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Fargo

4 stagioni - 41 episodi vedi scheda serie

Recensione

Stagione 2

  • 2015-2015
  • 10 episodi

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mck

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su

di mck
9 stelle

1979. Qualcosa dev'essere fuggito dall'Area 51 : Ronald Reagan questa volta sembra potercela fare. Sguinzagliato il primo cane ora tutta la muta dell'inferno è a caccia. La polizia indaga, il cumulo dei morti cresce, una parrucchiera e un macellaio portano avanti il sogno americano e i reduci dal VietNam conducono la ''loro'' nativa guerra a casa.

 

.I.
1979. Qualcosa dev'essere fuggito dall'Area 51 perché Ronald Reagan questa volta sembra potercela fare.
A Fargo, in North Dakota, la china è la medesima.
Il patriarca della famiglia criminale dei Gerhardt [ una schiatta che da immigrata - in fuga da Weimar con il proprio bagaglio ( Sciuscià Box ) di spago e cartone - attratta dal sogno americano si è trasformata in capitalista realizzandolo in pieno e lì non s'è fermata, virandolo in incubo e diventando mafiosa : ma l'incubo sempre sogno è. Però la storia ce lo ha insegnato : i tedeschi non si arrendono facilmente, ma si possono uccidere ] viene colpito da un ictus che lo rende totalmente invalido. Mentre la moglie e i due figli maggiori pensano a come spartirsi il potere si affaccia sulla scena una ben più potente organizzazione mafiosa di Kansas City con mire espansionistiche a nord : ci sarà un'incorporazione o una scorporazione?
Nel frattempo.
A Luverne, in Minnesota, le cose vanno un po' meglio. L'ultimogenito dei Gerhardt, in trasferta da Fargo dove la famiglia ha la base dell'impero [ ad ogni modo Fargo è un luogo primariamente ''morale'' ( e ''mentale'' ) oltre che prettamente geografico ], poco dopo aver compiuto una strage in una Casa delle Cialde durante uno scombinato tentativo di intimidire un giudice, degenerando il compito che un furbetto del quartierino gli aveva assegnato non capendo con chi aveva a che fare, finisce investito, distratto da alcune luci nel cielo notturno sovrastanti le spoglie cime delle chiome arboree, da un pirata della strada che se lo porta via ancora svenuto sul cofano (ma ben assicurato con la testa infilata nel parabrezza sfondato).
Sguinzagliato il primo cane abbagliato dai fari, ora tutta la muta dell'inferno è a caccia.
La polizia indaga mentre il cumulo dei morti cresce, una parrucchiera e un macellaio portano avanti il sogno americano, e i reduci dal Vietnam conducono la ''loro'' nativa guerra a casa. 


.II.
“Fargo – la Serie – 2a stag.” è uno splendido, magnifico, eccezionale, doloroso, entusiasmante, commovente, attraente mash-up che sembra un crash automobilistico tra "Mad Men" e "Breaking Bad", i Coen e Tarantino

{ e quest'ultima, forse, è la parte più ''usurata'' : utilizzare e citare il Tarantino Style -[ ovvero il racconto-parabola virato al grottesco e ancor più al caricaturale

( è infatti più ''stupefacente'' e straniante e lascia più esterrefatti ed interdetti la citazione che Mike Milligan trae dal “Jabberwocky” di Lewis Carroll contenuto in “Attraverso lo Specchio” facendola diventare un mini-monologo piuttosto che l'apparizione aliena : la cui presenza concreta tutto sommato è stata preparata con tutta una rigogliosa caterva e una sfilza doviziosa di particolari, citazioni, rimandi, premesse, riferimenti, ammiccamenti ufologici a bizzeffe che paradossalmente possono risultare persino eccessivi : la ''visione'' di Rye, il voice over dal musical ( Wells → Welles ), la battuta “come guardiani di uno zoo”, e poi adesivi, riviste, cartelli, segni...),

completamente slegato dal contesto, almeno all'apparenza : ma non è questo che conta : pur c'entrando con gli avvenimenti in essere è il modo innaturale ed irrealistico, persino se confrontato con una presenza extraterrestre, che lo definisce e caratterizza a stonare più di un UFO : tra l'altro, una delle rappresentazioni più realistiche mai viste : dall'astronave piove, trasuda e percola condensa : mai visto tanto realismo SF mainstream ]- in tempi in cui il primo a citare Tarantino è Tarantino stesso, ec-citandosi addosso, segna un po' il passo } :

