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È stata la mano di Dio

Regia di Paolo Sorrentino vedi scheda film

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La recensione su È stata la mano di Dio

di EightAndHalf
5 stelle

Sorrentino inizia la sua semi-autobiografia spiccando il volo, in silenzio, sul golfo di Napoli. Può andare davvero ovunque, sempre in silenzio, e sfiorare strade, auto, monti e orizzonti. Purtroppo serve solo ai titoli di testa.

Lampi della strada trafficata di 8 1/2, dei pentoloni dell’infanzia di Fellini di 8 1/2, di provini di Fellini. E poi Maradona che arriva al Napoli esaudendo i sogni di molti (Renato Carpentieri: “Se Maradona non viene al Napoli mi uccido”) e che comincia a segnare, coi piedi e con la mano. E poi personaggi e personaggetti che, sempre fellinianamente, potrebbero abitare la scena solo qualche istante, ripetere una frasettina più volte così da farli ricordare anche a noi, e imporsi come ricordo indelebile nella memoria di Fabietto. 

Fabietto è un giovane napoletano che non sa nulla della vita ma che coi suoi e suo fratello può parlare davvero di tutto, serenamente e in un perenne clima di condivisione. Talvolta c’è conflitto; ma anche quando i suoi litigano torneranno a corteggiarsi. Lui “non sa fare altro che guardare”, e condannati allo stesso destino guardiamo anche noi la lista dei suoi ricordi, connessi dagli stessi meccanismi narrativi del correlativo oggettivo, dei feticci emotivi e degli effetti madeleine. Solo, senza svolazzi, perché Sorrentino è cresciuto e per raccontare se stessi, la propria famiglia e la propria adolescenza, bisogna essere cresciuti, si viaggia ma “si torna a se stessi”, come sbraita il suo mitico Antonio Capuano nelle grotte della costa che affaccia su Capri.

Solo che quegli svolazzi, che pure tante volte l’avevano condannato a una gogna critica del cinema di fumo e aria fritta, erano collanti molto più cinematografici di una misera serie di episodiche cianfrusaglie assurte ad emotività assoluta (la pila, il motoscafo dei contrabbandieri, le arance della mamma) che tornano ognuna col solito stucchevole effetto sorpresa per tutto il film. È scrittura in cui il cinema serve ma non sta, che sortisce l’esclusivo effetto di un talento raffreddato. Le idee visive restano, un po’ si riciclano, si dispongono sequenzialmente (la scena tragica che spezza il film a metà è silenziosa e di grande effetto), ma è tutto trattenuto, troppe cose da dire e pochi modi per farlo; maturo come verrebbe esserlo un giovane regista che non lo è e vorrebbe sembrarlo. Così tanti ingenui calcoli che ci dicono della rinuncia di Sorrentino ad astrarre e a farci svolazzare, forse per paura, a favore di un accumulo di aneddoti scambiato per memoria.

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