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Trama

La storia di un ragazzo nella tumultuosa Napoli degli anni Ottanta. Il diciassettenne Fabietto Schisa è un ragazzo goffo che lotta per trovare il suo posto nel mondo, ma che trova gioia in una famiglia straordinaria e amante della vita. Fino a quando alcuni eventi cambiano tutto. Uno è l’arrivo a Napoli di una leggenda dello sport simile a un dio: l’idolo del calcio Maradona, che suscita in Fabietto, e nell’intera città, un orgoglio che un tempo sembrava impossibile. L’altro è un drammatico incidente che farà toccare a Fabietto il fondo, indicandogli la strada per il suo futuro. Apparentemente salvato da Maradona, toccato dal caso o dalla mano di Dio, Fabietto lotta con la natura del destino, la confusione della perdita e l’inebriante libertà di essere vivi.

Approfondimento

DOVE VEDERLO IN STREAMING

È stata la mano di Dio è un film distribuito da Netflix e si potrà vederlo online in streaming su Netflix a partire dal 15 dicembre 2021, dopo che sarà passato - a partire dal 24 novembre 2021 - in alcune sale cinematografiche selezionate in Italia.

LA RECENSIONE

Sorrentino tornerà forse agli allori de La Grande Bellezza grazie al suo film più autobiografico nel raccontare la sua Napoli, la sua adolescenza negli anni '80 che ha coinciso con l'euforia cittadina per l'arrivo del fuoriclasse argentino, la tragedia della sua famiglia con i genitori uccisi nella casa delle vacanze da esalazioni di monossido di carbonio e lui stesso “salvato da Maradona”, non avendo accompagnato i suoi in villeggiatura per seguire la squadra del cuore.

Fabio o Fabietto Schisa, dal volto di Filippo Scotti, è l'alter ego di Sorrentino: studente di liceo dalla citazione colta sempre in bocca, innamorato della zia Patrizia dal fisico esplosivo di Luisa Ranieri, speranzoso come la città intera che il proprietario del Napoli Ferlaino acquisti il campione Diego Armando.

Maradona, col suo celebre gol di mano a cui fa riferimento il titolo, diventa quindi un simbolo per evocare la Napoli in cui Sorrentino si è formato, una leggenda del folclore locale come San Gennaro (Enzo Decaro) e il monaciello.

Ma quello che a Sorrentino principalmente interessa è portarci all'interno della famiglia: il padre (Toni Servillo) dispensatore di consigli di vita, la madre (Teresa Saponangelo) dedita a continui scherzi, il fratello maggiore con cui ha un legame fortissimo. Un nucleo unito da un amore incondizionato che lo porta a rimanere unito nonostante le crisi connesse all'amante storica del padre. Il microcosmo familiare è poi popolato da personaggio grotteschi: l'anziana velenosissima Signora Gentile, il fidanzato della zia obesa che parla solo attraverso una macchinetta laringofono dal suono metallico, la sorella perennemente chiusa in bagno, la vicina altoatesina dalla casa addobbata come una baita tirolese.

In una storia di formazione che nella seconda parte ci parla anche e soprattutto dell'aspirazione a fare cinema come reazione alla perdita, non possono mancare doverose citazioni e omaggi ai maestri, da Fellini a Sergio Leone al partenopeo Antonio Capuano, regista mentore che appare nel ruolo di se stesso urlante e imprecante per ammonire il giovane Fabio (Paolo) aspirante cineasta:“Non ti disunire!

Se l'eccesso barocco continua ad essere la cifra stilistica dell'autore, qui non si riduce affatto a sterile formalismo, ma diventa veicolo di potente emozione: dapprima il film ci fa ridere moltissimo con i tiri mancini della mamma e la galleria di tipi partenopei che vivacchiano e si arrabattano in adorante attesa dei miracoli dell'argentino, poi il colpo al cuore straziante con la tragedia che travolge l'esistenza del giovanissimo protagonista: il regista mette in scena la dipartita dei suoi stessi genitori con disarmante coraggio nel mettere a nudo un dolore così intimo e personale, suscitando una commozione che un film italiano non mi provocava da non ricordo quando.