è un eterogeneo melting pot che dissimula la realtà rendendola più vera del vero

[ « This is a True Story. True.
I fatti qui rappresentati sono accaduti nel 1979 in Minnesota.
Su richiesta dei sopravvissuti, i nomi utilizzati sono stati cambiati e sostituiti da altri, fittizi.
Per rispetto alle vittime e ai deceduti il resto degli avvenimenti è stato riportato e raccontato esattamente così come è avvenuto nella realtà. » :
questo non è uno di quegli espedienti che servono a far sentire più intelligenti quei pochi appartenenti ad una ristretta cerchia che soli riescono a comprenderlo, tutt'altro ( giusto per inimicarsi 300 milioni di statunitensi con un commento puramente razzista...è pur sempre una serie pensata e prodotta per il pubblico U.S.A. ) : è un dispositivo, preso tal quale dal film dei Coen, scopertamente falso ( che affonda le radici nel sottosuolo della realtà per suggerne gocce di verità ) nel suo assolutismo, qui portato a livello parossistico ],

è un crogiolo multiforme di stilemi e codici, generi e infrastrutture semantiche : gangster, poliziesco, noir, thriller, giallo, crime-drama, black-comedy, grottesco, fantascienza, esistenziale : insomma : Fargo. 
 


.III.
La cadenza a blocchi di coppie di episodi diretti da un singolo regista viene ( quasi del tutto : i registi invece di 5 alla fine, colpa del prologo condiviso e del 2° ep. diretto dallo stesso Hawley - che è showrunner ma non più scrittore solo e unico -, sono 7 ) rispettata in linea con la prima stagione.

Partendo dal ri-uso in chiave anch'essa semi-grottesca ( e parlando del grottesco in senso più generale, esteso e permeante : il grottesco dato sul grottesco, a più mani e strati, paradossalmente non genera un grottesco pieno : da questo surplus scaturisce un contrasto che genera non altro che la realtà del quotidiano, palpabile oltre il sensibile ) e dis/non-funzionale dello split screen, i richiami (call-back) e i collegamenti-convergenze di segno pratico con “Fargo - il Film” e “Fargo - la Serie - 1a stag.” sono ovviamente molteplici e tutti sensati e significanti.

Il catalogo è questo :
01. "Waiting for Dutch", diretto da Michael Uppendahl e Randall Einhorn, scritto da Noah Hawley.
02. "Before the Law", diretto e scritto da Noah Hawley.
03/04 : "the Myth of Sisyphus" e "Fear and Trembling", diretti da Michael Uppendahl e scritti da Bob DeLaurentis e da Steve Blackman.
05/06 : "the Gift of the Magi" e "Rhinoceros", diretti da Jeffrey Reiner e scritti da Matt Wolpert & Ben Nedivi e da Noah Hawley.
07/08 : "Did you do this? No, you did it!" e "Loplop" ( due episodi ''invertiti'' --- col difetto di disorientare alla fine del 7° perché manca un pezzo evidente di narrazione ma col pregio di ricavarne un colpo di scena finale da manuale, e col difetto di rendere l'8° un po' prevedibile, ma col pregio di ricavarne senso ulteriore procedendo poi per la propria strada di nuovo riunita --- che percorrono sincronicamente lo stesso lasso di tempo da due ambientazioni differenti, o meglio : l'8° riprende e raggiunge il 7° a metà episodio, lo racconta da un altro PdV, inglobandoselo, e poi lo supera e lo prosegue, in diacronia ), diretti da Keith Gordon e scritti da Noah Hawley e Matt Wolpert & Ben Nedivi e da Bob DeLaurentis.
09/10 : "the Castle" e "Palindrome", diretti da Adam Arkin e scritti da Noah Hawley e Steve Blackman e da Noah Hawley.

Senza dubbio alcuno : * * * * ½ (¾) - 9 (9½). Pieni e netti. 


