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Trama

La storia di un ragazzo nella tumultuosa Napoli degli anni Ottanta. Il diciassettenne Fabietto Schisa è un ragazzo goffo che lotta per trovare il suo posto nel mondo, ma che trova gioia in una famiglia straordinaria e amante della vita. Fino a quando alcuni eventi cambiano tutto. Uno è l’arrivo a Napoli di una leggenda dello sport simile a un dio: l’idolo del calcio Maradona, che suscita in Fabietto, e nell’intera città, un orgoglio che un tempo sembrava impossibile. L’altro è un drammatico incidente che farà toccare a Fabietto il fondo, indicandogli la strada per il suo futuro. Apparentemente salvato da Maradona, toccato dal caso o dalla mano di Dio, Fabietto lotta con la natura del destino, la confusione della perdita e l’inebriante libertà di essere vivi.

Approfondimento

INTRODUZIONE

In È stata la mano di Dio, Paolo Sorrentino torna nella Napoli della sua gioventù per raccontare il turbolento racconto di formazione di un ragazzo, una storia resa ancora più intensa dal legame personale che presenta con il passato del suo stesso autore. È una storia più personale e decisamente più emozionale di tutte quelle che ha raccontato in precedenza. È un'immersione in una memoria viva, in un bellissimo mondo imperfetto che non sarebbe potuto durare. Ma è anche la struggente descrizione dell'impulso ad andare avanti, a creare, a cogliere qualunque sconcertante occasione si presenti, anche in mezzo a un immenso dolore.

Siamo negli anni '80. A Napoli tutti parlano in modo febbrile di Maradona, l'illustre leggenda del calcio che pare possa, quasi per miracolo, arrivare in città per giocare nella sfavorita squadra locale. L'aria è densa di promesse e l'adolescente Fabietto Schisa la respira a pieni polmoni. Se a scuola appare come impacciato ed emarginato, la vita comunque gli sorride. I suoi genitori sono volubili, hanno i loro difetti, ma si amano ancora. Le loro famiglie sono chiassose, a volte travagliate e tuttavia molto divertenti. I pranzi sono interminabili, i drammi famigliari vanno in scena ogni giorno, le risate sono incessanti e il futuro sembra ancora molto lontano.

Poi, un inspiegabile incidente capovolge ogni cosa. E, come fece un tempo Sorrentino negli anni della sua gioventù, Fabietto deve trovare un modo per sfuggire alle profondità della tragedia e venire a patti con lo strano gioco del destino che lo ha lasciato in vita. Con un passato andato distrutto e nonostante tutto un'intera esistenza davanti a sé, traccia la rotta del suo percorso attraverso la perdita e verso il nuovo. Questo insieme di devastazione e liberazione è qualcosa che Sorrentino ha sperimentato all'approssimarsi dell'età adulta. E nonostante la finzione e la realtà si intreccino liberamente in È stata la mano di Dio — talmente liberamente che persino gli elementi fantastici sembrano far parte del mondo perfettamente controllato di Fabietto — il film ricostruisce in modo meticoloso la città e l'atmosfera della famiglia in cui egli è cresciuto.

Nato nel 1970, Sorrentino cresce nel Quartiere Vomero di Napoli, sulla collina che si affaccia sulla distesa panoramica del porto della città. Quando ha 16 anni, entrambi i suoi genitori muoiono all'improvviso e in modo del tutto inaspettato per avvelenamento da monossido di carbonio a causa di una fuga di gas nella casa di villeggiatura della famiglia. Di norma, Sorrentino avrebbe dovuto essere insieme ai suoi genitori quel fine settimana. L'unica ragione per cui non rimane anch'egli vittima della tragedia è che ha ottenuto il permesso di restare a casa da solo, per la prima volta nella sua vita, per andare a vedere Maradona che gioca in trasferta con il Napoli.

Sorrentino arriva a percepire Maradona, un uomo già ammantato di divinità sul campo di calcio, come una forza che ha protetto la sua vita. Ma anche il cinema diventa una forza salvifica per lui, una distrazione dall'angoscia. Rifugiandosi nel fare film con grande passione, Sorrentino inizia a lavorare come aiuto regista. Esordisce nella sceneggiatura scrivendo Polvere di Napoli a quattro mani con lo sceneggiatore-regista Antonio Capuano, anch'egli personaggio chiave in È stata la mano di Dio. Di lì a poco Sorrentino passa dietro alla macchina da presa con la commedia L’uomo in più, interpretata da Toni Servillo, l'ultimo film che realizza a Napoli fino a quando non vi tornerà per girare È stata la mano di Dio.

