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The OA

2 stagioni - 16 episodi vedi scheda serie

Recensione

Stagione 2

  • 2019-2019
  • 8 episodi

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mck

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di mck
6 stelle

Crepe, Polpi, Semi. La gnu-eig lascia un po' di spazio a una timida Hard Sf...

 

Piramo e Tisbe (le Metamorfosi di Ovidio, il Decamerone di Boccaccio, i Racconti di Canterbury di Chaucer, Romeo e Giulietta e Sogno di una Notte di Mezza Estate di Shakespeare... E John William Waterhouse...).
Una crepa nella realtà (ma poi risorge). No, passando dall'antonomasica sineddoche all'articolo indeterminativo: una crepa nella realtà (un passaggio, ponte, contatto tra universi paralleli).

 


After life? Other life...            
La seconda stagione di “The OA” è un luogo in cui trovano piena conferma una gran regia e alcune buone interpretazioni – a parte, su tutte, le new entry Kingsley Ben-Adir (“Vera”) e Irene Jacob (il cui ruolo è espressione diegetica della metacinematografia finale; a latere, si pensi a “la Doppia Vita di Veronica” di Kieslowski e Piesiewicz), e, tra i ritorni, a seguire a ruota, Ian Alexander, Brendan Meyer, Jason Isaacs (la 1ª stag. di “Star Trek: Discovery”) e la colpita d'afasia Sharon Van Etten (qui, tra un balzo infra-dimensionale e l'altro, sul palco del Bang Bang Bar / RoadHouse nel finale della 6ª parte di “Twin Peaks 3 - the Return”) – e nel quale rimane, ovviamente e necessariamente, il piccolo deus ex machina e motore celibe ch'è la gran vaccata dei movimenti di trasloco N-dimensionale (c'è di buono che nell'espletare la loro funzione viene rimossa la supremazia dell'umano, e quindi del mistico/angelico/trascendente, dato che il salto tra le dimensioni avviene anche se a compierli sono meccanismi robotici semi-antropomorfi).

 


Una canopea di (buone) intenzioni, un apparato radicale un po' in sofferenza.            
Brit Marling è il seme di questa storia: Zal Batmanglij ci mette il terreno, il concime, l'acqua, il sole, i tutori per i germogli, i pali di sostegno per i fuscelli e i tralicci e le reti per i rampicanti, ma il seme è (di) Brit Marling, e la storia, idroponica, pur condita da elementi Hard SF, ritorna sempre liminale a e collimante con Neon Genesis Evangelion, the LeftOvers (Damon Lindelof), Sense 8 & Cloud Atlas (Lana e Lilly Wachowski, e nel 2° caso David Mitchell), Life of Pi (Yann Matel & Ang Lee) e l'Aronofsky-style, oltre a una citazione diegetica di “Parable of the Sower” (la Parabola del Seminatore) di Octavia E. Butler, senza purtroppo riuscire a, da un lato, “trascendere” nell'Hard Sf puro (o anche impuro), né, dall'altro, sublimarsi in uno stile a sé stante e potente ed esente da logica di David Lynch. Altre citazioni dirette da e verso “Stranger Things” (il SottoSopra) e “Black Mirror: “San Junipero” e, nel già citato finale metacinematografico, uno dei finali di “BanderSnatch”, quello on stage (che, ad ogni modo, non corrisponde alla nostra linea spazio-temporale).

Don't Beat the Octopus on the Rocks.            
Ciò detto, arrivati al punto di svolta e non ritorno, poc'oltre il giro di boa (l'abbrivio, insomma, è più dispendioso da smorzare che da assecondare) del mega polpo chiacchierone col vizio del tentacolo morto (una storia di lingue nell'ano...) bisogna scegliere: o si persiste o si abbandona. Già che c'ero, ho proseguito. Comunque, per bilanciare il tutto e non propendere troppo verso la serietà, a fare da contraltare a questa scena via di mezzo tra il Circo Barnum ed, ebbene sì, una vera, autentica possibilità di Hard SF, ecco che compare la versione Buffalo Bill di "the Silence of the Lambs" dei FaceLess Men di "Game of Thrones" adoratori del Many-Faced God: schiene al posto di volti... 

 


Mirror SyZyGy Mirror.                
Zal Batmanglij dirige gli ep. 1-2 e 4-5 (dedicati alla nuova linea S-T) e il finale di stag., Andrew Haigh ("WeekEnd", "45 Years", "Lean On Pete") si occupa della regia degli ep. 3 e 6, dedicati ai personaggi della 1a stag. rimasti nella loro originale realtà parallela e Anna Rose Holmer (“the Fits”) gira l'ep. 7, il penultimo.
Brit Marling e Zal Batmanglij scrivono più della metà degli episodi. Fotografia di Steven Meizler e altri.
Musiche di Rostam Batmanglij, Keegan DeWitt (“Listen Up Philip”, “Queen of Earth”, “the Hero”), Danny Bensi & Saunder Jurriaans (“Two Gates of Sleep”, “Martha Marcy May Marlene”, “Enemy”) e altri.
Musiche non originali non eccessive, dai Duran Duran a the Band, arrivando sino a Rosalía Vila Tobella [El Mal Querer - Cap.4: Disputa (De Aquí No Sales) - 2018].

OverView.                    
Di buono c'è, soprattutto, l'esplicitazione dialettica della presa di coscienza da parte di Prairie (OA/Nina Azarova/Brit) a proposito del suo egoismo disinteressato (nel senso di non curioso), che, autoanaliticamente, la rende conscia di non essere stata, sino al quel punto, mica poi così diversa, da questo punto di vista, dal suo cacciatore/carceriere/torturatore: a quel punto risveglia/richiama Nina, l'altra da sé che aveva sfrattato dal corpo occupato durante il trasferimento di coscienza/anima da una dimensione all'altra, ne accetta, ne esige la compresenza.
Inoltre, il finale di stagione si espleta lungo una sequenza epifanica contenente una manciata di zoom depalmiani (montati da Andrew Weisblum) realmente riusciti ed emozionanti (penso, ad esempio, a “Femme Fatale”).

The OA - 2”, rispetto alla 1ª stag., raggiunge la sufficienza: (**¾) ***. 

La storia è raccontata molto bene, quel che racconta la storia invece spesso lascia il tempo che trova, passando attraverso uno stornar di sguardi, in cerca d'altro, altrove... 

 

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