Accolto da un prolungato e fragoroso applauso alla proiezione per la stampa alla Mostra del Cinema di Venezia, si presenta come un serio concorrente al Leone d'Oro ed oltre.

recensione di PortCros

IN DETTAGLIO

In È stata la mano di Dio, Paolo Sorrentino torna nella Napoli della sua gioventù per raccontare il turbolento racconto di formazione di un ragazzo, una storia resa ancora più intensa dal legame personale che presenta con il passato del suo stesso autore. È una storia più personale e decisamente più emozionale di tutte quelle che ha raccontato in precedenza. È un'immersione in una memoria viva, in un bellissimo mondo imperfetto che non sarebbe potuto durare. Ma è anche la struggente descrizione dell'impulso ad andare avanti, a creare, a cogliere qualunque sconcertante occasione si presenti, anche in mezzo a un immenso dolore.

Siamo negli anni '80. A Napoli tutti parlano in modo febbrile di Maradona, l'illustre leggenda del calcio che pare possa, quasi per miracolo, arrivare in città per giocare nella sfavorita squadra locale. L'aria è densa di promesse e l'adolescente Fabietto Schisa la respira a pieni polmoni. Se a scuola appare come impacciato ed emarginato, la vita comunque gli sorride. I suoi genitori sono volubili, hanno i loro difetti, ma si amano ancora. Le loro famiglie sono chiassose, a volte travagliate e tuttavia molto divertenti. I pranzi sono interminabili, i drammi famigliari vanno in scena ogni giorno, le risate sono incessanti e il futuro sembra ancora molto lontano.

Poi, un inspiegabile incidente capovolge ogni cosa. E, come fece un tempo Sorrentino negli anni della sua gioventù, Fabietto deve trovare un modo per sfuggire alle profondità della tragedia e venire a patti con lo strano gioco del destino che lo ha lasciato in vita. Con un passato andato distrutto e nonostante tutto un'intera esistenza davanti a sé, traccia la rotta del suo percorso attraverso la perdita e verso il nuovo. Questo insieme di devastazione e liberazione è qualcosa che Sorrentino ha sperimentato all'approssimarsi dell'età adulta. E nonostante la finzione e la realtà si intreccino liberamente in È stata la mano di Dio — talmente liberamente che persino gli elementi fantastici sembrano far parte del mondo perfettamente controllato di Fabietto — il film ricostruisce in modo meticoloso la città e l'atmosfera della famiglia in cui egli è cresciuto.

Nato nel 1970, Sorrentino cresce nel Quartiere Vomero di Napoli, sulla collina che si affaccia sulla distesa panoramica del porto della città. Quando ha 16 anni, entrambi i suoi genitori muoiono all'improvviso e in modo del tutto inaspettato per avvelenamento da monossido di carbonio a causa di una fuga di gas nella casa di villeggiatura della famiglia. Di norma, Sorrentino avrebbe dovuto essere insieme ai suoi genitori quel fine settimana. L'unica ragione per cui non rimane anch'egli vittima della tragedia è che ha ottenuto il permesso di restare a casa da solo, per la prima volta nella sua vita, per andare a vedere Maradona che gioca in trasferta con il Napoli.

Sorrentino arriva a percepire Maradona, un uomo già ammantato di divinità sul campo di calcio, come una forza che ha protetto la sua vita. Ma anche il cinema diventa una forza salvifica per lui, una distrazione dall'angoscia. Rifugiandosi nel fare film con grande passione, Sorrentino inizia a lavorare come aiuto regista. Esordisce nella sceneggiatura scrivendo Polvere di Napoli a quattro mani con lo sceneggiatore-regista Antonio Capuano, anch'egli personaggio chiave in È stata la mano di Dio. Di lì a poco Sorrentino passa dietro alla macchina da presa con la commedia L’uomo in più, interpretata da Toni Servillo, l'ultimo film che realizza a Napoli fino a quando non vi tornerà per girare È stata la mano di Dio.

