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Tornare a Lanzmann, come e più di allora
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I problemi sono due: l’esistenza di Israele e l’esercito israeliano.

Storia ardua e complessa, intere biblioteche traboccano sull’argomento, ma qui ci fermiamo a Lanzmann, e proviamo a seguire il suo modo di trattare le due cose.

Partiamo dalla seconda parte del suo trittico, Pourquoi Israel.

Dopo Shoah, ci fu Pourquoi Israel (attenzione, non c’è punto interrogativo) e per finire Tsahal sull’esercito israeliano.

Quando nacquero questi post su quei film, nel 2011, le cose non stavano affatto bene, ma niente come oggi.

Dunque è il momento di riproporli, il suo sguardo lucido, l’onestà intellettuale, l’orizzonte delle indagini hanno segnato per il cinema, la Storia e la riflessione filosofica una tappa fondamentale.

Lanzmann è morto nel 2018, in tempo per non vedere (e il suo sguardo ci manca) le degenerazioni innegabili che governi che hanno smarrito il ben dell’intelletto hanno prodotto, lasciando che si riaprisse in Europa l’antica macchia dei pogrom antiebraici o, se va bene, dell’antisemitismo strisciante.

Ma il genio ha uno sguardo lungo, vede quello che accadrà e indica la strada a noi ciechi.

 

Il testo, diviso in capitoli e trascritto dai sottotitoli in francese, è molto lungo, perciò sarà diviso in parti che pubblicherò in successione.

La visione del film supera le tre ore ed è caldamente consigliata.

___________________

Pourquoi ISRAË - ritratto di una Nazione

 

 

PARTE PRIMA  

durata 95’

 

capitoli:

Intervista a Lanzmann (2007 - Cannes)

1. La normalità ebraica 

2. A Gerusalemme

3. Arrivano da 70 paesi!

4. Chi si può considerare ebreo?”.

5. Una famigliola qualsiasi

6. Masada

7.Animali immigrati 

8. Il kibboutz

9. Ebrei tedeschi 

10 Soldati a Gaza

 

____________________

 

Intervista a Lanzmann

Estratti da un’intervista del 2007, anno della presentazione a Cannes del film nella Semaine de la critiquee dell’uscita del DVD.

 

L'ex combattente della resistenza, artista e attivista, intellettuale impegnato nel senso meno abusato del termine, è un uomo imponente e di rara umanità, che ci ha accolto e ci ha dato, nonostante la sua stanchezza, un'ora e mezzo di tempo prezioso.

E il tempo è stato all'altezza delle nostre aspettative.

Claude Lanzmann: incontrare quest'uomo d'arte e di idee è, infatti, conoscere la sensazione di aver preso contatto con la Storia, vivere le sue risposte, le digressioni narrative della sua vita, tutto lo slancio delle sue vicissitudini.

 

CLAUDE LANZMANN SUL FILM:

 Il film è molto più che una risposta ad una domanda.

Sono le ultime due parole di una frase “Ecco perché Israele”.

Il titolo non mette in dubbio l’esistenza di Israele.

Con un punto interrogativo la risposta avrebbe potuto essere negativa, cosa che è fuori questione.

L’assenza del punto interrogativo è capitale.

E’ quasi oscena per me l’idea di porre la domanda, cosa che sarebbe potuta sembrare porre un dubbio.

Ho fatto il mio primo viaggio in Israele nel 1952, quattro anni dopo la creazione dello Stato.

Ero là per realizzare un reportage per Le Monde e presi rapidamente coscienza che non avrei potuto realizzarlo: questa giovane nazione mi poneva domande troppo personali e troppo intime per un reportage destinato ad un grande pubblico.

Al mio ritorno in Francia ho spiegato tutto al mio amico Jean-Paul Sartre, che mi ha risposto: “Allora scrivi un libro”.

Ho trovato che era una gran bella idea, ho cominciato, ho scritto circa 100 pagine molto buone e mi sono fermato: non potevo rispondere alle domande che mi ponevo nel piano su cui mi ponevo.

Venti anni più tardi questo reportage non realizzato e questo libro abortito sono diventati questo film.

Bisognava che io crescessi e il linguaggio del cinema, con l’immenso coro della gente che filmo e faccio parlare, era la soluzione vera.

Ero stato anche mandato nel ‘68/’69, durante la guerra detta “di usura” dove avevo subito, sulle rive del Canale di Suez, bombardamenti molto pesanti dell’artiglieria e dell’aviazione egiziane, da un’emittente televisiva, Panorama.

Ho scoperto che non sopportavo che il mio lavoro fosse montato da altri, e allora sono arrivato al cinema per il montaggio.

Non lo considero come un film “storico”.

Anche se la situazione non è più la stessa di 34 anni fa, il film non è invecchiato, non ha messo una ruga.

Le opere non invecchiano e questa è un’opera, allo stesso modo di Shoah, che si sottrae al tempo.

Ma, certamente, c’è anche nel film un messaggio indissociabilmente umano e politico.

Le situazioni di oggi sono le stesse di allora, profondamente - io l’ho mostrato ed è sempre mia intima convinzione  - uno spirito di pace, le difficoltà, le possibilità e le non possibilità nella concretizzazione di questo desiderio.

In effetti ho voluto mostrare anche un paese di vecchie donne, di rifugiati, di gente debole.

Sono sempre stato più colpito dalla sua debolezza che dalla sua forza.

Ben presto, dopo la guerra dei sei anni, a causa della vittoria, tutta una parte della sinistra francese ha tenuto a far passare gli uomini di Israele per assassini e nazisti, in uno scandaloso scambio di ruoli.

Ho realizzato questo film soprattutto per rispondere.

Non so se questo giustifichi la realizzazione di un documentario.

C’è bisogno di ragioni e di un desiderio più profondo per coinvolgersi in un simile lavoro.

Quello che posso dire, è che ogni volta che ho mostrato parti di Shoah nelle scuole delle periferie reputate “difficili”, gli studenti, in larga parte maghrebini o africani, venivano da me in lacrime e animati da un gran desiderio di girare loro stessi dei films.”

 

to be continued

 

www.paoladigiuseppe.it

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