggiore).
L'epilogo è all'insegna del Fuoco, e la FINE giunge bruscamente, quasi interrompendo il dialogo tra Medea e Giasone, indice di un'impossibilità di poter andare avanti, di un pessimismo che ha distrutto ogni cosa senza lasciare alcuna speranza di Felicità, di Perdono, di Ricongiungimento tra vivi e morti.
La regia di Pasolini è curatissima nella messa in scena, nella direzione degli individui interpreti (principali e comparse, professionisti e non), nello studio delle inquadrature, nel montaggio delle immagini e dei suoni, con una vasta selezione di Musiche appartenenti alle più diversificate culture (in questo senso pare dovrebbe essere stato fondamentale l'apporto di Elsa Morante), il tutto alternando e mescolando rozzezza e raffinatezza secondo la sempre più consolidata Estetica cinematografica pasoliniana.
Un Capolavoro maestoso da riguardare in continuazione.

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Appunti per un'Orestiade africana

  • Documentario
  • Italia
  • durata 63'

Regia di Pier Paolo Pasolini

Con Attori non professionisti

Appunti per un'Orestiade africana

Il 1970 filmico per Pier Paolo Pasolini si apre con un altro esperimento di 'note progettuali': "Appunti per un'Orestiade africana", il più lungo di questo personalissimo 'filone' distribuito pubblicamente, con 'esordio' fuori concorso a Cannes.
Come il titolo esplicita, il lavoro studiato dall'Intellettuale è appunto l'Orestiade di Eschilo, trilogia tragica (secondo la tradizione greca) formata da "Agamennone", "Coefore" ed "Eumenidi" (più il dramma satiresco "Proteo") in cui sostanzialmente si parla dell'uccisione di Agamennone da parte della moglie Clitemnestra e del suo amante Egisto, della conseguente vendetta operata dai due individui figli Oreste ed Elettra e la fuga del primo inseguito dalle Erinni. L'idea di Pasolini è costruire un parallelo tra questa vicenda e la sorte dell'Africa, ma a differenza del progetto sull'India qui il suo studio non si ferma alle location e alle popolazioni locali ma si interseca cercando un confronto, basato sui materiali raccolti e sulla spiegazione del suo ipotetico film, con studenti africani in italia: molto intrigante, in questo senso, è l'attenzione fortemente critica con cui questo gruppo di persone risponde all'Artista, facendogli notare la non unitarietà dell'identità africana (anche se non è sbagliata l'osservazione pasoliniana di come i confini tra i vari stati del Continente siano stati spesso segnati dal colonialismo occidentale) e altri aspetti che, visibilmente, mettono in crisi gli intenti pasoliniani. Forse anche per questo cerca uno sviluppo 'statunitense', con un'esteticamente 'scomoda' (volutamente) sessione jazz in cui si ipotizza un intro per il film. L'ultimo segmento del 'documentario' (in assenza di un termine preciso per etichettare questo tipo di operazione) vede Pasolini intento a provare la propria opera cinematografica, chiudendo poi tutto con un'enigma che, per certi versi, sancisce la presa di coscienza del fallimento del proprio progetto ma, per contro, apre stimolanti riflessioni sul futuro del continente africano, la cui forte auto-contraddittorietà è, a mio avviso, l'elemento che più deve aver affascinato l'altrettanto auto-contraddittorio Pasolini.

 

Il 24 aprile 1970 si tiene a Roma uno sciopero dei netturbini che Pier Paolo Pasolini filma per un progetto intitolato "Appunti per un romanzo dell'immondezza". In rete, per conto dell'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, si trovano 84 minuti della pellicola, forse integrale, ma la traccia audio pare sia irrecuperabile. Poiché un documentario su uno sciopero pieno di interventi non è proprio il massimo da vedere senza sonoro, ho dato un'occhiata piuttosto distratta al tutto, quindi non esprimo giudizio, limitandomi a sperare in un futuro ritrovamento dell'audio.