Da quel momento in poi, Sorrentino scrive e dirige i suoi film, tra i quali La grande bellezza, vincitore del premio Oscar per il Miglior film straniero, e Youth - La giovinezza, candidato agli Academy Awards, nonché l'acclamata serie televisiva HBO The Young Pope e la successiva The New Pope.

Conquista una fama a livello internazionale per lo stile vivace che caratterizza una cinematografia dinamica e sfrenata e una narrazione esuberante. Ma nel caso di È stata la mano di Dio, il tratto febbrile scompare e lascia spazio a qualcosa di più esposto e più accessibile di tutte le esperienze che ha creato.

RICORDARE PER POTER DIMENTICARE

È in un momento pervaso da un senso di frustrazione per una sceneggiatura di The New Pope che Sorrentino compie un'inversione a U. Per concedersi una meritata pausa dai rompicapi religiosi, decide di prendersi qualche giorno di vacanza e in quei giorni inizia a sperimentare scrivendo una storia che scaturisce semplicemente dalla propria esperienza interiore, dai ricordi che riaffiorano da un passato che forse ha influenzato il suo lavoro nell'ombra, ma che non ha mai affrontato in modo diretto. Per la prima volta, scrive degli eventi più formativi della sua esistenza, alcuni luminosi e divertenti, altri talmente cupi e strazianti che possono apparire inavvicinabili.

In un primo momento Sorrentino non ha in mente di ricavare un film da quello scritto; al contrario, pensa di poterlo offrire in regalo ai propri figli. “Ho pensato che avrebbe potuto offrire loro la possibilità di capire non tanto il mio carattere quanto i miei difetti”, spiega.

L'obiettivo di una franchezza senza difese e senza vincoli di controllo caratterizza la scrittura. La sceneggiatura emerge in modo organico, come un tutt'uno, nel giro di pochi giorni. Se il processo di scrittura è spesso una guerra tra quello che si nasconde e quello che si rivela, qui la nuda rivelazione possiede l'autore. Tuttavia, Sorrentino ancora non sa di preciso se questa sceneggiatura emotivamente trasparente resterà solo in famiglia o se prenderà vita nella forma di un film.

“Capita a volte di provare l'esigenza di registrare i ricordi, di fissarli da qualche parte”, afferma. “Ma con il passare del tempo, ho pensato che forse sarebbe stata una buona idea farne un film perché avrebbe potuto aiutarmi non tanto a risolvere i problemi che ho avuto nella vita, quanto ad osservarli da una posizione molto più vicina e a conoscerli meglio. Tutti i miei film sono nati da sentimenti che mi appassionavano, ma dopo averli realizzati quella passione è svanita; così ho pensato che se avessi fatto un film sui miei problemi, forse sarei anche riuscito a dimenticarli, almeno in parte”.

Forse, scrivendo per dimenticare, i ricordi diventano ancora più elettrizzanti e vividi e generano un'immersione totale nei vari momenti rievocati. Per Sorrentino potrebbe essere pericoloso avvicinarsi così tanto al cavo sotto tensione della sua sofferenza personale, ma addentrandosi in questo territorio si rende conto che il processo di realizzazione del film gli consente al contrario uno spazio per prendere un po' di fiato.

“Per me l'aspetto interessante di fare un film autobiografico è che a quel punto quei problemi non sono più i miei problemi, ma sono i problemi del film”, spiega. “E non appena diventano i problemi del film, diventano più affrontabili. Quando ho iniziato a montare il film, guardare e riguardare quei ricordi è diventata quasi un'abitudine ed è molto più facile affrontare un'abitudine che affrontare un ricordo”.

Se è vero che il cinema può congelare il tempo, Sorrentino percepisce anche il suo potere di aggiungere un'altra dimensione alla storia del film: una comunione con gli spettatori che portano in sala le proprie esperienze di perdita, il proprio vissuto di quei momenti nella vita in cui le cose meravigliose e le cose terribili entrano in collisione. Questa connessione di sicuro non contiene una risoluzione, ma forse può offrire una sorta di conforto. “Se altre persone potranno relazionarsi e identificarsi con le mie esperienze, se si vedranno specchiate nel film, significa che la mia sofferenza sarà divisa a metà”, commenta Sorrentino, che ancora cerca di comprendere la strana logica del dolore infinito.