Da quel momento in poi, Sorrentino scrive e dirige i suoi film, tra i quali La grande bellezza, vincitore del premio Oscar per il Miglior film straniero, e Youth - La giovinezza, candidato agli Academy Awards, nonché l'acclamata serie televisiva HBO The Young Pope e la successiva The New Pope.

Conquista una fama a livello internazionale per lo stile vivace che caratterizza una cinematografia dinamica e sfrenata e una narrazione esuberante. Ma nel caso di È stata la mano di Dio, il tratto febbrile scompare e lascia spazio a qualcosa di più esposto e più accessibile di tutte le esperienze che ha creato.

RICORDARE PER POTER DIMENTICARE

È in un momento pervaso da un senso di frustrazione per una sceneggiatura di The New Pope che Sorrentino compie un'inversione a U. Per concedersi una meritata pausa dai rompicapi religiosi, decide di prendersi qualche giorno di vacanza e in quei giorni inizia a sperimentare scrivendo una storia che scaturisce semplicemente dalla propria esperienza interiore, dai ricordi che riaffiorano da un passato che forse ha influenzato il suo lavoro nell'ombra, ma che non ha mai affrontato in modo diretto. Per la prima volta, scrive degli eventi più formativi della sua esistenza, alcuni luminosi e divertenti, altri talmente cupi e strazianti che possono apparire inavvicinabili.

In un primo momento Sorrentino non ha in mente di ricavare un film da quello scritto; al contrario, pensa di poterlo offrire in regalo ai propri figli. “Ho pensato che avrebbe potuto offrire loro la possibilità di capire non tanto il mio carattere quanto i miei difetti”, spiega.

L'obiettivo di una franchezza senza difese e senza vincoli di controllo caratterizza la scrittura. La sceneggiatura emerge in modo organico, come un tutt'uno, nel giro di pochi giorni. Se il processo di scrittura è spesso una guerra tra quello che si nasconde e quello che si rivela, qui la nuda rivelazione possiede l'autore. Tuttavia, Sorrentino ancora non sa di preciso se questa sceneggiatura emotivamente trasparente resterà solo in famiglia o se prenderà vita nella forma di un film.

“Capita a volte di provare l'esigenza di registrare i ricordi, di fissarli da qualche parte”, afferma. “Ma con il passare del tempo, ho pensato che forse sarebbe stata una buona idea farne un film perché avrebbe potuto aiutarmi non tanto a risolvere i problemi che ho avuto nella vita, quanto ad osservarli da una posizione molto più vicina e a conoscerli meglio. Tutti i miei film sono nati da sentimenti che mi appassionavano, ma dopo averli realizzati quella passione è svanita; così ho pensato che se avessi fatto un film sui miei problemi, forse sarei anche riuscito a dimenticarli, almeno in parte”.

Forse, scrivendo per dimenticare, i ricordi diventano ancora più elettrizzanti e vividi e generano un'immersione totale nei vari momenti rievocati. Per Sorrentino potrebbe essere pericoloso avvicinarsi così tanto al cavo sotto tensione della sua sofferenza personale, ma addentrandosi in questo territorio si rende conto che il processo di realizzazione del film gli consente al contrario uno spazio per prendere un po' di fiato.

“Per me l'aspetto interessante di fare un film autobiografico è che a quel punto quei problemi non sono più i miei problemi, ma sono i problemi del film”, spiega. “E non appena diventano i problemi del film, diventano più affrontabili. Quando ho iniziato a montare il film, guardare e riguardare quei ricordi è diventata quasi un'abitudine ed è molto più facile affrontare un'abitudine che affrontare un ricordo”.

Se è vero che il cinema può congelare il tempo, Sorrentino percepisce anche il suo potere di aggiungere un'altra dimensione alla storia del film: una comunione con gli spettatori che portano in sala le proprie esperienze di perdita, il proprio vissuto di quei momenti nella vita in cui le cose meravigliose e le cose terribili entrano in collisione. Questa connessione di sicuro non contiene una risoluzione, ma forse può offrire una sorta di conforto. “Se altre persone potranno relazionarsi e identificarsi con le mie esperienze, se si vedranno specchiate nel film, significa che la mia sofferenza sarà divisa a metà”, commenta Sorrentino, che ancora cerca di comprendere la strana logica del dolore infinito.