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Le mura di Sana

  • Documentario
  • Italia
  • durata 16'

Regia di Pier Paolo Pasolini

Con Pier Paolo Pasolini

Le mura di Sana

Girato in Yemen subito dopo la fine delle riprese de "Il Decameron", "Le Mura di Sana'a" è un 'documentario' (il primo e, forse, anche l'ultimo a colori per l'Autore) con cui Pier Paolo Pasolini chiedeva all'Unesco di salvaguardare il patrimonio artistico e storico dello Yemen, focalizzandosi appunto sulla vecchia città di Sana'a.
In una decina di minuti l'Intellettuale osserva, con malinconico pessimismo, come il progresso meramente tecnico stia divorando con velocità spaventosa il mondo antico e, per lui, reale in funzione neo-capitalistica. Per rafforzare questo concetto si inserisce un'incursione in Italia, in cui si mostra l'ormai avanzato stato di 'modernizzazione' anti-estetica del paesaggio.
Si tratta forse di 'conservatorismo ambiguo'? Conservatorismo forse, ma di stampo meramente estetico e non politico (anzi, la modernizzazione industriale ha consolidato e consolida attualmente le vecchie impostazioni sociali di stampo classista e autoritario), ambiguo per me assolutamente no, semmai auto-contraddittorio, ma non è affatto un difetto per me questo.

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Il Decameron

  • Commedia
  • Italia, Francia, Germania
  • durata 111'

Regia di Pier Paolo Pasolini

Con Franco Citti, Ninetto Davoli, Angela Luce, Silvana Mangano, Vincenzo Amato (II)

Il Decameron

IL DECAMERON
Già negli anni '60 Pasolini inizia a seminare le idee che formeranno poi la sua Trilogia della Vita, spinto dalla persistenza della condanna contro i cosiddetti 'atti osceni' nell'italia (sempre più profondamente) borghese e, quindi, dal proprio desiderio di scandalizzare questo ipocrita perbenismo sdoganando il nudo. Per dare una sostanza artistica all'operazione, quindi, sceglie di trasporre "Il Decameron" di Boccaccio e, dopo varie rielaborazioni, arriva a selezionare una decina di novelle optando per Napoli come unica ambientazione (fatta eccezione la visita 'all'estero' fatale di Ciappelletto) e il napoletano come parlata dominante. A tal proposito l'Autore dirà: «Ho scelto Napoli contro tutta la stronza Italia neocapitalistica e televisiva: niente babele linguistica, dunque, ma puro parlare napoletano». Interpretato prevalentemente da cast 'di strada' come suo solito, più qualche cameo di amici come il pittore Zigaina, i quasi immancabili Citti e Davoli e sé stesso nei panni dell'allievo di Giotto, alla sua uscita il Film genera scandalo adirando, cosa per nulla insolita nella Filmografia pasoliniana, la censura ma, e questo invece è anomalo per Pasolini, ottiene un grosso successo di pubblico, classificandosi secondo al botteghino italiano dopo "...continuavano a chiamarlo Trinità", lanciando inoltre il filone popolare (populista?) del cinema decamerotico e spronando poi l'Autore, dopo "Il Fiore delle Mille e Una Notte", a puntare sulla 'Morte' dopo la 'Vita' poiché deluso dalla facile assimilazione della sua provocazione all'interno del sistema consumista.
Amato fin dalla prima visione ma con una certa ingenuità (stando alle riflessioni che scrissi allora), riguardandolo confermo la mia Adorazione per questo Capolavoro in cui le tipiche Contraddizioni pasoliniane, a partire dalla Profanazione del Sacro e Sacralizzazione del Profano, esplodono con una certa Gioiosità. Per me è come se Pasolini, constatata l'impossibilità di recuperare un certo ottimismo nel futuro, abbia riscoperto perlomeno una certa 'serenità', spensieratezza, in grado di convivere con l'Amarezza, l'Angoscia, l'ineluttabilità della Morte e di giocare con le ipocrisie del potere in favore di una Sessualità spontanea, di una Religiosità personalizzata, di un Senso della Burla che, partendo dal basso, arriva a toccare l''alto' (o presunto tale) abbassandolo a sé. La Malinconia, come accennato, non sparisce, la si può trovare nella riflessione finale (partorita sul set in sostituzione di precedenti elaborazioni) su come la realizzazione dell'Arte 'rovini' il Sogno o nell'episodio di Lisabetta e Lorenzo (ucciso dai fratelli della prima e da lei coltivato come pianta per lenire il dolore), ma pure in segmenti più 'spensierati' come la morte di Ciappelletto (dove troviamo la Sacralizzazione non solo del Profano ma addirittura del Peccato) oppure in quello di Gemmata e dell'asina (perché per me il sotterfugio dell'ospite per approfittarsi sessualmente della donna, lungi dal rientrare in quella sorta di ambigua celebrazione dello stupro 'manipolatorio' da parte dei potenti che caratterizza certe commedie erotiche italiane, è invece impostato in favore della ingenua coppia manipolata).
Intanto chiudo qui le mie riflessioni, aggiungendo un piccolo appunto sull'ottima Colonna sonora, curata da Ennio Morricone, in cui si mescolano brani popolari e religiosi di varia provenienza.
L'ennesimo Capolavoro cinematografico di Pier Paolo Pasolini.