.IV.
Piccole note d'encomio per le musiche – quelle originali di Jeff Russo e quelle non originali { e a tal proposito bastino [ “Reunion” di Bobbie Gentry del 1967 e “Yama Yama” di Yamasuki del 1971 ] questi...

( ep. 2, regia di N.Hawley )

( ep. 3, regia di M.Uppendahl )


...due esempi } - e per tutto il comparto attori : Nick Offerman, Bokeem Woodbine, Kieran Culkin, Bruce “from ''Ash'' to Ronald ''Dutch'' Reagan” Campbell, etc...     


.V.
« Radunare tutta la vita americana registrandola in una sola edizione : un eterno magazine costantemente aggiornato. »
E.L.Doctorow - Homer & Langley - 2009 (Mondadori)

Ancor più che nella 1a stag. di questa serie semi-antologica, qui il creatore e showrunner Noah Hawley e gli stessi Coen bros., co-prod. esec., giocano non più solo scopertamente ma ancor meglio ulcerosamente con la seminale costruzione di una mitopoiesi propria, interna, eppure estesa nel tempo e nello spazio di un'intera nazione e di più generazioni, inarrestabilmente dedita ad architettare un'impalcatura eterogenea e complessa sulla quale erigere la loro versione del Grande Romanzo Americano, nello specifico pregevole contesto del postmoderno-massimalista, atto a ri-scrivere capitolo dopo capitolo la storia patria, reinventandone ''fedelmente'' la documentazione ( antinomicamente rispetto all'immenso progetto di August Sander, la folle catalogazione in scala 1:1 del genere umano : il Volto del Nostro Tempo / Persone del Ventesimo Secolo ). 


Lo fanno assumendo come punto di vista ''privilegiato'' di questa mini-epopea una rappresentante della middle/working class depositaria e custode di ciò che rimane ( dopo JFK e Bobby, dopo il reverendo King e Malcolm X, dopo il VietNam e il WaterGate ) dell'inaccessibile e ricattatorio Sogno Americano, stretta a morsa da un mandrino le cui tre ganasce sono composte da una rurale malavita organizzata, dalle provinciali forze di mantenimento dell'ordine e da un marito ( un innocente nonostante tutto ) che quel sogno l'ha rattrappito a misura di realizzazione ( “I'm the Butcher” ) e ne ha quasi incamerato il concreto avveramento adempiendone lo spirito primevo ed ultimo. 


Eccola, Peggy “a little touched” Blumquist : parrucchiera, casalinga e moderna Artemide un poco ottusa, rintronata ( “It's just a flyin' saucer, Ed” ) ma a tratti lucidissima, forse una semi-autistica morale, disposofobica e indefessamente chiusa allo stupore e al contempo serratamente diretta verso l'American Dream, ma da ferma : in attesa di una via d'uscita casuale, di una distrazione del destino, Peggy segna il passo e di questo bi-sogno in-condizionato, reiterato a sottofondo sconfitto, ne accatasta i ritagli integrali, le rigaglie patinate, gli avanzi pervasivi, le frattaglie polverose, i cascami pellucidi, accumulando pigne e mucchi di riviste femminili di moda e stile di vita in un labirinto compulsivo di carta straccia a forma sia di gabbia che di fondamenta.

Kirsten Dunst, incamerato qualche chilo in più per sopravvivere al nulla inverno piatto e sterminato dell'entroterra, la incarna meravigliosamente alla perfezione: a-do-ra-bi-le. Devastante. E bellissima. Bionda, senza averne l'aria. Doppelgänger della vontrieriana Justine di "Melancholia", assuefatta alla vita.   


.VI.
Sua controparte morale – i due personaggi condividono lo stesso ambiente, Louverne, e convivono lo stesso tempo, il 1979, e s'incontrano regolarmente durante il primo ancora quotidiano - inteso come normale - svolgersi degli eventi, ma non hanno tra di loro consequenziali rapporti diretti di causa-effetto – è Betsy Larsson in Solverson, casalinga ( una Cristin Milioti ( ora sappiamo perché Molly è diventata Molly ) magnifica, dolente, allegra, resistente. Viva ), che spinge avanti a sé un ben altro tipo di macigno.

