CinePop è una realtà che mira a promuovere la cultura del buon film in modo che sia accessibile a ogni individuo. In questa playlist vorrei presentarvi quattro film da me visionati come fruitore di tale iniziativa nel mese appena trascorso. Tutti e quattro i film possono essere riuniti sotto l'etichetta di "cinema sociale inglese".
Ambientato nella comunità pakistana di Londra, My Beautiful Laundrette è una storia d’amore fra due ragazzi che parla di razzismo, sessualità, violenza e spirito imprenditoriale ai tempi della Thatcher, le cui politiche neoliberiste e bigotte cambiarono profondamente il tessuto sociale e culturale del paese. Oltre a promuovere impresa e proprietà d’immobili come massima aspirazione per tutti, la Lady di Ferro fu anche paladina della famigerata Sezione 28 del Local Government Act (1988) che obbligava gli enti locali a "non promuovere intenzionalmente l'omosessualità o pubblicare materiale con l'intenzione di promuovere l'omosessualità [o] promuovere l'insegnamento in qualsiasi scuola finanziata dallo stato dell'accettabilità dell'omosessualità come pretesa relazione familiare", con pesanti ripercussioni sulla comunità LGBTQ.
In un paese dove regnano la smania imprenditoriale e l’omofobia predicate dalla Thatcher, Omar (Gordon Warnecke) prende in gestione la lavanderia a gettoni dello zio ricco e faccendiere con l’intenzione di trasformarla in uno sfavillante esempio di successo commerciale. Quando dà da lavorare a Johnny (Daniel Day-Lewis), amico d’infanzia ed ex-membro del Fronte Nazionale che vive sulla sua pelle l’esclusione sociale causata dal Thatcherismo, i due non diventano solo soci in affari ma anche amanti. Ma le cose si complicano quando la rabbia della gang che Johnny ha disertato cresce e Omar deve affrontare una situazione familiare difficile.
Scritto dallo sceneggiatore anglo-pakistano Hanif Kureishi e diretto dall’inglese Stephen Frears, My Beautiful Laundrette affronta temi politici difficili nella Gran Bretagna degli anni ’80 con acume e humour, offrendo spunti per parlare della situazione sociale e politica di allora come di quella odierna e della sinistra neoliberista di Blair che nasce proprio dal Thatcherismo per poi diventare l’unica opzione di ‘sinistra' in tanti altri paesi.
Nel 1968 la fabbrica della Ford a Dagenham, in Essex, dà lavoro a 55.000 operai. Ma mentre gli uomini lavorano alle automobili nel nuovo dipartimento, 187 donne cuciono i sedili in pelle nell'ala della fabbrica costruita nel 1920, che cade a pezzi corrosa dalla pioggia. Costrette a lavorare in condizioni insostenibili, le operaie insorgono quando vengono classificate come "operaie non qualificate". Con ironia e coraggio le operaie intraprendono una lunga lotta per la parità di diritti e di salario, riuscendo a ottenere il sostegno dei sindacati, della comunità locale e del governo. Rita O’Grady (Sally Hawkins), leader del gruppo, diventerà un vero e proprio ostacolo, duro e insuperabile, per i dirigenti e troverà sostegno nella deputata Barbara Castle (Miranda Richardson) che le consentirà di sfidare anche il Parlamento. Insieme alle colleghe Sandra, Eileen, Brenda, Monica e Connie, Rita guiderà lo sciopero delle operaie addette alle macchine per cucire, ponendo le basi per la legge sulla parità di diritti e di salario tra uomo e donna, l’Equal Pay Act del 1970.
L’ultimo film di Ken Loach è una storia di ordinaria violenza burocratica perpetrata dal welfare britannico che sottopone chi è più vulnerabile a continue e umilianti verifiche della propria non idoneità al lavoro, costringendo altri a trasferirsi in un’altra città per accettare lavoro precario e sottopagato – un fenomeno di ‘pulizia sociale’ dei ceti bassi, ghettizzati e cacciati dalla gentrificazione che avanza. Nell’Italia che si appresta a sperimentare sulla propria pelle la realtà del Reddito di Cittadinanza, (ri)vedere questo film è un’occasione per riflettere su un provvedimento che, seppure diverso dal sistema britannico, avrà conseguenze simili per la dignità di chi lo richiede.
Daniel Blake (Dave Johns), un falegname di Newcastle di 59 anni, è costretto a chiedere un sussidio statale. Il suo medico gli ha proibito di lavorare dopo un attacco di cuore, ma Daniel si trova nell’assurda condizione di dover comunque cercare lavoro in attesa che venga approvata la sua richiesta di indennità per malattia. Al centro per l’impiego, Daniel incontra Katie (Hayley Squires), madre single di due figli piccoli, appena arrivata a Newcastle da Londra a causa della carenza cronica di case popolari, che non riesce a trovare lavoro. Entrambi prigionieri della burocrazia della Gran Bretagna di oggi, fra i due nasce un'amicizia speciale mentre cercano di aiutarsi e farsi coraggio.
I, Daniel Blake, vincitore della Palma d’Oro a Cannes, ha ispirato azioni di protesta da parte di chi, come Daniel e Katie, subisce le umiliazioni di un sistema disumano del quale sempre più persone hanno bisogno in un paese devastato da anni di austerity e distratto dai miraggi sovranisti della Brexit.
Con Alfred Molina, Peter Firth, Alexandra Pigg, Margi Clarke, Tracy Lea
Dalla Newcastle di Daniel Blake ci spostiamo a Liverpool negli anni del Thatcherismo, che devastò l’industria pesante, lasciando tanti (soprattutto uomini) disoccupati e senza prospettive. Ma Teresa (Margi Clarke) ed Elaine (Alexandra Pigg) non si fanno prendere dallo sconforto nonostante la loro situazione non esattamente rosea – la prima lavora in un allevamento di polli e la seconda vive del sussidio di disoccupazione. Giovani, disinvolte e con tanta voglia di divertirsi, le due amiche addocchiano due marinai sovietici durante una scorribanda nei locali della città e passano la notte con loro in un albergo. Mentre Teresa se la spassa con Sergei (Alfred Molina), Elaine e Peter (Peter Firth) si innamorano e, quando la loro nave salpa verso nord-est il giorno dopo, Elaine si mette in testa di voler raggiungere Peter in Unione Sovietica, nonostante tutti cerchino di farle cambiare idea.
Elaine e Teresa sono libere e indipendenti, rispondono per le rime agli uomini che le trattano come pezzi di carne e non si fermano davanti a chi, con fare paternalistico, cerca di trattenerle. Ambientato durante la Guerra Fredda, Lettera a Breznev mette a nudo i pregiudizi che molti inglesi avevano sull’Unione Sovietica, fomentati dal Thatcherismo che promise opportunità per tutti e offrì solo più disoccupazione e livelli di disuguaglianza paragonabili agli stereotipi negativi sulla vita dall’altra parte della cortina di ferro.
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