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È stata la mano di Dio

Regia di Paolo Sorrentino vedi scheda film

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GIMON 82

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su È stata la mano di Dio

di GIMON 82
8 stelle

Il personale "Amarcord" Sorrentiniano passa dalle gioie e i dolori di un timido adolescente, attraversa il vitale foclore di una numerosa famiglia, ma sopratutto si nutre della Napoli più vitale, erotica e magica, nutrita dalle prodezze del "pibe de oro" Maradona.

Lontano dalle atmosfere liftate della "Grande Bellezza", dai musicisti girovaghi (This must be the place) o da politicanti cialtroni (Loro), Sorrentino attinge dal suo humus personale parlando di Napoli, della "sua" visione partenopea della vita e del mondo. Una galleria di personaggi tra il grottesco e il faceto, tra il poetico e lo scanzonato, affollano la sua pellicola. Un inno alla vita che  come un romanzo di formazione vive d'iniziazioni, disincanti e illusioni tipici dell'età adolescenziale, infatti egli sceglie come suo alter-ego il sedicenne Fabietto Schisa, interpretato dal bravissimo esordiente Filippo Scotti.

Nel film aleggia  un perimetro tra il sogno felliniano e la "scadente" realtà di cui il giovane Fabio si fa osservatore, egli è un introverso, un outsider alle prese con le prime pulsioni sessuali, vaneggiate nel corpo seducente della zia Patrizia (una bravissima Luisa Ranieri) personaggio folle e poetico che rappresenta l'esuberante erotismo partenopeo. La prima parte è difatti dedicata al materiale umano offerto da Napoli, alla sua allegoria folcloristica e alla scanzonata famiglia del giovane Fabietto. Abbondano i primi piani su volti  asimmetrici e i campi lunghi sul mare assolato e le procaci nudità della zia Patrizia. Il registro narrativo è molto ironico, si nutre della verve di Servillo e della Saponangelo, bravissimi nel tratteggiare i genitori di Fabio con  spontaneità e naturalezza. Come in un eco felliniano Sorrentino offre pezzi di umanità variegata, grottesca e semplice nel suo incedere carnevalesco nei confronti del mondo. Il primo tempo ricorda molto Fellini e i sui "Amarcord" citati qui dal regista nelle superstizioni napoletane (vedi il Munaciello o San Gennaro) oppure nella presenza stessa del regista riminese, nella voce flautata che seleziona polaroid di giovani svestite e nei provini ad improbabili quanto grotteschi attori. È una presenza molto intimista che ci ricorda l'amore di Sorrentino verso il regista riminese, citato anche nella sequenza finale, richiamando alla memoria il capolavoro "I Vitelloni". Ma oltre a Fellini, si nota l'umanità registica del De Sica de "L' oro di Napoli" e la cinefilia abbozzata nel vhs di "C'era una volta in America".Sorrentino abbandona così le barocche scelte registiche viste in precedenza, consegnandoci un ritratto agrodolce, amaro e dolorosissime, dove nel finale ci apre nuovi scenari verso la propria realizzazione . Egli ci parla di sé stesso, del suo mondo fatto d'illusioni e delusioni, di gioie e dolorosissime consapevolezze. Abbandonato il taglio pomposo e autoreferenziale de "La Grande bellezza", il regista napoletano consegna un opera pregna di eroi e feticci personali, dove aleggia la presenza costante del riccioluto e divino Maradona a fare da taumaturgo personale.

"È stata la mano di Dio" dice il vecchio e disincantato zio Alfredo (il sempre bravo Renato Carpentieri) al giovane Fabio che nel frattempo come in un beffardo gioco del fato perde i genitori in un incidente domestico. Un evento tragico che segna da spartiacque nel film, cambiandone letture e stilemi. Come nella sua personalissima tragedia personale Sorrentino si fa quasi narratore dei gesti e degli umori del giovane Fabio che affronta ogni  nuovo giorno, in uno spirito avulso a ogni apertura al mondo. Egli vaga tra cinema e teatrini d'essai cercando di colmare i vuoti della perdita, stringe amicizia con un giovane e a modo suo "poetico" contrabbandiere in odore di camorra, ma sopratutto vive la sessualità attraverso un anziana e snob baronessa che lo inizia alle gioie della vita, lanciandolo verso un proprio personale futuro. La regia di Sorrentino si apre qui ad una gamma di situazioni ed emozioni tra depressioni e nuove speranze che avviano Fabio alla propria crescita. Se il fratello maggiore Marchino al quale è molto legato rappresenta l'indolenza di un "Puer Aeternus", Fabietto capisce che nella perseveranza e nell'inseguire il sogno del cinema troverà la sua essenza. L' incontro col regista Capuano, esuberante quanto schietto mentore di Sorrentino, si ritrova l'inno vitale del non "disunirsi", nel cercare la propria strada e il proprio posto nel mondo. L' alter ego Sorrentiniano trova nel cinema l'antidoto alla scadente e disillusa realtà che lo circonda e il finale "Vitellonesco" ci consegna un giovane in viaggio verso nuovi mondi e nuovi sogni al servizio del suo pubblico. 

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