Tutto comincia in un buco, in senso figurato, e poi ci ritorna. In una cittadina industriale della Pennsylvania, che vive al ritmo delle sue acciaierie, cinque operai siderurgici hanno appena finito il turno di notte. I ragazzi fanno la doccia in fabbrica, si vantano in macchina e si ritrovano in un bar per sfidarsi al tavolo del biliardo e cantare a squarciagola Can’t Take My Eyes Off You.

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Il cacciatore

È una canzone d’amore che suona nel jukebox e contrasta con le pose di festoso cameratismo maschile, interrotto dall’ingresso di una baboushka che preleva con manu militari il proprio figlio, promesso sposo in un pallido giorno d’inverno.

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Il cacciatore

Il soggetto di Il cacciatore è semplice e ha la semplicità di una tragedia classica in tre atti: cinque amici, la vita spensierata in una piccola città dove lavorano, bevono, si divertono, flirtano e cacciano insieme. Fin dal primo atto non assomiglia affatto a un film di guerra, lo diremmo un affresco sociale, un documentario su una comunità etnica ben identificata, i protagonisti sono americani di origine russa. I bulbi di una chiesa ortodossa si stagliano su un panorama tipicamente americano, col suo market e una strada per partire. Per una battuta di caccia, per la guerra. I loro rituali sociali sono lungamente filmati da Michael Cimino che li accomoda a Clairton, un’area di produzione industriale e di orgoglio nazionale che si esprime in un misto di russo e inglese ed è il quadro naturale per gli uomini che vediamo uscire in massa dalla fabbrica, come in un film sovietico alla gloria della classe operaia.

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American Landscape

Le prime immagini del film ricordano i paesaggi paradossali dipinti da Charles Sheeler negli anni ‘30, (American Landscape) e la costruzione in contrappunto di Michael Cimino sottolinea la simmetria tra due spazi, in cui il primo (America) anticipa il secondo (Vietnam). Al principio vediamo i protagonisti al lavoro nelle acciaierie e l’immagine delle fiamme si impone allo spettatore. Il motivo del fuoco, introdotto con forni e fucina, prefigura il principio del secondo atto, che esplode con le bombe incendiarie sganciate dagli elicotteri americani su un piccolo villaggio dell’entroterra vietnamita, e rivela la padronanza con cui Michael maneggia l’acciaio fuso a Clairton e il lanciafiamme al fronte.

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Il cacciatore

Tra una birra e un caffè lungo, i nostri si preparano a festeggiare il matrimonio di Steven (John Savage) e la sua partenza per il Vietnam con Michael (Robert De Niro) e Nick (Christopher Walken). Tutto quello che verrà dopo, tutto l’orrore della guerra, che spezzerà il cuore di Nick e le gambe di Steven, cova senza divampare nel prologo di Il cacciatore. Come un presagio avverso. Come un heavy truck che rompe il silenzio del mattino o una goccia di vino rosso che macchia l’abito da sposa o un Berretto Verde che si accomoda muto e distante al bancone di un bar. Se il buco, in tutte la sua polisemia, è la metafora ricorrente del film-fiume di Michael Cimino, l’azzardo è il suo motore. Letteralmente.

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Il cacciatore

Al principio c’è un buco nero, un tunnel fatiscente da cui esce un autocarro, fragoroso come un tuono che promette burrasca. Lanciato a tutta velocità contro un’alba nascente ci introduce nella cittadina di Clairton e nel cuore della sua comunità di emigranti ortodossi. Le sue fabbriche e le loro ciminiere fumose resteranno lo sfondo costante e l’orizzonte ingombrante dei protagonisti. Un paesaggio apocalittico attraversato da un camion con cui gareggiare e su cui puntare a cavallo di una Chevrolet Impala. Ma è sul destino di tre uomini che il film finirà per scommettere in un viaggio al termine della notte dove tutto è aleatorio e slegato da ogni logica. Dove si può morire con un colpo di pistola o ci si può salvare con un colpo di fortuna.

