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I padroni della notte

In principio era Weegee, e il suo verbo erano le fotografie con cui immortalava la cronaca nera di New York, tra gli anni trenta e quaranta. Popolate da corpi spezzati, linee di gesso tracciate sull’asfalto, visi spesso confusi, sorpresi, resi lampanti da un bianco e nero dal contrasto violento, quasi doloroso, queste foto ritraggono il volto notturno della città nuda, sono il primo sistema ordinato di immagini giornalistiche in cui la città moderna si specchia e si riconosce, secondo coordinate estetiche che avranno presto un ruolo germinale.

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I padroni della notte

Di lì a poco infatti da esse, oltre che dall’incubo soggettivistico dell’Espressionismo tedesco, prende forma l’immagine del noir, «cavallo di Troia del modernismo nel cuore dello spettacolo hollywoodiano» (Venturelli). E dal principio di Weegee parte anche James Gray, che per chiudere la sua trilogia criminale, passati Little Odessa e The Yards, apre I padroni della notte con una galleria di foto d’epoca, in bianco e nero, crime pictures provenienti dagli anni settanta e ottanta.

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I padroni della notte

La musica d’accompagnamento, languida, è un’altra scheggia audiovisiva, un brano tratto da Music, Martinis and Memories, disco di jazz orchestrale arrangiato dalla star televisiva Jackie Gleason; sulle note di I’ll Be Seeing You scorrono frammenti di una metropoli notturna che reitera sé stessa, tra gli stessi ambienti delle centrali di polizia, le stesse armi nascoste come violini o strette alla caviglia, e le foto segnaletiche, i soldi sporchi, le siringhe in un lavabo, mani strette attorno al collo, arresti, corpi a terra, sull’asfalto o tra i cespugli.

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I padroni della notte

E, sul finale, un giubbotto imbottito e la cucitura del motto da cui Gray prende il titolo, quel “we own the night” che contraddistingueva, dai ’70 ai 2000, la Street Crime Unit del Dipartimento di Polizia di New York. Ma non è un film museale, I padroni della notte, men che meno un neo-noir postmoderno costruito su imitazione e citazione; piuttosto elegiaco, profondamente laico eppur rituale, sacrale, per come guarda ai meccanismi collettivi, ai ruoli sociali, ai processi archetipali che fanno da sfondo e gabbia al conflitto tra l’individuo e il suo contesto. Cimino è dietro l’angolo, e ovviamente Coppola, nelle immagini dorate firmate da Gordon Willis.

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I padroni della notte


Il re è morto, viva il re. I padroni della notte, adattamento in veste poliziesca dell’Enrico IV di Shakespeare, è la storia di una sconfitta vittoriosa, di un principe che si è allontanato dal clan famigliare e ad esso, nel momento di crisi, ritorna, siglando però la fine della sua individualità, la morte della persona altra, che per qualche tempo è stata, in quel libero regno di mezzo che corre tra polizia e criminalità.

 

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I padroni della notte

Robert Grusinsky è il fratello del Capitano Joseph Grusinsky e figlio del Capo Albert Grusinsky, ma Robert è anche Bobby Green, grazie al cognome materno che gli permette di vivere lontano dai vincoli famigliari, tra i suoi Hotspur e Falstaff. Ed è con Bobby, non certo Robert, che il film veramente inizia, in un momento in cui la vita è al massimo perché il locale che dirigi funziona alla grande, tu stai bene con te stesso e lì, sul divano dorato davanti ai tuoi occhi, c’è la donna che ami.

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I padroni della notte

La sequenza inizia leggermente in ralenti; Heart of Glass di Blondie pompa nelle orecchie, ormoni e sostanze corrono nel flusso sanguigno che cresce. La compagna di Bobby si chiama Amada, è portoricana, e se lui è Joaquin Phoenix lei è Eva Mendes; sono due attori completi, inutile rimarcarne la bravura, ma qui è anzitutto faccenda di corpi e carni che si vogliono: del volto tagliente, leggermente efebico e magnetico di lui, e delle gambe avvolte nelle calze nere di lei, con le dita strette sul monte di venere, le mani che si trovano e scorrono tra le curve, mentre la schiena si inarca, il bacino è proteso e il corpo si apre, accogliente.

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I padroni della notte

Ma è un apice che è questione di attimi, c’è già una mano che bussa e una voce che urla alla porta, ci sono problemi da gestire nella sala da ballo, ma soprattutto incombe un incontro con padre e fratello, una cerimonia di polizia, che avvia la storia e innesca la gabbia, da lì in poi è solo questione di pareti che si stringono, responsabilità, doveri ereditati. Resta solo questo momento, la sua aura dorata, sogno sull’orlo del baratro; non sarà mai più così erotico, James Gray, e in generale è difficile trovare nel cinema americano del tempo (per non parlare di quello recente) un momento così elettrico, selvaggio, vitale. Eccitante. L’umanesimo di quest’autore straordinario passa anche di qui, lungo i circuiti elettrici della carne e del desiderio, antidoti ultimi al torpore e al confinamento che incombono appena oltre il termine della notte.

Autore

Matteo Berardini

Dottorando in Cinema per l’Università di Tor Vergata, dove si occupa di cultura on demand e ricezione, è direttore della rivista online Point Blank. Collabora con INLAND, Gli Spietati, CineforumWeb e FilmTv. Dopo aver curato due testi su Netflix e la serialità, è autore per Bietti di Strade di fuoco, sul rapporto tra cinema e città.

Il film

locandina I padroni della notte

I padroni della notte

Poliziesco - USA 2007 - durata 117’

Titolo originale: We Own the Night

Regia: James Gray

Con Joaquin Phoenix, Mark Wahlberg, Eva Mendes, Robert Duvall, Tony Musante, Alex Veadov

Al cinema: Uscita in Italia il 14/03/2008

in streaming: su iTunes