LA FUGA DALLO STILE DI SORRENTINO

Le emozioni che circondano È stata la mano di Dio sono talmente potenti, e a tratti persino rischiose, che Sorrentino decide che se realizzerà il film, farà quello che non ha mai fatto prima: ridurre all'essenza ogni singolo elemento. Laddove l'ironia intensa e la stilistica formale sono da sempre gli strumenti distintivi, e in costante evoluzione, nella sua scatola degli attrezzi, qui sceglie di metterli da parte e di permettere alla pura narrazione di posizionarsi al centro della scena.

“Ho cercato di raccontare questa storia senza alcun filtro, in un modo semplice. L'unico filtro è l'evocazione del passato, i ricordi e i sentimenti che provavo quando ero ragazzo”, dichiara. “Per questo film non mi sono preoccupato di un'idea specifica di stile. Ho sentito che sarebbe dovuto emergere in maniera naturale. A dire il vero ho pensato che sarebbe stato molto liberatorio per me fare un film senza uno stile prevalente e mi sono ritrovato ad apprezzare quello che in passato avevo sempre cercato di evitare”.

Tuttavia, per quanto minimale, una ricca energia cinematografica caratterizza È stata la mano di Dio. La struttura è intessuta non solo di tormento e amore famigliare, ma anche in egual misura di mistero, calore, umorismo e desiderio, tutti elementi che entrano in gioco sullo sfondo della palpabile bellezza di Napoli. L'ordinario e lo spettacolare occupano lo stesso spazio. I dettagli umani dei personaggi brillano della loro stessa vitalità. Si percepisce il senso di come il tempo perduto possa in sé diventare stimolo per l'arte e la creazione.

Il film offre anche un commovente spaccato di vita nella forma di una serie di momenti — un pranzo di famiglia illuminato da sole, una avventata vittoria a calcio, le insensate parole di un dottore, un giro notturno in motoscafo, un treno che sfreccia verso una nuova città — che scivolano tra le nostre dita e tuttavia ci rendono quello che siamo. Il riso alleggerisce costantemente il dolore, risoluta forma di ribellione contro di esso.

Come nell'autofiction in letteratura, Sorrentino fa saltare le linee che separano il vero e l'immaginario, trasformando uno stesso elemento in evento reale e fabbricazione e sfruttando la confusione che caratterizza il procedimento per trovare un modo fresco per evocare l'essenza di un periodo della vita in cui tutto è immerso in un limbo.

“Non è detto che tutto quello che vediamo nel film è realmente successo”, osserva. “Alcuni eventi sono accaduti, altro no. Ma è del tutto autentico nel riflettere quello che ho veramente provato in quel periodo del passato”.

Sorrentino continua: “Penso che la principale differenza tra questo film e gli altri che ho fatto stia nel rapporto tra verità e bugie. Se gli altri miei film si alimentano di falsità nella speranza di individuare un barlume di verità, questo parte da sentimenti reali che sono poi stati adattati alla forma cinematografica”.

Il produttore Lorenzo Mieli, che ha lavorato con Sorrentino sulle serie The Young Pope e The New Pope, rimane sorpreso quando il regista gli parla della sceneggiatura. “Mi ha detto che aveva finalmente scritto un film a cui pensava da molti anni e di averlo scritto di getto, nel giro di 48 ore”, ricorda Mieli. “Quando l'ho letto, sono rimasto scioccato per come era riuscito a scrivere un racconto così intenso, così apparentemente semplice e tuttavia così complesso nelle tematiche che tratta, in un lasso di tempo così breve”.

Per Mieli, È stata la mano di Dio evoca “quel momento delicato e cruciale in cui passiamo dall'essere dei ragazzi al diventare adulti. È un cambiamento che può essere assimilabile a un salto nel buio, ma è anche il momento in cui impariamo la pratica del vivere”.

