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Le strade del male

Regia di Antonio Campos vedi scheda film

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La recensione su Le strade del male

di mck
8 stelle

"Certe persone nascono solo per essere sepolte."

 

 

Un omone bussò forte alla mia porta. Gli serviva aiuto; era rimasto senza benzina. Mentre mi cercavo qualche moneta in tasca, cercò di entrare dandomi una spinta. Gli sferrai un violento calcio al ginocchio facendolo ricadere fuori. Poi gli sbattei in faccia la porta blindata. Continuò a bussare per un bel pezzo, urlando che mi avrebbe ammazzato.
Più tardi bussarono alla mia porta ma non aprii. Toccava a me salvare tutti sulla Terra? Cosa ci danno in cambio dei nostri soldi?
William T. Vollmann - “Poor People” - 2007
(“i Poveri”, Minimum Fax, 2020 - traduzione di Cristiana Mennella)

Antonio Campos, classe 1983, ricco di famiglia, dopo l’esordio semi-mokumentaristico col mediometraggio “Buy It Now” [che ha ricevuto uno spropositato premio collaterale al Festival di Cannes del 2005 e che si avvale della fotografia di T. Sean Durkin (“Martha Marcy May Marlene”, “SouthCliffe”, “the Nest”), conosciuto alla NYU e di lì in poi sodale collaboratore nella co-produzione - con la loro (e del Josh Mond di “James White”) BorderLine Films - tanto dei reciproci e rispettivi lavori quanto di quelli d’altri, fra i quali alcuni di Nicolas Pesce (“The Eyes of My Mother” e “Piercing”) e “Two Gates of Sleep” di Alistair Banks Griffin, con Brady Corbet (“ChildHood of a Leader” e “Vox Lux”, entrambi illuminati da Lol Crawley, il direttore della fotografia di questo film, oltre che della 1ª stag. di “the OA” e della 2ª stag. di “Utopia”) spesso nei paraggi e coinvolto direttamente a fare da tratto d’unione attoriale] ha girato gli interessanti “AfterSchool”, “Simon Killer” e “Christine”, oltre a dirigere e co-produrre esecutivamente (qualsiasi cosa ciò voglia dire e comporti nella realizzazione di un’opera cinematografica: probabilmente si tratta di “come” spendere il denaro che ci mettono gli altri, piuttosto che mettercene di tasca propria) i primi episodi delle prime due stagioni di “the Sinner”, ed ora se ne esce con queste due ore e passa di “the Devil All the Time”, sceneggiate col fratello Paulo traendole dall’omonimo romanzo di Donald Ray Pollock (tutti e tre i suoi romanzi, compresi quindi “Knock-Em-Stiff” e “Heavenly Table”, sono stati nel corso del tempo meritoriamente tradotti e pubblicati in Italia da Elliot: comprateli, e leggeteli) del 2011, prodotte tra gli altri da Jake Gyllenhaal [che in passato aveva già sganciato i soldi altre volte, ma sempre riservandosi una parte da protagonista come in “End of Watch” di David Ayer (prod. esec.), “NightCrawler” di Dan Gilroy, “Stronger” di David Gordon Green e “WildLife” di Paul Dano] e Randall Poster [supervisore alle musiche per Martin Scorsese (“BoardWalk Empire”, “Vinyl”) e Wes Anderson, e (non) ultimo lo splendido “the Queen’s Gambit” dello Scott Frank di “GodLess”] e distribuite da Netflix.

 


Sulle orme del Jacob Riis di “Come Vive l’Altra Metà” e dei James Agee e Walker Evans di “Sia Lode Ora a Uomini di Fama” – ma è un arco costituzionale, per rimanere agli U.S.A., che va da John Steinbeck, William Faulkner e John Dos Passos e giunge a Cormac McCarthy, Daniel Woodrell e Stephen King, e al già citato in esergo William T. Vollmann, di cui vale qui menzionare le 3.300 pagine di “Come un’Onda che Sale e che Scende” (pubblicate in Italia nella loro versione ridotta a 1.000) dedicate alla violenza – il regista, sceneggiatore e produttore Antonio Campos si getta – complice la solida, impressionante, luminosa impalcatura architettata da Donald Ray Pollock dieci anni prima, la cui immensa profondità di partenza è restituita in pieno dalla voce narrante che appartiene allo scrittore stesso, il quale sembra essere nato apposta per fare anche questo mestiere, ovvero raccontare storie quale voce narrante e non solo come romanziere – in vent’anni di storia patria, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale al pieno impantanamento anticomunista di esportatori di democrazia e libertà nella jungla vietnamita, affiancandosi nella vita della povera gente là dove gli Appalachi vanno a sfaldarsi verso ovest e le grandi pianure, e realizzando un’opera – la sua migliore sino ad oggi, al contempo tanto triste (disperante) quanto (a suo modo, per certi versi) consolante: ovvero sì fatalista, ma pure ricca di un protagonista artefice, in parte, del proprio destino, grazie al libero arbitrio che ricerca continuamente, instancabilmente, pervicacemente l’esecuzione (nell’accezione migliore) della speranza di un po’ di pace – ch’è esattamente la realizzazione, la concretizzazione, la rappresentazione, l’inverazione del titolo: the Devil... All the Time.

