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Into the Mirror

Regia di Kim Sung-ho vedi scheda film

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La recensione su Into the Mirror

di degoffro
4 stelle

“L’avversione verso se stessi scatenata da uno shock mentale causa uno sdoppiamento della personalità e si percepiscono due mondi all’interno e all’esterno dello specchio. Il mondo è diviso in due mondi perfettamente simmetrici: così la personalità si divide in due esseri psicologicamente distinti: in pratica lo specchio fa da passaggio per esempio tra una persona viva e una morta. Qualora dovessi morire al di fuori dello specchio, rimarresti vivo al suo interno, invece se morisse il tuo io nello specchio non vedresti più alcun riflesso. Riesci a vederti quando ti specchi?”

L’incendio di un grande magazzino ha provocato diversi morti. A distanza di un anno il centro commerciale sta per riaprire tra le proteste dei parenti delle vittime. Capo della sicurezza è l’ex poliziotto Young-min (“una guardia di sicurezza che pensa di essere un poliziotto!”), roso dai sensi di colpa per aver causato la morte di un suo collega in una pericolosa missione (ripetuti flashback rimandano a quel tragico evento). Yeong-min è il nipote del proprietario del grande magazzino con cui i rapporti sono peraltro molto freddi e distanti: “Tu dirigi la sicurezza perché sei mio nipote!” gli dice sprezzante l’uomo che invita Young-min a preoccuparsi esclusivamente della sicurezza dal momento che ha investito tutto nell’apertura di quel centro commerciale che, a suo modo di vedere, “aprirà quando è stabilito, dovesse cascare il mondo!” Peccato che poco prima dell’inaugurazione inizino a verificarsi strane morti, precipitosamente catalogate come suicidi. Poi appare sempre più evidente che si tratta di omicidi. L’idea di un serial killer si fa strada ma forse la spiegazione non è così terrena: “Non senti qualcosa di spaventoso in questo posto? La gente dice che di notte qui ci sono i fantasmi!” Young-min conosce infatti Lee Ji-hyeon la quale gli rivela che sua sorella gemella è morta in circostanze mai chiarite all’interno del centro commerciale, il suo corpo non è mai stato ritrovato ed è convinta che ci sia la furia vendicatrice della sorella, rimasta intrappolata in qualche specchio, dietro gli strani eventi che stanno funestando il grande magazzino, tanto da sostenere che “se non troverete mia sorella succederà qualcosa di terribile.” L’ambizioso detective incaricato delle indagini, Heo Hyeon-su che considera Young-min responsabile della morte del collega, invece è convinto che “c’è sempre un colpevole e io lo troverò!” e così liquida con sufficienza le ipotesi avanzate da Young-min affermando ironico: “Vuoi dire che li ha uccisi un fantasma uscito dallo specchio? Qualche altra idea?” Anche lui però dovrà ricredersi. Sulla scia degli horror orientali, “Into the mirror”, esordio alla regia di Kim Sung-ho, gioca con il soprannaturale innescato in una vicenda thriller che si cerca di mantenere il più possibile ancorata ad elementi realistici (le indagini sugli omicidi commessi dal fantasma conducono ad un precedente reale delitto accaduto ai tempi dell’incendio e mai scoperto da cui tutto ha origine). Al di là della bella e curiosa idea dello specchio, ottimamente spiegata da Roberto Giacomelli sul sito “horrormovie.it” per cui lo specchio è inteso “come porta di passaggio per un mondo alternativo e come elemento di riflessione sul tema del doppio. Gli specchi (…) non riflettono semplicemente la nostra immagine, ma un altro io, un essere indipendente da noi stessi che vive una vita propria in un mondo altro che si sviluppa dietro lo specchio; per questo la morte non uccide il riflesso, l’altro io, ma può alimentarne la vita, rendendolo unico.” c’è ben poco altro. Qualche suggestiva inquadratura ed un paio di pregevoli sequenze (il primo omicidio è orchestrato con estrema efficacia - e l’immagine del volto della prima vittima con il sangue che scorre tra le fughe delle piastrelle colpisce – il secondo delitto in ascensore è altrettanto riuscito, notevole nella sua sinistra atmosfera la sequenza dell’inaugurazione del centro commerciale con il presidente che, per convincere i clienti ad entrare, getta banconote dal tetto, suscitando l’entusiasmo della folla che invade il negozio, salvo poi fuggire disperatamente non appena una ragazza urla e scappa via terrorizzata). Per il resto ci sono molte voragini narrative, incongruenze e semplificazioni (per esempio il modo in cui Young-min esce di prigione, grazie alla complicità del suo rivale che gli lascia la chiave sulle sbarre è risibile), un’eccessiva lunghezza, una definizione psicologica dei caratteri sommaria (il confronto tra i due protagonisti maschili è superfluo, il dramma personale di Young-min si riduce ad una sequenza notturna di pianto disperato con il protagonista che si domanda “Ma come ho fatto a finire così? Perché doveva succedermi tutto questo?”), un doppio finale raffazzonato e assai deludente (soprattutto la resa dei conti al centro commerciale con inevitabili e stanchi rimandi all’ultima operazione da poliziotto di Young-min, costretto suo malgrado a rivivere una tragica esperienza del passato, ricorda i peggiori telefilm con l’aggiunta di qualche particolare gore). La recitazione non si segnala particolarmente, il tema delle sorelle gemelle è usurato, la regia si perde in un gioco di specchi certo elegante ma alla lunga ridondante ed inflazionato dimenticandosi dell’elemento principale per un film del genere: la paura, qui quasi inesistente. Il colpo di scena finale non è male ma paga il fatto che a quel punto si è già abusato troppo della pazienza dello spettatore. Continuo a pensare che il fenomeno di questi horror orientali, a partire dal capostipite “Ringu”, sia stato un colossale bluff. Ovviamente è stato rifatto molto liberamente da Hollywood come “Riflessi di paura” con risultati deleteri.

Voto: 5

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