«Mi piace pensare che il racconto che noi abbiamo sempre fatto sia un antidoto ai mali contemporanei, un’alternativa ai due anni di “reclusione” da cui veniamo, ma anche alla situazione presente tormentata da conflitti, confini e nazionalismi». Così Sergio Fant, responsabile del programma cinematografico del Trento Film Festival (dal 29 aprile all’8 maggio 2022), manifestazione giunta quest’anno alla 70ª edizione.

Tenendo conto dei 70 anni trascorsi e guardando al futuro, qual è la missione che ha oggi il Trento Film Festival?

È stato importante andare a riscoprire la funzione pionieristica delle origini, la vitalità e l’urgenza di allora per provare a reinventarle oggi, in un tempo di sale vuote e visioni domestiche. Un presente, però, che ci ha dato prova del crescente interesse attorno alla nostra ricerca anche da parte di realtà non di settore, penso alle tante piattaforme che hanno nelle loro library titoli affini a quelli da noi selezionati. Da un lato siamo un po’ gelosi, ma dall’altro questo ci rende felici perché è dimostrazione che il festival ha contribuito a creare un immaginario.

Dai titoli proposti mi sembra che il Concorso internazionale colga due aspetti chiave della montagna, da un lato il gesto solitario e dall’altro il senso di comunità.

Se penso a esperienze di estasi solitaria, a confine tra esaltazione estetica, filosofia e spiritualità, sicuramente i due italiani, Caveman - Il gigante nascosto di Tommaso Landucci e Lassù di Bartolomeo Pampaloni, si inseriscono in questo filone. Un ritratto molto forte della solitudine, paradossalmente, non è su una persona, ma su un animale: la mucca al centro di Vedette di Claudine Bories e Patrice Chagnard. Sul fronte della comunità, che noi leggiamo in termini di rapporto con il territorio, ci sono Alpenland di Robert Schabus, Dark Red Forest di Huaqing Jin sulle migliaia di monache che vivono durante l’inverno in un monastero in Tibet, e Scenes from the Glittering World di Jared Jakins. Poi, il titolo per avere il quale abbiamo lavorato di più è Fire of Love di Sara Dosa: per me è come se Werner Herzog avesse girato una storia d’amore.

Tra le emozioni che ci si aspetta di vivere al Trento Film Festival c’è quella della vertigine che voi esplorate nella sezione Alp&ism. Qui come criterio di selezione prevale l’eccezionalità dell’impresa o delle forme in cui questa è stata raccontata?

È la sezione in cui “sfoghiamo” l’amore per l’alpinismo. Quando troviamo dei film capaci di coniugare i due aspetti che hai citato vengono immediatamente selezionati. Quello che però ci interessa è superare l’interesse per il gesto e riuscire a dare respiro all’umano, come accade per esempio con After Antarctica di Tasha Van Zandt.

A riprova del vostro voler guardare avanti c’è la sezione Destinazione... futuro.
Nasce nell’ottica del 70° anniversario, che volevamo festeggiare senza scadere nel celebrativo. Abbiamo pensato che un festival non deve soltanto ricordare ma anche immaginare: da qui l’idea di un programma di opere di fantascienza mai selezionate, ma che in edizioni alternative e possibili avrebbero trovato spazio. In ognuno dei sette decenni lasciatici alle spalle abbiamo individuato un film in cui la montagna ha “recitato” il ruolo del futuro.

Autore

Matteo Marelli

Nota biografica in forma di plagio (Io copio talmente tanto che neppure più me ne accorgo):
pensierino della sera:
«Il critico non fa il cinema, ci va. La sua grandezza – non il suo limite – è questa: teniamocela stretta»
buon proposito del mattino:
«Il critico se vuole uscire dalla marginalità deve inventarsi nuovi modi di scrivere, parlare, far passare il cinema, il pensiero che il cinema mette ancora in forma»