Per entrambe, seppur diversamente, così come per tutti gli altri, e quindi anche per noi, valga la massima di pensarci felici. 


Alla fine della storia, che raccoglie a piene mani lo spillante insorgere sgorgante di un insperato lieto fine – a tal proposito occorre però tenere sempre bene a mente la formula di Orson Welles : “If you want a happy ending that depends, of course, on where you stop your story” – ritroviamo ancora Peggy e Betsy :

se la prima ha definitivamente abbandonato l'intricato e pervasivo groviglio di carta patinata accatastata in cumuli di torri e muraglie sino a formare l'imago disposofobica di un sogno coltivato e rimandato ad libitum in cui si muoveva con agilità e destrezza riuscendo persino a sconfiggere ma solo temporaneamente - e a quale prezzo - il minotauro che aveva occupato abusivamente il suo labirinto a guisa di panic room, per ritrovarsi poi in questo nuovo dedalo in cui è precipitato il suo futuro ( il finale la vedrà nuovamente in una cella (frigorifera), circondata dai fantasmi di un sogno di celluloide che le affumicano la mente, e poi diretta - trasportata in un abitacolo - verso un'altra camera di detenzione ) facendosi passato strato dopo strato, in un eterno presente che segna il passo fermo sul posto, e in cui dovrà impegnare di nuovo tutta sé stessa ( la vita del marito se l'è già giocata, e le sue ultime parole fanno breccia nella di lei schizofrenica ed impenetrabile scorza solo per il lasso di un passaggio momentaneo : “Tu cerchi di aggiustare tutto, ma a volte non c'è nulla di rotto. Eravamo felici prima” ) o quel che ne rimane per ritornare, scontata la pena ( “Peggy, sono morte delle persone!” ), a vivere,

la seconda non ha, mai, smesso di lottare per il mantenimento di quello che ha ( la propria vita, la stabilità della propria famiglia, un futuro per sua figlia ).

Noreen : “ Camus dice : '' La consapevolezza della morte rende la nostra vita un'assurdità '' ”.
Betsy : “ Beh, non so chi sia questo Camus. Ma sono sicura che non ha una figlia di sei anni. Nessuno con un po' di sale in zucca direbbe mai una cosa tanto stupida [ bad foolish ]. Siamo venuti al mondo per portare a termine un lavoro, compiere una missione. E ognuno di noi ha a disposizione il tempo necessario per farcela ”


.VII.
Ne ''il Mito di Sisifo'' (1942-'47/'48-1957) di Albert Camus si tratta, tra l'altro, dell'incoerenza illogica della vita ( la morte è il rimedio alla malattia del vivere o la vita è un lapsus della morte ? ) : la disperante, annichilente, distruttiva, inquietante, logorante, definitiva, debilitante ed (in)esaur[i(bile)]ente scoperta e presa d'atto e di coscienza del fatto che alla resa dei conti il nostro viaggio - breve o lungo che sia, ricco o povero di speranze, sogni, desideri, bisogni, considerazioni, previsioni - viene ricondotto solamente al non-più-vivere, si riduce tutto al nulla, sfiorisce e si disvela nel niente e si risolve in questo : si tratta soltanto di morire. E il domani non è, mai, esistito, nemmeno per un baluginare d'attimo, per il rintocco d'un momento. Le residue spoglie immortali del futuro, un'imago martoriata e purulenta, in seguito a questa epifania ci diventano nemiche, straniere, lontane, estranee, incomprensibili : non più ideali, morale, libero arbitrio da domare e coltivare : tutto è profondamente inumano : un oggetto strano, il mondo, e un involucro vuoto, la mente, il corpo, la coscienza di sé. La gratuita ed insindacabile asimmetria del destino ( il banco vince, sempre ) è un orrore quotidiano : il risultato, un passo dopo l'altro del sole lungo la sua traiettoria in cielo, il suo arco d'orizzonte, è l'inutilità del vivere. La ragione fallisce...quando trova la risposta ultima : poi, più nulla, niente, basta, zero. E mai più.

L'intelligenza collassa su sé stessa, si raggomitola e torna a ciucciarsi il pollice ( inutilmente opponibile ).