Malgrado la differenza stilistica, Mieli considera il film parte integrante della visione generale della vita e del cinema di Sorrentino — conservando l'essenza e i temi che sono incontestabilmente tipici dell'autore. “A prima vista, il film è senz'altro diverso da gran parte dei lavori precedenti di Paolo”, commenta Mieli. “È facile notare come la grandezza visiva del suo cinema o l'uso della musica differiscano rispetto agli altri suoi film. Eppure, in È stata la mano di Dio Paolo esplora cose di cui ha sempre parlato, malgrado lo faccia in un modo nuovo. Penso che ad oggi sia il suo film più maturo e consente a tutto quello che abbiamo sempre osservato nel suo cinema di sbocciare”.

 

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Curiosità

LA MANO DI MARADONA

Forse nessuno sportivo al mondo ha mai suscitato tanta strenua devozione né acquisito tali poteri demiurgici quanto Diego Armando Maradona nella sua breve vita.

Per molti, guardare giocare il campione è molto più vicino a un'epifania spirituale del tifare per un'intera squadra. Il suo aspetto da ragazzo di strada dall'aria furfantesca, alto solo 165 centimetri, che sfoggia un fisico compatto che maschera la sua sublime velocità e lo straordinario controllo di palla non fanno altro che incrementare la sua misteriosità e il suo fascino. Senza dubbio, era umano a livelli quasi strazianti fuori dal campo — la sua vita privata costellata di conflitti, dipendenze, faide e problemi coniugali — ma questo rendeva la magia che era in grado di produrre con il suo corpo e il suo cuore ancora più innaturale. Lo scrittore Eduardo Galeano ha condensato il fenomeno in poche parole, definendo Maradona “il più umano degli dèi”.

L'argentino è già considerato una brillante superstar del calcio in Europa quando iniziano a circolare voci di una sua possibile acquisizione da parte della squadra di calcio del Napoli. Ma dal momento che Napoli è una città difficile e priva di grandi capitali, e Maradona il calciatore più costoso di tutti i tempi, sembra un'assurdità degna di necessitare un gesto di intervento divino. Eppure, accade. All'epoca, la squadra del Napoli non ha mai vinto neppure il campionato italiano. All'improvviso, Maradona porta non solo il trionfo (e due titoli di Serie A) ma anche una palpabile ondata di speranza e orgoglio a una città spesso ignorata e la città lo adotta, poi lo adora, quando diventa quello che mai avrebbe immaginato: una contendente.

L'Effetto Maradona trascende completamente lo sport. Ben presto Maradona diventa inseparabile da Napoli, il suo volto affisso lungo tutti i muri e gli edifici, il suo nome sacrosanto. “Io rappresento i nessuno”, disse una volta e i nessuno lo trasformarono nel loro santo patrono.

Può essere impegnativo spiegare la fascinazione che Maradona ha avuto sulla gente di Napoli. Sorrentino dichiara: “Penso che l'unico modo in cui si possa spiegare il fenomeno Maradona stia nel fatto che aveva un rapporto più stretto con il divino che con l'umano. Maradona non è arrivato a Napoli a bordo di un aeroplano, è addirittura apparso dal nulla come un dio. Ha offerto redenzione alla gente, come una figura religiosa, e ci ha invitati ad amarlo per i suoi peccati. Per i ragazzi della mia generazione, ha creato un rapporto con il calcio che va oltre la semplice tifoseria, è un rapporto che rasenta una gioia sconfinata, una gioia estenuante, quasi insopportabile”.

Andare a vedere giocare Maradona dà alla vita di tutti i giorni una carica elettrizzante. “Era la felicità a velocità turbo, perché non era solo questione di vedere un calciatore, c'era anche tutto il corollario che si portava dietro, la sensazione che nella vita tutto vada per il verso giusto, dell'attesa della domenica, un giorno di festa, un giorno in cui eri perennemente in uno stato di frenesia. Andavi allo stadio con gli amici in uno stato di completa sovra eccitazione ed era tutto un po' avventato. A volte facevamo l'autostop per andare allo stadio o usavamo qualsiasi veicolo riuscissimo ad accaparrarci, oppure andavamo a piedi. Era una scusa per vivere delle avventure”, conclude Sorrentino.

