Diabolik non è solo un’icona nazionale. Il re del terrore è conosciuto anche da chi non legge gli albetti dell’Astorina. Christophe Gans sognava di farne un film. Bertrand Mandico pure. Per voi cosa significa Diabolik e qual è stata la molla che vi ha spinto a confrontarvi con una tale icona del fumetto?
Antonio Manetti: Sin da quando eravamo piccoli Diabolik ha significato tantissimo per noi. Marco è del ’68, io sono del ’70. Quando eravamo ragazzini era considerato un fumetto “per grandi”. Leggere Diabolik è sempre stata una cosa un po’ vietata, dava un brivido particolare. L’elemento che ci ha spinto a provare a farne un film è che si tratta dell’unico fumetto popolare italiano - fra quelli da edicola - che si svolge in un mondo che è sì Clerville, ma che in fondo è l’Italia. I fumetti Bonelli, per esempio, hanno come sfondo gli Usa. Parlano di un mondo che si vede nei film americani. Non hanno mai raccontato un ambiente italiano. Diabolik, fra tutti i fumetti che leggevamo all’epoca, era un’eccezione da questo punto di vista. Di conseguenza ci sembrava il fumetto più cinematografico, il più “facilmente” - si fa per dire - trasportabile in Italia. Ci ha sempre stuzzicato quest’idea.

Nel film mi è sembrato di individuare il tentativo di ricreare sia gli anni 60 cinematografici sia lo spirito di certi sceneggiati Rai, un modo per evocare un mondo che non esiste più.
Antonio Manetti: Sicuramente non volevamo fare un film modaiolo o vintage, ma raccontare Diabolik con uno stile cinematografico che fosse quello del tempo delle sorelle Giussani. Probabilmente quegli sceneggiati a cui ti riferisci avevano gli stessi obiettivi. L’idea di fondo era di rievocare il cinema della fine degli anni ‘50 e degli anni ‘60, un’atmosfera da cinema noir a cui i fumetti di Diabolik devono molto. Ma non solo il cinema di quegli anni: non abbiamo mai nascosto la nostra passione per Hitchcock, cui s’ispirano anche i fumetti. Il gioco di sguardi, l’opposizione tra luce e ombra, la duplicità dei personaggi... Volevamo portare il nostro film nei territori in cui le Giussani hanno trovato l’ispirazione per Diabolik. Quindi comprendiamo come ci possano eventualmente essere dei punti di contatto fra tutti questi elementi e certe produzioni televisive dell’epoca. La scelta della palette cromatica - che abbiamo creato insieme alla nostra direttrice della fotografia - è stata fatta nella direzione della creazione di un’atmosfera e di una pulizia dell’immagine caratteristica degli anni ‘60, che noi ovviamente ricordiamo in bianco e nero. Abbiamo quindi volutamente lavorato in un’unicità di palette, evitando di andare ad aggiungere a tonalità calde altre opposte. Ci siamo divertiti a lavorare sull’eleganza e la pulizia dell’immagine del fumetto riportandola al cinema.

Marco Manetti: Abbiamo provato a ricostruire sia Diabolik sia il periodo che ci ha nutrito da ragazzini precoci quali eravamo, provando a evocare la sensazione che ci davano quegli anni là, così come li ricordiamo. Concordo sugli sceneggiati, che in qualche modo sono l’Italia. Ricostruendo la città di Clerville ci siamo mossi come se questa fosse fatta solo di cose del Novecento, come se non avesse alcun elemento architettonico precedente. A Clerville non c’è l’antico, non c’è il passato. È come se ci fosse solo il moderno. Quando facevamo scouting per i vari palazzi, alla fine decidevamo sempre per quelli dal 1910 in avanti.

Una specie di assolutizzazione del Boom.
MM: Why not? Per noi era soprattutto un modo per riportare in vita il ricordo di una certa idea di Italia. Abbiamo provato a essere quanto più italiani possibile.

Penso alla scena nello chalet, e mi sembra che nel film ci sia un’idea di come doveva essere la ricchezza vista dalla parte di un paese che aveva appena messo piede nella modernità.
MM: A Milano, a piazza Vittoria, abbiamo girato la scena in cui Eva Kant arriva all’hotel. Manuel Agnelli, che era venuto a trovarci sul set, ci ha detto - non ricordo le parole esatte - che la scena gli ricordava la città che vedeva dal finestrino della macchina quando da piccolo andava a trovare le sue zie. Mi ha colpito la coincidenza fra le sue memorie di bambino e il nostro tentativo di ricostruire quel medesimo periodo.