LA FUGA DALLO STILE DI SORRENTINO

Le emozioni che circondano È stata la mano di Dio sono talmente potenti, e a tratti persino rischiose, che Sorrentino decide che se realizzerà il film, farà quello che non ha mai fatto prima: ridurre all'essenza ogni singolo elemento. Laddove l'ironia intensa e la stilistica formale sono da sempre gli strumenti distintivi, e in costante evoluzione, nella sua scatola degli attrezzi, qui sceglie di metterli da parte e di permettere alla pura narrazione di posizionarsi al centro della scena.

“Ho cercato di raccontare questa storia senza alcun filtro, in un modo semplice. L'unico filtro è l'evocazione del passato, i ricordi e i sentimenti che provavo quando ero ragazzo”, dichiara. “Per questo film non mi sono preoccupato di un'idea specifica di stile. Ho sentito che sarebbe dovuto emergere in maniera naturale. A dire il vero ho pensato che sarebbe stato molto liberatorio per me fare un film senza uno stile prevalente e mi sono ritrovato ad apprezzare quello che in passato avevo sempre cercato di evitare”.

Tuttavia, per quanto minimale, una ricca energia cinematografica caratterizza È stata la mano di Dio. La struttura è intessuta non solo di tormento e amore famigliare, ma anche in egual misura di mistero, calore, umorismo e desiderio, tutti elementi che entrano in gioco sullo sfondo della palpabile bellezza di Napoli. L'ordinario e lo spettacolare occupano lo stesso spazio. I dettagli umani dei personaggi brillano della loro stessa vitalità. Si percepisce il senso di come il tempo perduto possa in sé diventare stimolo per l'arte e la creazione.

Il film offre anche un commovente spaccato di vita nella forma di una serie di momenti — un pranzo di famiglia illuminato da sole, una avventata vittoria a calcio, le insensate parole di un dottore, un giro notturno in motoscafo, un treno che sfreccia verso una nuova città — che scivolano tra le nostre dita e tuttavia ci rendono quello che siamo. Il riso alleggerisce costantemente il dolore, risoluta forma di ribellione contro di esso.

Come nell'autofiction in letteratura, Sorrentino fa saltare le linee che separano il vero e l'immaginario, trasformando uno stesso elemento in evento reale e fabbricazione e sfruttando la confusione che caratterizza il procedimento per trovare un modo fresco per evocare l'essenza di un periodo della vita in cui tutto è immerso in un limbo.

“Non è detto che tutto quello che vediamo nel film è realmente successo”, osserva. “Alcuni eventi sono accaduti, altro no. Ma è del tutto autentico nel riflettere quello che ho veramente provato in quel periodo del passato”.

Sorrentino continua: “Penso che la principale differenza tra questo film e gli altri che ho fatto stia nel rapporto tra verità e bugie. Se gli altri miei film si alimentano di falsità nella speranza di individuare un barlume di verità, questo parte da sentimenti reali che sono poi stati adattati alla forma cinematografica”.

Il produttore Lorenzo Mieli, che ha lavorato con Sorrentino sulle serie The Young Pope e The New Pope, rimane sorpreso quando il regista gli parla della sceneggiatura. “Mi ha detto che aveva finalmente scritto un film a cui pensava da molti anni e di averlo scritto di getto, nel giro di 48 ore”, ricorda Mieli. “Quando l'ho letto, sono rimasto scioccato per come era riuscito a scrivere un racconto così intenso, così apparentemente semplice e tuttavia così complesso nelle tematiche che tratta, in un lasso di tempo così breve”.

