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Trama

Lucien è un giovane poeta sconosciuto nella Francia del XIX secolo. Nutre grandi speranze ed è deciso a forgiare il proprio destino. Abbandonata la tipografia di famiglia nella città natia, decide di tentare la sorte a Parigi sotto l’ala protettrice della sua mecenate. Lasciato presto a cavarsela da solo in questa meravigliosa città, il giovane scoprirà le macchinazioni in atto in un mondo che ubbidisce alla legge del profitto e della simulazione.

Curiosità

INTERVISTA AL REGISTA

Com'è nato il desiderio di adattare Illusioni perdute?

Ho scoperto il romanzo quando avevo vent'anni, all'incirca all'età di Rubempre. Studiavo Lettere all'Università e ho avuto la fortuna di avere un insegnante di nome Philippe Berthier, che da allora è diventato un grande esperto di La commedia umana. Ho frequentato la Sorbona perché volevo essere nel quartiere del cinema. Non sapevo ancora come ma volevo dedicare la mia vita alla settima arte. Tutto riporta al cinema, in un modo o nell'altro... Cominciai in quel periodo ad accumulare appunti, riferimenti visivi, studi di critici marxisti o, al contrario, di esteti reazionari, perché critici di ogni genere volevano recuperare o rivalutare Balzac. E, da che ho memoria, ho sempre convissuto con l'idea di realizzare un giorno un adattamento cinematografico di Illusioni perdute. Ma per me non si trattava di riempire di immagini le pagine del romanzo o di plagiare goffamente la storia con un adattamento accademico. L'arte si nutre di ciò che brucia. Il cinema è per sua natura la trasfigurazione di una realtà o di un libro. Altrimenti a che serve?

Che scelte ha messo in atto per questo adattamento?

Dopo aver esplorato il libro e la sua storia per anni, avevo bisogno di liberarmene, di concentrarmi su ciò che il testo ispira in termini di sensazioni e sentimenti, un po' come può ispirare una musica. Ed è stato ascoltando tanta musica che ho sentito il romanzo trasformarsi in cinema. È stata la musica che mi ha riportato a ciò che va oltre le parole nel lavoro cinematografico, specialmente quando si tratta di adattamento letterario. Alcuni pezzi si sono imposti per caso, come nel caso di L'inquietudine di Vivaldi, che si sente in apertura del film. È musica barocca del XVIII secolo riorchestrata in stile "romantico" da Karajan. Epoche diverse finiscono così per trovare un'armonia segreta e inaspettata. Max Richter si è spinto anche oltre riscrivendo liberamente Le quattro stagioni di Vivaldi, quasi a voler esprimere il loro spirito e la loro modernità senza mai tradire l'originale. Stavo ascoltando il Concerto per 4 pianoforti e orchestra di Bach e le sue incredibili architetture "corali" (danno l'impressione che ogni pianoforte dialoghi con l'altro) quando ho pensato a tutti i personaggi del romanzo, all'armonia che dovevo trovare nel legare tutte quelle linee di vita, tutte quelle voci, tutti quei toni dal tragico al comico. Nasce così il "movimento", sia esso musicale o semplicemente fisico come quello dei corpi nei salotti, nei diversi quartieri di Parigi, o come quelli di una società che sta cambiando. Era necessario esprimere questa velocità e questo movimento e trasformarlo in una questione di messa in scena. Infine, in modo più concreto, ho scelto di concentrarmi sulla seconda parte del romanzo, quella dell'odissea del giovane provinciale che nella mostruosa città scoprirà il "rovescio del decoro e della coscienza". L'intervento di Jacques Fieschi nella sceneggiatura è stato molto importante per aiutarmi a capire il film. Mi ha portato a un approccio sensibile ai personaggi e mi ha aiutato a umanizzare le loro relazioni quando mi sembrava che Balzac risultasse troppo beffardo e punitivo.

Il personaggio di D'Arthez non compare nel film...

Nel romanzo, D'Arthez è in un certo senso il contrappunto morale di Lousteau. È un giovane scrittore ombroso e puro che incarna la virtù, il duro lavoro, la pazienza, gli standard morali... una sorta di santo laico che appartiene al gruppo del Cenacolo, un'assemblea di giovani che, per dirla semplicemente, rifiutano di compromettersi con un mondo che si avvia verso la corsa al profitto e della riconoscenza freneticamente. Nel romanzo, Rumembré è a metà strada tra Losteau e D'Arthez, diviso tra il vizio e la virtù, ma ho trovato questa soluzione drammatica fin troppo facile o didascalica per un film. E poi raccontare la virtù semplice mi annoiava... D'Arthez è in un certo senso la coscienza di Rubempré quando questi si lascia corrompere. Ho preferito però che ogni suo travaglio fosse interiore, che Rubempré potesse avere una propria coscienza, consapevole delle sue illusioni e delle proprie rinunce. Lo spirito di D'Arthez è presente quindi in maniera diversa nel film. Diversi personaggi vedono come Lucien si stia rovinando e glielo dicono, lo avvisano. Ma è rovinato, nonostante tutto, dalla vendetta, dall'avidità, dalla facilità, dall'incoscienza, dall'innocenza, dall'istinto di sopravvivenza, dal piacere... La cosa importante per me era quella di non guardare alla storia con uno sguardo moralistico o punitivo. Balzac è allo stesso tempo affascinato e spaventato dalla nuova società in essere, quella che apre la strada al liberalismo economico. Si atteggia a umanista preoccupato più che a moralizzatore.

Commenti (1) vedi tutti

  • "Un penna. Della carta. E l'amore per la bellezza". Con queste potenti parole si apre, non solo il capolavoro letterario di Balzac, Illusiones perdues appunto, sulla vita del collega, amico, nemico, rivale e giornalista Lucien de Rubemprè, ma anche questo elegante film, ambientato nella Parigi ottocentesca che diviene politico ed estremamente att

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