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

12 dicembre

  • Documentario
  • Italia
  • durata 104'

Regia di Giovanni Bonfanti

Con Edoardo Di Giovanni, Marcello Gentili, Augusto Ludovichetti, Rosa Malacarne

12 dicembre

Nel 1970 Pier Paolo Pasolini realizza, per conto di Lotta Continua, "12 Dicembre", partendo dalle manifestazioni in ricordo della strage di Piazza Fontana e dell'omicidio dell'anarchico Giuseppe Pinelli: il materiale raccolto nel documentario viene visto come 'pericoloso' da un punto di vista legale, motivo per cui Pasolini non firma la regia (intestata a Giovanni Bonfanti) limitandosi ad accreditarsi l'idea, e il lavoro ultimato non convince pienamente né l'Autore né l'organizzazione 'committente'. Negli anni '90 viene distribuita una versione ridotta ad una quarantina di minuti (contro una durata originale di 104) mentre la versione integrale, conservata nell'archivio Pasolini, credo che ogni tanto venga proposta a qualche festival.
Io, intanto, ho recuperato il cut ridotto, in cui si intravede quel taglio problematico e squisitamente 'divagante' dell'Intellettuale che, infatti, partendo dal fatto del titolo, arriva poi a toccare vari scioperi e rivolte in giro per l'Italia, raccogliendo pareri molto forti da parte del proletariato (politicizzato) ma anche contraddizioni interne.
Un lavoro non impeccabile ma decisamente interessante.

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

I racconti di Canterbury

  • Erotico
  • Italia
  • durata 115'

Regia di Pier Paolo Pasolini

Con Hugh Griffith, Laura Betti, Ninetto Davoli, Franco Citti, Josephine Chaplin

I racconti di Canterbury

I RACCONTI DI CANTERBURY
Pier Paolo Pasolini prosegue la sua Trilogia della Vita, con la quale intendeva scandalizzare il perbenismo dell'italia borghesizzata, realizzando "I Racconti di Canterbury", in cui adatta alcune novelle delle Canterbury Tales di Chaucer: oltre alla regia e alla sceneggiatura, Pasolini interpreta lo stesso Scrittore inglese e, inoltre, supervisiona le scelte musicali con Morricone come consulente. Anche quest'Opera subisce sequestri e censure, perdendo nella sua forma ufficiale almeno una ventina di minuti di scene, ma comunque ottiene un buon successo al botteghino e si guadagna anche il Goldener Bär (Orso d'oro) a Berlin.
Credo di averlo apprezzato un attimo di meno alla prima visione rispetto a "Il Decameron" e, riguardandolo, confermo l'impressione che Pasolini compia una specie di piccolo passo indietro nella propria evoluzione stilistica, anche solo per il proseguimento su una strada da lui appena battuta e che, soprattutto, già dava segnali di assorbimento da parte del sistema consumistico, tanto che nello stesso anno (il 1972) escono i decamerotici "Una cavalla tutta nuda" di Franco Rossetti e "Boccaccio" di Bruno Corbucci.
Detto ciò, comunque l'Autore continua a provocare l'ipocrisia della borghesia e degli apparati di potere italiani con un'Opera in cui Cultura alta e cosiddetta 'Oscenità' si intersecano e si mescolano, così come continua a mescolarsi il Sacro con il Profano (il secondo profanando il primo, il primo sacralizzando il secondo) e tutte le auto-contraddizioni tipiche di Pasolini. Interessante la struttura narrativa dove, pur esplicitando la natura meta-narrativa di certi episodi (infatti, mentre nel Film precedente i racconti si muovevano in un unico universo narrativo interagendo talvolta tra di loro, qui è evidente che storie come quella del re o del diavolo o dell'Inferno non si sviluppino nella stessa linea del pellegrinaggio di Chaucer ma vengano in esso raccontati), ancora una volta si decide di eliminare le introduzioni con personaggi narratori ottenendo così una forma fluida di espressione. Rafforzato da un'Estetica pittorica (lampanti, nel racconto pre-conclusivo del frate condotto 'in gita' all'Inferno, gli influssi grotteschi di Bosch), da una Colonna sonora ancora una volta variegata e volutamente anacronistica in cui convivono brani estranei all'epoca di Chaucer, da una curiosa scelta di accenti lombardi (son sicuro, a tal proposito, che sia presente pure il bergamasco con il quale ho un complesso rapporto di repulsione-attrazione, situazione credo non insolita per un individuo 'autoctono'), da un Cast genuino sia negli interpreti professionali, sia nei 'feticci' dell'Artista (Citti ancor più diabolico che nel Decameron, Davoli sempre innocente e qui 'sporcato' da Chaplin, Betti in versione dama rossa frivola) sia soprattutto nei volti presi dalla strada, "I Racconti di Canterbury" è un altro lavoro praticamente imperdibile nel Cinema pasoliniano e non solo.