Per Mieli, È stata la mano di Dio evoca “quel momento delicato e cruciale in cui passiamo dall'essere dei ragazzi al diventare adulti. È un cambiamento che può essere assimilabile a un salto nel buio, ma è anche il momento in cui impariamo la pratica del vivere”.

Malgrado la differenza stilistica, Mieli considera il film parte integrante della visione generale della vita e del cinema di Sorrentino — conservando l'essenza e i temi che sono incontestabilmente tipici dell'autore. “A prima vista, il film è senz'altro diverso da gran parte dei lavori precedenti di Paolo”, commenta Mieli. “È facile notare come la grandezza visiva del suo cinema o l'uso della musica differiscano rispetto agli altri suoi film. Eppure, in È stata la mano di Dio Paolo esplora cose di cui ha sempre parlato, malgrado lo faccia in un modo nuovo. Penso che ad oggi sia il suo film più maturo e consente a tutto quello che abbiamo sempre osservato nel suo cinema di sbocciare”.

 

Curiosità

LA MANO DI MARADONA

Forse nessuno sportivo al mondo ha mai suscitato tanta strenua devozione né acquisito tali poteri demiurgici quanto Diego Armando Maradona nella sua breve vita.

Per molti, guardare giocare il campione è molto più vicino a un'epifania spirituale del tifare per un'intera squadra. Il suo aspetto da ragazzo di strada dall'aria furfantesca, alto solo 165 centimetri, che sfoggia un fisico compatto che maschera la sua sublime velocità e lo straordinario controllo di palla non fanno altro che incrementare la sua misteriosità e il suo fascino. Senza dubbio, era umano a livelli quasi strazianti fuori dal campo — la sua vita privata costellata di conflitti, dipendenze, faide e problemi coniugali — ma questo rendeva la magia che era in grado di produrre con il suo corpo e il suo cuore ancora più innaturale. Lo scrittore Eduardo Galeano ha condensato il fenomeno in poche parole, definendo Maradona “il più umano degli dèi”.

L'argentino è già considerato una brillante superstar del calcio in Europa quando iniziano a circolare voci di una sua possibile acquisizione da parte della squadra di calcio del Napoli. Ma dal momento che Napoli è una città difficile e priva di grandi capitali, e Maradona il calciatore più costoso di tutti i tempi, sembra un'assurdità degna di necessitare un gesto di intervento divino. Eppure, accade. All'epoca, la squadra del Napoli non ha mai vinto neppure il campionato italiano. All'improvviso, Maradona porta non solo il trionfo (e due titoli di Serie A) ma anche una palpabile ondata di speranza e orgoglio a una città spesso ignorata e la città lo adotta, poi lo adora, quando diventa quello che mai avrebbe immaginato: una contendente.

L'Effetto Maradona trascende completamente lo sport. Ben presto Maradona diventa inseparabile da Napoli, il suo volto affisso lungo tutti i muri e gli edifici, il suo nome sacrosanto. “Io rappresento i nessuno”, disse una volta e i nessuno lo trasformarono nel loro santo patrono.

Può essere impegnativo spiegare la fascinazione che Maradona ha avuto sulla gente di Napoli. Sorrentino dichiara: “Penso che l'unico modo in cui si possa spiegare il fenomeno Maradona stia nel fatto che aveva un rapporto più stretto con il divino che con l'umano. Maradona non è arrivato a Napoli a bordo di un aeroplano, è addirittura apparso dal nulla come un dio. Ha offerto redenzione alla gente, come una figura religiosa, e ci ha invitati ad amarlo per i suoi peccati. Per i ragazzi della mia generazione, ha creato un rapporto con il calcio che va oltre la semplice tifoseria, è un rapporto che rasenta una gioia sconfinata, una gioia estenuante, quasi insopportabile”.

Andare a vedere giocare Maradona dà alla vita di tutti i giorni una carica elettrizzante. “Era la felicità a velocità turbo, perché non era solo questione di vedere un calciatore, c'era anche tutto il corollario che si portava dietro, la sensazione che nella vita tutto vada per il verso giusto, dell'attesa della domenica, un giorno di festa, un giorno in cui eri perennemente in uno stato di frenesia. Andavi allo stadio con gli amici in uno stato di completa sovra eccitazione ed era tutto un po' avventato. A volte facevamo l'autostop per andare allo stadio o usavamo qualsiasi veicolo riuscissimo ad accaparrarci, oppure andavamo a piedi. Era una scusa per vivere delle avventure”, conclude Sorrentino.

