Trama

Selma, una psicoanalista, apre un nuovo studio nella natia Tunisi. Qui, si ritroverà  alle prese con variopinto gruppo di nuovi eccentrici pazienti.

Approfondimento

UN DIVANO A TUNISI: LA PSICOANALISI IN TUNISIA PER RITROVARE SE STESSA

Diretto e sceneggiato da Manèle Labidi, Un divano a Tunisi racconta di Selma, psicanalista che apre un proprio studio a Tunisi. In Tunisia c'è stata la Primavera araba, ma forse aprire uno studio da psicanalista per una donna è ancora troppo presto. Selma, però, è una giovane psicanalista dal carattere forte e indipendente. Cresciuta a Parigi insieme al padre, quando decide di tornare nella sua città d'origine, Tunisi, è determinata più che mai ad aprire il suo studio privato. Le cose non andranno come previsto: si scontrerà presto con un ambiente non proprio favorevole, i suoi parenti cercheranno di scoraggiarla e, come se non bastasse, lo studio inizierà a popolarsi di pazienti alquanto eccentrici.

Con la direzione della fotografia di Lauren Brunet, le scenografie di Mila Preli e Raouf Hiloui, i costumi di Hyat Luszpinski e le musiche di Flemming NordkrogUn divano a Tunisi è stato così presentato dalla regista in occasione della partecipazione al Festival di Venezia 2019 nella sezione Giornate degli Autori: "L'idea per questo film mi è venuta il giorno in cui ho detto a mia madre che ero in analisi. Ho avuto paura che morisse. Come hai osato? Dopo tutti i sacrifici che ho fatto per te? Come giustifichi di aver scelto di partecipare attivamente alla demolizione della tua cultura, della tua famiglia? Di uccidere tuo padre? Tua madre? Edipo? Ma come, vuoi liberarti del peso di tutta la tua vita raccontandola ad un estraneo? Come caspita potrebbe esserti di qualche aiuto? Quanto costa? In contanti? Preoccupazioni di ordine economico, sentimenti di tradimento, paura, stupore, delusione… Per una donna tunisina, musulmana e tradizionalista come mia madre, era decisamente troppo. Quel giorno ha fatto nascere in me il desiderio di osservare più da vicino la Tunisia, dove vive ancora gran parte della mia famiglia, e di ambientare lì il mio film. La pratica psicoanalitica resta tuttora marginale nel paese, malgrado i tentativi di introdurla risalgano agli anni 1950. Selma decide di esercitare a Tunisi in modo da poter ascoltare gli abitanti della capitale incoraggiandoli a esprimersi liberamente in un periodo in cui l'intero paese sta scoprendo e sperimentando per la prima volta la libertà di pensiero e di parola. Le motivazioni iniziali di Selma sono semplici e razionali: vuole portare la sua professionalità in un paese che ha appena vissuto una rivoluzione e sta iniziando ad aprirsi ma soffre di una carenza di psicoanalisti e psicoterapeuti per le classi operaie".

"Ma Selma - ha proseguito la regista - è tornata nel suo paese anche per fare i conti con il suo passato. Ristabilire il legame con la storia della sua famiglia, per arrivare a confrontarsi con essa, le sarà di aiuto per portare a termine il suo personale percorso terapeutico. Il ritorno alle origini inizia lentamente a scalfire la sua maschera. Scegliendo di esercitare la sua professione nella sua madrepatria, Selma cerca di rimediare alla sofferenza patita in silenzio da sua madre, sofferenza che l'ha portata a togliersi la vita. Ed è un aspetto di cui assumerà consapevolezza quando le sue aspirazioni saranno messe alla prova. Ho circondato Selma di una galleria di personaggi che ho creato con lo scopo di cogliere l'energia pressoché incessante della loro vita quotidiana a casa, in automobile o a tavola in cucina.  Un'energia che è stata amplificata dalla rivoluzione che ha scagliato le persone in un territorio incerto e pericoloso con l'ascesa del terrorismo islamico. Ciascuna delle persone con cui Selma entra in contatto ha una sua sofferenza, visibile o nascosta dietro una facciata. Sono personaggi liberamente ispirati alla mia famiglia tunisina borghese che vive nei sobborghi meridionali di Tunisi. Per me Selma è un mezzo per esplorare il rapporto ambiguo che ho con questo paese che penso di conoscere, di cui parlo la lingua e di cui conosco bene le consuetudini, ma con cui spesso non mi sento in sintonia. Rompendo con la tradizione, le mie scelte personali e professionali hanno confermato alla mia famiglia tunisina l'impressione che ha sempre avuto di me: quella di una donna strana e atipica, pazza agli occhi di alcuni, stravagante e scandalosa agli occhi di altri. È questo il motivo per cui racconto questa storia da un punto di vista personale, attraverso la lente di una doppia cultura, francese e tunisina".