Rilevanza: ancora nessuna indicazione. Per te? No

Il fiore delle Mille e una notte

  • Drammatico
  • Italia
  • durata 130'

Regia di Pier Paolo Pasolini

Con Ninetto Davoli, Franco Citti, Tessa Bouché, Franco Merli, Ines Pellegrini

Il fiore delle Mille e una notte

IL FIORE DELLE MILLE E UNA NOTTE
Nel 1974, a distanza di due anni da "I Racconti di Canterbury" (e stranamente senza nemmeno aver realizzato un corto e/o un 'documentario' nel mezzo), Pier Paolo Pasolini torna nelle sale cinematografiche con "Il Fiore delle Mille e Una Notte", Capitolo conclusivo della Trilogia della Vita: rispetto ai capitoli precedenti questo incassa di meno, ma vince il Grand prix du Festival de Cannes da parte della giuria. La sceneggiatura di partenza prevedeva una struttura molto più rigida, con scansione in Prima Parte-Intermezzo-Seconda Parte (a loro volta suddivise in quattro parti) e la presenza nuovamente di Pasolini come attore nei panni però di sé stesso, ma poi durante la produzione egli opta per una forma molto più fluida, affine in questo senso a quella delle trasposizioni boccaccesca e chauceriana, trascinandosi in una narrazione a scatole cinesi (che più o meno a partire da metà pellicola apre una grossa 'divagazione' in cui si sviluppano le storie di Aziz, del demone e del soldato di bronzo) ed eliminando la propria intromissione fisica.
Alla prima visione mi parve un altro Gioiellino, forse un Capolavoro, e ricordo che lo ritenni un passo in avanti rispetto a Canterbury. Riguardandolo consolido questo mio apprezzamento: sempre più consapevole del riassorbimento da parte del sistema neocapitalistico della propria polemica sessuale, Pasolini la carica ulteriormente aumentando la dose di sessualità, in particolare omosessuale, e di nudità, nello specifico maschile, spostandosi inoltre in medio-oriente e affrontandone un pezzo fondamentale di Cultura come le Mille e una Notte.
Come al solito Pasolini non costruisce un'Opera rilassante né tantomeno rassicurante, mettendo in difficoltà anche me stesso con alcuni cenni di erotismo non consenziente (una delle primissime storie narrate) o tendente alla pedofilia (probabilmente più segmenti di quanti sia riuscito a notare) che, però, vanno lette in un'ottica mitica, fiabesca, quasi 'divina' come lascerebbero intendere le ricorrenti risatine che spesso affiorano, artisticamente posticce (soprattutto per il doppiaggio). Importante è anche una certa attenzione per il Macabro, non certo nuovo nell'Estetica pasoliniana ma qui più lampante. Si nota, inoltre, una grossa (per Pasolini) presenza di effetti speciali, tra utilizzo di modellini (l'isola affondata) e compositing (il volo del demone Citti, il leone...). Le Musiche sono ancora una volta impostate su una mescolanza di sonorità differenti, ma rispetto ai capitoli precedenti del Trittico le composizioni originali di Ennio Morricone acquistano uno spazio considerevolmente maggiore, quasi invasivo ma in senso palesemente ricercato, come ricercata è la discordanza tra il loro gusto sinfonico e l'atmosfera arabeggiante. Fondamentale, come sempre, è il Cast prevalentemente non professionista, in cui spicca la coppia protagonista della cornice interpretata da Ines Pellegrini e Franco Merli (tutt'e due ritorneranno in "Salò o le 120 giornate di Sodoma"), la commistione di tecnica (sempre più apparentemente) 'rozza' ed impostazione estetica para-pittorica è suggestiva e il montaggio di Baragli e Morigi dà un buon ritmo al tutto, anche se sarebbe interessante vedere la versione originale proiettata a Cannes, che temo perduta.
Chiudendo questo flusso di pensieri, "Il Fiore delle Mille e Una Notte" è, per me, un altro immenso Gioiellino cinematografico di Pier Paolo Pasolini e, personalmente, credo che potrei ritenerlo un 'capolavoro personale' da rivedere in loop.