Il film sembra coevo ai primi albi firmati dalle Giussani.
MM: Esatto. Non solo i primi albi, ma direi i primi vent’anni di Diabolik. Nel senso che la storia è ispirata al numero 3, ma poi nel film ci sono elementi che sono comuni a tutti gli anni ‘60 e ‘70 del personaggio. Si tratta di un’interpretazione personalissima di quel che leggevamo da ragazzi. Mi rendo conto che possa stupire, però poi mi auguro che la sorpresa possa lasciare il posto alla considerazione: «Ma d’altronde come doveva essere Diabolik?». Abbiamo lavorato da innamorati di quello che leggevamo all’epoca. Mario Gomboli, e prima le Giussani, bloccavano tutto. L’esperienza del film di Mario Bava, del 1968, a soli sei anni dall’esordio del fumetto in edicola, è stata scioccante. Una mancanza di fedeltà assoluta. Ora, a noi quel film piace tantissimo, ma evidentemente non rispecchiava l’idea di Diabolik al cinema che si erano fatti i creatori del fumetto. E quindi per tantissimo tempo hanno vigilato sulla fedeltà del personaggio.

Tutte le foto di Diabolik dei Manetti Bros

Gomboli ricorda sempre che Diabolik non è ironico. Come avete lavorato con questa indicazione?

AM: La davamo per scontata. Da lettori sapevamo di essere noi al servizio del fumetto, e non il contrario. A Gomboli abbiamo chiesto come fosse possibile aver conservato per tutti questi anni questa riconoscibilità assoluta delle storie anche se nel corso del tempo Diabolik si è addirittura modernizzato. L’atmosfera dei fumetti è immutabile. Gomboli ci ha rivelato che soggettisti e sceneggiatori devono tutti seguire delle regole. La prima regola è: Diabolik non è mai ironico. Nemmeno autoironico. Non abbiamo mai pensato di fare un Diabolik “alla Manetti”. Sapevamo che erano i Manetti a dover fare un film “alla Diabolik”. Noi volevamo essere fedeli, anche se sappiamo che la fedeltà non esiste.

Raccontiamo la genesi del film.
AM: Diabolik è un progetto che avevamo da tanto tempo. Non necessariamente come progetto scritto e nascosto in un cassetto, ma nelle nostre teste c’era da sempre. Non ricordo un solo momento in cui non avremmo fatto volentieri Diabolik. Ci abbiamo anche provato, ma la questione dei diritti è sempre stata molto complicata. A un certo punto lo volevano fare gli americani, poi lo dovevano fare i francesi, poi si sono avvicendate delle produzioni italiane per farne una serie, ma in qualche modo non si è mai concretizzato nulla. Alla fine, dopo avere avuto un po’ di successo istituzionale e non solo fra i nostri fan con Ammore e malavita, insieme al nostro socio Carlo Macchitella abbiamo tirato fuori dal cassetto la nostra idea di Diabolik. Macchitella ci ha spinto molto in questo senso. Quindi abbiamo chiamato Gomboli e gli abbiamo detto: «Si può parlare di un film di Diabolik?». E lui ci ha risposto: «Perché no?». Allora gli abbiamo scritto una serie di idee e gliele abbiamo inviate. Lui le ha lette e ci ha rivelato: «Erano trent’anni che aspettavo una proposta simile». Nei nostri appunti ci ha detto di avere trovato una fedeltà al fumetto originale che nessuno prima di noi aveva dichiarato di voler rispettare. Tutti volevano trasformare Diabolik in un’altra cosa. Paolo Del Brocco, appassionato lettore di Diabolik, ci ha dato subito l’appoggio della Rai e noi, dopo il successo e i premi di Ammore e malavita, eravamo più credibili per portare avanti un progetto così complesso con la fiducia di Astorina e RaiCinema.

Come avete lavorato con la ferocia di Diabolik?
MM: In Diabolik i momenti di puro sadismo sono stati abbandonati subito dalle sorelle Giussani. Quando il fumetto ha preso la sua strada, che è una strada originalissima, che abbandona l’emulazione del modello di Fantômas, ha imboccato quella della noncuranza e del cinismo. Mai del sadismo. Che è in fondo un meccanismo che permette a chi legge di empatizzare con Diabolik. Nella prima parte del film il ladro uccide dei poliziotti e persino un cameriere in maniera del tutto gratuita, per entrare in possesso di un diamante, ma lo fa senza compiacimento, senza quella malattia cattiva che poteva avere Fantômas. La differenza fondamentale fra Fantômas e Diabolik è che Fantômas è il villain delle sue storie. Diabolik no. Per questo motivo il lettore sta sempre con lui.


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Autore

Giona A. Nazzaro

Direttore artistico del Festival del Film di Locarno. Programmatore Visions du Réel di Nyon (Svizzera). Autore di libri e saggi. Dischi, libri, gatti, i piaceri. Il resto, in divenire.

IL FILM

locandina Diabolik

Diabolik

Thriller - Italia 2021 - durata 133’

Regia: Antonio Manetti, Marco Manetti

Con Luca Marinelli, Miriam Leone, Valerio Mastandrea, Claudia Gerini, Vanessa Scalera, Serena Rossi

Al cinema: Uscita in Italia il 16/12/2021

in streaming: su Prime Video Infinity Tim Vision