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Trama

Una coppia parigina decide di vendere uno scantinato presente nel loro palazzo. Un uomo molto ordinato e anonimo, il signor Fonzic, si presenta per comprarlo. Non ci sarebbe nulla di anomalo se l'uomo non si trasferisse nella cantina e la trasformasse nella sua residenza. La coppia tenta allora di annullare la vendita ma senza alcun successo. Sarà così che Fonzic pian piano si trasformerà in una minaccia per la loro famiglia facendo amicizia con la loro figlia adolescente ed esercitando su di lei una pessima influenza.

Curiosità

INTERVISTA AL REGISTA

Ci racconta la genesi del progetto?

Circa una quindicina d'anni fa, una coppia di miei amici decise di vendere la propria cantina a un uomo che voleva usarla per i suoi archivi. Nessun sospetto aleggiava all'orizzonte e gli consegnarono la chiave della cantina nello stesso momento in cui incassarono l'assegno. Mai avrebbero sospettato che quella cantina sarebbe diventata il posto in cui l'uomo si sarebbe fisicamente sistemato. La vendita, di per sé banale, si è trasformata presto in un incubo. L'acquirente si è rivelato un vero e proprio neonazista, uno dei pilastri del negazionismo in Francia. Quando i due avrebbe voluto annullare la vendita, non c'erano più i tempi per farlo. Senza saperlo, la vendita era come contrattualizzata: per il diritto francese "se ci si accorda sulla cosa e sul prezzo, la vendita è conclusa", anche se l'atto notarile non è mai stato firmato. I miei amici fecero di tutto per rescindere l'accordo, presentarono un ricorso, ci fu un processo e, disgraziatamente, persero. Non si arresero però: con il ricorso a un altro avvocato, ricominciarono da capo... Il tutto durò più di due anni.

Quando ha cominciato a interessarsi alla vicenda, di per sé anomala?

Mi sono avvicinato alla storia sin da subito, nel 2009, quando l'uomo in cantina era stato appena cacciato. I miei amici hanno vissuto un trauma così forte da non poterne cancellare i segni: si sono separati sebbene si adoravano. Mi hanno permesso di raccontare la loro storia a patto di non esporli troppo. In un primo momento, non mi interessava affrontare l'argomento negazionismo ma la situazione era così folle che non riuscivo a non ritornare sui fatti. Con l'aiuto dello sceneggiatore Gilles Taurand, abbiamo allora deciso di apportare due rivelanti modifiche. La prima riguardava il personaggio di Fonzic, interpretato nel film da François Cluzet: non più un nazista in senso stretto ma un insegnante di storia, allontanato dal Ministero dell'Istruzione per negazionismo. La figura di un insegnate di liceo ha qualcosa di molto più comune, di più contemporaneo. Si può benissimo comprendere come un semplice storico possa perdere la giusta lucidità e cominciarsi "a farsi domande", cercando altre risposte. Il secondo cambiamento riguardava, invece, l'identità della coppia. Nella realtà, erano due ebrei appartenenti a famiglie i cui componenti avevano vissuto il dramma e l'orrore della deportazione. Non essendo io ebreo, ho sentito la necessità di creare una coppia mista. Quindi, il personaggio di lei, inscenato da Bérénice Bejo, non è ebrea ma sembra ancora più colpita dal marito, con il volto di Jérémie Renier: è toccata visceralmente da quanto accade ed è affetta da visioni, lasciando che l'odio prenda il sopravvento. Del resto, sono convinto che l'odio antisemita sia qualcosa che tocchi tutti quanti, che si sia ebrei o meno.

Tuttavia, il progetto è stato in stand-by per dieci anni.

