Per me è un complimento, non so per te. Eccolo: una commedia grottesca (Brutti e cattivi), un ritratto alienato figlio di Ferreri (Io e Spotty), ora un revenge movie in seno alla ’ndrangheta. Si direbbe che non c’è dietro lo stesso sceneggiatore e regista.
Se fare un film è raccontare, storie differenti necessitano di differenti linguaggi. Non avrebbe avuto senso fare Il mio nome è vendetta in modo grottesco, per esempio. Bisognava cercare un realismo della messa in scena, come in fari del genere tipo Man on Fire e Taken. Abbiamo cercato, col direttore della fotografia, con gli attori, uno stile giusto.

Alessandro Gassmann
Alessandro Gassmann

Un film che cerca di importare, in Italia, un’idea di cinema Usa come il revenge movie.
Sì, volevamo un film che fosse action, intrattenimento, sangue, emozione, come han fatto gli statunitensi, certo, ma anche i francesi, pensa a Besson. Guardandoli con umiltà, ispirandoci a essi, anche nella traccia: il revenge ha delle regole, su cui con gli sceneggiatori (il maestro Sandrone Dazieri e Andrea Nobile) abbiamo lavorato rispettandole, variandole. Dopo l’era dei poliziotteschi, in Italia, ci sono stati pochi esempi di action, anche se ottimi: La belvaZeroZeroZero. Volevamo dimostrare che è possibile farli.

Andrea Riseborough, Dane DeHaan
Andrea Riseborough, Dane DeHaan

Prima parlavi del realismo. Da un lato c’è quindi un lavoro, anche sottilmente ironico, su un genere codificato, ma poi c’è la sfida nel renderlo credibile, serio.
Credo che per fare un film come questo, un prodotto per le piattaforme, non per tutti i pubblici, ma per un pubblico di persone che amano il genere, sia necessario prenderlo seriamente. Non ci sono pretese d’autore, c’era la sfida di potere e saper fare un revenge movie che intrattenesse, emozionasse, divertisse. Se dovessi scegliere cosa raccontare, di questo film, sarebbe la preparazione. Abbiamo fatto storyboard, videoboard, test. Ci siamo presi il nostro tempo per le scene d’azione. Abbiamo limitato al massimo gli effetti digitali, volevo realismo sporco, non estetica patinata. Le esplosioni, l’uomo incendiato, per esempio, non sono digitali. Sono coreografia, stunt, studio di ripresa. In un film così ogni sparo, ogni schizzo di sangue, necessita di un lavoro grandissimo per essere reso credibile, ed è questo che cercavamo. La scelta della macchina a mano viene da qui.

Ginevra Francesconi, Alessandro Gassmann
Ginevra Francesconi, Alessandro Gassmann

Anche il lavoro degli attori è centrale, in questo contesto.
Gassmann è stato colui che ha reso possibile il film. Per rendere credibile un film di questo genere serve non solo un attore, ma una star, un personaggio, un’icona (pensa a Denzel Washington, a Liam Neeson). Lui e Ginevra Francesconi sono stati fondamentali, concentrati, disciplinati, in ruoli che come il film erano una vera e propria sfida, anche fisica.

Alessio Praticò, Alessandro Gassmann
Alessio Praticò, Alessandro Gassmann

Questo cinema, oggi, esiste perché esistono le piattaforme?
C’è un discorso, da fare: il cinema, in provincia, è scomparso. Ci sono milioni di persone che al cinema non ci possono andare. Le piattaforme sono certamente molto orientate al genere (pensa alle etichette, ai tag) e di certo lo rendono possibile produttivamente, mettendo a disposizione un budget, ascoltando e aprendo la strada a nuovi sceneggiatori, registi. Ed è importante. Ma credo che il punto sia mettere in circolo i film, renderli accessibili anche a coloro per cui non lo sono. Io mi sono appena rivisto su piattaforma Aguirre furore di Dio. Come avrei fatto a vederlo, altrimenti?

Autore

Giulio Sangiorgio

Dirige Film Tv, sceglie film per Filmmaker. Non è in grado di stendere un suo profilo, ma sa che l'anagramma del suo nome è Luigio Nasogrigio.

Il film

locandina Il mio nome è vendetta

Il mio nome è vendetta

Thriller - Italia 2022 - durata 90’

Regia: Cosimo Gomez

Con Alessandro Gassmann, Ginevra Francesconi, Remo Girone, Alessio Praticò, Marcello Mazzarella, Sinja Dieks

in streaming: su Netflix