La frase “la mano di Dio” viene associata per la prima volta a Maradona durante i (quarti di finale dei) Mondiali del 1986 in Messico, quando segna le due reti vincenti dell'Argentina contro l'Inghilterra. Il secondo gol è considerato il capolavoro di tutti i tempi, ma per quanto riguarda l'azione che porta al primo, il replay rivelerà che ha commesso fallo colpendo il pallone con la mano. Quando gli viene chiesto un commento dopo la partita, Maradona risponde sfacciatamente (che il gol è stato siglato): “un po' con la testa di Maradona e un altro po' con la mano di Dio.”

L'eco delle sue parole fa il giro del mondo, ma getterà nello scompiglio Sorrentino. Nel film, è lo zio di Fabietto, Alfredo, (interpretato dall'attore, regista teatrale e drammaturgo napoletano Renato Carpentieri) a usare la frase per descrivere l'unica spiegazione plausibile della ragione per cui la vita di Fabietto viene risparmiata, sollevando lo spettro del suo destino, malgrado sia stato radicalmente alterato.

“Ho sempre amato quella espressione perché riassume un atteggiamento nei confronti della vita”, dichiara Sorrentino. “Fabietto si salva da morte certa grazie alla sua passione per Maradona, un aspetto che inizia a prendere in considerazione solo quando suo zio, pazzo o illuminato – lascio che siano gli spettatori a decidere – gli dice che è stata la mano di Dio”.

Maradona fornisce a Sorrentino anche un primo assaggio della libertà dell'immaginazione. “Vengo da una famiglia che non aveva molte inclinazioni artistiche. La forma più alta di fantasia nella mia famiglia era l'ironia e l'abbandono a una bella risata, al divertimento. Da bambino, non ho frequentato il cinema, la letteratura o la fotografia. L'unico artista nella mia vita era Maradona. Ho scelto un percorso completamente diverso grazie alla creatività che ho scoperto in lui e anche nelle creazioni fiabesche di Napoli come Il Monaciello. Divenne il mio modo per sfuggire alla realtà”.

CAPUANO

Un'altra figura realmente esistente che gioca un ruolo catartico in È stata la mano di Dio è il regista napoletano Antonio Capuano, primo mentore di Sorrentino che, come dichiara egli stesso “mi ha trasmesso la gioia di fare cinema”. I film di Capuano - tra i quali Vito e gli altri, Polvere di Napoli (co-sceneggiato con Sorrentino), Pianese Nunzio, 14 anni a maggio, Luna rossa, L’amore buio, La guerra di Mario e il recente Il buco in testa - sono noti per essere imbevuti di un intenso amore per Napoli e per la sua gente.

In È stata la mano di Dio, Capuano, con i suoi modi un po' bruschi, indirizza Fabietto verso il suo futuro proprio nel momento in cui si trova in alto mare. Pieno di rigore e di fervore, che al tempo stesso spaventa e attrae, Capuano avverte Fabietto che la speranza può essere una trappola e lo sfida ad essere completamente sincero con se stesso.

“Nel film il dialogo con Capuano è una combinazione delle molte conversazioni che abbiamo avuto, non soltanto lavorando insieme, ma anche nel corso della nostra lunga amicizia”, precisa Sorrentino. “Riassume con precisione il tipo di essere umano che è Capuano — un individuo che amo e odio al tempo stesso, perché ha questo suo modo di provocarmi a disvelare me stesso, a essere completamente nudo sul piano emotivo e a rivelare quello che realmente sono. È bello e raro incontrare una persona come lui, ma implica anche un grosso sforzo per qualcuno come me”.