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Il cacciatore

Il cacciatore si apre con sontuosi movimenti di macchina tra i fuochi e le scintille di un’acciaieria, seducenti e misteriosi come un décor di science fiction e allo stesso tempo incandescenti e infernali, forieri di guerra, fuoco e fiamme. Michael, Nick e i loro amici chiacchierano chiassosi all’uscita della fabbrica. Prima della birra e prima della guerra avanzano in fila compatta lungo una scala e tra le auto parcheggiate, sono figure emblematiche del proletariato del XX secolo. Cimino si concentra sul punto di rottura tra l’ordinario e l’orrore filmando al debutto, un lungo debutto, le avventure di un gruppo di giovani uomini che lasciano la famiglia, il lavoro e i compagni di gioco per bruciarsi in Vietnam. Scopriranno l’inferno e torneranno distrutti per sempre, ciascuno a suo modo. Per loro la guerra, più che una decisione presa altrove, dal governo o dal Pentagono (luoghi così lontani da questa realtà povera e provinciale da rimanere costantemente fuori campo), sembra quasi una fatalità che un dio indiano si incarica di annunciare attraverso l’apparizione quasi mistica di un falso sole.

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Il cacciatore

È un destino contro il quale c’è poco da fare, se non cercare di uscirne (vivi). Sulla guerra del Vietnam, sulle sue ragioni o sulle sue questioni politiche, strategiche o militari non sappiamo di più dei personaggi. E non importa, non è un pamphlet di denuncia Il cacciatore, non bisogna cercare la realtà di quel conflitto, i fatti, il reportage, una pretesa obiettività o una volontà documentaria. Si tratta di una messa in scena della guerra, come suggerisce l’attenzione alle inquadrature, la fotografia e l’abbondanza della musica. Proprio per il suo aspetto fittivo, il film trascende la testimonianza sul Vietnam per pensare alla guerra tout court. La guerra è lì, semplicemente, bisogna andarci. E gli operai della Pennsylvania sono buone reclute, poveri cristi per cui servire in Vietnam era un obbligo, imprevedibile e, nella maggior parte dei casi, incomprensibile. Da sempre la guerra è un fatto al di fuori della volontà e del potere delle classi lavoratrici, e la scelta di Cimino è quella di adottare il loro punto di vista sulle cose.

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Il cacciatore

Il cacciatore è un film di personaggi che mostra l’impatto della guerra sui protagonisti, sul gruppo e sulla loro sulla loro relazione col gruppo. Il cacciatore ci dice quello che devono sopportare per preservare la propria identità o ricostruirla a posteriori. Il cinema di Cimino è prima di tutto un cinema dell’identità e dell’umano. In questa comunità di origine russa, il fatto di essere americani è alle volte un fatto e una condizione che bisogna riaffermare costantemente.
Il cacciatore soprattutto non è un film sul Vietnam. È significativo notare la quasi totale assenza di un movimento di protesta, di una manifestazione hippy, di una rivolta. Nei capricci della storia del cinema, Il cacciatore è quasi contemporaneo di Hair, il musical di Miloš Forman che soltanto un anno dopo (1979) si interrogava sulla possibilità della diserzione.

Opzione impossibile per questi operai cacciatori di cervi chiamati a combattere in Vietnam e imprigionati in un campo vietcong. Il passaggio al secondo atto, l’irruzione della scena vietnamita, ha la forza di un’intrusione, lo spazio della ferocia si impone come esperienza emozionale.

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Il cacciatore

Passiamo da un interno (bar) americano gonfio di calore umano al fango freddo del Vietnam, da un notturno di Chopin alle pale di un elicottero. Il cambiamento di ritmo tra i cinquanta minuti di festa nuziale e i cinque minuti di estrema violenza, dove i maiali di disputano le spoglie dei caduti, stordiscono lo spettatore, brutalmente espulso coi personaggi in un mondo senza ripari di cui non comprendono niente. Lo statico inizio del film, che fruga in ogni angolo recondito della vita di tre amici raccolti nel loro buco natale, apparecchia il battesimo della violenza (la roulette russa) che li marcherà per sempre. Finiti in un buco infernale sono costretti dai loro aguzzini a ‘confrontarsi’ con un altro prigioniero, fino a quando uno dei due partecipanti non muore con un buco in testa.

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Il cacciatore

Da un buco all’altro, perdita di contatto per definizione della nostra essenza, l’individuo si disumanizza, perde la sua qualità di essere. Adesso sono soltanto qualcosa su cui scommettere e le gare ricreative coi camion il ricordo lontano di un Paese e di una ragazza da cui devono tornare. Lo ripete senza sosta Mike, “bisogna tornare”. In Il cacciatore c’è un attaccamento istintivo e ostinato alla propria terra, malgrado tutto. Ma non centra col patriottismo, non è al Paese (country) - la cui bandiera giace come un sudario sulle bare dei solati rispediti a casa - che vogliono tornare i protagonisti, ma alla terra (land) in cui sono nati. Un attaccamento che osserviamo nello spirito amicale e accogliente degli amici, nello splendore delle montagne, glorificate dalla messa in scena che le trasforma in uno scenario idilliaco. Una fuga dal mondo, l’eterno sogno americano della solitudine, della natura selvaggia e della libertà, in cui si mima una caccia o si rievoca un conflitto, senza conseguenze, come in una sorta di scena teatrale a grandezza naturale. Ma alla fine della rappresentazione non si potrà più sparare.

