L’ingrato compito di scrivere di capolavori della storia del cinema sui quali è già stato detto tutto. O quasi. Per esempio leggendo il libro di Ilaria Feole C’era una volta in America, pubblicato da Gremese nella collana “I migliori film della nostra vita”, si scoprono cose. Gli aneddoti che caratterizzano una vicenda produttiva durata quasi due decenni si mescolano all’analisi critica puntuale, alla quale, data anche la natura “personale” della pubblicazione, non è estranea una divorante passione cinefila. Quasi un ki, il principio dell’energia che nelle discipline orientali è il motore dell’azione, a partire da quella filosofica. Il rapporto di pura cinefilia nei confronti di C’era una volta in America non è estraneo neppure a chi scrive. Prima visione in sala a 14 anni, due le scene indelebili: Patsy che preferisce la charlotte alla panna alle grazie di Peggy e soprattutto la morte di Dominic, ucciso da Bugsy (il grande James Russo) con un colpo di pistola. «Sono inciampato», dice a Noodles prima di tirare le cuoia, ma io non riuscii a cogliere le parole e dovetti aspettare una seconda visione (questa volta domestica) prima di capire cosa diavolo avesse sussurrato all’amico più grande. Piansi a dirotto. Solo qualche anno dopo, alla morte di Sean Connery in The Untouchables - Gli intoccabili (1987), versai altrettante lacrime. Rubo dal libro di Ilaria Feole: l’autore del romanzo da cui Leone trasse la sceneggiatura (scritta soprattutto da Leo Benvenuti e Stuart Kaminsky per i dialoghi), titolo italiano Mano armata (1953), è Harry Grey, gangster di mezza tacca legato al milieu della criminalità newyorkese ebraica. Prima dell’avvento della Mano nera, e poi di Cosa nostra, italoamericane, la malavita organizzata del Lower East Side e di Brooklyn erano saldamente nelle mani di un boss ebreo, Arnold Rothstein, alla cui corte crebbero Bugsy Siegel, Dutch Shultz, Meyer Lansky e l’italiano Lucky Luciano. Sergio Leone pensava all’amicizia tra Bugsy (l’inventore di Las Vegas, il Moe Greene di Il padrino di Coppola per intenderci) e Meyer per Noodles e Max ma nel racconto prima di Grey, e poi del regista italiano, ci sono pochi rimandi veramente biografici, anche se in certe figure potremmo riconoscerne altre, tipo il sindacalista irlandese O’Donnell come Jimmy Hoffa (che però era di origine tedesca).

Per Leone i riferimenti storici non sono così importanti. C’era una volta in America è favola, mito

Per Leone i riferimenti storici non sono così importanti. C’era una volta in America è favola, mito, e fa bene Ilaria a evocare qualche volta nel suo percorso di lettura Quentin Tarantino, che al «c’era una volta» favolistico ha consacrato due film, C’era una volta a... Hollywood (2019) ovviamente e Bastardi senza gloria (2009) (la didascalia del prologo è «C’era una volta nella Francia occupata») anzi, a ben vedere, tutti e nove. A splendere di vero nel capolavoro leoniano è soprattutto il cinema, che andrebbe scritto maiuscolo. «Seguendo la sua volontà di ricreare un’America del mito, Leone usò per la scelta dei set una logica peculiare: ritrovare in Europa gli stampi di ciò che gli americani avevano “copiato” negli Stati Uniti», scrive Feole. Quindi, la Gare du Nord di Parigi modello della Grand Central Station e l’hotel lussuoso di Long Island ricreato all’Excelsior del Lido di Venezia, con una sequenza memorabile (la cena solitaria di Noodles e Deborah) nella Sala degli stucchi. C’era una volta in America è un’opera-mondo ma a differenza di altre simili (per esempio I cancelli del cielo (1980)) vive della sua messa in scena, di questa identificazione tra cinema e sogno che viene prima del rapporto con la Storia e la realtà. Anche l’ambiguità del finale (o dei finali) è una componente della partitura onirica: il tempo, la memoria, le cose che sbiadiscono e le emozioni dello spettacolo ad appiccicarti le mani come la panna di quella charlotte.

Autore

Mauro Gervasini

Firma storica di Film Tv, che ha diretto dal 2013 al 2017, è consulente selezionatore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e insegna Forme e linguaggi del cinema di genere all'Università degli studi dell'Insubria. Autore di Cuore e acciaio - Le arti marziali al cinema (2019) e della prima monografia italiana dedicata al polar (Cinema poliziesco francese, 2003), ha pubblicato vari saggi in libri collettivi, in particolare su cinema francese e di genere.

Il film

locandina C'era una volta in America

C'era una volta in America

Drammatico - USA 1984 - durata 220’

Titolo originale: Once Upon a Time in America

Regia: Sergio Leone

Con Robert De Niro, James Woods, Elizabeth McGovern, Tuesday Weld, Treat Williams, Joe Pesci

in streaming: su Prime Video Tim Vision