Sorrentino continua: “Per Fabietto, la cui vitalità ha subito una violenta battuta d'arresto, l'incontro con Capuano è una scossa. Capuano è una persona che non è mai rassicurante, non ama le chiacchiere insulse né i convenevoli. Per me, e per Fabietto, si rivela decisivo nell'alimentare il coraggio, non soltanto di fare il cinema, ma di farlo con valore”.

Nel film si percepisce anche la presenza di altri registi italiani: Fellini è in città per delle audizioni, Zeffirelli fa parte di uno scherzo e sul televisore della famiglia Schisa troneggia per tutto il tempo uno dei film preferiti di Sorrentino: C’era una volta in America di Sergio Leone. L'epopea gangster drammatica del 1984 diventerà una pietra di paragone cinematografica per un'intera generazione di futuri cineasti. Benché famoso per la grandiosità delle sue immagini, la struttura complessa e gli affascinanti primi piani, il film è forse amato soprattutto per la somma descrizione delle illusioni infrante.

“Ho scoperto C’era una volta in America quando avevo circa 20 anni, più avanti di Fabietto nel film”, ricorda Sorrentino. “Per me, è un film che è un sogno ed è un film che mi ha fatto sognare di diventare regista, come è stato per molti altri. Mi è piaciuta anche l'idea della videocassetta sul televisore, perché mi ricorda l'epoca in cui il modo più diffuso per vedere i film era noleggiare le cassette VHS — e in Italia tutti vivevano nel terrore di non restituire per tempo il titolo preso in prestito”.

Il cast

A dirigere È stata la mano di Dio è Paolo Sorrentino, regista e sceneggiatore nato a Napoli nel 1970. Nel 2001, il suo primo lungometraggio, L’uomo in più, è selezionato alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 2004 gira Le conseguenze dell’amore e nel 2006 L’amico di famiglia, entrambi in concorso al… Vedi tutto

Commenti (3) vedi tutti

  • Sorrentino riesce mirabilmente a destreggiarsi sul terreno scivoloso della rievocazione della propria intimità, grazie alla prima parte del film che mette in scena una famiglia napoletana come tante (ma a suo modo unica), senza mitizzazioni e senza sconti. Il tanto reclamizzato ruolo di Maradona resta sempre sullo sfondo. Voto: 7,5.

    leggi la recensione completa di andenko
  • Il personale "Amarcord" Sorrentiniano passa dalle gioie e i dolori di un timido adolescente, attraversa il vitale foclore di una numerosa famiglia, ma sopratutto si nutre della Napoli più vitale, erotica e magica, nutrita dalle prodezze del "pibe de oro" Maradona.

    leggi la recensione completa di GIMON 82
  • Cosa centrano un camorrista, una zia pazza, ma gnocca, un regista, Maradona e uno studente del classico? Una beata mazza - direte voi. Si ma in un mondo non sorrentiniano! Invece, nell'universo, perchè dire mondo sarebbe troppo ristretto, di questo stralunato orfano, orfano come lo fu il geniale Miloš Forman, come Cenerentola, Remì o Oliver Twist

    leggi la recensione completa di gaiart
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steno79 di steno79
8 stelle

Arrivato al nono film, Paolo Sorrentino decide di approdare a lidi autobiografici che lo portano nuovamente dalle parti del suo idolo Fellini, stavolta in zona "Amarcord"; la mossa risulta arrischiata e certamente non scontata, anche perché il regista ha il coraggio di rievocare la morte di entrambi i genitori a causa delle esalazioni velenose di una stufa nella casa di montagna a… leggi tutto

8 recensioni positive

Recensioni

La recensione più votata delle sufficienti

EightAndHalf di EightAndHalf
5 stelle

Sorrentino inizia la sua semi-autobiografia spiccando il volo, in silenzio, sul golfo di Napoli. Può andare davvero ovunque, sempre in silenzio, e sfiorare strade, auto, monti e orizzonti. Purtroppo serve solo ai titoli di testa. Lampi della strada trafficata di 8 1/2, dei pentoloni dell’infanzia di Fellini di 8 1/2, di provini di Fellini. E poi Maradona che arriva al Napoli… leggi tutto