Ha poi concluso: "Il mio desiderio era filmare la Tunisia e in particolare la classe media, la fascia di popolazione più lacerata tra modernità e tradizione. La principale preoccupazione delle classi meno abbienti è la sopravvivenza economica e le classi più benestanti sono per lo più occidentalizzate. Il conflitto si concentra sulla borghesia che ha sulle spalle il peso dell'economia nazionale ed è spesso piena di ipocrisie quando si tratta di sessualità e religione. Il tema della religione è trattato in modo implicito. È un elemento importante nella vita dei miei personaggi, ma non è il centro della storia. Era importante per me ambientare il racconto alcuni mesi dopo la caduta di Ben Ali. Quel periodo che è succeduto alla rivoluzione mi ha fatto pensare alla fase iniziale del percorso analitico: ti senti perso, pensi di dover ricostruire, metti in discussione ogni cosa e poi, piano piano, ogni tassello ritrova il suo posto. I dialoghi sono prevalentemente in francese, la lingua che usano i tunisini quando vogliono parlare liberamente di temi delicati, in particolare durante le sedute analitiche. In Tunisia, l'arabo e il francese si fondono allegramente al punto di diventare un dialetto a se stante. Avevo voglia di giocare con la musicalità unica di questa lingua, passando dall'arabo al francese e viceversa all'interno di una stessa conversazione, come aveva fatto Ronit Elkabetz nel suo film Viviane, in cui si mescolano ebraico, francese e arabo. La fusione linguistica è tanto più interessante durante le sedute di psicoterapia. Ho scelto di trattare l'argomento in chiave di commedia. Le situazioni e i contesti sono spesso tragici, ma l'ilarità e il paradosso non sono mai molto lontani. I tunisini che conosco e che osservo da tutta la vita mi tirano pazza e al tempo stesso mi fanno ridere. Le commedie italiane degli anni Sessanta e Settanta sono state un riferimento importante per me in quanto trattano tematiche sociali e politiche in chiave umoristica e satirica. Quelle commedie (I soliti ignotiI mostriMatrimonio all'italianaBoccaccio '70Brutti, sporchi e cattivi) per quanto possano essere sfacciate, volgari ed eccessive, sono sempre venate di poesia e di umanità. Anche in questo caso, il legame tra quella stagione del cinema italiano e la mia cultura arabo-mediterranea è evidente e il modo di parlare, mangiare e vivere descritto in quei film esercita una eco immensa dentro di me. Realizzando Un divano a Tunisi, mi sono sentita molto come Selma, che si trasferisce in un paese al tempo stesso estraneo e familiare, determinata a riappropriarsi di una parte della sua storia personale. Quello che io spero di recuperare è la natura divertente, comica e a volte un po' pazza della società tunisina. Malgrado il sottotesto socio-politico sia serio e a tratti cupo, desidero porre l'accento sulla dolce sconsideratezza dei miei personaggi e sulla loro espansività, sulla loro vitalità e sul loro umorismo".

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Il cast

A dirigere Un divano a Tunisi è Manèle Labidi, regista e sceneggiatrice franco tunisina. Prima di dedicarsi alla scrittura di sceneggiature teatrali e radiofoniche, ha studiato scienze politiche e ha lavorato in ambito finanziario. Il suo primo cortometraggio, Une chambre à moi, fa riferimento a un saggio di… Vedi tutto

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