L'Oida ingloba il Primato della Percezione : la speranza kierkegaardiana collassa di fronte alla consapevolezza empirica, la trascendenza husserliana si accartoccia di fronte all'evidenza esperita. 


.VIII.
Malgrado ciò – comprendendolo, assimilandolo, e sbattendosene allegramente – Betsy sogna.
E sognando ricorda il futuro che verrà ( Molly, Lou, Greta e Gus ).
E il sogno di Betsy ( la cui controparte generativa si può intra(v)vedere nel finale di "Raising Arizona" : spoiler ) è uno dei momenti più autenticamente commoventi del cinema di questi anni.
Sogna la Storia della Sua Vita, e l'aggettivo determinativo possessivo / l'attributo del complemento di specificazione si riferisce alla figlia, non certo a lei.

E, tra parentesi, “Story of Your Life” è il film - di Denis Villeneuve ma su script del solo Eric Heisserer, tratto dal racconto-capolavoro di FS speculativa di Ted Chiang del 1998, che uscirà nel 2016 prossimo venturo ch'è già qui - che più attendo sin da quando ne ho scoperta la possibilità dell'esistenza : sembra quasi che Betsy abbia assorbito in qualche modo la semantica semasiografica dello xeno-linguaggio non lineare
 
[ al contrario di quello umano, che è con-sequenziale e segue un principio di causa effetto, il linguaggio degli extraterrestri ( quello parlato ed ancor più quello scritto ) è basato s'una logica finalistica e teleologica di principi variazionali ( che tendono ad una minimizzazione o ad una massimizzazione ) : essi percepiscono il futuro e il loro destino è di realizzare il libero arbitrio avverandolo e compiendolo ]
 
degli alieni eptapodi combinandola e concertandola con la neo-lingua di sillabe pittoriche e grafemi sintagmici ideata da suo padre Hank, mescolando e armonizzando insomma il Futuro ( il libero arbitrio esiste nonostante già si conosca il proprio destino : perché il futuro non esiste fino a quando non viene realizzato, compiuto e vissuto ) con la Pace
 
[ il linguaggio universale – un morfografico esperanto logogrammatico –, che dovrebbe uniformare la diaspora d-a/e-lla Torre di Babele più della matematica, non è solo un linguaggio informativo ma anche performativo : provoca la pace ( ''provoca'' la pace : ah!, le insidie della lingua! ) ],
 
rendendo volontà e sorte - localmente e peculiarmente - inscindibili.
Ma si sa...l'Homo s. sapiens non è un Eptapode ( e il contrario ), e se il Futuro si potesse sovrascrivere - ricordandolo-(re)immaginandolo - come accade con la Memoria ( ricordare è riscrivere ) ? Questa è la breccia-tramite che Chiang lascia aperta con l'ultimo paragrafo del suo racconto ( questo è ciò che vi ho letto, visto, percepito io ). Chissà se Villeneuve saprà guardarci attraverso, e varcarla...


Un meme benigno e utile, al contrario di quello presente in “Pontypool”.

Betsy, abbracciando nel letto la figlioletta, interpreta senza saperlo il senso e la morale de “il Mito di Sisifo”, almeno in parte ( lei crede in Dio ) : la risposta che dà a Noreen non è altro che il finale del saggio di Camus, traslato (d)al buon senso :
“ Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore che nega gli déi e solleva i macigni. Anch'egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice ”
 
Il Rustin "Rust" Cohle del "True Detective-1" di Nic Pizzolatto ( e Thomas Ligotti ) avrebbe annuito scuotendo la testa. 
Il punto è un altro, forse. Ovvero bisogna capire quale sia il fulcro della frase, se "felice" oppure "immaginare"... 


.IX.
Questa è stata anche la storia di Hank Larsson ( il padre di Betsy, interpretato da Ted Danson, che raccoglie anticipandola l'eredità del Lou Solverson di 25 anni dopo, ricoprendone e rivestendone qui il ruolo che sarà di Keith Carradine), dunque, che nei ritagli di tempo ( Ferdinand de Saussure e Noam Chomsky sarebbero orgogliosi di lui ) ha edificato un arsenale xeno-amerindo di disegni e lettere originali ( meraviglioso meccanismo di significazione semiotica : la parola amore ricorda un libro aperto ) costituenti un nuovo alfabeto eteromogeneo universale ( ideogrammi e pittogrammi, grafemi e morfemi, sillabogrammi e logogrammi, simboli e sintagmi ) per unire l'umanità tutta in un linguaggio comune e cosmopolita ( una scrittura semasiografica con sintassi strutturata per combinazioni figurative ) e salvarla così dai refusi nucleari.