Non riuscivo a capire come raccontare la storia. Mi sentivo sopraffatto dalla responsabilità che avevo nei confronti dei protagonisti della vicenda: volevo essere fedele ai fatti ma allo stesso tempo sapevo che dovevo prenderne le distanze. Ho rinunciato a farne un film dopo diverse versioni della sceneggiatura e nel frattempo ho realizzato Le donne del 6° piano, che è un po' il contrario. Invece dell'odio nascosto in cantina, ho voluto realizzare una sorta di favola benevola, con spagnoli solari e traboccanti di vitalità. Sono venuti poi altri film, tutti con un registro prossimo alla commedia. Due anni fa mi sono ricordato invece di The Man from the Basement. Ho deciso di riprenderne in mano il copione e di rileggerlo: improvvisamente, avevo la chiave di lettura giusta per la storia. Con l'appoggio della mia produttrice, ho potuto staccarmi dalla commedia per fare un thriller. Ho continuato a sviluppare la storia e il personaggio di Justine, la figlia adolescente della coppia. La storia si è stretta intorno all'edificio, giocando sull'ansia di stare a porte chiuse.

Come ha rappresentato il negazionista sullo schermo?

Ci sono innumerevoli nazisti nella storia del cinema. Uno dei più famosi è quello interpretato da Laurence Olivier in Il maratoneta. Ma il negazionista è più sfuggente, meno appariscente. Il film inglese La verità negata presenta un Faurisson inglese, altezzoso e spregevole. Io volevo che il mio Fonzic fosse la versione opposta di questo personaggio. Il mio Fonzic è un miserabile, un indigente, un uomo che non ha dove andare. Durante l'Occupazione, per sfuggire ai rastrellamenti, molti ebrei si nascosero nelle cantine, come del resto racconta Truffaut in L'ultimo metrò.

Fonzic continua però a definirsi vittima.

Cèline ci ha abituati a questi grandi capovolgimenti di fronte. Quando si ascoltano i suoi discorsi sul dopoguerra, assume la postura del visionario, del famoso cane da slitta che vede i pericoli ma che viene colpito per primo. A sentire le sue parole, non ha mai fatto niente nonostante tutto il mondo gli punti il dito contro. Fonzic adotta la stessa retorica: non fa altro che porre domande e tutti se la prendono con lui. La cosa peggiore è che finisce per crederci davvero. Fonzic vive profondamente il suo sentirsi vittima e ciò gli conferisce una certa dignità. Quando si reca al laboratorio di analisi per chiedere un esame del sangue, Bérénice Béjo si rifiuta di riceverlo. Fonzic osa persino dire la frase di Shylock in Il mercante di Venezia: "Il mio sangue non è buono? Se ci pungete non versiamo sangue, forse?".

Come si è avvicinato alla rappresentazione di Fonzic?

Per principio, mi sono imposto di non adottare mai il suo punto di vista. Non lo accompagno nella sua cantina, non lo mostro nella sua quotidianità. Non è tanto la sua realtà che conta ma l'onda d'urto che provoca intorno a lui, il modo in cui diventa un'ossessione per tutti i personaggi. Viene sempre filmato mentre affronta gli altri, che si tratti di Simon o di sua figlia Justine. La sua presa è mentale: instilla il dubbio nella mente, come veleno. Vive in cantina, nell'ombra, pronto a palesarsi.

Fonzic è come una cellula cancerogena che produce metastasi nell'edificio.

Volevo realizzare dei campi lunghi del cortile e della facciata. La sua presenza è una sorgente radioattiva che si irradia intorno a lui. La prima vittima è la coppia. Simon è un uomo civilizzato, pieno di empatia, la cui benevolenza in un primo momento lo porta a indignarsi per la situazione di Fonzic. Come può un uomo così rispettabile accettare di vivere in una cantina? La sua utopia umanista è violentemente minata. Si ritrova come indifeso di fronte a Fonzic, che non vuole fare i conti con la società, che sceglie di vivere in una cantina e che non ha nulla da perdere.

La logica negazionista non è così lontana dal complottismo che imperversa oggi.

Il complottismo usa la stessa retorica. Quando parla, Fonzic difende la sua libertà di espressione. Insiste che siamo in democrazia e che vuole mettere in discussione la verità "ufficiale". Come negargli il diritto di "fare domande"? Questi sono gli stessi argomenti che usano i complottisti che rifiutano le verità stabilite per atteggiarsi a uomini liberi, eroi.

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