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La cosa d'oro

Regia di Alf Brustellin, Nicos Perakis, Edgar Reitz, Ula Stöckl vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su La cosa d'oro

di yume
8 stelle

Un mito, o una grande storia, agli albori dell'umanità

locandina

La cosa d'oro (1972): locandina

Unico excursus di Reitz nella mitologia greca, nel 1972 il budget è scarso e quello con il mito del Vello d’oro e degli Argonauti è l’incontro perfetto.

La lunga e rischiosa navigazione di Giasone da Iolco in Tessaglia fino alla misteriosa Colchide è il viaggio di formazione di ogni uomo che scelga di fare della sua vita una conquista quotidiana, costi quel che costi, e se i mezzi sono pochi ci s’inventa qualcosa.

Giasone inventa una turbina con eliche rotanti che permetteranno agli Argonauti di oltrepassare indenni le micidiali Simplegadi, rocce che si chiudono a morsa sui naviganti se incapaci di dominare le correnti.

Sappiamo che il mito, su cui Apollonio Rodio scrisse un immenso poema, affidò alla benevolenza degli Dei il compito di dare una mano a quegli eroi, e Pallade Athena scese giù dall’Olimpo e con due semplici dita tenne ferme le rocce in una sublime immagine di leggerezza plastica.

Ma forse allora gli uomini erano migliori, o forse erano più disposti a credere all’intervento divino, fatto sta che il nostro Giasone, splendido fanciullo tredicenne che Reitz  affida  come personaggio al figlio Christian, spiega ai compagni con abili calcoli geo-matematici il corso delle correnti e la tattica di manovra della nave per uscire indenni dal micidiale passaggio. Per questa volta non ci sarà bisogno di Dei.

Il nome della bella nave dalla prua arcuata è Argo, dal suo costruttore fedele suddito di Esone, re di Iolco, padre di Giasone, ucciso da Pelia, fratello e primo ministro, in una congiura di Palazzo.

Più che di palazzo potremmo dire di capanne, la storia si svolge in un’età preclassica in un luogo selvaggio tra boschi e gole profonde, dove i miseri abitanti muoiono di fame.

Le spedizioni di Esone per mare alla ricerca dell’oro, la “cosa” d’oro, per contrastare la fame sono fallite, circola malumore e si sa come finisce spesso in questi casi.

Inoltre, la bella e giovane moglie di Esone si dà bel tempo con Pelia, e un soldato trafiggerà con la sua lunga alabarda il re, intento di spalle alla lettura.

A sua volta lo sciocco soldato sarà eliminato perché testimone consapevole e pericoloso.

Dunque niente di nuovo sotto il sole, miseria e nobiltà, intrighi e tradimenti, dall’alba dei tempi tornano sempre alla ribalta, i miti ci hanno già raccontato tutto, basta discernere e decodificare.

E’ appunto quello che Reitz fa, mantenendo però alla storia la leggerezza di cui il racconto mitico è sempre abile fucina.

Il giovane Giasone è attorniato da fanciulli della sua età, nomi famosi almeno a partire da Omero (solo Eracle è più grandicello, ma capiamo, reduce dalle fatiche ha già muscoli e petto virile)

Sono tutti re, essere re era un marchio di fabbrica, una predestinazione a compiere imprese egregie, e così, chiamati a raccolta, s’imbarcano alla conquista della “cosa d’oro”.

Due punti vanno chiariti, l’età degli Argonauti e l’assenza del nome “vello” a favore del generico “cosa”.

Reitz ha ampiamente spiegato le sue ragioni e la sintesi è questa: il racconto mitico è atemporale e astorico, racchiude tesori di intelligenza verbale che vanno molto oltre le categorie della conoscenza razionale, ma allo stesso tempo ne contengono in nuce la sostanza.

L’eroe del mito non ha età, vive l’eterna giovinezza delle statue, è il modello archetipo dell’uomo e rappresenta l' infanzia dell'umanità, la costante ricerca di avventura e conoscenza.

Che l’oro sia la pelle del divino ariete volante sulla cui groppa Elle e Frisso, perseguitati da odi famigliari, furono portati sani e salvi nella barbara Colchide, o piuttosto sia una splendida, antichissima carta geografica che segna i confini di un mondo nuovo tutto da scoprire, mappa del Mediterraneo con i suoi tesori, non è ininfluente.

L’impresa degli Argonauti si svolge in una dimensione emozionale dominata da una sorta di arcano stupore. Tutto accade perché deve accadere, ogni ostacolo è piegato dal dono del coraggio e ne viene trasformato, comprese le arti magiche di Medea, ben presto diventate sentinelle a difesa del suo amore.

Il realismo delle scene è solo apparente, ellissi narrative ce ne sono in abbondanza, com’è tipico del mito, ma l’attenzione al fatto sociale segna il tracciato rinnovato dell’epos, gli eroi di Reitz sono gli uomini nuovi in marcia verso il futuro.

Il film termina, come il poema di Apollonio Rodio, in un felice equilibrio fra tradizione e innovazione, le sorti future di Giasone e Medea non interessano, penserà la tragica consapevolezza di Euripide a vestire di stracci i luminosi eroi del mito.

Ma questa è un’altra storia.  

 

 

 

www.paoladigiuseppe.it

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