 


“There are some enterprises in which a careful disorderliness is the true method.”
(“Ci sono alcuni lavori per cui un disordine accurato è il metodo giusto.”)
Herman Melville - “Moby Dick, or: the Whale” (Cap. LXXXII - l’Onore e la Gloria della Baleniera) - 1851

Il cast, sterminato (in tutti e due i sensi…), dialoga fra di sé facendo combaciare lineamenti del viso, fisionomie e tratti caratteriali in un amalgama perfetto di risonanze ritrattistiche: “Four hundred or so people lived in Knockemstiff in 1957, nearly all of them connected by blood by one godforsaken calamity or another, be it lust or necessity or just plain ignorance. [Abbaia un cane.] The Russells had rented the house on top of the Mitchell flats for nine years now. But most of the neighbors down below still considered them outsiders.”

La famiglia Russell: Tom Holland (Arvin), Bill Skarsgård (Willard, suo padre), Haley Bennett (Charlotte, sua madre), Kristin Griffith (Emma, la nonna paterna) e David Atkinson (Earskell, il fratello di lei).
La famiglia Laferty: Eliza Scanlen (Lenora, poi adottata - “la ragazzina che vive con loro” - da Emma ed Earskell, diventando la sorellastra di Tom), Harry Melling (Roy, suo padre), Mia Wasikowska (Helen Hatton, sua madre) e Pokey LaFarge (Theodore, il fratello di Roy), che si esibisce extra-diegeticamente in una versione della murder ballad "Down on the Banks of the Ohio".
La famiglia Bodecker (e attraverso loro compaiono reminiscenze da “the Killer Inside Me” di Jim Thompson e “Zodiac” di David Fincher): Sebastian Stan (lo sceriffo Lee), Riley Keough (Sandy, sua sorella) e Jason Clarke (Carl Henderson, il marito di lei).
Due stronzi qualsiasi: Robert Pattinson (il reverendo Teagarden) e Douglas Hodge (Leroy, un puttaniere). E Gregory Kelly (il “buon” BoBo) e Mark Jeffrey Miller (il buon Hank). .

Musiche originali degli ottimi stakanovisti Danny Bensi e Saunder Jurriaans (già al lavoro un paio di volte - per “Simon Killer” e “Christine” - con Antonio Campos, e poi: “Two Gates of Sleep”, “Martha Marcy May Marlene”, “Enemy”, “the One I Love”, “the Discovery”, “the OA”, “the OutSider”, “On Becoming a God in Central Florida”) e pre-esistenti che pescano dall'immenso (e qui entra in gioco la sapienza del già citato Randall Poster) catalogo popolare (folk, country, swing, bluegrass e jodel) statunitense (Billy Walker, Sonny James, the Delmore Brothers, Wynn Stewart, Jackie DeShannon, Ferlin Husky, the Pied Papers, Jim Reeves, Bill Phillips, Skeeter Davis, Kay Starr, Jimmie Rodgers, the Browns, Ralph Stanley, Kitty Kallen, Jimmie Davis, the Stanley Brothers...). 
Produce Nine Stories e distribuisce Netflix.

 


Fu durante le presidenze di Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman, Dwight D. Eisenhower, John Fitzgerald Kennedy e Lyndon B. Johnson - ai confini fra West Virginia ed Ohio (interpretati dall’Alabama) - che i suddetti personaggi vissero e disputarono. Buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri, ora sono tutti uguali.

Meraviglioso finale pandiculante (stanchezza e sonno, e fame, e pace… e, con la sfiga che ha, probabilmente a dargli un passaggio, al protagonista, su quel pulmino VolksWagen hippie-fricchettone, sarebbe potuto essere Charles Manson, senonché in quel periodo stava usufruendo di un soggiorno di villeggiatura gratuita e forzata in quel di McNeil Island) che cronosismaticamente – si pensi all’altrettanto splendida chiusura del “the Sisters Brothers” di Jacques Audiard (tratto da Patrick deWitt), che a sua volta riecheggia “Here” di Richard McGuire, le stanze kubrick-clarkesche alla fine dello S/T di “2001: a Space Odyssey”, la seconda stagione di “Fargo” di Noah Hawley e la terza annata di “True Detective” di Nick Pizzolatto – intreccia (il montaggio è di Sofía Subercaseaux - “Christine” e “Piercing” -, moglie del regista) passato solo sognato e mai avvenuto o vissuto da altri e futuro ricordato tutto da immaginare e rivivere.

“Certe persone nascono solo per essere sepolte.”

* * * * (¼

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