Questo fa, Hank ( Sisifo pure lui ) : smuove macigni a colpi d'inchiostro su carta e propone un proprio incunabolo di futuro possibile : un Alfabeto Alternativo per un Linguaggio Comune : semagrammi come rimedio al BurnOut globale.

“ E' come un equilibrio che si è spezzato...nel mondo. Prima era facile capire se una cosa era giusta o sbagliata. C'era un senso morale. ”
Lou Solverson a sua moglie Betsy, 1979 ( ma pure, con le dovute proporzioni, Bill Oswalt, 2006 ).  

“ Ora però è diverso. Dopo la Seconda Guerra Mondiale siamo stati 6 anni senza...senza un omicidio, qui. Sei anni. E in questi giorni...beh… Ogni tanto mi chiedo se voi ragazzi non abbiate portato quella guerra a casa con voi.
Hank Larsson a Lou Solverson, 1979 ( ma pure, con le dovute proporzioni, Bill Oswalt, 2006 ).

Il passato visto come una Golden Age. Ma solo perché il passato si chiama Giovinezza. Quale moralità c'era nel gangsterismo anni '20, o nel Ku Klux Klan ?
Oggi ( Fargo – la Serie – 1a stag., e forse la 3a... ) la custodia e la salvaguardia della morale è affidata a persone come Molly Solverson. E pertanto, tutto sommato, è custodita in buone, anzi ottime mani. E ben maneggiata.
Che Molly conosca la lingua ?

La parla suo nonno, che l'ha inventata, e la parla anche suo padre, senz'averla mai letta :
“ Siamo in democrazia, spazzarli via senza regole non si può ”.

"Isn’t that a minor miracle, the state of the world today, the level of conflict and misunderstanding, that two men could stand on a lonely road in winter and talk calmly and rationally, while all around them, people are losing their mind?"


.X.
E questa è stata anche la storia di ( un giovane ) Lou Solverson ( interpretato da Patrick Wilson ), che per due volte in vita sua ha aspettato il Male, winchester sulle ginocchia e colpo in canna, nel frontyard di casa, e per due volte il Male era occupato altrove : nel primo caso Lou gli è andato incontro e lo ha stanato sfidandolo a viso aperto, nel secondo caso, passato in compagnia della nipote al suo fianco, è toccato a sua figlia combatterlo e indagarne la natura. 


“ Quando torneremo a casa di sicuro non troveremo più gente a cui valga la pena di sparare. ”
Crazy Earl - Full Metal Jacket

Poliziotti che, pur reduci dal VietNam ( o dalla Corea ), e quand'ovviamente non vittime sul campo patrio, abbandonano la divisa e il distintivo, si dimettono dal loro lavoro e a volte anche dalla vita ( più che altro con armi da fuoco ) : 40 anni è l'età ideale per un colpo in testa, o per prendere in gestione una tavola calda.

“ Good night, Mr. Solverson ” - “Good night, Mrs. Solverson, and all the ships at sea. ”

Con un anticlimax perpetuo e protratto per tutto il season finale, Fargo precipita, collassa e si accartoccia in un lieto fine sommesso e sfrontato.
In culo al destino, quasi nessun ''buono'' muore. Grazie, ne avevamo bisogno.
Fragili e fortissimi, malconci e sopravvissuti, comuni e ordinari, preziosi e bellissimi : gli appartenenti alla famiglia Solverson contemplano il presente e si affacciano al domani guardandos'in viso, oggi negli occhi un altro po' di futuro.  
 

 

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Una versione più estesa di questa recensione è composta dal dittico di post che ho pubblicati in precedenza e che si possono leggere aprendoli cliccando sui permalink inseriti qui di seguito :

Sisifo Felice e BurnOut    

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