La frase “la mano di Dio” viene associata per la prima volta a Maradona durante i (quarti di finale dei) Mondiali del 1986 in Messico, quando segna le due reti vincenti dell'Argentina contro l'Inghilterra. Il secondo gol è considerato il capolavoro di tutti i tempi, ma per quanto riguarda l'azione che porta al primo, il replay rivelerà che ha commesso fallo colpendo il pallone con la mano. Quando gli viene chiesto un commento dopo la partita, Maradona risponde sfacciatamente (che il gol è stato siglato): “un po' con la testa di Maradona e un altro po' con la mano di Dio.”

L'eco delle sue parole fa il giro del mondo, ma getterà nello scompiglio Sorrentino. Nel film, è lo zio di Fabietto, Alfredo, (interpretato dall'attore, regista teatrale e drammaturgo napoletano Renato Carpentieri) a usare la frase per descrivere l'unica spiegazione plausibile della ragione per cui la vita di Fabietto viene risparmiata, sollevando lo spettro del suo destino, malgrado sia stato radicalmente alterato.

“Ho sempre amato quella espressione perché riassume un atteggiamento nei confronti della vita”, dichiara Sorrentino. “Fabietto si salva da morte certa grazie alla sua passione per Maradona, un aspetto che inizia a prendere in considerazione solo quando suo zio, pazzo o illuminato – lascio che siano gli spettatori a decidere – gli dice che è stata la mano di Dio”.

Maradona fornisce a Sorrentino anche un primo assaggio della libertà dell'immaginazione. “Vengo da una famiglia che non aveva molte inclinazioni artistiche. La forma più alta di fantasia nella mia famiglia era l'ironia e l'abbandono a una bella risata, al divertimento. Da bambino, non ho frequentato il cinema, la letteratura o la fotografia. L'unico artista nella mia vita era Maradona. Ho scelto un percorso completamente diverso grazie alla creatività che ho scoperto in lui e anche nelle creazioni fiabesche di Napoli come Il Monaciello. Divenne il mio modo per sfuggire alla realtà”.

CAPUANO

Un'altra figura realmente esistente che gioca un ruolo catartico in È stata la mano di Dio è il regista napoletano Antonio Capuano, primo mentore di Sorrentino che, come dichiara egli stesso “mi ha trasmesso la gioia di fare cinema”. I film di Capuano - tra i quali Vito e gli altri, Polvere di Napoli (co-sceneggiato con Sorrentino), Pianese Nunzio, 14 anni a maggio, Luna rossa, L’amore buio, La guerra di Mario e il recente Il buco in testa - sono noti per essere imbevuti di un intenso amore per Napoli e per la sua gente.

In È stata la mano di Dio, Capuano, con i suoi modi un po' bruschi, indirizza Fabietto verso il suo futuro proprio nel momento in cui si trova in alto mare. Pieno di rigore e di fervore, che al tempo stesso spaventa e attrae, Capuano avverte Fabietto che la speranza può essere una trappola e lo sfida ad essere completamente sincero con se stesso.

“Nel film il dialogo con Capuano è una combinazione delle molte conversazioni che abbiamo avuto, non soltanto lavorando insieme, ma anche nel corso della nostra lunga amicizia”, precisa Sorrentino. “Riassume con precisione il tipo di essere umano che è Capuano — un individuo che amo e odio al tempo stesso, perché ha questo suo modo di provocarmi a disvelare me stesso, a essere completamente nudo sul piano emotivo e a rivelare quello che realmente sono. È bello e raro incontrare una persona come lui, ma implica anche un grosso sforzo per qualcuno come me”.

Sorrentino continua: “Per Fabietto, la cui vitalità ha subito una violenta battuta d'arresto, l'incontro con Capuano è una scossa. Capuano è una persona che non è mai rassicurante, non ama le chiacchiere insulse né i convenevoli. Per me, e per Fabietto, si rivela decisivo nell'alimentare il coraggio, non soltanto di fare il cinema, ma di farlo con valore”.

Nel film si percepisce anche la presenza di altri registi italiani: Fellini è in città per delle audizioni, Zeffirelli fa parte di uno scherzo e sul televisore della famiglia Schisa troneggia per tutto il tempo uno dei film preferiti di Sorrentino: C’era una volta in America di Sergio Leone. L'epopea gangster drammatica del 1984 diventerà una pietra di paragone cinematografica per un'intera generazione di futuri cineasti. Benché famoso per la grandiosità delle sue immagini, la struttura complessa e gli affascinanti primi piani, il film è forse amato soprattutto per la somma descrizione delle illusioni infrante.

