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La ballata di Stroszek

Regia di Werner Herzog vedi scheda film

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La recensione su La ballata di Stroszek

di bufera
10 stelle

Mentre rivedevo, con nuovo interesse, LA BALLATA DI STROSZEK, ho avuto l’idea che il film fosse fatto per me e che sollecitava emozioni, rifiuti, perplessità sulla base di una rappresentazione dei fatti e una elaborazione delle immagini che giocano diversamente sui singoli, secondo la loro sensibilità e lo stato d’animo del momento e della natura dello spettatore. Questa immensa varietà di  risposte estetiche ed emozionali che caratterizza il cinema dell’ Herzog che non descrive solo paesi, natura e fenomeni connessi, ma tipologie umane, marchiate da un destino di fallimento e autodistruzione, che egli paventa nei suoi personaggi ed è quasi costretto a raccontarli quando scrive le storie, rimanendo sull’orlo dell’approfondimento, quasi neutrale nell’offrirci ciò che per lui è chiaro in modo che lo si possa leggere come si vuole. Quest’opera, del 1977,è stata scritta quasi di getto, in pochi giorni per Bruno S. un attore dilettante che lavorò con lui per la seconda e ultima volta,e che per fortuna ha insistito per avere il ruolo promessogli  prima e poi pensato per Kaus Kinski, attore feticcio di Herzog, che, a posteriori, non si attaglia al personaggio.Bruno Stroszek esce di galera dopo un tempo imprecisato ma per reati legati all’alcolismo, come dice nella paternale che gli fa all’uscita il direttore e che viene ascoltata e seguita da promesse di rigare dritto, come un bambino di cui esibisce ingenuità  e  scarsa convinzione, già espressa dalla mimica facciale poco vivace, tranne lo sguardo tanto pungente quanto talora assente. I suoi compagni gli erano affezionati e lui lascia il carcere dispiaciuto e per niente entusiasta ,come si evince dalle poche parole che pronuncia in un tedesco lento senza accento e atono .Dopo essersi bevuto la prima birra, torna nelle sua casa, che ama con tutti gli oggetti che ci sono, specie gli strumenti musicali( due pianoforti di cui uno a coda, una fisarmonica e altri strani a percussione) della cui sorte si preoccupa come fossero persone. Bruno riprende la sua attività di musicista di strada e fa amicizia con una prostituta di nome Eva (interpretata da Eva Mattes, ottima attrice), che ospita in casa per proteggerla dai maltrattamenti dei suoi protettori, con vandaliche conseguenze sulla casa e abusi fisici e moralmente oltraggiosi su di lui. Sarà ,così, costretto a partire per il Nuovo Mondo, insieme alla donna e all’anziano vicino Scheitz, curatore della sua abitazione mentre era in carcere, che ha un nipote nel Wisconsin e lo incoraggia molto a lasciare Berlino e ad affrontare le incognite per le quali Bruno, di modeste pretese, prova nessuna attrazione e molta paura. Da qui in poi la storia cammina sui binari del fatale disfacimento di tutto ciò che costruisce e  conquista, da una casa prefabbricata con mutuo, a un lavoro di meccanico che non ama, in cambio di un’apatia e un vuoto interiore, da lui peraltro previsto, dovute all’ambiente e un modo di agire della gente locale (memorabile la presa in giro dell’asta della casa che non può pagare) emarginante e duro soprattutto per un irresoluto nel profondo come lui. Infine Bruno esplode in una muta e quasi inapparente disperazione che lo porta a fare una specie di macchietta di rapina a un povero barbiere, senza nemmeno essere catturato contariamente a Scheitz, che lo affiancava,mentre Eva è tornata  al suo mestiere, e se ne va dal nulla decidere intuibili ma non esplicite soluzioni. Le immagini del finale sono notoriamente memorabili nella loro bellezza colorata da Luna Park , con un coniglio e due galline ammaestrati a suonare strumenti come il piano, la tromba,il tamburo o ballare, in uno scenario canadese squallido e freddo ben più di Berlino, e si è portati rivederle tante volte come per stare vicino a Bruno su una seggiovia  rossa, sul cui retro è scritto This is Myself, ormai straniero in quel paese senza ritorno e a se stesso. Personaggi delineati con pochi tratti ma rifiniti dalle azioni e dagli eventi, due mondi descritti con la perizia documentaristica di cui il regista è  assoluto maestro:meno fantasiose e più crude del solito le immagini che si imprimono nella mente ma questa volta anche nel cuore. Le musiche sono adatte, intessute con ciò che si vede, la figura tozza e trascurata e il volto di Stroszek attonito per il dolore e l’impotenza a reagire, non è amabile, come non lo sono tutte le creature di Herzog, ma insostituibile.

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