2 recensioni sufficienti

2021
2021

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galaverna di galaverna
8 stelle

Diventa difficile giudicare il film di un regista eclettico ed originale come Sorrentino quando è alle prese con la parte più intima e profonda della sua esistenza, un'adolescenza interrotta, la morte improvvisa dei genitori, il vuoto che diventa genio creativo e ripartenza per un nuovo percorso, per una carriera che sarà prodiga di successi. E' difficile perchè da…

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andenko di andenko
8 stelle

Si dice spesso, con qualche ragione, che sia profondamente terapeutico mettere su carta (o su pellicola) vicende autobiografiche segnate da un dolore irredimibile. Tuttavia, dal punto di vista artistico i rischi cui si va incontro sono molteplici; nel mio piccolo l'ho verificato quando ho scritto "Reparto Paternità" (che è ancora disponibile su Amazon e in libreria, per chi fosse…

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diomede917 di diomede917
8 stelle

CIAK MI GIRANO LE CRITICHE DI DIOMEDE917: È STATA LA MANO DI DIO   Credo che sia una cosa appurata e consolidata che Paolo Sorrentino sia il regista più felliniano tra i registi attuali. Se La Grande Bellezza era la sua personale Dolce Vita e Youth il suo 8 e ½, È stata la mano di Dio è il suo personalissimo Amarcord. È il sentire davvero il…

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steno79 di steno79
8 stelle

Arrivato al nono film, Paolo Sorrentino decide di approdare a lidi autobiografici che lo portano nuovamente dalle parti del suo idolo Fellini, stavolta in zona "Amarcord"; la mossa risulta arrischiata e certamente non scontata, anche perché il regista ha il coraggio di rievocare la morte di entrambi i genitori a causa delle esalazioni velenose di una stufa nella casa di montagna a…

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robertoleoni di robertoleoni
7 stelle

...sembra strano che questo regista di successo sia in realtà un regista di solitudini, perché in tutti i suoi film declinato in vari modi c'è questo concetto della solitudine, c'è questo senso dello smarrimento, c'è questa ricerca in una desertificazione dei sentimenti, c'è la ricerca di ritrovarsi, quasi un desiderio di non smarrirsi, di non…

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GIMON 82 di GIMON 82
8 stelle

Lontano dalle atmosfere liftate della "Grande Bellezza", dai musicisti girovaghi (This must be the place) o da politicanti cialtroni (Loro), Sorrentino attinge dal suo humus personale parlando di Napoli, della "sua" visione partenopea della vita e del mondo. Una galleria di personaggi tra il grottesco e il faceto, tra il poetico e lo scanzonato, affollano la sua pellicola. Un inno alla vita…

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Uscito nelle sale italiane il 22 novembre 2021

Venezia 2021: i magnifici 8

port cros di port cros

A qualche giorno dal mio rientro dalla 78ma Mostra, a cui ho partecipato dal 31 agosto al 5 settembre 2021, ecco la lista degli otto migliori film, quelli a cui ho concesso almeno le tre stelle e mezza di valutazione.…

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alan smithee di alan smithee
5 stelle

FESTIVAL DI VENEZIA 78 - CONCORSO "La verità Fabietto è che nessuno sa veramente cosa succede nelle case degli altri". È arrivato il momento, anche per Paolo Sorrentino, di raccontarsi e di dare spazio ad una storia fortemente autobiografica che si presenta come un racconto di formazione ove allegria e dolore si alternano spudoratamente come a volte solo le storie di…

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port cros di port cros
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  78ma MOSTA DEL CINEMA DI VENEZIA – IN CONCORSO   Sorrentino tornerà forse agli allori de La Grande Bellezza grazie al suo film più autobiografico nel raccontare la sua Napoli, la sua adolescenza negli anni '80 che ha coinciso con l'euforia cittadina per l'arrivo del fuoriclasse argentino, la tragedia della sua famiglia con i genitori uccisi nella casa delle…

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