Questa volta l’equazione era semplice. Se mettono insieme Giancarlo Esposito ed AMC – emittente via cavo statunitense che nel corso degli anni (e per il costo dell’abbonamento ai canali di base) ha prodotto e distribuito Mad Men, Halt and Catch Fire, Preacher, That Dirty Black Bag e The Walking Dead – la soluzione è sempre Better Call Saul e (forse non solo in ordine alfabetico) Breaking Bad. Non esiste mente, anche fra le più allenate e ligie a un rigore marziale, che riuscirebbe a non fare automaticamente quei due collegamenti lì. Pure se, povero, Esposito non è che sia rimasto con le mani in mano dopo essere esploso (occhiolino occhiolino) nei panni di Gus Fring; solo nell’ultimo lustro, ha cominciato a dare vita a ruoli centrali in serie come The Boys e Godfather of Harlem, concedendosi la recente scappatella di The Gentlemen (fra le serie più viste su Netflix dell’ultimo periodo) e questa nuova, succosa collaborazione con AMC.

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Parish

Il pensiero non può che correre a Better Call Saul e Breaking Bad, si diceva, ma Parish non è né l’una né l’altra. Grazie tante. Non staremmo qui a scriverne. La staremmo portando in processione su un altare enorme in giro per il paese. Il pilota della serie creata e sceneggiata (insieme a una pletora di scherani) da Danny Brocklehurst è una strana bestia, probabilmente proprio perché è il pilota di una serie creata da Danny Brocklehurst; ovvero quel micro-satrapo del piccolo schermo che negli ultimi anni ha legato il proprio clamoroso successo di numeri e di pubblico agli adattamenti dei romanzi del grafomane Harlan Coben, preferendo di fatto una vita di ricchezze a una di allori accademici e artistici. Brocklehurst ha, quantomeno, diretto le trasposizioni più interessanti: l’esordio con una storia originale per la tv di Coben, The Five; ma anche Safe, The Stranger, Stay Close e Fool Me Once, recentemente diventata una delle serie in lingua inglese più viste di sempre su Netflix.

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Parish

Danny Brocklehurst sa come creare televisione interessante. Magari non così sottile e acuminata come quella di Vince Gilligan (showrunner di Breaking Bad e Better Call Saul), barocca e asciutta allo stesso tempo; ma solide narrazioni di genere dalla grammatica semplice e corretta, per raccontare con limpidezza storie nazional popolari, com’è d’uopo fare quando si decide di maneggiare qualche isotopo di Harlan Coben. Brocklehurst, dunque, è una vecchia volpe. Lo si capisce sin dalla prima scena: Gracián è stanco morto di essere solo un passeggero della sua stessa vita, dice la voce fuori campo dell’uomo. Stacco su Giancarlo Esposito ganzo più del sole che guida come un matto una macchina che costa una cifra di soldi, scappando dalla polizia e venendo fortunosamente salvato da una parata in costume – siamo a New Orleans – prima di scendere e omaggiare Tarantino facendosi riprendere dall’interno del bagagliaio. 

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Parish

Sette giorni prima Esposito faceva ancora finta di fare il perfetto cittadino, impeccabile padre di famiglia, imprenditore di mezza età che si tiene ancora in forma e si rade tutti i giorni prima di preparare il pranzo alla figlia adolescente e robosa. Gli affari, un servizio di noleggio di limousine, non vanno alla grande. Ma la sorella lo rassicura facendogli strani discorsi sul loro passato comune, dal quale sono usciti vivi per miracolo proprio grazie a lui. Che Gracián Parish detto Gray, in realtà, non sia esattamente lo statunitense medio alle prese con mutui assassini, rischi di ipoteca e dichiarazioni di fallimento, insomma, lo si capisce molto presto, anche senza l’occhio di bue del flashforward iniziale; precisamente quando un suo vecchio amico viene a trovarlo in piena notte, scassinandogli la macchina e aspettando il suo arrivo all’interno dei veicolo.

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Per frustrazione, disperazione e noia, Gray si fa allettare dal vecchio socio in malaffari e accetta di aiutarlo a salvarsi le chiappe mettendo a segno una rapina per conto di un temibile, sadico e filosofico gangster sudafricano con gli occhiali da vista dalla montatura in corno e la camicia stirata di fresco. Si fa chiamare Horse. È un giovane rampante rampollo, che risponde a un padre capobranco dispotico e poco incline alle giustificazioni nella gestione di un remunerativo traffico di esseri umani. Horse fa a Gray una proposta che si può benissimo rifiutare, ma Esposito fa ancora finta di non avere la scimmia della malavita sulle spalle che non lo fa vivere sereno; dunque pianta due o tre menate ribadendo che questo è per davvero il suo ultimo lavoro di sempre e poi mai più, giurin giurello.

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Parish

È chiaro che Gray sottovaluta il ginepraio in cui è entrato quando ha deciso di colludere con Horse e con la sua famiglia, un’organizzazione criminale internazionale sadica e disciplinata, resa monolitica da onore e antichi rituali. Non c’è dubbio che il pilota di Parish sia un altro tipo di televisione, rispetto a quella cui ci avevano abituati AMC e anche Giancarlo Esposito. Non migliore, né peggiore. Proprio una forma di linguaggio differente, votata alla rule of cool del thriller e alla ricerca della forma di intrattenimento più semplice ed efficace. E la presenza di Esposito – che qui si allontana leggermente dal suo beneamato ruolo archetipo dell’uomo minaccioso anche se di poche parole – per una volta giustifica l’utilizzo della più grande delle banalità e vale da sola il prezzo del biglietto.

Autore

Nicola Cupperi

Scrive per FilmTv perché gliel'ha consigliato il dottore. Nel tempo libero fa la scenografia mobile. Il suo spirito guida è un orso grigio con le fattezze di Takeshi Kitano.