“Ho scoperto C’era una volta in America quando avevo circa 20 anni, più avanti di Fabietto nel film”, ricorda Sorrentino. “Per me, è un film che è un sogno ed è un film che mi ha fatto sognare di diventare regista, come è stato per molti altri. Mi è piaciuta anche l'idea della videocassetta sul televisore, perché mi ricorda l'epoca in cui il modo più diffuso per vedere i film era noleggiare le cassette VHS — e in Italia tutti vivevano nel terrore di non restituire per tempo il titolo preso in prestito”.

RITORNO A NAPOLI

Eretta all'ombra delle pendici del Vesuvio, adagiata sulle scintillanti acque color zaffiro del Mar Mediterraneo, Napoli è sempre stata un luogo di aspri contrasti. È una delle città più antiche d'Europa e tra le più complesse d'Italia e questo la rende al tempo stesso ricca del denso fluire della storia e della coraggiosa resistenza quotidiana.

È stata la mano di Dio è al tempo stesso una lettera d'amore a Napoli e un portone aperto sullo spirito amante della vita che caratterizza la città. Ma la Napoli molto particolare ricercata da Sorrentino per il film è semplicemente quella che lui chiamava casa. È la Napoli più stretta, più intima che conosceva da ragazzino piccolo borghese che trascorreva il tempo andando a scuola, stando in famiglia e aspettando la partita di calcio tutte le domeniche.

Vent'anni dopo aver diretto a Napoli il suo primo film, L’uomo in più, Sorrentino ritorna per la prima volta nella sua città con una troupe cinematografica. “Che effetto mi ha fatto tornare? È stato meraviglioso, molto eccitante. Divertente”, commenta Sorrentino. “Non è facile per me riassumere come mi sono sentito a tornare a Napoli perché è come dover riassumere una vita intera”.

Girandovi in questo momento della sua vita e della sua carriera, osserva la città in nuovi modi. “Sono sempre vissuto in una casa dalla quale non si poteva vedere il mare. Ma facendo questo film, ho avuto il privilegio di starci proprio sopra”, riflette Sorrentino. “E finalmente ho capito cosa intendesse Raffaele La Capria scrivendo Ferito a morte [romanzo vincitore del Premio Strega in cui La Capria scrive della distanza esistente tra ‘la Napoli bagnata dal mare e la Napoli dei vicoli, del Vesuvio e del contro Vesuvio’]. Napoli non è solo una città di quartieri. Alcuni godono del mare, mentre altri ne sono privati. E mi sono reso conto che questo può modificare radicalmente il sentimento viscerale di una persona nei confronti della città”.

Anche molti componenti del cast sono cresciuti a Napoli e l'hanno vista evolversi. Dice Toni Servillo: “Napoli è una città che si muove rapidamente, impossibile da tenere ferma. Paragonata con la Napoli di L’uomo in più, la città è molto cambiata, come il resto del mondo. Ma Napoli è sempre in grado di difendersi da sola”.

Dal momento che la Napoli del film doveva essere la Napoli incisa nella memoria di Sorrentino, il regista ripercorre il più possibile i suoi passi. “Sono andato a cercare i luoghi in cui sono cresciuto”, dichiara Sorrentino. “Il set della casa della famiglia Schisa è un appartamento nello stesso edificio in cui vivevo io, ma al piano sopra al nostro. Forse non sarà il massimo sul piano cinematografico, ma è estremamente reale”.

Benché l'universo di È stata la mano di Dio non appartenga in modo evidente alla nostra epoca ipertecnologica, Sorrentino evita ogni riferimento macroscopico agli anni '80 per mantenere il film in una condizione emotiva in parte sganciata da riferimenti temporali. “Non c'è dubbio che il film sia ambientato in un dato luogo e periodo, ma non è immerso nella cultura degli anni '80”, spiega. “Al contrario, abbiamo optato per una via di mezzo nell'approccio agli ambienti e ai costumi, con alcuni indicatori degli anni '80, ma senza esagerare”.