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Salò o le 120 giornate di Sodoma

  • Drammatico
  • Italia
  • durata 137'

Regia di Pier Paolo Pasolini

Con Paolo Bonacelli, Giorgio Cataldi, Umberto Paolo Quintavalle, Aldo Valletti

Salò o le 120 giornate di Sodoma

SALÒ O LE 120 GIORNATE DI SODOMA
Il successo commerciale della Trilogia della Vita e, soprattutto, la derivante ondata di produzioni cosiddette decamerotiche, per la maggior parte (a quanto pare) robetta che cerca di sfruttare una crescente liberalizzazione della sessualità mediatica per ricavare soldi facili 'giustificandosi' con una cornice letteraria, spinge Pier Paolo Pasolini a ideare un progetto completamente in contrasto con lo spirito vitalistico e gioioso de "Il Decameron", "I Racconti di Canterbury" e "Il fiore delle Mille e Una Notte", ovvero inizia a pensare ad una Trilogia della Morte. Si approda così al romanzo settecentesco incompiuto (e la cui lettura era allora ancora riservato quasi esclusivamente a gente bibliofila) "Les 120 Journées de Sodome ou l'école du libertinage" del Marquis De Sade. In realtà il desiderio di trasporre il controverso libro (di cui, mentre scrivo, ho letto intanto solo l'Introduzione descrittiva e programmatica) ha origine dalla volontà, mi pare di Alberto Grimaldi, di sfruttare la scia decamerotica e, in un primo momento, la regia viene proposta a Sergio Citti, amico e storico collaboratore 'filosofico' di Pasolini (nonché fratello del suo primissimo 'attore feticcio' Franco), il quale però rinuncia in favore del crescente interessamento dell'Intellettuale friulano, con il quale collabora alla sceneggiatura insieme al non accreditato (ma fondamentale) Pupi Avati. La lavorazione è particolarmente ardua, soprattutto per i contenuti dell'Opera (tra l'altro molto meno estrema rispetto alla Fonte letteraria, stando a quel che ho scoperto), e bisogna aggiungere la sfiga delle bobine rubate, il tutto poi coronato dall'uccisione di Pier Paolo Pasolini, evento che rende il primo capitolo della Trilogia della Morte (che sarebbe poi dovuta continuare con "Porno-Teo-Kolossal" e forse un progetto sul barone Gilles de Rais, considerato l'ispirazione di Barbablù) anche l'unico. La morte dell'Autore comunque non aiuta ad evitare polemiche, eventualità in ogni caso ricercata da lui il quale voleva (anche) sfidare ulteriormente la censura con qualcosa di inassimilabile da parte del sistema consumistico: tra immancabili sequestri reiterati nel tempo, denunce (al produttore Grimaldi) per oscenità, assalti ai cinema da parte di gruppi neofascisti e altre problematiche, la diffusione dell'Opera è fin da subito estremamente difficile e solo negli anni '90 si arriva ad un suo pieno riconoscimento artistico. In parte il Regista-Poeta è stato 'sconfitto', poiché una certa assimilazione è capitata pure al suo ultimo Film, con tanto di indiretta ispirazione alla corrente detta nazisploitation, però credo che rispetto ad altre sue Opere (filmiche) "Salò" sia l'unica che continua a dividere profondamente pubblico e critica e, quindi, in questo Pasolini ha 'vinto' (o almeno 'pareggiato', così con questo termine calcistico posso citare anche l'aneddoto della partita a calcio con la troupe di "Novecento" dell'amico-discepolo Bernardo Bertolucci).
Tra le mie primissime esperienze con il Cinema pasoliniano (non ricordo bene se prima ho visto questo o "La Ricotta"), fu un sofferto amore a prima vista e, ad ogni successiva revisione, ho consolidato questa mia venerazione, pur ritenendo forse più rispettoso, nei confronti del Poeta, accompagnarvi un'attenzione critica e pure una certa dissacrazione. In ogni caso, nonostante il disgusto che l'Opera continua a suscitarmi in diversi suoi punti, specialmente nel Girone della Merda, da almeno tre annetti a questa parte cerco di riguardare annualmente questo che, (anche) per me, è uno dei Capolavori più sconvolgenti della Storia del Cinema, nonché una delle Pellicole da me preferite in assoluto, proprio a causa della sua pesante cattiveria.
Parlarne in maniera approfondita è, comunque, quasi imbarazzante da parte mia, visto che del Film si è detto praticamente tutto e il contrario di esso, tanto nelle apologie quanto nelle 'stroncature', trovando inoltre 'parenti filmici' più o meno azzardati (io stesso arrivai a paragonargli "The Human Centipede": molto ingenuo da parte mia, però son tentato di rivendicare ancora oggi la 'blasfemia cinefila' di questo accostamento). Proverò comunque a elaborare qualcosa, anche se quasi sicuramente ripeterò argomentazioni espresse (meglio, peggio...) da molteplici altre persone e/o banalizzerò concetti. Avviso anche che saranno presenti parecchie divagazioni, sotto forma di scomodissime parentesi, perché oltre ad essere stronzo sono anche dispersivo.