La terza e ultima parte del film come la guerra non fa che accentuare gli scarti culturali e le conquiste psicologiche di ciascun individuo. Se Mike - il più stabile, il più freddo e il più efficace – incassa le ferite, le più segrete, come una presa di coscienza supplementare, Steve elude la realtà dentro un ricovero per veterani. A metà strada tra l’integrità di De Niro e l’amputazione di Savage, c’è la rimozione di Walken, il sognatore biondo e troppo sensibile al dolore causato dal nemico. Reso amnesico dal trauma, Nick incarna la quintessenza della perdita dell’identità del gruppo, fissata dall’incipit per comprendere meglio il rinculo dell’orrore. Folle e dipendente dalle droghe, balla da solo sull’orlo del precipizio.

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Il cacciatore

La guerra lo ha svuotato della propria memoria, è uno zombie dipendente dal quel buco letale, arbitrario, ludico e perverso, senza fondamento alcuno. Una pratica che rappresentare l’intima verità del combattimento: quella dell’attesa, che ne è la parte essenziale e il punto cieco dove si producono i peggiori danni psicologici. Rimasto a Saigon e ridotto a ripetere ogni sera lo stesso gesto, Nick attualizza come un rito la sola libertà che gli resta: puntarsi la pistola alla tempia, premere il grilletto e rimandare la scadenza del colpo fatale. Ma il buco nella mente non fa prigionieri, nessuno sfugge. Nemmeno il decorato Michael, una volta smobilitato, sarà più capace di essere quello che era. Il ritorno al buco natale in Pennsylvania (rovescio della buca-acquatica infestata dai topi), non cancella gli altri buchi. Perseguitato da quello che ha visto e vissuto durante il conflitto, il cacciatore di cervi braccato non ha più la stessa percezione dell’esistenza. Ripartito per le montagne sulle tracce di un cervo, lo risparmia per salvarsi la vita, per sopravvivere al Vietnam.

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Il cacciatore

Mike è diventato sensibile all’innocenza, che eleva al massimo grado. L’esperienza della prigionia ha rovesciato la mitologia dell’eroe americano, che ora abbassa il fucile e guarda negli occhi la natura. Impossibile sparare. Si conclude così l’implacabile dimostrazione di Cimino che illustra la distruzione del soldato, dell’uomo e di una comunità riunita in un ultimo piano fisso. Ognuno ha il suo buco nella mente da gestire, ognuna deve reinventarsi con quello che resta, con quelli che restano. L’America fa il suo lutto, gli uomini e le donne digeriscono l’irruzione del caos: un camion che divora la strada e travolge tutto al suo passaggio. Dietro di lui, una nazione segnata ma ancor più unita da una violenza che l’autore considera un patrimonio comune. Mai definizione dell’America fu più azzeccata.
God Bless ‘Mike’ Cimino.

Autore

Marzia Gandolfi

Marzia Gandolfi (1971) è una “ragazza della Bovisa”. È cresciuta nei racconti di Testori e ha studiato nella città di Zurlini. Collabora stabilmente con MyMovies e resta duellante per sempre. Nel 2021 ha pubblicato con Bietti Kind of Blue. Barry Jenkins, variazioni sul corpo afroamericano e con Santelli Editore La forma dell’attore. È membro della Commissione selezionatrice dei cortometraggi per i premi David di Donatello e dal 2015 membro della giuria di Presente Italiano. Si occupa di serie TV per La Gazzetta del Mezzogiorno e di icone popolari per le riviste che amano le attrici e gli attori. Il suo eroe ha “gli occhi di ghiaccio”, il suo piccolo era più grande di lei. Nickname: la Tula.

Il film

locandina Il cacciatore

Il cacciatore

Drammatico - USA 1978 - durata 183’

Titolo originale: The Deer Hunter

Regia: Michael Cimino

Con Robert De Niro, Christopher Walken, John Savage, Meryl Streep, John Cazale

Al cinema: Uscita in Italia il 22/01/2024

in streaming: su Now TV Sky Go Apple TV Google Play Movies Rakuten TV