Lo scenografo Carmine Guarino, che ha precedentemente lavorato con Sorrentino come assistente scenografo ne Il divo, intreccia i ricordi del regista con immaginazione e dettagli che caratterizzano i personaggi. “Paolo voleva che tutto fosse in uno spazio che potesse essere il più universale possibile, quindi questa è stata la direzione che ho preso”, sostiene. “Tuttavia ci sono alcuni set che fanno maggiore riferimento all'epoca, come la camera di Patrizia, dove ho usato un laminato completamente bianco, molto in voga all'inizio degli anni '80, perché ho ritenuto che contribuisse a illuminare il personaggio”.

Malgrado riescano a girare nello stesso condominio in cui aveva vissuto Sorrentino, negli anni l'edificio è stato ristrutturato, dunque Guarino ha il compito di ridare vita a qualcosa di effimero. “Paolo ricordava ogni centimetro quadrato della sua casa”, osserva Guarino. “Abbiamo riprodotto tutti i dettagli – i pavimenti, la carta da parati e gli arredi – basandoci esclusivamente sui suoi ricordi. Per la stanza di Fabietto, abbiamo ricreato l'aspetto della stanza di Paolo, fin nei minimi particolari, in modo da poter trasmettere le emozioni e i sentimenti di quell'ambiente”.

I luoghi reali rappresentano l'ossatura principale delle riprese, ma anche gli effetti digitali aiutano a replicare la Napoli d'annata, eliminando grattacieli e condutture della vita quotidiana odierna. “Per esempio, sullo sfondo della scena in cui Fabietto e Saverio parlano mentre due ragazzi si baciano, c'era un edificio molto moderno che abbiamo sostituito con uno in colori molto tenui per minimizzarne l'impatto su quel momento”, spiega Guarino.

Anche la sequenza di apertura del film, dal mare del golfo a pelo d'acqua verso la città sulla baia baluginante, viene valorizzata digitalmente. “Abbiamo iniziato ricostruendo un autentico motoscafo simile a quelli che usavano i contrabbandieri di sigarette”, spiega Guarino. “Ma nel tragitto verso il centro di Napoli, abbiamo dovuto ritoccare tutto quello che si vede, cancellando le imbarcazioni moderne ed elementi contemporanei come le antenne, le parabole e le parti attuali della città”.

La combinazione di digitale e reale viene adottata anche per ricreare lo Stadio San Paolo, oggi ribattezzato Stadio Diego Armando Maradona. “Era una scena importante per Paolo”, osserva Guarino, “quindi abbiamo dovuto trovare il modo di far sembrare lo stadio così come era nel 1985. Innanzitutto ho cercato una pista da atletica il più possibile simile a quella che c'era al San Paolo all'epoca. Poi ho intrapreso la ricerca di uno stadio che corrispondesse alla conformazione del campo. E in ultima analisi abbiamo ridisegnato l'intero Stadio San Paolo in 3D, dalle gradinate alle piste alle tribune. Una volta ricostruiti i materiali e le strutture dello stadio in 3D, abbiamo potuto sovrapporre le immagini sulle riprese originali”.

In È stata la mano di Dio c'è una location che esiste al di fuori, o quanto meno al margine della realtà, nella primissima sequenza del film, quando Patrizia se ne va in giro con il santo patrono di Napoli, San Gennaro, fino a un'abitazione dove incontra Il Monaciello, e improvvidamente riceve da lui un pagamento. Nella sceneggiatura, quella visione è riccamente descritta e per Guarino si tratta di renderla manifesta. “La location doveva essere in uno stato di decadimento, ma al tempo stesso nobile e sontuosa, quindi non facile da trovare”, osserva lo scenografo. “Nel salone dove Patrizia incontra San Gennaro, il lampadario caduto è descritto in sceneggiatura come una forma che richiama una balena spiaggiata”.

Questo tipo di metafora visiva evocativa è tipica di Sorrentino, sostiene Guarino. “La sua scrittura è molto specifica e precisa. Paolo è l'unico regista che io conosca che mi permette, alla lettura della sceneggiatura, di visualizzare già il film finito”.

 

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Il cast

A dirigere È stata la mano di Dio è Paolo Sorrentino, regista e sceneggiatore nato a Napoli nel 1970. Nel 2001, il suo primo lungometraggio, L’uomo in più, è selezionato alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 2004 gira Le conseguenze dell’amore e nel 2006 L’amico di famiglia, entrambi in concorso al… Vedi tutto

Note

Sorrentino torna nella sua città natale per raccontare la sua storia più personale, un racconto di destino e famiglia, sport e cinema, amore e perdita.

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