Innanzitutto, il ribaltamento dello spirito della Trilogia speculare non poteva, per me, essere più 'totale', e per assurdo partendo da una sfera importante negli altri tre lungometraggi pasoliniani degli anni '70: il Sesso. Infatti il Sesso, inteso sia come atto sessuale, sia come esibizione degli organi sessuali, sia come deviazione dalla 'norma' eterosessuale procreativa (interessante notare che pure il discusso scritto 'contro l'aborto' dell'Intellettuale andasse, a differenza della destra farisea, a criticare questa pratica per favorire una sessualità anti-procreativa e diversa dalla norma eteropatriarcale), qua non ha nessuna delle sfumature gioiose e vitalistiche del Decameron, di Canterbury e del Fiore. Qui la Sessualità è strumento di dominio spietato, di dispotismo, il suo unico scopo è l'umiliazione estrema dei corpi, impostati come meri oggetti (di consumo), attraverso l'annichilimento delle menti, delle anime, delle persone in quanto individui soggetti. La cosiddetta 'Anarchia del Potere', o il concetto dei fascisti come "unici veri anarchici", è non solo un ossimoro provocatorio (Pasolini l'Anarchismo lo conosceva bene e, credo, ne provava una certa simpatia, pur non riconoscendovi probabilmente in esso) ma, ai miei occhi, arriva a svuotare l'Anarchia da tutta la sua forza vitalistica e libertaria in campi come appunto il Sesso. Caricando all'estremo il sadismo (anche quando si abbandonano a sodomia passiva) i quattro fascisti 'libertini' (interessante per me notare come il termine 'libertino' vada, tecnicamente, a rimpicciolire la Libertà), interpretati da un solo attore realmente professionista (Bonacelli: Cataldi infatti era un amico di borgata di Pasolini, prima scelta per "Accattone" ma detenuto durante le riprese di esso, Valletti aveva iniziato ad apparire al cinema solo nel 1974 e Quintavalle era un giornalista e critico) e tutti e quattro doppiati (dai letterati Vigorelli, Caproni e Roncaglia e dal regista Bellocchio)... Insomma i quattro fascisti, saturando il proprio libertinismo sessuale e sadico, oltre a imprigionare con intenti totalitari le proprie vittime (insieme agli otto fanciulli e alle otto fanciulle bisogna ricordare le quattro figlie-spose degli aguzzini, ma anche le narratrici, i collaborazionisti più o meno volontari e pure la nascosta servitù è suddita del volere dei quattro, seppure in ruoli di aiuto della loro autorità), priva la loro stessa sessualità di quella libertà 'anarchica' (intesa come 'contraria al potere') che pretendono di sperimentare al massimo, cosicché la Morte, spirituale prima che corporale, inflitta agli oggetti dei loro eccessi colpisce in primis essi stessi, i primi ad essere depauperati di individualità soggettiva in favore di un meccanicismo crudele in quanto privo di sentimenti genuini.
Queste riflessioni, spero non troppo deliranti, sulla Sessualità e sull'ossimorica 'Anarchia del Potere' mi hanno 'prosciugato' le spinte riflessive, per cui intanto decido di troncare qui questo mio non proprio corto intervento, citando magari qualche altro tema come il ribaltamento di significato delle risate forzate (beatamente 'divine' nella Trilogia della Vita e in altri Lavori pasoliniani, espressione di intensa malignità in quest'Opera), l'importanza del senso religioso (e della sua negazione o ribaltamento blasfemo), la chiusura assoluta del luogo in cui si consumano le sevizie, il ruolo delle quattro Narratrici e così via. Cito anche l'intrigante dialettica diegetica/extradiegetica apportata nella Colonna sonora, evidente sia negli interventi al piano di una delle quattro Narratrici (l'unica che, di fatto, non narra nessuna storia, e per di più compie un gesto 'impensabile' nel Finale) sia, soprattutto, nella rivelazione della provenienza radiofonica di "Veris Laeta Facies" dei Carmina Burana di Orff nell'Epilogo, poiché girando la rotella della radio uno dei giovani(ssimi) collaborazionisti si sposta sul Tema (presente anche nei Titoli di Testa) "Son tanto triste" arrangiato da Morricone. Altro elemento sonoro interessante è il sottofondo di bombardamenti che in parecchi momenti accompagna le Immagini, sottolineando al contempo sia il contesto storico (l'ultimo biennio del fascismo e della seconda guerra mondiale) sia l'isolamento fisico (ma non spirituale) della Villa e del regime (anti)sessuale lì instaurato dai 'tetrarchi'.
FINE

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La rabbia di Pasolini

  • Documentario
  • Italia
  • durata 83'

Regia di Giuseppe Bertolucci

Con Giorgio Bassani, Valerio Guttuso, Valerio Magrelli, Giuseppe Bertolucci

La rabbia di Pasolini

In streaming su Prime Video

Dopo anni di oblio nel 2008 torna "La Rabbia di Pasolini", sia nella versione accoppiata con il (disgustoso) segmento guareschiano sia in un'edizione, curata da Giuseppe Bertolucci, in cui si propongono una ricostruzione di parti tagliate all'epoca, la stessa prima parte pasoliniana della versione del '63 e una raccolta di documenti d'epoca intitolata "L'aria del tempo".
La prima parte di ricostruzione è interessante per il materiale inedito, anche se le nuove voci (tra cui quella di Bertolucci stesso) sanno inevitabilmente di posticcio. L'edizione del '63 l'ho mandata avanti un po' veloce, avendola già rivista da pochissimo, ma mi sono soffermato nella proposta a colori dei quadri. Estremamente interessanti, invece, i segmenti "L'aria del tempo" perché mostrano come Pasolini 'improvvisato' regista venisse sbeffeggiato addirittura nei cinegiornali, oltre che in una gag parodistica alquanto banalizzante, ma ottimi sono anche gli interventi diretti dell'Autore, soprattutto l'ultimo sulla propria Rabbia.

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